Di istruzione, (ancora) vaccini, e superiorità a buon mercato

Un anno e mezzo fa ho scritto un post sul fenomeno per cui questioni scientifiche come l’indispensabilità dei vaccini che pensavamo chiuse da tempo vengano inaspettatamente riaperte, con la complicazione ulteriore rappresentata dal fatto che stavolta anche le voci di persone non qualificate finiscono sullo stesso piano di quelle degli esperti (i quali giustamente, nel loro piccolo, si incaxxano).

In quel post facevo notare come sia ormai ampiamente dimostrato che purtroppo la logica e i dati scientifici di per sé non sono necessariamente sufficienti a far cambiare idea a qualcuno. Un paio di mesi fa ho ripreso l’argomento a proposito appunto dello specifico caso dei vaccini, che nel frattempo in Italia è parecchio degenerato.

Ho poi ripensato alla questione anche perché nel frattempo c’è stata una mezza tempesta social innescata da Matteo Salvini, il quale dopo aver litigato con Feltrinelli per motivi che mi sfuggono ma che non intendo approfondire ha dichiarato che avrebbe boicottato le librerie del gruppo, attirandosi una marea di lazzi. Qual è il collegamento, dite voi? Io ne vedo due: una sorta di “liberi tutti” per quanto riguarda i toni, e un buon esempio di effetto Dunning-Kruger.

Senza stare a ripetere tutto quello che ho già avuto occasione di scrivere, nel caso vaccini (ma anche in generale) mi urta moltissimo chi crede che avere ragione nel merito lo esenti dal rispettare i requisiti basilari di educazione e si permette quindi di dare simpaticamente del deficiente a destra e a manca. Se le idee non godono assolutamente di un presunzione di rispetto, le persone sì e quando a non averlo è un professionista lo trovo ancora più grave, perché mi sembra meschino abusare della propria posizione per farsi gioco delle persone e delle loro ansie. Specie quando, e questo è il punto, quelle ansie sono frutto di un’ignoranza non necessariamente cercata, ma più banalmente prodotta da circostanze su cui non abbiamo un gran controllo.

È verissimo che molti degli antivaccinisti sono persone con una buona cultura (il che in genere li rende ancora più ostinati, ne ho scritto nel mio primo post sull’argomento); ma è anche vero che non tutti hanno avuto la possibilità di studiare né la fortuna di nascere in una famiglia che valorizzasse la cultura e avesse i mezzi per coltivarla. C’è una letteratura sterminata su quanto forte e duratura nel tempo sia l’influenza sui risultati scolastici del crescere in famiglie che possono permettersi di investire in istruzione; e dal momento che non scegliamo dove nascere, trovo che astenersi dal ridicolizzare gratuitamente chi la stessa fortuna non l’ha avuta sia il minimo sindacale (come pure mettere a profitto quella stessa fortuna che a noi invece è toccata, ma di questo parliamo magari un’altra volta).

Quindi, per passare dai vaccini a Salvini, si può anche scherzare su quello 0% di diminuzione del fatturato che il segretario della Lega potrebbe causare a Feltrinelli: Salvini appartiene a tutti i gruppi con una qualche forma di privilegio (uomo, bianco, etero, benestante, non disabile), ha accesso a moltissime risorse e fondamentalmente nessuna scusa che giustifichi la sua ignoranza. Ma per una gran parte del suo elettorato non è affatto così, fondamentalmente per motivi economici: e quando scherniamo la scarsa attitudine alla lettura di una persona che non ha proseguito gli studi oltre la scuola dell’obbligo, di fatto stiamo schernendo la sua povertà o il suo essere nata in una famiglia che non le ha dato modo di approfondire la propria formazione. Non so a voi, ma a me la cosa suona semplicemente come un tentativo di vincere facile e sentirsi migliori senza dover fare troppi sforzi.

Dicevo anche dell’effetto Dunning-Kruger, quella tendenza (volendo ipersemplificare) a sovrastimare le proprie capacità cognitive e minimizzare o non cogliere del tutto i propri errori. Ecco, a me pare che molti di quelli che ho letto insultare allegramente genitori antivaccinisti e leghisti non amanti della lettura ci siano cascati in pieno.

Senza voler pretendere di essere l’unica ad aver fatto notare la cosa, nei miei post ho citato diversi articoli e studi che dimostrano come spesso attaccare frontalmente chi si è convinto a torto o a ragione di una determinata cosa non solo non gli farà cambiare idea, ma anzi lo convincerà ancora più fermamente di essere nel giusto. Quando ho sollevato il punto nelle discussioni che ho avuto su Twitter e offline, spesso mi sono sentita rispondere con una variazione di “Capisco quello che dici ma continuerò comunque a dare dei cretini ai genitori che non vogliono far vaccinare i figli”. Hellooo? E questo atteggiamento in che cosa ti renderebbe più intelligente di loro? Ti ho spiegato perché si tratta di una strategia deleteria, ti ho portato fonti a sostegno di quello che dico, se davvero fossi razionale e logico come dici di essere dovresti adattare il tuo modo di fare sulla base di queste nuove informazioni. Il fatto che tu faccia spallucce e tiri dritto per la tua strada mi fa nascere quantomeno il sospetto che alla fine per te conti il poter dare dello stupido a qualcuno e sentirti superiore, senza effettivamente interrogarti sul modo migliore di fargli notare e correggere il suo errore.

Stessa cosa per il discorso della lettura: secondo i dati più recenti gli italiani che non leggono neppure un libro all’anno sono il 60% della popolazione, in grandissima parte uomini. Statisticamente è lecito supporre che tra chi ho letto fare battute su Salvini e Feltrinelli ci sia pure qualcuno che appartiene a questo gruppo (sì, significa pensare male; ma come ben sapete, spesso…). Ma anche se così non fosse, fare meglio di chi non legge mai è un’asticella decisamente bassa; che diamine, basta leggere un libro all’anno per salire di categoria. Se poi quel libro è il ricettario respiriano, l’Harmony allegato a Grazia di Ferragosto o Gli extraterrestri e l’origine della civiltà, scusate ma non vedo molta differenza con il non leggere per niente.

Essendomi impelagata fin troppe volte in estenuanti discussioni con antiabortisti, antivaccinisti, anti-LGBT, anti-UE e compagnia brutta (mi mancano i terrapiattisti, ma non dubito di riuscire a smarcare presto anche questa casella), so perfettamente quanto possa essere frustrante sapere di avere ragione da vendere e continuare a sbattere su un muro di illogicità e malafede. Ma, sapendo anche che non serve assolutamente a niente, possiamo almeno evitare di sbroccare e attaccare il nostro interlocutore sul personale? Non sono una grande fan delle cause perse e sono la prima ad ammettere di avere la miccia cortissima: se entrare in una discussione può servire solo a farmi venire un attacco di bile, non ci entro e basta. Poi è ovvio, ognuno di noi interagisce con gli altri come meglio crede. Dico solo che sentirsi soddisfatti della propria intelligenza e cultura perché ci permettono di dare del mentecatto a destra e a manca su un social non mi sembra poi questo gran uso delle suddette.

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Di scienze politiche, serie B, e dilettanti a cinque stelle

Dopo l’iscrizione a Scienze Internazionali, corso di laurea gestito dalla Facoltà di Scienze Politiche, mi toccò sentire per almeno tre semestri abbondanti il ritornello “Ma come mai scienze politiche? Tu eri brava a scuola, perché fare una giurisprudenza di serie B?” servito a regolari intervalli da amici e conoscenti vari. All’epoca avevo ancora meno pazienza di adesso, ma ero anche educata e quindi invece di mandare a quel paese il simpaticone di turno mi limitavo a sorridere e fare spallucce.

Non ho intenzione di impelagarmi nell’annosa querelle sulle facoltà “veramente difficili” o meno; ho citato la cosa perché ogni tornata elettorale da quando è comparso sulla scena nazionale il Movimento 5 Stelle mi ci fa ripensare, e questo primo turno di amministrative 2017 non fa eccezione.

L’idea che scienze politiche sia una giurisprudenza di serie B è legata a quella che, in generale, l’attività politica non sia poi così difficile e chiunque ci si possa cimentare. In senso lato questo è anche vero – tenere un gazebo per la raccolta firme o volantinare in centro il sabato pomeriggio è piuttosto semplice – ma se parliamo del fare politica come lavoro il discorso cambia.

Con una semplificazione che farebbe inorridire più d’uno dei miei professori, la politica del XXI secolo è una roba complessa che richiede competenze specifiche e una formazione continua (del disclaimer non dovreste avere bisogno ma lo metto lo stesso: sto ovviamente parlando dell’idea di politica nel mondo iperuranio); i cittadini ne delegano l’esercizio ai propri rappresentanti perché questi se ne occupino a tempo pieno. In altre parole, non è una cosa che si possa fare nei ritagli di tempo, esclusivamente online, o senza un minimo di preparazione. Questo perché è un mestiere esattamente come la medicina, la panetteria, la musica, l’agricoltura o l’insegnamento; e a ognuno il suo mestiere.

Queste considerazioni (banali, lo so) mi tornano puntualmente in mente a ogni appuntamento elettorale perché ogni occasione di voto contribuisce a rendere più granitica una convizione che ho da quando i Cinque Stelle sono entrati in Parlamento: la colpa maggiore del M5S (e si noti che la lista è lunga e in continuo aggiornamento) è stata avvicinare alla politica decine e decine di persone impreparate, ignoranti e tuttavia profondamente convinte di non avere bisogno di alcuna formazione per poter esercitare il mestiere con successo. Quello che poi succede è sotto gli occhi di tutti: il M5S è forse la personificazione migliore del detto If you think it’s expensive to hire a professional, wait until you’ve hired an amateur.

Ecco, il problema in tutto ciò è che sembriamo non imparare nulla. Per la cronaca, non sono una grande fan dell’idea “Così almeno la gente tocca con mano” che viene espressa con malcelata Schadenfreude a proposito di ogni rovescio di ogni singola amministrazione grillina, Roma in primis. Non ci dovrebbe essere bisogno di assistere in prima persona alle ulteriori vicissitudini di una città già abbastanza disastrata per capire che il M5S non dovrebbe gestire nemmeno una fila alle Poste. Ma potremmo almeno imparare la lezione e applicarla a più ampio raggio, pretendendo più competenza in generale, esattamente come è nostro diritto pretenderla da tutti quelli che incrociamo per ragioni professionali. Altrimenti continueremo a ritrovarci con una politica, quella sì, di serie B.

Autoritarismo sui vaccini? Pesiamo le parole

I litigi sull’argomento vaccini continuano, rinfocolati dall’annuncio del Consiglio dei ministri su una stretta dell’obbligo vaccinale per l’iscrizione a scuola. La cosa ha provocato una marea di commenti indignati da parte di persone che, pur non mettendo direttamente in discussione l’efficacia dei vaccini (ma anzi in certi casi ammettendo apertamente di non voler discutere l’aspetto scientifico della faccenda), si sono lamentati di quella che vedono come un’intollerabile restrizione della libertà di scelta, parlando addirittura di svolta autoritaria.

Ho letto molte reazioni indignate a questa posizione, riassumibili nel classico “La libertà finisce dove inizia quella degli altri”; è una formula che non amo particolarmente perché rimanda a un’idea tra contrapposizioni di diritti che assomiglia a un gioco a somma zero, ma capisco chi la usa.

Quello che secondo me sfugge ai libertari della scelta a tutti i costi, però, è un altro punto: non viviamo un un vuoto pneumatico ma in una società complessa e interdipendente dove abbiamo diritti e responsabilità. E non tutte le scelte sono uguali. Il caso dei vaccini è (a questo punto mi viene da dire purtroppo) un esempio perfetto di come la scienza possa sabotare se stessa, riuscendo a sconfiggere un problema in maniera tanto efficace che ci dimentichiamo della sua gravità, e finiamo per ritenere opzionale quella stessa scienza che ci permette di cullarci nella sicurezza che ci ha fatto acquisire. La scelta di non vaccinare sembra avere sulla carta lo stesso peso di quella di vaccinare: ma così non è.

Non vaccinare i propri figli non mette a rischio solo loro ma anche tutte quelle persone che hanno bisogno di sfruttare l’immunità di gregge. Ed è qui che casca l’asino dell’autoritarismo: quel famoso contratto sociale si basa sul principio per cui la sovranità popolare va impiegata per perseguire l’interesse generale. E nel caso dei vaccini, l’interesse generale è che tutti quelli che possono continuino a usarli: sì, tutti. La terra non è piatta. Se apro la mano, la matita finisce per terra. Chiunque possa farlo deve vaccinarsi.

Chi si lamenta di imposizioni o paternalismo statale ignora o finge di ignorare che lo Stato in quanto espressione e organizzazione della sovranità popolare agisce con l’obiettivo dell’interesse generale di cui si diceva prima. All’individuo che si vaccina viene richiesto un impegno minimo che porta benefici immensi alla comunità. Chi si ostina a negarlo si nasconde dietro la pretesa di voler difendere la libertà di scelta come se tutte le scelte possibili in questo caso fossero equivalenti. L’unico -ismo, qui, è il loro e inizia con “ego”.

Il dibattito sui vaccini: perché avere ragione non basta

Grazie a E. e Chiara per gli spunti di riflessione.

Di vaccini e anti-vaccinisti si è già discusso fino alla nausea, e non ho intenzione di ripetere quanto detto da centinaia di persone molto più preparate di me sul merito della questione. Ho solo una considerazione personale da fare su come la discutiamo.

I toni usati contro i genitori che decidono di non far vaccinare i figli sono in generale durissimi, e capisco perfettamente l’esasperazione di chi, sapendo di essere nel giusto, si trova davanti a un muro di gomma che non ha ragione di esistere; ma sarebbe il caso di accettare che con questo approccio facciamo più male che altro.

Innanzitutto, come ho già avuto occasione di scrivere, quando cerchiamo di far cambiare idea a qualcuno non possiamo contare solo sulla logica e sui dati scientifici, ancorché inoppugnabili: le persone non si comportano come l’uomo razionale dei libri di economia, che ragiona come un computer, agisce sulla base delle informazioni che possiede e prende sempre la strada che gli permette di massimizzare il proprio utile. Siamo animali sociali che provano emozioni, ed entrambe queste componenti giocano un ruolo importantissimo nel nostro processo decisionale.

Secondo, la paura “dei vaccini” è più correttamente una paura delle conseguenze che si crede possano comportare, e la causa scatenante di quelle paure non ha nulla di così sbagliato: è semplicemente un’altra declinazione del naturalissimo desiderio di un genitore di proteggere i propri figli. Certo, una declinazione errata e non giustificabile, esattamente come quella di volerli “proteggere” da scene di baci gay in prima serata, ma che non spariranno semplicemente perché le abbiamo liquidate con un “Siete dei deficienti”.

Terzo, cercare di modificare un comportamento altrui mediante shaming non è una strategia efficace: per esempio, è ormai dimostrato che stigmatizzare e prendere in giro le persone sovrappeso non solo non le incita affatto a seguire una dieta, ma peggiora addirittura le cose. Ed è abbastanza intuitivo che con i vaccini questo può avere conseguenze a lungo termine al di là del caso specifico: se un genitore che esprime dubbi in merito si sente dare del cretino dal pediatra, è probabile che la volta successiva invece che al medico preferirà chiedere a Google o a forumterapeutidellacquafresca.truffa.com; o magari cambierà direttamente pediatra e finirà per affidare i propri figli a un ciarlatano.

Infine, una parola proprio sul ruolo del medico: come faceva notare un’altra persona intelligente che seguo su Twitter, il successo di “terapie” tipo l’omeopatia si spiega anche con il cambiamento nel rapporto medico-paziente, che negli ultimi anni si è in un certo senso deteriorato: i pazienti lamentano la mancanza di ascolto, di empatia, se vogliamo di umanità da parte dei professionisti della medicina. Chiaro che quando emerge un modello alternativo la tentazione di affidarcisi è forte; specie se il medico “ufficiale” non manca solamente di disponibilità all’ascolto, ma di rispetto ed educazione tout court. E si noti che, proprio in quanto professionista, in questo campo il medico è tenuto a uno standard di comportamento ancora più elevato di quello dell’uomo della strada.

Invece leggo sui social commenti entusiasti per l’approccio di medici tipo Roberto Burioni, che non si fanno scrupoli a insultare anche pesantemente i propri interlocutori. Non metto certo in dubbio che abbiano ragione da vendere sul merito; ma forse dovrebbero (e dovremmo tutti) fermarci a riflettere sul fatto che avere ragione non serve a niente, se non si fa nemmeno lo sforzo di comunicare in maniera efficace con chi ci sta di fronte; e di ricordare che, se le idee non godono di un automatico diritto al rispetto, le persone sì.

Femminismo (puntini sulle i)

Anche quest’anno per l’otto marzo avrei potuto propinarvi uno dei miei post classici – dopotutto non è che manchino gli argomenti quando si parla di diritti delle donne; ma ultimamente il modo in cui affrontiamo questo discorso in generale mi rende sempre più insofferente. Per cui invece del post ragionato e documentato, mi spiace, vi beccate lo sfogo.

Sono sempre stata una grande sostenitrice dell’idea che si dovrebbe parlare solo di ciò che si conosce almeno un minimo; dell’idea che nessuno ha diritto alla propria opinione punto, bensì a un’opinione informata. Salvo improvvise conversioni sulla via di Damasco, su questo blog non troverete mai post che trattano di fisica quantistica, uncinetto, cricket, cucina congolese o musica tibetana, per una ragione semplicissima: non ne so una beata ceppa.

Il femminismo è allo stesso tempo un’ideologia e un movimento politico-sociale: come tutte le ideologie, come tutti i movimenti, non è monolitico ma sfaccettato e complesso. La voluta incomprensione del pensiero e delle rivendicazioni femministe da parte di chi vi si oppone è vecchia quanto il movimento stesso, e non c’è da stupirsene. Quello dello straw man è un giochino retorico piuttosto comodo usato in un gran numero di discussioni a proposito degli argomenti più disparati, non solo nel dibattito sul femminismo.

Quello a cui mi rendo conto di essere sempre più intollerante, invece, sono la pigrizia e la superficialità di chi di femminismo parla senza cognizione di causa; e sono tantissimi. A ben vedere è significativo il fatto stesso che questo accada – come dice il nome stesso, è roba da donne, quindi non può essere granché complicata e chiunque può dire la sua. Oltretutto è risaputo che da sole non sapremmo trovare nemmeno l’acqua in mare, per cui ben vengano quegli uomini così volenterosi da aiutarci a farlo funzionare, questo femminismo (nota: non sto dicendo che gli uomini non abbiano spazio alcuno nel movimento femminista. È anche questo un discorso complesso che merita un post dedicato).

Cari parlatori-di-femminismo-a-vanvera, ho una brutta notizia per voi: la vostra opinione non serve a niente e non interessa a nessuno. Se non avete ben chiara nemmeno la distinzione tra prima, seconda e terza ondata, se non conoscete la differenza tra feminism e womanism, se non sapete citare neppure un paio di autrici femministe senza usare Google e soprattutto se non le avete mai lette… tacete. Insistendo per darci il vostro punto di vista su argomenti su cui siete completamente disinformati, non solo non aggiungete nulla di nuovo o utile al dibattito; ma contribuite anche a creare un fastidiosissimo rumore di fondo che disturba la discussione e toglie spazio a voci già abbastanza marginalizzate.

Adesso la buona notizia: questo stato di cose non è permanente. Se volete imparare qualcosa sul femminismo ci sono tonnellate di articoli, libri, blog e risorse varie, moltissime delle quali accessibili gratuitamente. Siccome è l’otto marzo e mi sento generosa, vi do un paio di suggerimenti per iniziare: Laura Mango (meglio nota come La Giovane Libraia dell’omonimo blog) ha postato tempo fa un interessante percorso di lettura sul femminismo; per chi se la cava con l’inglese c’è Everyday Feminism (a volte un po’ un’insalata di temi, ma utile punto di partenza); e se siete già abbastanza rodati e volete approfondire determinati temi, tra le mie blogger preferite ci sono Angry Black Lady, Bailey Poland e Marina S. Buona Giornata della Donna.

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(Source: nerdyfeminist.com)

 

“Troppe donne”: tragicomiche proposte sulla parità di genere

Stamattina La Stampa ha lanciato la rubrica “È sempre l’8 marzo”, che si propone di esplorare temi legati alla parità di genere, immagino sulla falsariga del tremendo “La 27a ora” del Corriere. L’idea di per sé mi pare interessante, ragion per cui mi fiondo subito sui primissimi articoli, e vado a cascare su un pezzo a firma Francesca Sforza, intitolato “Nella scuola italiana ci sono troppe donne!” (per la serie: l’importante è partire bene). Siccome non ho ancora capito che da quello che promette bile devo girare alla larga, me lo sono letta tutto; per fortuna non è lungo e può essere commentato in toto. Tenetevi forte.

C’è sempre qualcosa che non funziona nelle situazioni lavorative in cui un genere prevale sull’altro in modo numericamente prepotente. Si creano squilibri, dissesti e danni nel lungo termine.

Su questo siamo d’accordissimo. E immagino che in una rubrica sulla parità di genere sarà facile trovare un buon esempio di un settore a netta preponderanza maschile.

Immaginate un ambiente di lavoro in cui un solo genere occupa dall’82 al 96 per cento dei posti di lavoro disponibili. [Non ho bisogno di immaginarlo, Francesca. Lo vedo già tutti i giorni]. Vogliamo dirlo forte e chiaro?  [Sì, sì, diciamolo forte e chiaro: è uno scandalo]. Nella scuola italiana ci sono troppe donne. [Quello “sbonk” è la mia mascella che impatta il pavimento]. La peculiarità dell’eccessiva femminilizzazione si concentra negli anni della materna e della primaria, continua nella scuola secondaria (dove le donne occupano un buon 65 per cento delle cattedre) per poi diradare negli insegnamenti universitari, dove le percentuali si rovesciano bruscamente, tanto che in un ateneo nobile come quello della Normale di Pisa hanno dovuto modificare il regolamento interno per far entrare qualche donna (“una situazione davvero imbarazzante”, l’aveva definita il rettore).

Okay, cerchiamo di mettere un paio di puntini sulle i. Questa “eccessiva femminilizzazione” non è una peculiarità piovuta da chissà dove, è il risultato di un’evoluzione storica ben precisa. Agli albori della scuola italiana i maestri erano in maggioranza uomini, poi la carriera scolastica è stata una delle (poche) concesse alle donne che volevano lavorare. L’accesso all’università è un altro discorso. Qui si comincia a fare sul serio, l’università non è roba da donne: troppo complessa, troppo intensiva. E poi ce le vedi a sopravvivere in una facoltà di fisica o di ingegneria, con tutta quella matematica? Per carità.

Le cause sono note: stipendi inadeguati, scarso appeal sociale, ridotte possibilità di avanzamenti di carriera, soddisfazioni e riconoscimenti relegati all’ambito della propria coscienza o comunque iscrivibili nella categoria del fatto privato.

Le cause saranno anche note, ma da come sono descritte qui non sembra. Perché detta così sembra che gli stipendi nella scuola dell’obbligo siano bassi per caso, e che noi donne, cretine, ci ostiniamo a scegliere professioni che pagano poco. Il fatto è che il rapporto di causa-effetto qui ha funzionato esattamente al contrario. Finché a farlo erano soprattutto uomini, il lavoro di maestro aveva un salario dignitoso: ma dal momento che molte delle prime donne a farlo portavano a casa il secondo stipendio della famiglia, ecco che fin dall’inizio sono state pagate meno dei loro colleghi, perché di paga uguale apparentemente non avevano bisogno. Segue circolo vizioso reclutamento donne che si possono pagare meno – stipendi che restano mediamente bassi – fuga degli uomini verso settori più remunerativi – salario insegnanti che resta inchiodato a livelli poco attraenti.

Ma a essere più preoccupanti sono forse gli effetti: che cosa succede a lungo andare in una società in cui i modelli cognitivi e la trasmissione del sapere avviene in modo tanto unidirezionale?

Tralasciamo il fatto che con doppio soggetto il verbo va al plurale. La domanda qui è: ma che accidenti stai dicendo?

Si è ragionato abbastanza sulle conseguenze di un maternage che si prolunga ben oltre gli anni del nido e dell’asilo, spingendosi fino alle elementari e spesso anche per il ciclo delle medie? Capita spesso, soprattutto alle madri dei maschi, di sentirsi dire che “il bambino è irrequieto, non sa stare fermo, si muove in continuazione”, e si trascura il fatto che – a differenza delle bambine, per le quali stare sedute a disegnare e ritagliare non rappresenta uno sforzo, ma una condizione piuttosto naturale – in molti casi i maschi hanno bisogno di un approccio più fisico alle cose, soprattutto nelle fasi del primo apprendimento.

Gira che ti rigira sempre lì andiamo a cascare, sulla presunta differenza di comportamento tra bambini e bambine. Quindi il problema non è tanto il fatto di avere molte maestre, ma una loro certa incapacità a sviluppare il proprio materiale didattico in modo da assecondare presunte caratteristiche tipicamente maschili.

Ti racconto delle mie elementari, Francesca: eravamo trenta, divisi più o meno 50/50 tra femmine e maschi; e un approccio “più fisico” alle cose, come dici tu, sarebbe stato impossibile semplicemente perché trenta bambini in una stanza o li tieni seduti o diventano ingestibili. E, miracolosamente, tutti i miei compagni maschi sono arrivati indenni alla licenza elementare senza traumi. Tra l’altro vorrei che mi spiegassi che tipo di approccio “fisico” proporresti per studiare la grammatica italiana o gli affluenti del Po, ma lasciamo stare (tra parentesi, io detestavo ritagliare e sono sempre stata una schiappa totale in disegno, ma giocavo discretamente a pallamano).

Programmi e attività si sono strutturati da decenni per rispondere a esigenze più femminili che maschili, col risultato che i bambini – in assenza di figure adulte (anche) maschili con cui rapportarsi – accumulano negli anni più frustrazioni, più fragilità (mancano dati nazionali, ma gli Uffici regionali che hanno redatto dei report parlano di un’incidenza dei disturbi scolastici molto maggiore nei maschi che nelle femmine).

Cerchiamo di filtrare un attimo questo minestrone di temi: programmi e attività sono strutturati in modo da rispondere alle esigenze delle leggi della fisica e della cronica mancanza di spazi adeguati della scuola italiana. Aggiungerei anche che se i programmi fossero strutturati per rispondere a esigenze più femminili forse gli studenti saprebbero citare qualche personaggio storico o scienziata in più oltre a Giovanna d’Arco e Marie Curie, ma non voglio infierire. Quello dell’assenza di figure di riferimento è un discorso diverso e complesso che non riguarda solo la scuola e mi sembra quantomeno azzardato indicarlo come unica causa delle fragilità degli studenti maschi, senza neppure interrogarsi sul ruolo della famiglia e dei nostri ancora troppo resistenti stereotipi di mascolinità.

Il portato di questo bagaglio, a un certo punto, si rovescia nella collettività, con risultati anche quelli noti: scarsa presenza di donne nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, nei luoghi di responsabilità, nelle stanze dei bottoni.

Fammi capire un attimo, stiamo dicendo che la scarsa presenza di donne in CdA, luoghi di responsabilità e stanze dei bottoni è una conseguenza del fatto che ci siano troppe maestre nella scuole elementare? Really?

Escludendo che si tratti di un caso [infatti non lo è], di un incantesimo [idem], o di una vendetta di genere consumata freddissima [ma sei hai appena finito di dire esattamente questo!], forse bisognerebbe interrogarsi su quanto pesi, nella formazione prima e nella vita lavorativa poi, l’assenza di una sana mescolanza dei generi. Almeno oggi, che non è l’8 marzo.

Tantissimo, pesa. Tantissimo. Praticamente qualsiasi organizzazione internazionale pubblica rapporto su rapporto evidenziando le conseguenze sociali ed economiche dell’ancora scarsa presenza femminile in università, lavoro e politica. Per quanto mi sforzi di ricordare, però, nessuno si è sognato di dire che il nocciolo del problema sono le troppe maestre nella scuola italiana. Almeno fino a oggi, che non è l’8 marzo.

Riproduzione e genitorialità, il fardello che resta non condiviso

Sui media italiani è passata quasi in sordina la notizia che la sperimentazione di un contraccettivo ormonale maschile è stata interrotta dopo che alcuni partecipanti si erano lamentati di effetti collaterali ritenuti troppo pesanti dal panel che ha deciso di mettere fine ai test. Gli effetti in questione erano sbalzi d’umore, depressione, dolore nella zona della puntura (si tratta di un farmaco assunto mediante un’iniezione mensile), e alterazione della libido. Chiunque abbia letto il bugiardino di un qualsiasi analogo contraccettivo femminile non può fare a meno di rilevare l’incoerenza della decisione: sul mercato sono attualmente in vendita prodotti che annoverano tra i possibili effetti collaterali tutti quelli citati sopra, più emicrania, crampi, infezioni, nausea, cisti ovariche, sanguinamento prolungato, sepsi e perforazione dell’utero (yes, really). Tutti questi contraccettivi sono stati testati e per ciascuno di essi si è ritenuto che i rischi collaterali fossero comunque giustificati dallo scopo ultimo (cioè l’efficacia contraccettiva). In questo trial invece è bastato che alcuni effetti indesiderati venissero riscontrati in una minoranza di partecipanti perché l’intera ricerca venisse bloccata.

Come è stato fatto notare, al di là del rinunciare praticamente in partenza a un contraccettivo potenzialmente molto efficace, la decisione dimostra quanto ci sia ancora da fare a livello di educazione: la contraccezione è considerata responsabilità quasi solo delle donne, e se comporta rischi per la salute ci si aspetta che siamo comunque più pronte a farcene carico.

Se invece che di contraccezione si parla di maternità il discorso non cambia: sempre di questi giorni è la notizia (stavolta italiana e quindi in risalto sui media nostrani) che il presidente dell’INPS si è dichiarato a favore dell’introduzione di un congedo di paternità obbligatorio, della durata di quindici giorni. Di tutti i ridicoli alti lai che ho letto in reazione alla proposta, la palma va senza dubbio a “E dove sta la libertà di scelta”?

Tanto per capirci: quindici giorni di congedo obbligatorio restano pochi, ma mi rendo conto che stiamo parlando dell’Italia dove a quanto pare le cose vanno fatte sempre per gradi e con tempi geologici. Forse un giorno capiremo anche noi che: uno, allevare i figli è compito di entrambi i genitori, e non è giusto privare i padri della possibilità di condividere i primi mesi di vita dei propri bambini e le madri di un aiuto che dovrebbe potersi dare per scontato; due, il congedo di paternità obbligatorio non dovrebbe essere una misura isolata ma uno strumento inscritto in una più ampia strategia di promozione dell’effettiva parità di genere. Questo perché se il congedo lo prendono entrambi i genitori indipendentemente dal sesso viene a cadere uno dei bias impliciti che favoriscono gli uomini sul mercato del lavoro (ed è soprattutto per questo motivo che quindici giorni, come dicevo prima, sono pochi).

È significativo che il discorso della libertà di scelta salti fuori solo ora che si parla di uomini. Se ci interessasse davvero dovremmo sentirne parlare molto più spesso, per esempio quando si ragiona di asili nido aziendali, formule di part-time efficaci o telelavoro. Ma dal momento che – assenti o presenti – tutto quello che concerne i figli è considerato ancora di competenza quasi esclusivamente femminile (tranne quando si tratti di dar loro il proprio cognome), ecco che la libertà di scelta passa in secondo piano, e pazienza se una donna finisce per dover lasciare il lavoro per mancanza di alternative. “Li hai voluti i figli? Adesso te li gestisci!”, questa sembra essere ancora la mentalità prevalente; e, a giudicare dalle reazioni su contraccezione maschile e congedo di paternità, una mentalità ancora ben radicata e dura a morire. Sigh.