Mascolinità tossica: perché gli stereotipi di genere non danneggiano solo le donne

“Un vero uomo…” completate a piacere, tanto avrete sentito la frase abbastanza volte da poter sicuramente pensare a diverse caratteristiche che rendono un uomo “autentico”. Questo insieme di tratti tipici degli uomini veri™ è sorprendentemente ristretto, rigido, e dannoso, da cui il nome di toxic masculinity o mascolinità tossica che si usa sempre più spesso per definirlo. Ma che cos’è esattamente la mascolinità tossica? E soprattutto, perché esiste?

Si tratta innanzitutto di una struttura, una costruzione “that casts men in very narrow emotional, social, and physical roles, and punishes them severely if they step outside those boundaries”. Charlie Glickman, educatore e autore che tiene corsi sulla socializzazione maschile, chiama questa struttura la “Act Like a Man Box“, con l’accento proprio sull’azione: un’altra importante caratteristica da notare è appunto il fatto che la mascolinità sia una performance, una recita continua in cui gli uomini sono chiamati a provare ancora e ancora di essere “veri”. Infine, i rapporti di potere all’interno della struttura possono variare: “the Box is hierarchical as well as performative, […] so each guy has to compete with the others in order not to be the one who’s outside the Box. And as each one’s performance becomes more vigorous, it forces the others to do the same” (questo aiuta a spiegare perché, tra l’altro, molestie e aggressioni rischino di degenerare più rapidamente quando gli uomini coinvolti sono in gruppo anziché da soli).

Per decenni questo approccio ha garantito agli uomini una serie di vantaggi a danno di chi non fa parte del club, in primis le donne: “the masculine mystique promises men success, power and admiration from others if they embrace their supposedly natural competitive drives and reject all forms of dependence”. L’uomo vero™ ha successo con le donne – quindi si pone aggressivamente nei loro confronti e non accetta un “no”; l’uomo vero™ è ovviamente etero – quindi fa di tutto per allontanare i sospetti di omosessualità e non si fa scrupoli ad adottare atteggiamenti apertamente omofobi; l’uomo vero™ va in palestra, beve, e consuma prodotti “da uomo” – un’idea che i pubblicitari hanno al tempo stesso assecondato e alimentato (il cosiddetto manvertisement).

masculinitysofragile

Ora, gli eccessi a cui arrivano certi uomini nello sforzo di assicurare una performance convincente sono effettivamente un po’ ridicoli – date un’occhiata all’hashtag #MasculinitySoFragile su Twitter per una collezione di prodotti bislacchi tipo le candele al bacon (giuro) e relativi commenti. Il problema è che i danni a lungo termine che questa gara senza fine provoca sono estremamente seri – altrimenti non staremmo parlando di mascolinità tossica.

Socializzazione e mascolinità

È solo intorno al secondo/terzo anno di età che iniziamo a prendere pienamente coscienza del mondo che ci circonda e dell’esistenza dei ruoli di genere. Neonati e bambini presentano tratti quali vulnerabilità, tendenza a esteriorizzare il dolore (in primis con il pianto), bisogno di contatto fisico con altri esseri umani… che la nostra società associa con la femminilità. Fin da piccoli, quindi, i bambini vengono incoraggiati a “non fare la femminuccia”: non correre dalla mamma se si sono fatti male, non piangere, non esitare a reagire in maniera aggressiva durante eventuali litigi con altri bambini.

In maniera anche più preoccupante, genitori e adulti in generale tendono a vedere nei bambini anche piccolissimi tratti “tipici” del loro genere anche quando questi non esistono, e a comportarsi di conseguenza: in diversi studi si è riscontrato che i genitori di neonati “imagined baby boys to be bigger and generally ‘stronger’. When a group of 204 adults was shown a video of the same baby crying and given differing information about the baby’s sex, they judged the ‘female’ baby to be scared, while the ‘male’ baby was described as ‘angry'”. Il risultato? “Differences in perception create correlating differences in the kind of parental caregiving newborn babies receive […] From the moment of birth, boys are spoken to less than girls, comforted less, nurtured less”.

Questo approccio continua durante il resto dell’infanzia e nell’adolescenza, con conseguenze fortemente negative nel lungo periodo. L’uomo vero™ non si lamenta di stare male: gli uomini aspettano effettivamente più a lungo delle donne prima di vedere un medico quando ne hanno bisogno e sono meno propensi a cercare aiuto per depressione e altri problemi mentali, al punto che sempre più ricercatori identificano in questo il fattore principale della loro minore aspettativa di vita: “The 10 years of difference in longevity between men and women turns out to have little to do with genes. Men die early because they do not take care of themselves”.

Il vero uomo™ protegge la propria reputazione a ogni costo: in combinazione con l’essere socializzati a imporsi sugli altri, se necessario con il ricorso alla forza fisica, questo atteggiamento è il maggiore responsabile della violenza maschile. Nelle parole di James Gilligan, già direttore del Center for the Study of Violence di Harvard: “I have yet to see a serious act of [male] violence that was not provoked by the experience of feeling shamed and humiliated, disrespected and ridiculed, and that did not represent the attempt to prevent or undo that ‘loss of face'”.

Il vero uomo™ ha successo sul lavoro e mantiene la famiglia: questo stereotipo è ancora così saldamente radicato che uno studio del 2013 ha scoperto che le coppie in cui la moglie iniziava a guadagnare più del marito avevano più probabilità delle altre di divorziare; inoltre, gli uomini finanziariamente dipendenti dalla compagna sono cinque volte più propensi a tradirla rispetto a quelli che guadagnano le stesse somme.

Uno stereotipo è per sempre

Soprattutto l’ultimo esempio che abbiamo visto dimostra molto bene lo scollamento tra aspettative e realtà che si può verificare in periodi di cambiamento culturale, quando la società muta più velocemente delle norme e degli stereotipi che la permeano. Non è certo un caso che molti uomini si sentano frustrati: da un lato vengono ancora spinti a conformarsi a rigidi standard che li derubano di parte delle capacità emotive e li limitano nell’espressione di sé; dall’altro, le ricompense promesse per la conformità all’idea di “autentica” mascolinità stentano a materializzarsi, per una semplice ragione: quegli stessi atteggiamenti che prima li avvantaggiavano in qualsiasi situazione, adesso in certi contesti non sono più adeguati. Per esempio, “while the compliance and docility […] still hold women back from top leadership positions in business and politics, those same traits do get rewarded in school. And in a world where educational achievement increasingly outweighs gender in the job market, that at least gets women in the door”.

Questa frustrazione spesso viene reindirizzata contro le donne in generale e il femminismo in particolare. Contro le donne, perché vengono ritenute la causa ultima che spinge gli uomini a comportarsi in una determinata maniera: “One of the most perversely fascinating aspects of toxic masculinity is how often women get blamed for systems, standards and beliefs that men put into place” (si pensi per esempio al mito secondo cui “le donne preferiscono i cattivi ragazzi”).

Il femminismo diventa poi un bersaglio naturale per chi confonde la critica alla mascolinità tossica con quella agli uomini tout court e, invece che interrogarsi su come risolvere il problema, preferisce biasimare chi ha portato l’attenzione su di esso. Ironicamente, in realtà sono proprio le femministe ad avere degli uomini una visione molto più positiva di quella dello standard patriarcale dell’uomo vero™, una specie di ominide che non riesce a controllarsi quando vede un paio di gambe, si esprime a grugniti e non sa articolare altre emozioni oltre alla rabbia.

Quando si dice che il patriarcato non danneggia solo le donne è esattamente a fenomeni del genere che ci si riferisce: per usare la metafora descritta all’inizio, la “scatola” non crea problemi solo a quegli uomini che ne sono esclusi (p.e. perché gay), ma anche a quelli che devono costantemente dimostrare il proprio diritto a rimanerci dentro. Ed è sintomatico di quanto radicato sia il concetto di “uomo vero” il fatto che lo si tiri in ballo anche quando si vogliono evocare aspetti di mascolinità positiva, per esempio dicendo che chi mette le mani addosso a una donna non è un uomo, o che un vero uomo non si vergogna di mostrare i propri sentimenti.

L’intento di promuovere questi comportamenti è sicuramente lodevole, ma non fa che perpetuare l’idea che esistano determinati requisiti da osservare per qualificarsi come uomo. In altre parole, si limita a modificare il contenuto della scatola, quando invece dovremmo cercare di liberarcene tout court. Sicuramente non è facile ignorare i condizionamenti esterni, specie quando continuano in una certa misura a portare dei vantaggi; ma nel lungo periodo, come abbiamo visto, si eviterebbero problemi ben maggiori.

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6 thoughts on “Mascolinità tossica: perché gli stereotipi di genere non danneggiano solo le donne

  1. Pingback: chiarabxl

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