Teorie di genere: chi fa davvero male ai bambini?

Chiunque si sia trovato in una discussione con qualcuno che si oppone al DDL Cirinnà e più in generale a qualsiasi iniziativa di educazione al rispetto della diversità sa che a un certo punto l’interlocutore tirerà fuori una non meglio precisata preoccupazione “per i bambini”, che nelle sue intenzioni dovrebbe equivalere a una vittoria per KO tecnico.

Non mi dilungo sul perché questa sia una mossa problematica sotto parecchi punti di vista. In sintesi: strumentalizza i bambini stessi; non fornisce alcun elemento logico di supporto alle tesi “anti-gender”; e soprattutto, come spiegato molto bene da Stefano Paolo Giussani, è fondamentalmente omofoba:

Poter tollerare qualcosa per sé ma non poterlo tollerare per i bambini esprime esattamente la misura della propria intolleranza. Come dire: “Io sono grande, adulto e vaccinato, posso resistere alle tante cose sbagliate che vedo nel mondo ma non accetto che non si proteggano gli indifesi”. L’equazione è scontata: l’omosessualità resta qualcosa percepita come sbagliata, innaturale, da nascondere.

Mi sono chiesta però: che succede se questa affermazione la esaminiamo nel merito? Se intendiamo in buona fede proteggere i bambini, qual è davvero la posizione più dannosa che si possa prendere?

Il pensiamo-ai-bambini si articola fondamentalmente sull’idea che i suddetti debbano crescere in una famiglia con due genitori dai ruoli di genere ben distinti, in maniera da apprendere “senza confusione” i comportamenti che dovranno poi replicare una volta adulti. Fin qui niente di sconvolgente: è ampiamente accettata in sociologia l’idea che la famiglia sia un importante elemento nel processo di socializzazione del bambino. Il problema sta nel fatto che, per gli “anti-gender”, questi ruoli di genere e comportamenti a essi associati sarebbero fissi perché determinati biologicamente o, se preferite, “naturalmente”. Perciò qualsiasi comportamento che da essi si allontani va condannato con fermezza in quanto innaturale e potenzialmente dannoso.

Non è necessario ripetere in dettaglio quello che è già stato spiegato molto bene in decine di libri e articoli, vale a dire che il genere è un costrutto sociale dipendente dall’impostazione culturale di una determinata società, e non una realtà biologicamente prefissata e per questo immutabile. Mi soffermo invece sui risultati di uno studio che trovo particolarmente interessante perché incentrato su uno degli esempi più classici quando si parla di differenze di genere: l’idea che le bambine siano “naturalmente” attratte dal colore rosa, che ai bambini invece non piacerebbe sempre per predisposizione “naturale”.

I soggetti partecipanti allo studio, di età compresa tra i sette mesi e i cinque anni, si sono visti offrire due coppie di oggetti identici, uno rosa e l’altro arancione, blu, giallo o verde. Fino ai due anni non c’era alcuna differenza tra bambini e bambine nella frequenza con cui il rosa veniva preferito agli altri colori. Tuttavia, nella seconda metà del secondo anno di vita si verificava una notevole divergenza: le bambine iniziavano a preferire il rosa a tutti gli altri colori, e allo stesso tempo i bambini iniziavano a evitarlo.

Perché questo cambiamento? Il fatto è che fra i due e i tre anni iniziamo ad acquisire informazioni su noi stessi e il mondo che ci circonda, incluse le differenze di genere. Attraverso un processo di osservazione e imitazione impariamo anche di appartenere a uno di due sessi, per ciascuno dei quali esistono comportamenti attesi. La nostra costruzione dell’identità di genere passa anche attraverso l’acquisizione di preferenze tradizionalmente associate al sesso cui siamo stati assegnati e il rifiuto di quelle preferenze che sono invece associate al sesso opposto. Nel caso dei colori, una volta imparato che il rosa è un colore “da femminucce”, le bambine tendono a sceglierlo più di altri colori, mentre i maschi tendono a evitarlo esattamente per lo stesso motivo.

Come accennato, i ruoli di genere dipendono dalla cultura di una data società e sono quindi soggetti a cambiamenti; per restare in argomento, il rosa ha cominciato a essere associato esclusivamente al sesso femminile solo all’inizio del XX secolo. È quindi ovvio (o dovrebbe esserlo) che non si possa sostenere l’esistenza di atteggiamenti e gusti “naturalmente” maschili o femminili, o che l’allontanarsene sia innaturale o dannoso.

Questo di per sé è già sufficiente a provocare gli alti lai dei paladini dei piccoli. Figuriamoci quindi come potrebbero sentirsi scoprendo i risultati di un altro studio, questa volta incentrato su soggetti con gender atypical behaviour (GAB). Si definisce GAB il comportamento di quei bambini che preferiscono svolgere attività tipicamente associate con il sesso opposto a quello a cui appartengono. Studi precedenti avevano riscontrato che molti bambini con GAB presentavano in età adulta sintomi psicologici di vario tipo, e ipotizzato che questo fosse dovuto allo stress provocato dalle pressioni dell’ambiente esterno a conformarsi. La ricerca in oggetto ha riscontrato che lo stile genitoriale gioca un ruolo molto importante, e che i bambini i cui genitori scoraggiavano fermamente comportamenti atipici erano più a rischio di sviluppare e mantenere problemi psicologici:

[P]arenting style significantly moderated the association between childhood GAB and adult psychiatric symptoms with positive parenting reducing the association and negative parenting sustaining it […] Positive parenting could help normalize circumstances surrounding GAB children, i.e. by helping the child and the environment to accept atypical behavior.

In altri termini: non è l’essere “diversi” che ci danneggia, ma l’essere puniti per tale diversità. Se un bambino adotta comportamenti tipici del sesso opposto la cosa peggiore che si possa fare è stigmatizzare la cosa e obbligarlo a svolgere attività ritenute più consone. Il ruolo dei genitori è fondamentale nel guidare il processo di (auto)-accettazione, riducendo così il rischio di strascichi in età adulta.

Tiriamo le somme? Cari genitori preoccupati, la diversità non è una minaccia e vedere esempi di comportamenti lontani dai ruoli di genere standard non fa male a nessuno. Se davvero volete muovervi nell’interesse dei vostri figli, insegnare il rispetto è infinitamente meglio che imporre conformismo. Anche perché non è detto che la diversità da rispettare, alla fine, non sia proprio la loro.

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3 thoughts on “Teorie di genere: chi fa davvero male ai bambini?

  1. Pingback: chiarabxl
  2. Per tirare le somme è necessario analizzare anche gli studi con esiti opposti a quelli che pregiudizialmente si è scelti di accettare come esatti.

    Per non propinarti solo noiosi articoli scientifici, ti propongo di guardarti una sera italiana di queste post matrimonio questo documentario: https://youtu.be/2qx6geFpCmA

    La verità è molto meno drammaticamente indefinita di quanto temi/speri. I nostri cervelli (quello maschile e quello femminile) sono strutturalmente diversi. Non temere la nostra biologia!

    1. “Per tirare le somme…”: no, il metodo scientifico non funziona così. Non siamo tenuti ad analizzare un tot di studi con la conclusione Bianco, e un tot con la conclusione Nero, in modo da avere un bilancio 50-50. Ci basiamo solo su quegli studi che rispettano i criteri minimi di credibilità – quel “pregiudizialmente” si riferisce proprio a questo. Se uno studio non è stato condotto in maniera rigorosa, non lo si ritiene attendibile e lo si esclude – non c’è nulla di negativamente “pregiudiziale” in questo.

      “Per non propinarti solo…”: mi spiace che tu li ritenga noiosi, gli articoli scientifici, ma come spiegato sopra devono rispettare determinati criteri per essere considerati fonti credibili. Il video di un comico norvegese improvvisatosi documentarista non è esattamente sullo stesso piano di uno studio.

      “La verità…”: no, i cervelli maschile e femminile non sono “strutturalmente diversi”. Cf. https://www.newscientist.com/article/dn28584-a-welcome-blow-to-the-myth-of-distinct-male-and-female-brains/?utm_source=NSNS&utm_medium=SOC&utm_campaign=twitter&cmpid=SOC%7CNSNS%7C2014-GLOBAL-twitter. Piantiamola di usare argomentazioni pseudo-scientifiche a sostegno di strutture patriarcali, grazie.

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