Scienza e bufale: perché stiamo a sentire gli incompetenti?

Il recente caso-vaccini è solo l’ultimo in una serie di discussioni (ri)apertesi a proposito di argomenti a cui i più ritenevano che la scienza avesse dato da tempo risposte esaurienti e sicure. L’esistenza stessa delle polemiche prova però che non è affatto così.

Sul ruolo dei social media nel veicolare certe teorie complottiste è già stato scritto parecchio; personalmente trovo anche più affascinante (nel senso del fascino che solo l’orrore può dare) il meccanismo in base a cui quasi tutte le bufale sembrano trovare immediatamente un personaggio famoso che se ne fa portavoce, e che finisce per essere ascoltato anche più dei professionisti della materia. Perché succede questo? Potremmo essere tentati di attribuire la cosa a semplice ignoranza, ma questa spiegazione non è sempre valida. Anche se, una volta analizzate le ragioni alternative, si scopre che non sono poi tanto meglio.

Sono un professionista. Credetemi!

Viviamo in un’epoca permeata dalla scienza e dalla tecnologia. Se da un lato questo ha reso le nostre vite infinitamente più facili di quanto non fossero anche solo pochi decenni fa, ha pure fatto diventare il mondo che ci circonda incredibilmente complesso e difficile da capire “a prima vista”. E si sa, tendiamo sempre a diffidare di quello che non capiamo bene. Tutti noi abbiamo quelli che vengono chiamati naive beliefs, convinzioni intuitive basate sulle nostre osservazioni ed esperienze personali. La scienza è un metodo che ci permette di capire quali di queste convinzioni abbiano un riscontro oggettivo nella realtà delle cose: intuitivamente, per esempio, potremmo pensare che il Sole giri intorno alla Terra sulla base del fatto che non avvertiamo la rotazione terrestre e vediamo la posizione del Sole stesso cambiare nel corso della giornata. Accettiamo che è esattamente il contrario solo una volta studiate e capite le nozioni basilari di astronomia.

Detta così sembra facile, in realtà applicare il metodo scientifico non ci viene affatto spontaneo. Questo perché i naive beliefs sono il prodotto della società in cui viviamo e poiché siamo animali sociali che tendono a ricercare l’approvazione dei propri simili, se il costo sociale di credere a una determinata teoria scientifica è molto alto finiamo per ignorarla senza troppi problemi. L’editrice di Science Marcia McNutt l’ha spiegato in questi termini:

We’re all in high school. We’ve never left high school. People still have a need to fit in, and that need to fit in is so strong that local values and local opinions are always trumping science. And they will continue to trump science, especially when there is no clear downside to ignoring science.

Un altro punto estremamente importante è questo: man mano che la nostra cultura scientifica aumenta, i naive beliefs vengono da essa “nascosti”, ma mai eliminati del tutto. Questo contribuisce a spiegare perché, ad esempio, un genitore anti-vaccini non sia necessariamente un individuo con bassa istruzione (anzi è più spesso il contrario): il problema è che usa la propria cultura per selezionare solo quelle fonti che rinforzano le sue idee preesistenti sulla pericolosità dei vaccini.

In altre parole, il metodo scientifico che fa appello alla nostra parte razionale finisce per scontrarsi con idee non necessariamente consistenti con la realtà ma su cui abbiamo comunque “investito” moltissimo perché ci permettono di rinforzare il nostro senso di appartenenza a un gruppo. Questo include il dare retta a personaggi famosi, anche quando parlano di argomenti lontanissimi dal loro campo di competenza.

Calamity star: quando le celebrità si improvvisano luminari

Un paio d’anni fa il British Medical Journal pubblicò uno studio che analizzava i consigli dati in materia di salute da varie celebrità e l’effetto che avevano avuto sui comportamenti del pubblico. I ricercatori constatarono che, quando una persona famosa (s)consiglia un prodotto o un determinato comportamento, si innesca nelle persone che la ascoltano una serie di reazioni. Innanzitutto (e piuttosto intuitivamente), l’associazione del prodotto in questione a un volto noto lo rende immediatamente riconoscibile fra i tanti; soprattutto quando siamo fan della celebrità che gli presta volto, poi, tendiamo a desiderarlo per sentirci più simili al nostro idolo. Poiché in generale queste reazioni si verificano in un gran numero di persone, si attiva anche il cosiddetto “effetto gregge”, vale a dire la pressione a modellare i propri comportamenti su quelli altrui.

Ma – e questo è il punto fondamentale – in questi casi si innesca anche l’effetto alone (halo effect), in base a cui si tende a generalizzare la competenza specifica di un individuo (p.e. la sua bravura nel recitare), estendendola a tutto quello che fa o dice. Ecco quindi che nonostante la loro competenza nulla in materia riteniamo attendibili cantanti che discettano di scie chimiche o un conduttore che decida di sconsigliare i vaccini. In Italia sembra che questo capiti molto spesso e non solo limitatamente alle bufale, come aveva già sintetizzato molto bene il giornalista sportivo Federico Ferrero:

Non è che se servi ai duecentoventi all’ora, salti in lungo nove metri o metti le punizioni nel “sette” ti si deve fare per forza sindaco del paesiello di nascita o ministro dello sport. Ma no: noi italianidi non ci accontentiamo della gratitudine. Confondiamo talento sportivo con talento umano, e sbrodoliamo.

Il problema è che le dichiarazioni di un personaggio famoso raggiungono un pubblico molto vasto, amplificando il potenziale dannoso di quello che sostiene. Si prenda l’esempio dei vaccini: l’attrice statunitense Jenny McCarthy ha amplificato talmente tanto l’idea di un (inesistente) rapporto di causa-effetto tra vaccino MMR e autismo che un sito creato per tenere il conto delle morti da morbillo, parotite e rosolia altrimenti evitabili è stato chiamato Jenny McCarthy Body Count.

Come se ne esce?

La domanda dovrebbe forse essere “Se ne può uscire?”. Già nel 1956 lo psicologo Leon Festinger notava che

[a] man with a conviction is a hard man to change. Tell him you disagree and he turns away. Show him facts or figures and he questions your sources. Appeal to logic and he fails to see your point.

Ciò non significa che si debba rinunciare ai fatti tout court. Ma, alla luce di quanto detto, sembra che la strategia più efficace sia quella di presentarli in maniera da fare leva sulle convinzioni e i valori dell’interlocutore. Una ricerca del 2008 sulla propensione del pubblico americano a fidarsi della teoria delle cause umane del riscaldamento globale, per esempio, trovò che chi si definiva politicamente conservatore (e quindi tradizionalmente meno propenso ad accettare la teoria in questione) si dimostrava più ricettivo ai dati scientifici se gli venivano presentati non nel contesto di un appello ambientalista ma come un’occasione per aprire nuove opportunità di business.

In altri termini – e controintuitivamente – se ci limitiamo a mettere in campo i fatti aspettandoci che parlino da soli, molto probabilmente rimarremo delusi. Fare appello ai sentimenti della persona che abbiamo di fronte è una strategia sicuramente più faticosa, ma che ci permette di avere una possibilità concreta di essere ascoltati sul serio. Anche se non abbiamo un Oscar sul caminetto.

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2 thoughts on “Scienza e bufale: perché stiamo a sentire gli incompetenti?

  1. Pingback: chiarabxl

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