Aborto e filosofia – Precisazioni

Riassunto delle ultime puntate: ho scritto un post sull’ennesimo attacco ai diritti delle donne, un blogger insoddisfatto dal suddetto ha scritto una replica a cui mi ha invitata a rispondere, cosa che ho fatto qui. Oggi ha postato un’ulteriore risposta, che onestamente mi ha lasciata perplessa perché non capisco se sia stata scritta in malafede o semplicemente senza avere compreso il senso dei miei post precedenti. Faccio qui un paio di precisazioni, e con questo chiudo il trittico di post sull’argomento.

Nel primo scambio avuto con questo blogger ho ragionato partendo dal presupposto che condividessimo l’idea di base, e cioè: l’aborto è una procedura medica a cui ogni donna deve poter accedere senza problemi in seguito a una libera scelta che non deve giustificare a nessuno. Invece mi rendo conto che il mio interlocutore approccia il discorso in maniera diversa, il che è interessante: perché se da una rapida scorsa al suo blog mi pare di capire che sia ateo e antireligioso, il suo discorso sull’aborto resta inquadrato nel frame imposto dalla dottrina cattolica – il che la dice lunga su quanto il nostro pensiero debba ancora liberarsi da certi condizionamenti.

In particolare, scrive: “[S]iccome il feto viene considerato una persona, dopo 90 giorni il suo diritto alla vita ha la precedenza sul diritto della madre all’autodeterminazione. […] In conclusione, che cos’è una persona? Ovvero: da quale momento in poi e perché un essere umano deve godere del diritto prioritario alla vita, tanto da prevalere sul diritto alla libertà di altri esseri umani?”. Ecco, queste frasi derivano dal dogma cattolico per cui la vita inizia al concepimento e in base al quale la discussione sull’aborto che ha portato alla stesura della 194 è stata e ahimè viene tuttora impostata in termini di presunto diritto alla vita vs diritto all’autodeterminazione. L’autore risolve questo supposto conflitto assumendo che, in Italia, il secondo venga meno dopo 90 giorni perché questo dice la legge.

Il fatto è che questa posizione l’avevo già ampiamente rigettata nei miei post precedenti (nonché in ogni occasione in cui ho scritto di aborto): il (presunto) diritto alla vita del feto non rileva, perché nessuno di noi ha diritto a usare il corpo di un’altra persona senza consenso – il che fra l’altro è il motivo per cui la donazione di tessuti e organi si fa solo dietro consenso, e lo stupro è reato (per approfondire consiglio la lettura di Judith Jarvis Thomson, in particolare il famoso esempio del violinista). Continuare a parlare di “diritto prioritario alla vita” che prevarrebbe addirittura su quello “alla libertà di altri esseri umani” è possibile, come dicevo all’inizio, solo se in malafede o per scarsa comprensione del testo.

Approcciare la questione dell’accesso sicuro all’aborto come un dibattito filosofico su opposti diritti significa di fatto accettare una premessa di derivazione cattolica. Il femminismo inquadra invece giustamente la questione come una di diritto fondamentale all’autodeterminazione e alla salute riproduttiva. È per questo che non ho intenzione di proseguire oltre lo scambio con la persona in questione (come del resto rifiuto un “dibattito” che non può essere tale con gli anti-choicers): perché spostare il focus del discorso dai diritti fondamentali delle donne per farsi paladini di una categoria di terzi* significa negare l’importanza di quei diritti e non riconoscere che non possono essere oggetto di dibattiti in astratto. E non sono tenuta ad avere pazienza con chi pensa che la mia piena umanità sia solo un’interessante disputa filosofica.

 

*Come fa notare la filosofa Kate Manne nel recente Down girl: the logic of misogyny, è molto conveniente per i difensori dei “diritti” del feto farsi portatori degli interessi di una categoria di esseri non senzienti che non possono smentire alcuno dei loro argomenti. Consiglio caldamente la lettura del libro, che non tratta solo di aborto ma di diritti delle donne in maniera più ampia.
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Ancora di aborto – e filosofia

Oggi pomeriggio l’autore di questo post, scritto in risposta alla mia riflessione sulla retorica anti-choice, mi ha invitata via Twitter a commentarlo. Va detto che la mia reazione iniziale a chi mi chiede di “parlare di” è quasi sempre di fastidio: nei miei spazi parlo di quello che voglio io. Ma credo che la domanda posta sia interessante, non tanto in sé quanto come esempio di presunto gotcha argomentativo (vale a dire un “Te l’ho fatta!” che si vorrebbe risolutivo ma che non è affatto tale).

Riporto in toto la parte saliente (ho eliminato solo la divisione in paragrafi):

Tutto molto convincente, eh. Sul piano filosofico non fa una piega. Ma davvero il feto non c’entra nulla? Nulla di nulla? Che cosa manca? Manca un riferimento – uno solo, uno qualsiasi – allo sviluppo del feto. Proprio non se ne fa parola: quello è solo “il feto”. Poco importa se ha sei giorni, sei settimane o sei mesi: poiché il feto è attaccato al corpo della donna, il diritto della donna prevale. Se è così, allora io pongo una domanda: “Siccome il diritto della donna prevale sempre e comunque, a prescindere dallo sviluppo del feto, l’aborto dev’essere consentito in qualsiasi momento, al limite anche il giorno prima del parto?”. Se la risposta è no, bisogna assumersi la responsabilità di stabilire quando, con precisione, il diritto della donna smette di prevalere e l’aborto non è più ammissibile perché il feto assume la condizione di persona. Bisognerà proporre degli argomenti. Quali? Se la risposta è sì… be’, va bene. Ci sta. Però bisogna essere consequenziali e arrivare alla conclusione inevitabile: accettare l’aborto fino all’ultimo istante e battersi per cancellare ogni limite temporale previsto dalla legge 194, per ogni donna senza eccezioni. Vogliamo parlarne?

Parliamone, di questa domanda. E soprattutto parliamo del modo in cui è costruita, perché contiene un paio di salti logici e distorsioni non indifferenti. “Siccome il diritto della donna prevale […], l’aborto dev’essere consentito in qualsiasi momento […]?” Secondo il suo autore ci sono solo due risposte possibili: no, e allora bisogna stabilire quando “il diritto della donna smette di prevalere [grassetto aggiunto]; oppure sì, e allora la conclusione è “inevitabile: accettare l’aborto fino all’ultimo istante e battersi per cancellare ogni limite temporale”. Vediamo una per una le fallacie di questo ragionamento.

1. L’idea che a un certo punto il diritto della donna (all’autodeterminazione sul proprio corpo) “smetta di prevalere”. Di prevalere su cosa? Questa formulazione sembra riaprire la strada a un presunto diritto alla vita del feto, ma il ragionamento pro-choice si incentra sul fatto che, anche ammettendo che quel diritto esista, da esso non discende alcun diritto a usare un altro corpo per sopravvivere. Il fatto è questo: il diritto all’autodeterminazione non viene mai meno. Esiste un limite temporale per l’accesso all’aborto semplicemente perché si assume che una donna posta di fronte alla decisione se portare a termine o meno una gravidanza sia in grado di prendere tale decisione in un certo lasso di tempo, passato il quale si considera che abbia accettato di ospitare l’occupante del suo utero fino alla nascita (mi verrebbe quasi da chiamarlo “diritto di recesso”). Ma questo non significa affatto che il suo diritto all’autodeterminazione venga meno, e soprattutto non significa assolutamente che da un certo punto in poi “l’aborto non [sia] più ammissibile perché il feto assume la condizione di persona [grassetto aggiunto]”.

2. Questo è il secondo salto logico: il feto non assume mai la condizione di persona; quel passaggio si verifica solo con la nascita. L’aborto non è più ammissibile dopo un certo periodo non specialmente perché lo status del feto cambi, ma perché il “diritto di recesso”, come detto sopra, va esercitato entro un certo periodo. Il fatto che il diritto all’autodeterminazione non venga meno è dimostrato dal fatto che il “diritto di recesso” possa di nuovo essere esercitato in casi particolari (di solito eccezioni mediche) anche dopo il termine legale.

3. Il terzo errore è anche di terminologia e non è nemmeno tutta colpa dell’autore: l’italiano è una lingua un po’ scarsa in questo ambito, limitandosi a parlare di aborto “terapeutico”. In inglese quelle dopo il termine legale non si chiamano più abortions ma late-term terminations, e l’uso di un vocabolo diverso non è una sottigliezza ma serve anche a marcare il diverso carattere dei due tipi di intervento. Nel secondo caso abbiamo una modifica della situazione originale in base a cui la donna aveva preso la decisione di portare a termine la gravidanza, una modifica talmente significativa (scoperta di gravi malformazioni fetali, insorgenza di patologie che mettono a rischio la vita della gestante…) da rimettere sul tavolo la decisione. E che sia ben chiaro, i motivi per cui si pratica un’IVG dopo i termini legali sono sempre seri: nessuna donna incinta di sette od otto mesi arriva un bel giorno in un reparto di ostetricia dicendo che ha cambiato idea e si è svegliata con il desiderio di abortire. Se applicata come dovrebbe (un grosso “se”, lo so), la 194 dà a una donna tutto il tempo necessario per prendere una decisione ragionata. Se dovesse avere bisogno di interrompere la gravidanza più tardi, sarebbe a causa di problemi gravi e non per sport. Parlare di “battersi” per l’aborto “anche il giorno prima del parto” è una formulazione incredibilmente irrispettosa dell’intelligenza delle donne: si vuole davvero sostenere che l’aborto debba essere accessibile per l’intera durata della gravidanza perché si pensa sul serio che a una donna ne possa venire voglia a caso “anche il giorno prima del parto”? Bitch, please.

Le donne sono esseri umani senzienti e perfettamente in grado di decidere se avere un aborto o meno in tre mesi. L’intervento medico dopo i novanta giorni non è una passeggiata e non ha senso sminuire la questione presentandola come un semplice problema filosofico. Non credo sia necessario parlarne oltre.

Diritto all’aborto – Non lasciamoci distrarre dalla retorica anti-choice

Questa settimana a Roma è comparso un poster gigante con la foto di un embrione corredata da didascalie quali “Questo eri tu a undici settimane, i tuoi organi erano già formati… e sei qui [musica drammatica] perché tua mamma non ti ha abortito [bam bam bam]”. Il poster, commissionato dall’associazione anti-choice ProVita, ha scatenato parecchie polemiche; e devo confessare di essere rimasta insoddisfatta dal modo in cui i pro-choicers hanno risposto finora. Credo che dobbiamo e possiamo fare meglio, perché ci lasciamo abbindolare ancora da trappole retoriche che dovremmo invece avere imparato a evitare da tempo.

Il senso di colpa: inevitabilmente, una delle proteste più immediate è stata “Quel poster alimenta il senso di colpa di chi si è trovata costretta ad abortire, non ci pensate a quelle donne?”. Certo che ci pensano, fratello. Lo scopo ultimo di quel poster è esattamente quello di far sentire in colpa le donne che abbiano esercitato la propria autonomia riproduttiva, e ricattare moralmente in anticipo quelle che un giorno si potrebbero trovare nella stessa situazione (cioè grossomodo tutte noi). Far notare la pelosità della cosa significa sostanzialmente congratulare ProVita sulla riuscita della sua campagna del terrore. Ma, e qui andiamo su terreno delicato, non dobbiamo per forza inquadrare la cosa in quest’ottica. Quando si cerca di smontare un argomento è importante non permettere alla controparte di decidere quale sia il frame di riferimento: in questo caso, parlando di senso di colpa accettiamo automaticamente la premessa di ProVita che l’aborto sia un atto orribile per sua stessa natura, e che qualsiasi donna ne abbia uno lo faccia perché senza alternative e ci perda il sonno ogni notte per il resto della sua vita. Ma se facessimo un passo indietro vedremmo che questa idea è in gran parte una conseguenza del modo stesso in cui impostiamo il dibattito. Nessuno vuole ovviamente negare il fatto che la decisione di rimuovere un embrione dal proprio corpo richieda più deliberazioni di quella di mettersi a dieta; ma esercitare il diritto all’autodeterminazione di per sé non dovrebbe essere tanto controverso. Quello che rende la decisione di ricorrere a un’IVG più difficile è proprio il contesto in cui chi la prende viene ostacolata, stigmatizzata e colpevolizzata a ogni passo, e questo nonostante tutte le ricerche puntino decisamente nella direzione opposta – se trattato come la normale procedura medica che è, di per sé l’aborto non lascerebbe alcun trauma indelebile.

No: “E le poverette che hanno dovuto abortire e ci pensano già tutti i giorni? Come si sentiranno in colpa a vedere quel poster!”.

Sì: “Complimenti per la campagna splatter, ma qualsiasi donna ha diritto di prendere la decisione se abortire o meno senza interferenze, e ha diritto ad appoggio e rispetto dopo averla presa, specie se è stata difficile”.

I casi particolari: questo è, lo confesso, un argomento che mi irrita particolarmente. In ogni discussione sull’aborto c’è sempre un pro-choice che tira fuori con le migliori intenzioni del mondo la donna rimasta incinta dopo uno stupro o quella che vive quasi in mezzo a una strada e non saprebbe come sfamare un figlio. Lo dico senza tanti giri di parole: è un pessimo argomento. Uno dei principi della retorica è quello per cui, quando si intenda smontare una posizione della controparte, lo si debba fare attaccandone la versione “completa” e più robusta, in modo da toglierla di mezzo definitivamente. Se iniziamo dai casi particolari e dalle eccezioni, invece (la ragazzina troppo giovane per avere figli, la vittima di stupro), lasciamo sostanzialmente inalterato l’argomento centrale, quando addirittura non finiamo per rinforzarlo; perché dire “Ma in caso di stupro dovrebbe essere permesso” si legge facilmente come “In generale no”. Ribadiamolo ancora perché mi pare che ce ne sia bisogno: essere pro-choice significa supportare il diritto di ogni donna (che ci stia simpatica o no) all’accesso all’aborto sicuro, indipendentemente dal fatto di essere d’accordo con lei sui motivi per cui lo sceglie.

No: “Non puoi opporti all’aborto anche in caso di X!”.

Sì: “Non puoi opporti alla libertà di scelta, e le ragioni per cui una donna decide di abortire non sono fatti tuoi. Mai”.

I falsi scientifici: su questo punto sono combattuta. È sicuramente vero che molte delle campagne anti-choice sono incentrate sull’uso di immagini da film horror di serie Z, con bambolotti sanguinolenti spacciati per embrioni di otto settimane, e che il clamoroso falso scientifico non possa essere lasciato passare. Ma sono abbastanza scettica sull’opportunità di perderci troppo tempo, perché lo scopo di quelle immagini non è divulgare o fare (dis)informazione, bensì provocare una reazione emotiva. Penso che un compromesso accettabile possa essere quello di far notare il falso e riportare poi l’attenzione sul fulcro del ragionamento: il punto non è la velocità a cui crescono le unghie di un embrione, ma il fatto che, finché è in utero e quindi tecnicamente parassita di un altro corpo, è la persona che possiede quest’ultimo a decidere se vuole metterlo a disposizione o meno.

No: “Quello non è un embrione a undici settimane, quello è un feto di otto mesi!”.

Sì: “Wow, congratulazioni, il tuo Photoshop vincerà sicuramente un premio al prossimo concorso Falsi scientifici alla Dario Argento. Peccato che non modifichi minimamente la situazione: l’embrione/feto, come del resto ciascuno di noi già nati, non ha alcun diritto a utilizzare il corpo di un’altra persona senza consenso”.

In Italia siamo ancora al Medioevo: per quanto riguarda i diritti delle donne questo è vero, verissimo. Ma se fate attenzione vedrete che i diritti riproduttivi sono sotto attacco ovunque: negli Stati Uniti, dove un’ondata di leggi restrittive sta rendendo praticamente impossibile non solo l’accesso all’aborto sicuro, ma anche agli anticoncezionali; in Polonia, dove le conquiste degli ultimi anni sono state cancellate su richiesta dei vescovi locali; in Germania, dove ancora non è stata abrogata la legge degli anni Trenta che rende perseguibile il semplice fornire informazioni sull’IVG; in Irlanda, dove il 25 maggio si voterà sulla possibile abrogazione dell’ottavo emendamento della Costituzione, prima tappa verso l’ahimè niente affatto scontato riconoscimento della piena umanità di metà della popolazione; e sto citando solo i casi più recenti o più noti. Penso che anche per questo sia importante inquadrare il fenomeno degli anti-choicers per quello che è: una sacca di fanatica resistenza all’emancipazione della donna, i cui argomenti restano sostanzialmente gli stessi da Paese a Paese; un gruppo di persone che nascondono l’odio per le donne dietro un presunto interesse alla difesa “della vita” (intesa solo come concepimento). È importantissimo che non gli lasciamo imporre la loro distorta visione delle cose. Il diritto all’aborto sicuro va difeso e riaffermato perché, molto semplicemente, le donne sono esseri umani, e disporre liberamente del nostro corpo è uno dei nostri diritti fondamentali.

La parola con la R

La settimana scorsa uno dei Buongiorno di Mattia Feltri ha provocato un polverone per via di un’infelicissima frase sul fatto che ormai di fascismo in Italia non rischia di morire più nessuno, “se non qualche immigrato”. Sommerso di critiche, il feltrino (copyright una persona intelligente che seguo su Twitter) ha postato una piccatissima risposta che ho visto solo con un paio di giorni di ritardo. So bene che in piena tragedia post-elettorale “le priorità sono altre”, ma credo valga la pena di prendersi cinque minuti per rileggerla, questa risposta; anche perché, visti appunto i risultati elettorali, ho idea che parecchi ne condividano l’impostazione.

feltri_fascismoSi parte subito con un chilometro di mani avanti: nella testa di Feltri Jr la frase era “lampante”: soltanto gli immigrati rischiano, come a Macerata. Io non sono una giornalista di grido ma due domande me le sono fatte: uno, se si voleva essere certi che la frase non venisse fraintesa, non bastava articolarla meglio nel passaggio dalla testa alla carta e citare esplicitamente il caso di Macerata? Se ti ha “capito male” la maggioranza dei lettori, come minimo non stai facendo bene il tuo lavoro. Due, se anche il fraintendimento fosse negli occhi di chi legge, non è che questa pezza sia tanto meglio del buco, e non solo perché non è vero che le aggressioni fasciste degli ultimi anni abbiano preso di mira solo migranti; ma perché anche formulata in quel modo si presta alla stessa identica interpretazione della frase originale. Chi avesse davvero voluto attirare l’attenzione sul fatto che la categoria migranti sia sulla carta più a rischio di altre avrebbe potuto semplicemente scrivere che il pericolo è soprattutto per quel gruppo che è comunque già vulnerabile per altri motivi.

La prossima parte è quella da leggere attentamente, perché è qui che si compie il numero di giocoleria verbale: un’orda di commentatori anonimi aggredisce virtualmente il feltrino per quella frase, dandogli del razzista “senza conoscerlo”. Avete visto il trucco? No? Riguardiamolo al rallentatore: le reazioni di chi si è indignato erano rivolte alla frase incriminata; ma il feltrino con abile mossa ne fa un attacco personale, spostando la conversazione da quello che ha fatto a quello che è. E quando la domanda si trasforma da “Lo specifico atto è razzista?” a “Tizio è razzista?” la discussione è fondamentalmente morta, perché è impossibile andare a vedere che cosa effettivamente ci sia nella testa di una persona; ma, e questo è il punto, non penso ci si debba ostinare su questo. Se una persona sposa idee razziste, non è un mio problema fino a quando rimangono confinate nel suo cranio: il problema nasce quando quelle idee ne guidano, per dirla con la formula del catechismo, pensieri, parole, opere e omissioni. Per dirla chiaramente, a me quello che pensa Feltri Jr dell’influenza dei geni sul ritmo nel sangue e la velocità nella corsa non importa una ceppa; quello che mi importa, e molto, è che abbia usato la sua seguitissima piattaforma per esprimere un pensiero facilmente leggibile come “gli italiani veri sono al sicuro quindi del fascismo non dobbiamo preoccuparci poi tanto”: quello sì che è razzista, accidenti.

Una nota di Schadenfreude a margine: anche il feltrino sembra essere preda dello stesso malessere da social che affligge altri suoi illustri colleghi, i quali ancora non si capacitano del fatto che praticamente chiunque con una connessione internet possa raggiungerli e permettersi di interloquire con loro. Ora, premesso che: la rimozione delle barriere fisiche rende la comunicazione virtuale sicuramente più “selvatica” di quella faccia a faccia; e che il problema dell’harassment online è reale e serissimo (ne ho scritto qui); a me questi alti lai dei pilastri (…) del giornalismo italico fanno sempre molto ridere, a partire dagli strali contro l’anonimato che tradiscono una notevole ignoranza sui meccanismi delle interazioni online. Senza voler usare l’esempio estremo di persone che vivono sotto regimi repressivi e per le quali l’anonimato è condizione assolutamente necessaria per potersi esprimere liberamente senza rischi per la propria incolumità, è indubbio che solo una piccolissima parte di noi potrebbe esprimersi così apertamente su diversi temi se non potesse restare anonima. E sarebbe un peccato, perché moltissimi producono contenuti interessanti che arricchiscono chi ha la fortuna di poterli leggere, ascoltare, guardare. Quello che sfugge ai Feltri e Mentana della situazione è che “metterci la faccia” per il resto del mondo funziona in maniera opposta rispetto alla loro: quando lo fa un giornalista noto non solo la cosa conferisce automaticamente un certo peso a quello che dice, ma è proprio quella faccia a metterlo al riparo dalle conseguenze che potrebbe subire Maria Rossi, impiegata, se dicesse le stesse cose. La maggior parte di noi non è pagata per esprimere le proprie opinioni e quando lo facciamo ci esponiamo per così dire senza rete, in senso letterale: non abbiamo le spalle coperte da social media manager, uffici legali, editori, produttori, e amici dal nome di peso disponibili a spenderlo per sostenerci se diciamo qualcosa di scomodo che però va detto. E prima di lamentarsi dell’insostenibile “odio della rete”, i giornalisti italiani dovrebbero provare a gestire per una settimana il profilo Twitter di una femminista nera, o di un attivista per i diritti dei transgender; poi magari ne riparliamo.

Ho scritto questo post a cavallo dei due giorni successivi alle elezioni e credo che a proposito di razzismo ci sarà, purtroppo, ancora parecchio da dire e scrivere nei prossimi mesi. Mi limito a constatare che, a meno di 48 ore dal voto, ho già visto moltissimi elettori di destra colpiti da “sindrome di Feltri” e cioè indignatissimi all’idea di poter essere chiamati razzisti “solo per come hanno votato”. Credo che dovremmo stare molto attenti a non permettergli di spostare la discussione sui loro cuoricini infranti, ma continuare a concentrarci sul fatto che hanno votato per partiti i cui programmi sono chiaramente discriminatori – o perché li condividevano, o perché altre parti di quei programmi erano così allettanti da infischiarsene altamente del resto del mondo; e che per questo sono e saranno corresponsabili delle ingiustizie che quei partiti compiranno ora che ne hanno l’occasione. Se sono i primi ad agire senza minimamente preoccuparsi del prossimo, non possono pretendere che il resto di noi assecondi i loro bronci da bambino egoista.

Di babygang e baby-alzare le mani

Negli ultimi giorni uno degli argomenti più trattati dai media italiani è quello delle “babygang” (ci sarebbe da discutere sul nome, ma lo farà qualcuno che ne ha voglia). Un commento ricorrente che ho letto in giro suona più o meno come “Dove sono le famiglie, un paio di schiaffi bene assestati farebbero miracoli”. Ho scoperto con sorpresa che quest’idea sembra essere ancora molto ma molto diffusa, incluso tra persone di cui avrei parlato in termini del classico pezzo di pane che non farebbe male a una mosca neppure con un fiore (o una cosa del genere).

Lasciando da parte il complesso discorso sulla delinquenza giovanile e fattori della suddetta, mi chiedo perché, come società, sembriamo essere ancora così incredibilmente tolleranti delle punizioni corporali (in famiglia – almeno alla loro inaccettabilità scolastica per fortuna ci siamo arrivati).

Il rimedio migliore?

Il problema che di solito rimane taciuto con l’approccio della disciplina corporale è che, molto banalmente, non funziona; è anzi controproducente. La revisione di cinque decenni di studi in merito, oltre a ricerche recenti, ha dimostrato che le persone sottoposte a punizioni corporali da piccole sono più propense ad avere una serie di problemi comportamentali da grandi. La mole di dati messa insieme negli anni è abbastanza imponente da far pensare che chiunque, leggendo le conclusioni dei ricercatori, abbandonerebbe seduta stante e per sempre l’idea che uno sculaccione bene assestato debba fare parte del suo bagaglio di genitore. Ma è evidente che dopo praticamente cinquant’anni siamo ancora al punto di partenza. Perché?

“Io sono venuto su benissimo”

Ho già parlato del fatto che tutti noi sviluppiamo naive beliefs, convinzioni basate sull’esperienza personale e che ci portano a ignorare teorie a esse contrarie, pure se supportate dai fatti, quando il “costo sociale” di abbandonare tali convinzioni è alto. Credo che questo fattore giochi anche nel caso delle punzioni corporali, tanto è vero che quasi sempre chi ne sostiene il valore educativo lo fa con un “Io da piccolo qualche schiaffone me lo sono preso, e mi ha fatto solo bene”. Ecco, no: la conseguenza pressoché inevitabile di essere disciplinati in questo modo da piccoli è che ci convince che usare la forza su un bambino sia accettabile – tanto è vero che l’altra conclusione generalmente riscontrabile negli studi citati sopra è che a disciplinare i propri figli con punizioni corporali sono le persone che le hanno subite da piccole. Difficilmente un adulto che non sia stato “introdotto” all’uso della forza da bambino la adotterà come metodo educativo una volta diventato genitore.

“Facile parlare senza avere figli”

Quando mi capita di discutere dell’argomento con un fautore delle punizioni corporali, più o meno a questo punto il mio interlocutore sbotta in un “Eh ma vorrei vedere te alle prese con tre bambini che corrono ovunque senza starti a sentire!”. E, va detto, hanno ragionissima. Fare il genitore è impegnativo e incredibilmente stressante, e a volte sembra che rifilare uno scapaccione ai mostrilli urlanti sia l’unica cosa che li faccia “stare a sentire”. Solo che, come abbiamo visto, non è vero, e non sarebbe giusto farlo neppure se lo fosse. Colpire un bambino ha due conseguenze: primo, gli insegna che anche le persone a cui sei profondamente attaccato e che ti amano possono farti del male; secondo, crea un’associazione tra obbedienza e uso della forza. In altre parole, insegna a obbedire soprattutto o solo per evitare una punizione, bypassando quel processo di “interiorizzazione” delle regole che è fondamentale per la convivenza in una società complessa.

“Oddio, no, ancora i vaccini”

Invece sì, mi spiace, ancora i vaccini. Perché questo discorso dell’obbedienza dettata solo dal timore della punizione è molto simile a quello che si è fatto all’epoca della discussione sulla legge Lorenzin: la stretta sull’obbligo delle vaccinazioni per l’iscrizione scolastica si è resa necessaria per supplire alla mancanza di quella che in termini generali si può definire coscienza civica. Coscienza civica che in Italia sembra farci abbastanza difetto, costringendoci a cercare di rimediare con la coercizione.

Ora, è ovvio che non sono solo gli scappellotti a minare il senso civico di un’intera popolazione; ma mi sembra che ci sia un parallelo tra la famiglia dove “due schiaffi” o la ciabatta volante vengono rivendicati quasi con orgoglio, e la società in cui le parole d’ordine più frequenti a proposito delle babygang sono “Linea dura” e “Più agenti in strada”, con le riflessioni sulla prevenzione e l’educazione relegate in un angolo.

Alzare le mani su un adulto è aggressione; prendere a calci un cane è crudeltà sugli animali; perché colpire un bambino dovrebbe godere ancora di una qualche esenzione?

Finali rovesciati e dibattiti mancati: il femminismo di Carmen

Eppure a me sarebbe piaciuto discutere del finale cambiato di Carmen. Se il sindaco Nardella non ne avesse twittato, molto probabilmente ne avrebbero parlato solo i melomani divisi dall’eterno dibattito purismo-contro-innovazione. L’uscita di Nardella, sicuramente astuta quanto a tempistica e tema, ha in un certo senso precluso in partenza uno scambio serio, visto che avversari e sostenitori se ne sono inevitabilmente impadroniti per attaccarla o difenderla indipendentemente dal merito; così da un lato abbiamo scoperto molti insospettabili fautori della fedeltà all’opera originale sempre e comunque (mi divertirebbe molto vedere le loro facce nello scoprire che Il lago dei cigni praticamente non ha un finale universalmente riconosciuto, e che lo stesso libretto originale di Carmen non è sfuggito a rimaneggiamenti anche pesanti); dall’altro abbiamo letto plausi entusiasti quanto ingiustificati alla coraggiosa scelta di rivisitare un’opera “in chiave femminista”. Ed è di appunto questo che mi sarebbe piaciuto discutere.

Sento parlare spesso di arte “femminista” e mi piacerebbe chiedere a chi lo fa in base a quali criteri decide se apporre il bollino o meno. Perché mi pare che quasi sempre il discrimine sia la presenza di una donna in ruoli importanti (autrice, regista) o del mitico “personaggio femminile forte”, cioè una donna che ha atteggiamenti stereotipicamente maschili (non piange, si veste di pelle, sa fare a pugni, eccetera eccetera). Mi spiace essere la solita precisina rovina-tutto, ma quello non ne fa automaticamente un lavoro femminista; e, a ben guardare, non è nemmeno il nocciolo della questione.

Il punto non è se una determinata opera d’arte sia o no “femminista”: affrontare la questione in questi termini è riduttivo e trasforma un dibattito potenzialmente molto interessante in una discussione sterile, perché a ben guardare si troverà sempre qualcosa che non soddisfa i misteriosi criteri per assegnare il bollino (non fosse altro perché non ci siamo ancora messi d’accordo sui suddetti). Il punto è che cosa il femminismo possa dirci su una determinata opera quando lo usiamo come lente interpretativa.

È un film che conferma gli stereotipi sulle donne a caccia di un marito per non dover lavorare? Una canzone che denuncia la violenza domestica? È un libro con una protagonista appartenente a una minoranza etnica che mostra gli effetti dell’intersezione tra sessismo e razzismo? Un lavoro teatrale che mette in scena il problema dell’oggettificazione del corpo femminile? Cerca di demolire i luoghi comuni sui ruoli di genere o contribuisce a perpetuarli? Mostra modelli alternativi ai rapporti uomo-donna ingabbiati dalle norme obsolete del patriarcato, o le sue eroine sono le stesse ritrite svenevoli dell’epoca vittoriana?

Queste sono le domande interessanti che avremmo potuto porci a proposito di Carmen e del suo finale rovesciato. Ha senso dire che la protagonista di un’opera bandita da Parigi per anni per “immoralità”, una donna che cerca di vivere liberamente i propri sentimenti, ha bisogno di uccidere per non essere vittima? E d’altro canto, ha senso ridicolizzare a prescindere una storia in cui una donna riesce finalmente a sfuggire alla violenza maschile e il suo valore simbolico per tutte quelle che invece non hanno ottenuto giustizia dopo una molestia, un’aggressione, una discriminazione? Ricordo ancora la scarica di adrenalina e il senso di “Ah! Finalmente” delle scene finali di Enough (un film che non ha fatto la storia del cinema né lo meritava), in cui la protagonista dopo aver cercato invano per un’ora e mezza di sfuggire al marito violento gli tende un agguato a casa e lo pesta come un pinolo. L’ho preso come un incoraggiamento a farmi giustizia da sola? Chiaro che no. Ho trovato confortante l’idea che ogni tanto, da qualche parte, un uomo violento paghi le conseguenze dei propri abusi? HELL YES.

È davvero un peccato che con Carmen abbiamo solo sfiorato questi temi senza approfondirli; in un certo senso, è un buon esempio di quello che non va con il discorso sui diritti delle donne in Italia. Saltiamo da un episodio all’altro senza collegarli, senza sforzarci di vedere e capire il quadro nella sua interezza: a quel punto è logico che al massimo riusciamo a cambiare solo il finale di un’opera. Nella vita reale, neppure quello.

Quello che ho imparato dalla discussione sullo ius soli

Non molto, a dire la verità.

Ho imparato che il PD ha calendarizzato il DDL alla fine di una legislatura durata il tempo regolamentare, salvo poi stringersi nelle spalle e scoprire che il tema era “delicato” ed era necessario “prendersi il tempo” di discuterne per bene per non forzare le cose.

Ho imparato con sorpresa che approvare un provvedimento di elementare civiltà a poche settimane dalle elezioni avrebbe fornito materiale alle destre e scoraggiato potenziali elettori moderati. Come mai chi si facesse eventualmente spaventare dall’approvazione della legge sullo Ius soli venga considerato un potenziale elettore di sinistra non l’ho ancora capito, né ho capito perché l’elettore moderato tendente a destra dovrebbe mai scegliere un partito che ne rincorre altri quando può votare direttamente uno degli originali; ma sarò sicuramente io che non ci arrivo.

Non ho imparato, perché dopo un paio di mesi dopo le ultime elezioni era già chiaro praticamente a chiunque, che il Movimento Cinque Stelle è peggio che inutile e che non si può mai fare affidamento sui voti dei suoi eletti (alle anime candide che questo non l’avevano ancora afferrato e che sono riuscite a cadere dal pero anche stavolta direi solo che spero gli sia piaciuta la vacanza su Marte in cui erano evidentemente impegnati durante il voto finale sulle unioni civili).

Ho avuto triste conferma del fatto che troppa della gente che sta in Parlamento ha la decenza, il senso di responsabilità, e la dignità di un’ameba; che per troppi dei militanti non c’è differenza tra aula e stadio quando si tratta di sostenere i propri colori; e che alcuni sedicenti leader non hanno ancora compreso che la parte richiede appunto di saper guidare, non seguire gli umori della folla e sparire nel momento del bisogno, distanziandosi strategicamente da ciò che sembra non piacere ai sondaggi.

In effetti, come dicevo, non ho imparato granché.