Di babygang e baby-alzare le mani

Negli ultimi giorni uno degli argomenti più trattati dai media italiani è quello delle “babygang” (ci sarebbe da discutere sul nome, ma lo farà qualcuno che ne ha voglia). Un commento ricorrente che ho letto in giro suona più o meno come “Dove sono le famiglie, un paio di schiaffi bene assestati farebbero miracoli”. Ho scoperto con sorpresa che quest’idea sembra essere ancora molto ma molto diffusa, incluso tra persone di cui avrei parlato in termini del classico pezzo di pane che non farebbe male a una mosca neppure con un fiore (o una cosa del genere).

Lasciando da parte il complesso discorso sulla delinquenza giovanile e fattori della suddetta, mi chiedo perché, come società, sembriamo essere ancora così incredibilmente tolleranti delle punizioni corporali (in famiglia – almeno alla loro inaccettabilità scolastica per fortuna ci siamo arrivati).

Il rimedio migliore?

Il problema che di solito rimane taciuto con l’approccio della disciplina corporale è che, molto banalmente, non funziona; è anzi controproducente. La revisione di cinque decenni di studi in merito, oltre a ricerche recenti, ha dimostrato che le persone sottoposte a punizioni corporali da piccole sono più propense ad avere una serie di problemi comportamentali da grandi. La mole di dati messa insieme negli anni è abbastanza imponente da far pensare che chiunque, leggendo le conclusioni dei ricercatori, abbandonerebbe seduta stante e per sempre l’idea che uno sculaccione bene assestato debba fare parte del suo bagaglio di genitore. Ma è evidente che dopo praticamente cinquant’anni siamo ancora al punto di partenza. Perché?

“Io sono venuto su benissimo”

Ho già parlato del fatto che tutti noi sviluppiamo naive beliefs, convinzioni basate sull’esperienza personale e che ci portano a ignorare teorie a esse contrarie, pure se supportate dai fatti, quando il “costo sociale” di abbandonare tali convinzioni è alto. Credo che questo fattore giochi anche nel caso delle punzioni corporali, tanto è vero che quasi sempre chi ne sostiene il valore educativo lo fa con un “Io da piccolo qualche schiaffone me lo sono preso, e mi ha fatto solo bene”. Ecco, no: la conseguenza pressoché inevitabile di essere disciplinati in questo modo da piccoli è che ci convince che usare la forza su un bambino sia accettabile – tanto è vero che l’altra conclusione generalmente riscontrabile negli studi citati sopra è che a disciplinare i propri figli con punizioni corporali sono le persone che le hanno subite da piccole. Difficilmente un adulto che non sia stato “introdotto” all’uso della forza da bambino la adotterà come metodo educativo una volta diventato genitore.

“Facile parlare senza avere figli”

Quando mi capita di discutere dell’argomento con un fautore delle punizioni corporali, più o meno a questo punto il mio interlocutore sbotta in un “Eh ma vorrei vedere te alle prese con tre bambini che corrono ovunque senza starti a sentire!”. E, va detto, hanno ragionissima. Fare il genitore è impegnativo e incredibilmente stressante, e a volte sembra che rifilare uno scapaccione ai mostrilli urlanti sia l’unica cosa che li faccia “stare a sentire”. Solo che, come abbiamo visto, non è vero, e non sarebbe giusto farlo neppure se lo fosse. Colpire un bambino ha due conseguenze: primo, gli insegna che anche le persone a cui sei profondamente attaccato e che ti amano possono farti del male; secondo, crea un’associazione tra obbedienza e uso della forza. In altre parole, insegna a obbedire soprattutto o solo per evitare una punizione, bypassando quel processo di “interiorizzazione” delle regole che è fondamentale per la convivenza in una società complessa.

“Oddio, no, ancora i vaccini”

Invece sì, mi spiace, ancora i vaccini. Perché questo discorso dell’obbedienza dettata solo dal timore della punizione è molto simile a quello che si è fatto all’epoca della discussione sulla legge Lorenzin: la stretta sull’obbligo delle vaccinazioni per l’iscrizione scolastica si è resa necessaria per supplire alla mancanza di quella che in termini generali si può definire coscienza civica. Coscienza civica che in Italia sembra farci abbastanza difetto, costringendoci a cercare di rimediare con la coercizione.

Ora, è ovvio che non sono solo gli scappellotti a minare il senso civico di un’intera popolazione; ma mi sembra che ci sia un parallelo tra la famiglia dove “due schiaffi” o la ciabatta volante vengono rivendicati quasi con orgoglio, e la società in cui le parole d’ordine più frequenti a proposito delle babygang sono “Linea dura” e “Più agenti in strada”, con le riflessioni sulla prevenzione e l’educazione relegate in un angolo.

Alzare le mani su un adulto è aggressione; prendere a calci un cane è crudeltà sugli animali; perché colpire un bambino dovrebbe godere ancora di una qualche esenzione?

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Finali rovesciati e dibattiti mancati: il femminismo di Carmen

Eppure a me sarebbe piaciuto discutere del finale cambiato di Carmen. Se il sindaco Nardella non ne avesse twittato, molto probabilmente ne avrebbero parlato solo i melomani divisi dall’eterno dibattito purismo-contro-innovazione. L’uscita di Nardella, sicuramente astuta quanto a tempistica e tema, ha in un certo senso precluso in partenza uno scambio serio, visto che avversari e sostenitori se ne sono inevitabilmente impadroniti per attaccarla o difenderla indipendentemente dal merito; così da un lato abbiamo scoperto molti insospettabili fautori della fedeltà all’opera originale sempre e comunque (mi divertirebbe molto vedere le loro facce nello scoprire che Il lago dei cigni praticamente non ha un finale universalmente riconosciuto, e che lo stesso libretto originale di Carmen non è sfuggito a rimaneggiamenti anche pesanti); dall’altro abbiamo letto plausi entusiasti quanto ingiustificati alla coraggiosa scelta di rivisitare un’opera “in chiave femminista”. Ed è di appunto questo che mi sarebbe piaciuto discutere.

Sento parlare spesso di arte “femminista” e mi piacerebbe chiedere a chi lo fa in base a quali criteri decide se apporre il bollino o meno. Perché mi pare che quasi sempre il discrimine sia la presenza di una donna in ruoli importanti (autrice, regista) o del mitico “personaggio femminile forte”, cioè una donna che ha atteggiamenti stereotipicamente maschili (non piange, si veste di pelle, sa fare a pugni, eccetera eccetera). Mi spiace essere la solita precisina rovina-tutto, ma quello non ne fa automaticamente un lavoro femminista; e, a ben guardare, non è nemmeno il nocciolo della questione.

Il punto non è se una determinata opera d’arte sia o no “femminista”: affrontare la questione in questi termini è riduttivo e trasforma un dibattito potenzialmente molto interessante in una discussione sterile, perché a ben guardare si troverà sempre qualcosa che non soddisfa i misteriosi criteri per assegnare il bollino (non fosse altro perché non ci siamo ancora messi d’accordo sui suddetti). Il punto è che cosa il femminismo possa dirci su una determinata opera quando lo usiamo come lente interpretativa.

È un film che conferma gli stereotipi sulle donne a caccia di un marito per non dover lavorare? Una canzone che denuncia la violenza domestica? È un libro con una protagonista appartenente a una minoranza etnica che mostra gli effetti dell’intersezione tra sessismo e razzismo? Un lavoro teatrale che mette in scena il problema dell’oggettificazione del corpo femminile? Cerca di demolire i luoghi comuni sui ruoli di genere o contribuisce a perpetuarli? Mostra modelli alternativi ai rapporti uomo-donna ingabbiati dalle norme obsolete del patriarcato, o le sue eroine sono le stesse ritrite svenevoli dell’epoca vittoriana?

Queste sono le domande interessanti che avremmo potuto porci a proposito di Carmen e del suo finale rovesciato. Ha senso dire che la protagonista di un’opera bandita da Parigi per anni per “immoralità”, una donna che cerca di vivere liberamente i propri sentimenti, ha bisogno di uccidere per non essere vittima? E d’altro canto, ha senso ridicolizzare a prescindere una storia in cui una donna riesce finalmente a sfuggire alla violenza maschile e il suo valore simbolico per tutte quelle che invece non hanno ottenuto giustizia dopo una molestia, un’aggressione, una discriminazione? Ricordo ancora la scarica di adrenalina e il senso di “Ah! Finalmente” delle scene finali di Enough (un film che non ha fatto la storia del cinema né lo meritava), in cui la protagonista dopo aver cercato invano per un’ora e mezza di sfuggire al marito violento gli tende un agguato a casa e lo pesta come un pinolo. L’ho preso come un incoraggiamento a farmi giustizia da sola? Chiaro che no. Ho trovato confortante l’idea che ogni tanto, da qualche parte, un uomo violento paghi le conseguenze dei propri abusi? HELL YES.

È davvero un peccato che con Carmen abbiamo solo sfiorato questi temi senza approfondirli; in un certo senso, è un buon esempio di quello che non va con il discorso sui diritti delle donne in Italia. Saltiamo da un episodio all’altro senza collegarli, senza sforzarci di vedere e capire il quadro nella sua interezza: a quel punto è logico che al massimo riusciamo a cambiare solo il finale di un’opera. Nella vita reale, neppure quello.

Quello che ho imparato dalla discussione sullo ius soli

Non molto, a dire la verità.

Ho imparato che il PD ha calendarizzato il DDL alla fine di una legislatura durata il tempo regolamentare, salvo poi stringersi nelle spalle e scoprire che il tema era “delicato” ed era necessario “prendersi il tempo” di discuterne per bene per non forzare le cose.

Ho imparato con sorpresa che approvare un provvedimento di elementare civiltà a poche settimane dalle elezioni avrebbe fornito materiale alle destre e scoraggiato potenziali elettori moderati. Come mai chi si facesse eventualmente spaventare dall’approvazione della legge sullo Ius soli venga considerato un potenziale elettore di sinistra non l’ho ancora capito, né ho capito perché l’elettore moderato tendente a destra dovrebbe mai scegliere un partito che ne rincorre altri quando può votare direttamente uno degli originali; ma sarò sicuramente io che non ci arrivo.

Non ho imparato, perché dopo un paio di mesi dopo le ultime elezioni era già chiaro praticamente a chiunque, che il Movimento Cinque Stelle è peggio che inutile e che non si può mai fare affidamento sui voti dei suoi eletti (alle anime candide che questo non l’avevano ancora afferrato e che sono riuscite a cadere dal pero anche stavolta direi solo che spero gli sia piaciuta la vacanza su Marte in cui erano evidentemente impegnati durante il voto finale sulle unioni civili).

Ho avuto triste conferma del fatto che troppa della gente che sta in Parlamento ha la decenza, il senso di responsabilità, e la dignità di un’ameba; che per troppi dei militanti non c’è differenza tra aula e stadio quando si tratta di sostenere i propri colori; e che alcuni sedicenti leader non hanno ancora compreso che la parte richiede appunto di saper guidare, non seguire gli umori della folla e sparire nel momento del bisogno, distanziandosi strategicamente da ciò che sembra non piacere ai sondaggi.

In effetti, come dicevo, non ho imparato granché.

Qualcosa sta cambiando? Riflessioni un po’ stanche sulle molestie sessuali

Le ultime settimane sono state un susseguirsi di rivelazioni a proposito di molestie perpetrate da produttori, attori, politici, comici… sembra che una diga sia crollata e che ovunque ci giriamo salti fuori un nome illustre. Per quanto felice possa essere di vedere finalmente esposti uomini che hanno abusato del proprio potere in questo modo e per così tanto tempo, molte delle conversazioni che ho avuto o a cui ho assistito in merito mi hanno lasciata parecchio scoraggiata. È uno di quei momenti in cui mi pare che stiamo girando in tondo, che proprio quando avremmo finalmente un’occasione per cambiare le cose in meglio continuino a saltare fuori riflessi che dovremmo aver abbandonato da tempo. Una carrellata.

Perché proprio ora? Perché tutte/i insieme?

Questa reazione complottista mi farebbe anche ridere pensando alle scie chimiche, se non fosse che l’ho sentita pure da persone intelligenti e genuinamente convinte di essere anti-sessiste. Il fatto è questo: primo, in tutte le storie che stanno venendo fuori a proposito di Harvey Weinstein, Kevin Spacey, Louis C.K., parlamentari britannici assortiti… le vittime non stanno parlando ora per la prima volta. Varie persone vicine ai perpetratori hanno ammesso di essere a conoscenza di quello che succedeva, e di essersi sostanzialmente girate dall’altra parte. Secondo, se si parla di cultura dello stupro non è per caso: quando si normalizzano l’oggettificazione della donna e l’idea che un corpo femminile in uno spazio pubblico sia più o meno liberamente accessibile (“È solo un pizzicotto”, “Quante storie per un abbraccio”), è difficile per una donna vittima di molestie, specie se giovane, realizzare subito e pienamente quanto le è accaduto; non parliamo poi di trovare la forza per parlarne pubblicamente. Ed è per questo che – terzo – le denunce stanno arrivando a grappoli: perché quando qualcuna finalmente fa il primo passo, decine di altre donne realizzano finalmente di non essere sole. E pure in quel caso non è per niente facile.

Che cosa ci guadagnano?

Altro commento che mi ha fatto cascare le braccia. Mi devono spiegare che accidenti di vantaggio ci sia mai a denunciare uno stupro. Sento alcuni dire che “adesso otterrà inviti in televisione, rilascerà interviste, sarà al centro dell’attenzione” e mi viene da dire “Ma vi sentite parlare?”. Non credo sia chiaro a queste persone che tipo di attenzione stanno ricevendo le donne e gli uomini che hanno denunciato le violenze subite: la loro vita privata data in pasto al pubblico, una tonnellata di melma gratuita, minacce assortite. Pensate davvero che ci siano donne che si svegliano una mattina e decidono “Ma sì, dai, mi lancio nell’occhio del ciclone per un po’ di fama”? Che pensano seriamente di fare i soldi legando per sempre la prime dieci pagine dei risultati di Google con il loro nome a “violentata da Tizio”? Per favore.

Vite rovinate

Varianti del commento precedente includono “Non si può rovinare la vita di qualcuno con accuse non provate” e “Se davvero hai subito violenza la devi denunciare in tribunale, non in TV”. Allora. Chi ancora pensa che lo standard di presunzione di innocenza applicato nei tribunali debba funzionare in maniera identica anche fuori può andare a leggersi questo; chi crede che denunciare uno stupro sia un’ineluttabile responsabilità invece questo. Qui vorrei limitarmi a far notare che fino a oggi uomini famosi rovinati da false accuse di stupro non se ne vedono, e che anzi si verifica esattamente il contrario: Woody Allen, Bill Cosby, Casey Affleck vi dicono nulla? Uno dei commenti al caso Weinstein che mi hanno colpita di più è quello degli insider di Hollywood che si sono detti scioccati dal fatto che stavolta le accuse vengano prese sul serio e abbiano conseguenze concrete: come a dire che finora le cose andavano in maniera alquanto differente.

Anche per questo è futile lamentarsi del fatto che molte donne non denuncino: tralasciando per un attimo l’importantissimo fattore della paura di perdere il lavoro ed essere bollata a vita come una che crea problemi, parlare spesso non ha alcuna conseguenza per il colpevole. Nel caso delle molestie subite dalle dipendenti di parlamentari Tory di Westminster, pare che le denunce note al Whips Office siano state usate esclusivamente per tenere in riga quei deputati altrimenti riluttanti a seguire una certa linea di voto. Pensate che una donna indecisa se segnalare o meno una molestia si sentirà incoraggiata da un atteggiamento dal genere? Nemmeno io.

I tempi sono cambiati, c’è chi sbaglia senza capirlo

Nel caso di uomini di una certa età o di denunce per fatti risalenti magari a vent’anni fa, si è tentati di essere indulgenti: “Eh, ma una mano sul ginocchio della segretaria all’epoca la mettevano tutti, inutile mettere in croce qualcuno per una cosa che era ampiamente accettata”. Questo commento mi ricorda tanto il “Non si può giudicare la storia con gli standard odierni” che molti tirano fuori quando si parla di eredità del colonialismo, schiavitù, e statue di Cristoforo Colombo. Posizione apparentemente impeccabile, non si può ragionare in maniera retroattiva; il problema è che funziona solo perché prendiamo in considerazione esclusivamente gli standard del gruppo che domina la narrativa e che scrive la storia. Le donne molestate quindici o vent’anni fa sapevano benissimo che la mano sul sedere quando arrivavano a tiro era sbagliata; gli schiavi delle romantiche piantagioni di Rossella O’Hara sapevano benissimo che possedere esseri umani era sbagliato; gli indigeni cacciati dalle proprie terre e sterminati a migliaia sapevano benissimo che la violenza dei coloni europei era sbagliata. Solo che non avevano abbastanza voce per protestare. È questo a essere cambiato: le molestie sono sempre state inaccettabili, ma solo ora le donne hanno abbastanza visibilità da dire “Basta” con qualche probabilità di successo.

Sempre a proposito di storia, spesso si dice che gli ultimi colpi di coda di una dittatura siano i più sanguinosi, e può benissimo darsi che qualcosa stia cambiando davvero e che la resistenza al cambiamento avrà vita breve. Ma ora come ora non riesco a essere ottimista.

 

Il principio di precauzione e la libertà di espressione dei fascisti

Non entro nello specifico della discussione tecnica sul DDL Fiano, il suo rapporto con le leggi Scelba e Mancino, e l’attuale grado di effettiva applicazione delle suddette; né mi soffermo sulle polemiche da quattro soldi a proposito dell’atteggiamento scivoloso del M5S sulla questione (breve parentesi per chi ancora si facesse illusioni: il M5S è un’azienda travestita da movimento politico ma incapace di funzionare come tale per precisa volontà dei capoccia e reale incapacità della base. Punto. Piantatela di stupirvi di ogni manifestazione della loro inutilità come se fosse la più grande sorpresa politica dell’ultimo secolo).

Quello che mi interessa e mi preoccupa, invece, sono gli alti lai dei cultori della libertà-di-espressione™, quelli grossolanamente riassumibili in “Vietare la libera espressione ai fascisti è fascista”. Allora.

Come ho già avuto occasione di scrivere (parte 1 e 2), non sono una fan della censura facile, preventiva e indiscriminata. Le idee bacate è sempre meglio trascinarle alla luce del sole, dove la loro bruttezza appare evidente a tutti o quasi. Ma qui stiamo parlando di una ben precisa ide(ologi)a e di un ben preciso Paese, e pontificare di libertà di espressione in astratto senza calare il dibattito nello specifico contesto è un’omissione grave.

Tutti conosciamo o dovremmo conoscere la storia italiana e il ruolo che in essa ha giocato il fascismo; dovremmo altresì conoscere i punti cardine dell’ideologia fascista, e il modo in cui la loro applicazione ha privato una grandissima fetta di cittadini italiani dei loro diritti più basilari. Nella discussione in corso sulla libertà-di-espressione™ è sempre in primo piano il dovere dello Stato di mettere i propri cittadini in condizione di formarsi liberamente opinioni e dare loro voce senza temere arbitrarie ritorsioni. Ma si tace sorprendentemente su un altro dovere statale, quello di garantire la loro sicurezza e incolumità. E basta googlare “aggressione (neo)fascista” per rendersi conto che ancora oggi troppe persone vengono private della loro sicurezza (per non parlare dell’incolumità fisica) da nostalgici del Ventennio. Dov’è la tutela statale dei loro diritti?

Chi mastica d’Europa conoscerà il concetto di principio di precauzione, a cui si deve ispirare il legislatore chiamato a regolamentare materie su cui la comunità scientifica non ha ancora dati quantitativamente sufficienti a raggiungere una conclusione definitiva e condivisa; in tal caso, e finché non ci saranno dati più solidi a disposizione, si preferisce sempre l’approccio più conservativo onde tutelare la salute dei cittadini. Per dirla in maniera meno altisonante, nel dubbio si va con i piedi di piombo.

Nel caso del fascismo, sinceramente, mi chiedo di quale principio di precauzione potremmo mai avere ancora bisogno: sappiamo benissimo come sia andata a finire la prima volta e sappiamo anche meglio di allora quanto siano infondate quelle ipotesi di nazionalismo, superiorità razziale e ipermascolinità su cui poggia l’ideologia fascista. Nel frattempo abbiamo anche imparato che la violenza fisica non scaturisce dal nulla ma viene incoraggiata o meno dall’ambiente e dalla cultura prevalente; il linguaggio non solo gioca un ruolo importantissimo nella formazione di questa cultura ma, né più né meno, influenza anche la nostra percezione del mondo.

Per cui, se diciamo di voler difendere la libertà-di-espressione™ dei fascisti, dobbiamo anche accettare che di fatto stiamo dando loro la possibilità di continuare impunemente a intimidire e privare dei propri diritti altre persone. Stiamo dicendo a migranti, minoranze religiose, comunità LGBT e disabili: “Sorry, lo so che dicono che non sei un essere umano e un cittadino a pieno titolo, ma devi arrangiarti da solo. Io resto neutrale”. Solo che, per dirla con l’arcivescovo Desmond Tutu, uno che di privazioni di diritti ne sa qualcosa, “If you are neutral in situations of injustice, you have chosen the side of the oppressor”.

Autoritarismo sui vaccini? Pesiamo le parole

I litigi sull’argomento vaccini continuano, rinfocolati dall’annuncio del Consiglio dei ministri su una stretta dell’obbligo vaccinale per l’iscrizione a scuola. La cosa ha provocato una marea di commenti indignati da parte di persone che, pur non mettendo direttamente in discussione l’efficacia dei vaccini (ma anzi in certi casi ammettendo apertamente di non voler discutere l’aspetto scientifico della faccenda), si sono lamentati di quella che vedono come un’intollerabile restrizione della libertà di scelta, parlando addirittura di svolta autoritaria.

Ho letto molte reazioni indignate a questa posizione, riassumibili nel classico “La libertà finisce dove inizia quella degli altri”; è una formula che non amo particolarmente perché rimanda a un’idea tra contrapposizioni di diritti che assomiglia a un gioco a somma zero, ma capisco chi la usa.

Quello che secondo me sfugge ai libertari della scelta a tutti i costi, però, è un altro punto: non viviamo un un vuoto pneumatico ma in una società complessa e interdipendente dove abbiamo diritti e responsabilità. E non tutte le scelte sono uguali. Il caso dei vaccini è (a questo punto mi viene da dire purtroppo) un esempio perfetto di come la scienza possa sabotare se stessa, riuscendo a sconfiggere un problema in maniera tanto efficace che ci dimentichiamo della sua gravità, e finiamo per ritenere opzionale quella stessa scienza che ci permette di cullarci nella sicurezza che ci ha fatto acquisire. La scelta di non vaccinare sembra avere sulla carta lo stesso peso di quella di vaccinare: ma così non è.

Non vaccinare i propri figli non mette a rischio solo loro ma anche tutte quelle persone che hanno bisogno di sfruttare l’immunità di gregge. Ed è qui che casca l’asino dell’autoritarismo: quel famoso contratto sociale si basa sul principio per cui la sovranità popolare va impiegata per perseguire l’interesse generale. E nel caso dei vaccini, l’interesse generale è che tutti quelli che possono continuino a usarli: sì, tutti. La terra non è piatta. Se apro la mano, la matita finisce per terra. Chiunque possa farlo deve vaccinarsi.

Chi si lamenta di imposizioni o paternalismo statale ignora o finge di ignorare che lo Stato in quanto espressione e organizzazione della sovranità popolare agisce con l’obiettivo dell’interesse generale di cui si diceva prima. All’individuo che si vaccina viene richiesto un impegno minimo che porta benefici immensi alla comunità. Chi si ostina a negarlo si nasconde dietro la pretesa di voler difendere la libertà di scelta come se tutte le scelte possibili in questo caso fossero equivalenti. L’unico -ismo, qui, è il loro e inizia con “ego”.

Dando i numeri sulle unioni civili

Ieri Repubblica ha pubblicato un articolo che credo fosse intitolato La frenata delle unioni civili, poi a quanto pare modificato in Unioni civili: finora 2.800 sì (al momento in cui scrivo l’URL del pezzo riporta ancora il titolo originale), in cui fornisce un’anteprima dei dati finora disponibili e che saranno ufficializzati a giorni sulle unioni civili. Il pezzo, che già nel primo paragrafo parla senza mezzi termini di flop, è riassumibile in: la comunità LGBT ha fatto il diavolo a quattro per avere le unioni civili e adesso che le hanno non le usano, soprattutto al Sud (sulla nota geografica torniamo fra poco). Dopo mezza giornata si era già sollevato abbastanza polverone da costringere la redazione a pubblicare un trafiletto di non-scuse il cui contenuto è grosso modo: ci dispiace per quelli che hanno interpretato male, noi abbiamo da sempre sostenuto questa legge importante e volevamo solo mostrare attraverso le cifre la sua evoluzione dall’entrata in vigore.

Personalmente avevo già voglia di lanciare il telefono dopo aver letto l’articolo originale, ma questa pseudo-spiegazione mi ha fatto imbestialire ancora di più, e non tanto per la solite finte scuse passivo-aggressive (per quanto, visto che ci siamo, apriamo una parentesi: ci si scusa di una cosa che abbiamo fatto, non dei sentimenti che questa ha suscitato. Quindi no a “Mi dispiace se ti fa male il ginocchio”, sì a “Scusa se ti ho dato un calcio”; no a “Ci dispiace per quelli che hanno frainteso”, sì a “Scusate se abbiamo pubblicato un pezzo scritto con i piedi che ha offeso la stragrande maggioranza di quelli che lo hanno letto”. Visto? Non è difficile. Chiusa la parentesi).

Dicevo, se ho trovato il trafiletto ancora peggio del pezzo originale non è tanto per la trita combinazione non-scuse più formula magica Ho-tanti-amici-gay (qui in versione Abbiamo-sempre-sostenuto-la-battaglia-delle-unioni-civili), quanto per la giustificazione frettolosamente messa in piedi: perché se davvero l’intento fosse stato quello di “raccontare” l’applicazione di una legge dopo la sua entrata in vigore, beh, le cose avrebbero dovuto essere fatte in maniera decisamente diversa.

Se ci avete fatto caso, quando l’Istat (o chi per esso) rende noti dati statistici su famiglie, matrimoni e natalità, questi sono sempre accompagnati da un’analisi sociologica e spesso anche da un’intervista a un/a responsabile dello studio, con lo scopo di interpretare e spiegare i dati stessi. Nell’articolo di Repubblica quest’analisi è quasi completamente assente, con l’eccezione di un paragrafo verso la fine in cui si tocca en passant il discorso dell’omofobia, e solo in riferimento ai dati del Meridione, che però potrebbero essere anche spiegati dal fatto che forse al Sud “non ci sono proprio persone dello stesso sesso che vogliono unirsi ufficialmente” (sic).

Un articolo che avesse voluto analizzare seriamente la questione avrebbe dovuto come minimo menzionare questi fattori: uno, in Italia il problema dell’omofobia non è liquidabile dietro a un “magari” ma pesa sicuramente tantissimo; due, i decreti attuativi della legge in questione sono arrivati con abbastanza ritardo da far sospettare la melina del ministro allora competente, e a tutt’oggi non sono pienamente applicati (ricordate le storie di coppie relegate a celebrare l’unione civile in un ripostiglio?), per cui è quantomeno prematuro dare giudizi così tranchant sulla sua applicazione; tre, sposarsi o comunque mettere su casa e famiglia costa, e una marea di coppie non lo possono fare perché non riuscirebbero a far quadrare i conti. E visto che questo fattore è sempre, sempre, sempre menzionato in tutti gli apocalittici articoli sulla “crisi del matrimonio” e i tassi di natalità in picchiata, la sua omissione qui è quantomeno sospetta.

La legge sulle unioni civili mira a estendere il potenziale accesso a un diritto, non a imporre modifiche al comportamento delle persone: tanto per fare un raffronto con un altro provvedimento che ha più o meno la stessa età, raccogliere dati sulle vittime di incidenti stradali mortali ha senso se si vuole valutare l’efficacia dissuasoria del reato di omicidio stradale, che è stato introdotto con lo scopo ben preciso di spingere le persone a comportarsi in un certo modo quando sono alla guida. Ma introdurre la possibilità per le coppie dello stesso sesso di contrarre unione civile non implica in alcun modo che queste debbano farlo per fornire alla legge una ragione di esistere. Come su divorzio, aborto o eutanasia, in questo caso la norma serve a far sì che chi vuole/ne ha bisogno possa usufruire di un determinato diritto, e quindi la cosa importante è che questa opzione sia presente nell’ordinamento giuridico e accessibile all’atto pratico, indipendentemente da quante persone poi vi fanno ricorso.

Fornire le cifre relative alle unioni civili avrebbe avuto un senso se lo si fosse fatto con una premessa di questo genere: a giorni saranno resi noti i primi dati ufficiali sull’applicazione della legge Cirinnà, ve li riportiamo pur sottolineando che la legge in questione non è ancora a pieno regime e che questi numeri hanno in ogni caso un valore limitato. La cosa fondamentale è che la norma esista e questi dati ci possono aiutare a capire se e come la sua applicazione debba essere migliorata.

Ecco, se il pezzo di Repubblica si fosse aperto in questo modo, non ci sarebbe stato nulla da ridire; ma parlare gratuitamente di flop senza neppure tentare di capire in buona fede le ragioni dietro quei numeri arbitrariamente definiti bassi smentisce qualunque pretesa di voler “tastare il polso” alla legge e capirne “il senso e la portata”. L’unica cosa che abbiamo capito, e non per la prima volta, è che sul funzionamento di base dei diritti civili dobbiamo ancora imparare i fondamentali.