Il principio di precauzione e la libertà di espressione dei fascisti

Non entro nello specifico della discussione tecnica sul DDL Fiano, il suo rapporto con le leggi Scelba e Mancino, e l’attuale grado di effettiva applicazione delle suddette; né mi soffermo sulle polemiche da quattro soldi a proposito dell’atteggiamento scivoloso del M5S sulla questione (breve parentesi per chi ancora si facesse illusioni: il M5S è un’azienda travestita da movimento politico ma incapace di funzionare come tale per precisa volontà dei capoccia e reale incapacità della base. Punto. Piantatela di stupirvi di ogni manifestazione della loro inutilità come se fosse la più grande sorpresa politica dell’ultimo secolo).

Quello che mi interessa e mi preoccupa, invece, sono gli alti lai dei cultori della libertà-di-espressione™, quelli grossolanamente riassumibili in “Vietare la libera espressione ai fascisti è fascista”. Allora.

Come ho già avuto occasione di scrivere (parte 1 e 2), non sono una fan della censura facile, preventiva e indiscriminata. Le idee bacate è sempre meglio trascinarle alla luce del sole, dove la loro bruttezza appare evidente a tutti o quasi. Ma qui stiamo parlando di una ben precisa ide(ologi)a e di un ben preciso Paese, e pontificare di libertà di espressione in astratto senza calare il dibattito nello specifico contesto è un’omissione grave.

Tutti conosciamo o dovremmo conoscere la storia italiana e il ruolo che in essa ha giocato il fascismo; dovremmo altresì conoscere i punti cardine dell’ideologia fascista, e il modo in cui la loro applicazione ha privato una grandissima fetta di cittadini italiani dei loro diritti più basilari. Nella discussione in corso sulla libertà-di-espressione™ è sempre in primo piano il dovere dello Stato di mettere i propri cittadini in condizione di formarsi liberamente opinioni e dare loro voce senza temere arbitrarie ritorsioni. Ma si tace sorprendentemente su un altro dovere statale, quello di garantire la loro sicurezza e incolumità. E basta googlare “aggressione (neo)fascista” per rendersi conto che ancora oggi troppe persone vengono private della loro sicurezza (per non parlare dell’incolumità fisica) da nostalgici del Ventennio. Dov’è la tutela statale dei loro diritti?

Chi mastica d’Europa conoscerà il concetto di principio di precauzione, a cui si deve ispirare il legislatore chiamato a regolamentare materie su cui la comunità scientifica non ha ancora dati quantitativamente sufficienti a raggiungere una conclusione definitiva e condivisa; in tal caso, e finché non ci saranno dati più solidi a disposizione, si preferisce sempre l’approccio più conservativo onde tutelare la salute dei cittadini. Per dirla in maniera meno altisonante, nel dubbio si va con i piedi di piombo.

Nel caso del fascismo, sinceramente, mi chiedo di quale principio di precauzione potremmo mai avere ancora bisogno: sappiamo benissimo come sia andata a finire la prima volta e sappiamo anche meglio di allora quanto siano infondate quelle ipotesi di nazionalismo, superiorità razziale e ipermascolinità su cui poggia l’ideologia fascista. Nel frattempo abbiamo anche imparato che la violenza fisica non scaturisce dal nulla ma viene incoraggiata o meno dall’ambiente e dalla cultura prevalente; il linguaggio non solo gioca un ruolo importantissimo nella formazione di questa cultura ma, né più né meno, influenza anche la nostra percezione del mondo.

Per cui, se diciamo di voler difendere la libertà-di-espressione™ dei fascisti, dobbiamo anche accettare che di fatto stiamo dando loro la possibilità di continuare impunemente a intimidire e privare dei propri diritti altre persone. Stiamo dicendo a migranti, minoranze religiose, comunità LGBT e disabili: “Sorry, lo so che dicono che non sei un essere umano e un cittadino a pieno titolo, ma devi arrangiarti da solo. Io resto neutrale”. Solo che, per dirla con l’arcivescovo Desmond Tutu, uno che di privazioni di diritti ne sa qualcosa, “If you are neutral in situations of injustice, you have chosen the side of the oppressor”.

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Dando i numeri sulle unioni civili

Ieri Repubblica ha pubblicato un articolo che credo fosse intitolato La frenata delle unioni civili, poi a quanto pare modificato in Unioni civili: finora 2.800 sì (al momento in cui scrivo l’URL del pezzo riporta ancora il titolo originale), in cui fornisce un’anteprima dei dati finora disponibili e che saranno ufficializzati a giorni sulle unioni civili. Il pezzo, che già nel primo paragrafo parla senza mezzi termini di flop, è riassumibile in: la comunità LGBT ha fatto il diavolo a quattro per avere le unioni civili e adesso che le hanno non le usano, soprattutto al Sud (sulla nota geografica torniamo fra poco). Dopo mezza giornata si era già sollevato abbastanza polverone da costringere la redazione a pubblicare un trafiletto di non-scuse il cui contenuto è grosso modo: ci dispiace per quelli che hanno interpretato male, noi abbiamo da sempre sostenuto questa legge importante e volevamo solo mostrare attraverso le cifre la sua evoluzione dall’entrata in vigore.

Personalmente avevo già voglia di lanciare il telefono dopo aver letto l’articolo originale, ma questa pseudo-spiegazione mi ha fatto imbestialire ancora di più, e non tanto per la solite finte scuse passivo-aggressive (per quanto, visto che ci siamo, apriamo una parentesi: ci si scusa di una cosa che abbiamo fatto, non dei sentimenti che questa ha suscitato. Quindi no a “Mi dispiace se ti fa male il ginocchio”, sì a “Scusa se ti ho dato un calcio”; no a “Ci dispiace per quelli che hanno frainteso”, sì a “Scusate se abbiamo pubblicato un pezzo scritto con i piedi che ha offeso la stragrande maggioranza di quelli che lo hanno letto”. Visto? Non è difficile. Chiusa la parentesi).

Dicevo, se ho trovato il trafiletto ancora peggio del pezzo originale non è tanto per la trita combinazione non-scuse più formula magica Ho-tanti-amici-gay (qui in versione Abbiamo-sempre-sostenuto-la-battaglia-delle-unioni-civili), quanto per la giustificazione frettolosamente messa in piedi: perché se davvero l’intento fosse stato quello di “raccontare” l’applicazione di una legge dopo la sua entrata in vigore, beh, le cose avrebbero dovuto essere fatte in maniera decisamente diversa.

Se ci avete fatto caso, quando l’Istat (o chi per esso) rende noti dati statistici su famiglie, matrimoni e natalità, questi sono sempre accompagnati da un’analisi sociologica e spesso anche da un’intervista a un/a responsabile dello studio, con lo scopo di interpretare e spiegare i dati stessi. Nell’articolo di Repubblica quest’analisi è quasi completamente assente, con l’eccezione di un paragrafo verso la fine in cui si tocca en passant il discorso dell’omofobia, e solo in riferimento ai dati del Meridione, che però potrebbero essere anche spiegati dal fatto che forse al Sud “non ci sono proprio persone dello stesso sesso che vogliono unirsi ufficialmente” (sic).

Un articolo che avesse voluto analizzare seriamente la questione avrebbe dovuto come minimo menzionare questi fattori: uno, in Italia il problema dell’omofobia non è liquidabile dietro a un “magari” ma pesa sicuramente tantissimo; due, i decreti attuativi della legge in questione sono arrivati con abbastanza ritardo da far sospettare la melina del ministro allora competente, e a tutt’oggi non sono pienamente applicati (ricordate le storie di coppie relegate a celebrare l’unione civile in un ripostiglio?), per cui è quantomeno prematuro dare giudizi così tranchant sulla sua applicazione; tre, sposarsi o comunque mettere su casa e famiglia costa, e una marea di coppie non lo possono fare perché non riuscirebbero a far quadrare i conti. E visto che questo fattore è sempre, sempre, sempre menzionato in tutti gli apocalittici articoli sulla “crisi del matrimonio” e i tassi di natalità in picchiata, la sua omissione qui è quantomeno sospetta.

La legge sulle unioni civili mira a estendere il potenziale accesso a un diritto, non a imporre modifiche al comportamento delle persone: tanto per fare un raffronto con un altro provvedimento che ha più o meno la stessa età, raccogliere dati sulle vittime di incidenti stradali mortali ha senso se si vuole valutare l’efficacia dissuasoria del reato di omicidio stradale, che è stato introdotto con lo scopo ben preciso di spingere le persone a comportarsi in un certo modo quando sono alla guida. Ma introdurre la possibilità per le coppie dello stesso sesso di contrarre unione civile non implica in alcun modo che queste debbano farlo per fornire alla legge una ragione di esistere. Come su divorzio, aborto o eutanasia, in questo caso la norma serve a far sì che chi vuole/ne ha bisogno possa usufruire di un determinato diritto, e quindi la cosa importante è che questa opzione sia presente nell’ordinamento giuridico e accessibile all’atto pratico, indipendentemente da quante persone poi vi fanno ricorso.

Fornire le cifre relative alle unioni civili avrebbe avuto un senso se lo si fosse fatto con una premessa di questo genere: a giorni saranno resi noti i primi dati ufficiali sull’applicazione della legge Cirinnà, ve li riportiamo pur sottolineando che la legge in questione non è ancora a pieno regime e che questi numeri hanno in ogni caso un valore limitato. La cosa fondamentale è che la norma esista e questi dati ci possono aiutare a capire se e come la sua applicazione debba essere migliorata.

Ecco, se il pezzo di Repubblica si fosse aperto in questo modo, non ci sarebbe stato nulla da ridire; ma parlare gratuitamente di flop senza neppure tentare di capire in buona fede le ragioni dietro quei numeri arbitrariamente definiti bassi smentisce qualunque pretesa di voler “tastare il polso” alla legge e capirne “il senso e la portata”. L’unica cosa che abbiamo capito, e non per la prima volta, è che sul funzionamento di base dei diritti civili dobbiamo ancora imparare i fondamentali.

L’anonimato geniale: Elena Ferrante e il diritto a restare nascosti

Dei dubbi suscitati dall’anonimato di Elena Ferrante ai tempi è stato scritto parecchio. Sostanzialmente le obiezioni erano riconducibili a due categorie: uno, questa scelta viola in certo modo il “patto” tra scrittore e lettori, impedendo ai secondi di interpretare il lavoro del primo anche alla luce della sua storia personale; due, la scelta di non mostrarsi sarebbe stata dettata da una ben studiata strategia di marketing.

Si può essere d’accordo o meno con una o entrambe queste posizioni. Personalmente mi ritrovo fino a un certo punto nella prima – lo studio della letteratura ha lasciato in tutti noi una certa impostazione scolastica per cui studiare e comprendere l’autore serve ad apprezzarne meglio l’opera. Negli anni però ho imparato anche quanto i libri scritti bene si reggano da soli sulle proprie gambe; e soprattutto, complici un paio di cocenti disillusioni, ho capito che il talento artistico non si accompagna necessariamente alle qualità che ci rendono esseri umani decenti, e che si può essere un artista meraviglioso e al tempo stesso la persona più meschina del pianeta: e ho il terrore che scoprire la seconda mi impedisca di continuare ad apprezzare il primo. È per questo motivo che, tra l’altro, mi sono sempre rifiutata di partecipare a festival letterari e incontri con gli autori: e se poi viene fuori che è odiosa? Se non mi piace la sua voce? Come faccio adesso a impedire al mio cervello di associare quella risata irritante ai suoi libri? E se non riesco più a prendere in mano i suoi libri perché ho scoperto che è antipatico?  

Il secondo motivo l’ho sempre trovato abbastanza irrilevante: c’è un mercato anche per i libri, e risponde a ben precise regole. Pretendere che chi cerca di vivere di scrittura (cinema, disegno, musica…) debba in qualche modo nutrirsi d’aria e creare solo per il piacere artistico e al massimo la gloria è nel migliore dei casi ingenuo. Se la strategia di promozione di un determinato autore non ci piace, basta esercitare il più classico diritto del consumatore e non scegliere quel prodotto.

Dopo tutta questa pappardella mi scuso, perché in realtà quello che volevo dire delle obiezioni all’anonimato di Elena Ferrante è: si può essere d’accordo o meno con una o entrambe queste posizioni, ma questo non dà a nessuno il diritto di andare a scavare nella privacy di una donna in nome di non si sa bene che cosa. Come nota questo autore su Twitter, la mania di conoscere vita morte e miracoli di uno scrittore è abbastanza recente e ormai tendiamo a confonderla con un inalienabile diritto del pubblico a “sapere”: il personaggio rinuncia alla propria privacy in cambio della fama che gli tributiamo. Il piccolissimo particolare nel caso di Elena Ferrante è che questa fama non è mai stata richiesta, e il diritto alla privacy riaffermato in svariate occasioni.

Che cosa succede invece? Proviamo a vederla nei suoi elementi essenziali: una donna chiede ripetutamente di essere lasciata in pace. Un uomo decide di poter tranquillamente ignorare questa richiesta, va a rovistare tra dichiarazioni dei redditi e altri documenti personali, e dà altrettanto tranquillamente la malcapitata in pasto al pubblico. In parole povere, si tratta dell’ennesimo caso in cui un uomo passa senza problemi sopra al “no” di una donna; altre annotazioni interessanti sul ruolo giocato dal sesso della persona coinvolta sono illustrate in questo commento – io mi limito a notare che per esempio nel caso di Bansky, dietro a cui praticamente tutto il mondo ipotizza si celi un uomo, la scelta dell’anonimato è stata tutto sommato rispettata (e le diverse ricerche condotte in merito hanno avuto più che altro l’effetto di confondere le acque).

Non so di quale istanza superiore abbia ritenuto di farsi portatore il giornalista in questione. Ma non credo che abbiamo un diritto di accesso illimitato alle vite altrui, anche quando appartengono a persone che ne vivono parte in pubblico. Ciascuno di noi ha facoltà di decidere dove tracciare la linea, di condividere quello che sente di poter condividere e di tenere privato il resto. E dovremmo tutti rispettare questa volontà – soprattutto quando è stata espressa chiaramente e senza possibilità di equivoci.

Poche idee e tutte confuse: Beatrice Lorenzin e le unioni civili

La nomina di Beatrice Lorenzin a Ministro della Salute aveva suscitato all’epoca non poche perplessità. Sarebbe forse ingeneroso fissarsi troppo sul fatto che la ministra abbia solo un diploma di maturità classica, visti anche i numerosi precedenti tra i titolari di dicasteri importanti. È vero però che la Lorenzin esperienza nel campo della sanità non ne aveva, e che i motivi per criticarla sul merito non sono mancati. Personalmente ho rivisto drasticamente al ribasso la mia opinione già non entusiasta a fine 2013, quando la ministra si è detta soddisfatta della relazione annuale sull’applicazione della 194, facendomi venire il dubbio che sugli occhi si fosse messa non le classiche fette ma direttamente un prosciutto intero. Suppongo che anche voi viviate nel mondo reale e non nella la la land dove la 194 verrebbe garantita in maniera efficace (Beatrix dixit), per cui non vi sto a spiegare dove e come (e quanto) sbagliasse. Né vale la pena di dilungarsi troppo sulla questione della prefazione a suo nome comparsa sul volume Elogio dell’omeopatia e poi ritirata in fretta e furia dopo le proteste del CICAP, non senza aver precisato che la prefazione stessa non era stata preventivamente autorizzata (mah).

Preferisco concentrarmi sul contributo di Beatrice al dibattito sulle unioni civili e in particolare sulla sua performance di qualche giorno fa in un videoforum organizzato da Repubblica. Il video dura poco più di mezz’ora ma se temete di non reggere non preoccupatevi, l’ho guardato per voi.

Si parte con un’introduzione volta a stabilire che Beatrice, bontà sua, non è affatto contraria alle unioni civili di per sé: il modello proposto dal DDL Cirinnà le va bene, perché “istituisce un istituto [bonjour Mme Lapalisse] diverso dal matrimonio”. Sottolineiamolo bene, in caso non si fosse capito: l’importante è non fare confusione tra il matrimonio, che è riservato alle persone serie, e le unioni civili. Però per carità, non saltatele subito addosso: è lei la prima a riconoscere che anche le coppie dello stesso sesso, “nel momento che si prendono un impegno”, hanno diritto a una certa serie di tutele (parentesi grammatical-stilistica: confesso di essere rimasta totalmente stregata dall’assoluta noncuranza con cui Beatrice mortifica il che relativo).

Qual è il problema allora? Secondo Bea, la legge non è stata scritta bene. Se fosse stata preparata meglio non ci sarebbe stato “l’equivoco” su stepchild adoption e adozioni gay. “Quale equivoco?”, starete pensando. L’uso di quell’oscuro termine inglese (mai fidarsi della perfida Albione) avrebbe permesso di nascondere quello che c’era nell’articolo 5, e che poi fortunatamente “si è scoperto” (testuale). Accidenti, e che mai si nasconde nell’articolo 5? Se lo leggi al contrario esce il demone del gender? Se lo avvicini a una candela scopri di aver sottoscritto in inchiostro simpatico l’acquisto di cento copie dell’Enciclopedia della Pastasciutta? Che diamine si nasconde nell’articolo 5?

Secondo la Lorenzin, un riconoscimento del diritto di accesso alla genitorialità e – rullo di tamburi – alla maternità surrogata. Lo so che state per dire che la GPA non c’entra una ceppa, ma siete duri di comprendonio. Per fortuna che c’è Beatrice a spiegarvi le cose: “La giurisprudenza non è un libro delle buone intenzioni [eh già], è dura lex sed lex [lo sappiamo che hai fatto il classico, Bea, tranquilla], nel momento che tu permetti [ecco, forse le elementari no]”, insomma al termine di questo sproloquio scopriamo che “il diavolo si nasconde nella grammatica [e se non altro ho capito perché la eviti come la peste] ma anche più nel diritto” [sarà in causa da anni con un vicino?].

Appurato che il vero significato dell’articolo 5 è permetterci di accedere alla maternità surrogata, la ministra procede a spiegarci di che cosa si tratti: “Digitiamo maternità surrogata in internet [non si digita “in internet”, Bea, ma lasciamo perdere] e vediamo che cosa esce [oddio, che cosa mai uscirà?], ci sono proprio i contratti”. Qui Bea tenta di spacciare per buone le sue personali stime sul ricorso alla GPA da parte di coppie etero e omosessuali, al che Laura Pertici si ribella e le fa presente che la stragrande maggioranza delle coppie interessate da questo discorso sono etero. Nessun problema, si batte in ritirata portando il discorso sul femminismo: “Ci siamo indignate su quello che viene fatto sul corpo delle donne per motivi religiosi [non so come mai ma ho il sospetto che tu non stia parlando dell’obiezione di coscienza sulla 194], sulla prostituzione [sex work, Bea… ma che te lo spiego a fare]” e insomma, si riesce a confondere le acque quel tanto che basta per riportare il discorso sul malefico articolo 5. La Pertici accenna timidamente che la questione della GPA andrebbe forse regolamentata, al che Bea le risponde beffarda che “Certo non lo può decidere una norma che invece dovrebbe fare un’altra cosa”. E su questo, sia detto, ha ragione da vendere: sarebbe come se la discussione di un DDL sulle unioni civili diventasse la scusa per parlare, che ne so, di piani di edilizia residenziale pubblica o di revisione dei criteri di assegnazione degli alloggi popolari. Oh wait.

Secondo Beatrice il vaso di Pandora dell’articolo 5 sarebbe anche inutile. Perché? Beh, perché per l’adozione del figlio del partner basterebbe fare ricorso al già esistente istituto dell’adozione speciale. E va detto, sottolinea la Lorenzin (mode Checco Zalone on), che quello delle adozioni è un tema “fortissimo”. Il nostro tema sono bambini e ragazzi, ripete tutta convinta. Io pensavo stessimo discutendo di unioni civili, ma evidentemente mi sbagliavo perché a Bea interessa parlare di tutto meno che di quello. E vai di utero in affitto.

Le viene fatto notare che in Canada e negli Stati Uniti la GPA è strettamente regolamentata ed è possibile anche come gesto altruistico. Macché, “nessuna lo fa gratis, lo fanno per pagarsi il mutuo [eh?]. Le faccio un esempio: in Russia [si parlava di Canada e Stati Uniti, Bea, ma pazienza. Immagino che tu abbia studiato geografia con Sarah Palin] ci sono questi contratti… e nel momento che il bambino nasce [ora la picchio con una matita blu]…”. Adesso tenetevi forte, perché “secondo la legge italiana le persone che sottoscrivono un contratto del genere non sono degne di fare i genitori”.

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Source: giphy.com

 

Lo sproloquio si conclude con un lapsus freudiano da manuale in cui Bea parla di “una famiglia normale, [con] un papà e una mamma”, e si apre quindi alle domande dei lettori. Si parte con la classica ipotetica “Che faresti se avessi un figlio gay e un giorno ti dicesse di voler adottare il figlio del suo partner?” (En passant: io detesto questo genere di domande. Non è che dobbiamo interessarci di una questione così importante come i diritti fondamentali solo quando la cosa ci tocca direttamente. Ma okay, andiamo avanti).

Risposta: “Lo aiuterei a vivere bene questa sua condizione [permettimi di avere qualche dubbio in proposito], questa sua scelta [ecco appunto. Bea, l’omosessualità non è una scelta. Le basi, su]… questa fragilità in più [a parte l’abilismo da quattro soldi: essere gay non è di per sé una “fragilità”. Lo diventa grazie a gente come te]. Io a mio figlio non gliel’ho negato di avere una mamma e un papà [e quindi? C’è un vincolo di mandato familiare?]”.

Le domande successive ci permettono di scoprire che “avere un figlio non è un diritto, spesso è un dono” [Ah, gli evergreen che non mancano mai. Non so, vuoi parlarci anche della scomparsa delle mezze stagioni?] e che “forse l’unico limite che possiamo porre adesso è se riteniamo importante che il bambino abbia sia la figura della mamma che quella del papà” [no, non ho capito nemmeno io]. Bea ci informa poi delle meraviglie che ha compiuto con la legge sull’eterologa, “perché nel momento che fai il ministro [ora piango], lo fai di tutti”; e del fatto che il tema qui “non è quello della discriminazione [ah no?], chi stiamo discriminando, le coppie, o stiamo discriminando i bambini, c’è un problema oggettivo dei minori o no? [Certo che c’è, Bea, ma non quello che vorresti farci credere tu]”.

“Noi stiamo parlando che [va bene, ci rinuncio] purtroppo per come è stata scritta la norma si parla soltanto del figlio naturale. Nessuno capiva che cos’era questa stepchild adoption, un po’ per il nome, anche a pronunciarlo è difficile [e dai Bea], un po’ perché la norma è abbastanza criptica [rimanda a un’altra legge, Bea, bastava andare a controllare che cosa dicesse quell’altra legge. Bastava “digitare in internet” per cinque secondi] e quindi bisogna essere un giurista [come te?]”. Stralciare la stepchild adoption per occuparsi della questione in una specifica legge creerebbe forse il rischio di dimenticarsi del tema, azzarda Laura Pertici. No no no, insorge Bea: “Se c’è la volontà politica si fa tutto”. E finalmente, quasi alla fine di questo estenuante videoforum, mi trovo d’accordo con la ministra.

Se ci fosse la volontà politica, sarebbe stato presentato un DDL sul matrimonio egualitario. Se ci fosse la volontà politica, non avremmo dovuto assistere a un ostruzionismo patetico e a dibattiti in aula vergognosi per contenuto e forma. Se ci fosse la volontà politica, l’Italia avrebbe raggiunto il resto del mondo occidentale da tempo. Peccato che questa volontà ce l’abbiano realmente in pochi, mentre gli altri continuano a tergiversare. Oppure, come la Lorenzin, pensano che “fare il ministro di tutti” voglia dire semplicemente imporre la propria visione al resto del mondo. Se per di più è una visione ristretta e disinformata come la sua, siamo a posto.

Pillole di discussione parlamentare sulle #unionicivili

(+ Bullshit Bingo!)

Il DDL Cirinnà è finalmente giunto all’esame del Senato, dove finora la discussione ci ha riservato notevoli perle di orrore e, per fortuna, anche qualche bell’intervento. Brevi riflessioni in ordine sparso:

Il senatore medio non sa di che cosa parla

Strali contro l’utero in affitto (che non è nel DDL), l'”adozione gay” tout court (che non è nel DDL), l’educazione “al gender” nelle scuole (che non è nel DDL), l’equiparazione “di fatto” al matrimonio (che, indovinate un po’…? Bravi: non è nel DDL): gli oppositori delle unioni civili hanno dimostrato di non conoscere per niente il contenuto del disegno di legge.

(…o finge di non saperlo)

Ovviamente pensando che questo valga per tutti coloro che hanno preso la parola peccheremmo di ingenuità: la gran parte di chi ha (stra)parlato contro le unioni civili sa benissimo che questo DDL non influirebbe in alcun modo sul divieto di GPA e sul regime delle adozioni “classiche”. Solo che non disponendo di alcuna obiezione sensata deve agitare spauracchi inesistenti ma di facile presa mediatica.

Il senatore medio non sa parlare

Non seguivo dibattiti in aula da parecchio tempo ed è stato impressionante constatare il livello di analfabetismo funzionale di certi parlamentari. Non mi soffermo sui tragicomici infortuni di chi si è cimentato con l’ostica (?) pronuncia di stepchild adoption, perché non mi piace vincere facile; ma non riuscire a leggere correttamente dai propri appunti e inciampare su qualsiasi parola di più di tre sillabe è inammissibile a partire dalla terza elementare. Considerando poi la difficoltà del legalese medio in cui sono redatti i testi discussi in Parlamento, c’è da avere seri dubbi sull’effettiva capacità dei nostri rappresentanti di comprendere a fondo quello che votano (e non parlo solo del DDL Cirinnà).

…ma ci prova lo stesso

Per qualche perverso meccanismo di compensazione, più la padronanza della lingua lascia a desiderare e più l’incauto senatore abbellisce il proprio intervento con citazioni auliche e riferimenti storico-biblici altisonanti: per cui tra un congiuntivo schiantato e un ardito neologismo (“problemosità”, “biosessuali”) sono stati tirati in ballo Adriano e Antinoo, Livio, Aldo Moro, Barack Obama, Roberto Benigni e Lorenzo Da Ponte. Per non parlare delle citazioni religiose che hanno spaziato dal Levitico a San Paolo, con gli immancabili riferimenti a Santi Padri assortiti e a un paio di porporati.

Girl power

Laura Bignami, Valeria Fedeli, Rosanna Filippin, Paola Nugnes, Manuela Repetti e ovviamente Monica Cirinnà: i migliori interventi in difesa del testo sulle unioni civili sono venuti da donne. Leggeteli, guardateli: è tempo ben speso.

Il prossimo round

La discussione in aula riprenderà il 9 febbraio e molto probabilmente ci saranno altri interventi simili a quelli che ci è toccato ascoltare finora. Come cercare di mitigare gli effetti sull’ulcera? Ovviamente è forte la tentazione di abbinare l’ascolto a un drinking game (se non sapete di che si tratta complimenti, siete persone virtuose: ora istruitevi qui); io invece propongo un più modesto (e morigerato) bullshit bingo di cui trovate la cartella qui sotto. Suggerimenti per migliorarlo sono bene accetti nei commenti.

unioni_civili_bullshit_bingo

Unioni civili e “liste di proscrizione”: breve riflessione in tre tempi

1. Prologo

Il 13 gennaio Gay.it ha pubblicato nomi e recapiti pubblici di un gruppo di senatori PD che sarebbero pronti a votare contro il DDL Cirinnà presentato dal loro stesso partito se le norme sull’adozione del figlio del partner non verranno stralciate. Per questa iniziativa si è parlato di liste di proscrizione e i redattori del sito si sono beccati degli squadristi.

2. Svolgimento

Forse i parlamentari in questione, come immagino i loro colleghi di altra casacca, si sono abituati a dover rispondere solo alle rispettive segreterie invece che agli elettori (thanks, liste bloccate). Mi duole doverli risvegliare bruscamente, ma la democrazia parlamentare nel mondo occidentale funziona anche così: del resto, se il tuo elettore non ti segue durante il mandato, come fa a decidere se rinnovartelo? No, non tirate fuori il divieto di mandato imperativo: l’Art. 67 della Costituzione esclude un impegno giuridicamente vincolante del parlamentare nei confronti degli elettori, e un diritto di revoca da parte di questi a mandato in corso (recall). La responsabilità politica, quella resta tutta.

In quanto al fornire i contatti dei parlamentari in questione e invitare i cittadini a farsi sentire: ne ho già scritto, l’attività di lobbying è parte integrante del gioco politico e se fatta secondo le regole è giusto che sia così. I cittadini hanno tutto il diritto di associarsi per cercare di influenzare un determinato procedimento legislativo; tanto è vero che gli oppositori delle unioni civili hanno lanciato giusto la settimana scorsa una serie di iniziative (alcune delle quali, come “l’ora di preghiera”, decisamente discutibili), incluso l’invito a contattare i parlamentari per invitarli a non votare il DDL.

3. Conclusione

Che i rappresentanti dei cittadini si rassegnino, quello di seguirli nella loro attività legislativa e di contattarli per manifestare scontento (o appoggio) resta un nostro diritto. Nel caso delle unioni civili poi bisognerebbe avere il buon gusto di tacere, se non altro per senso della decenza: dopo aver tergiversato e giocato sulla pelle delle persone per un tempo oggettivamente inconcepibile, lamentarsi se qualcuno osa protestare è ridicolo e inaccettabile. Invece di farci distrarre dal dito delle “liste di proscrizione”, faremmo meglio a concentrarci sulla luna di quei diritti che sembrano ancora appartenere a un’altra galassia.

Smettiamola di minimizzare: quelle di Tavecchio non sono gaffe

Ogni volta che apre bocca, il presidente della FIGC Carlo Tavecchio fa danno. Non c’è minoranza che non abbia offeso, simbolico negozio di porcellana dove non abbia compiuto devastazioni.

Ripercorrere l’elenco delle sue infelicissime uscite sarebbe inutile, ma credo valga la pena di riflettere brevemente sul modo in cui vengono accolte – oltre che, ovviamente, con sacrosanta indignazione.

Il termine più usato dai media italiani per descrivere le esternazioni di Tavecchio è senza dubbio “gaffe”. Secondo la Treccani, una gaffe è un atto commesso “per goffaggine, inesperienza o anche semplice distrazione” che crea imbarazzo in chi vi assiste. Ecco, io non sono sicura che quello che esce dalla bocca di Tavecchio si possa derubricare a gaffe. Quando parlò di calciatrici “handicappate” rispetto ai colleghi uomini o di giocatori africani “mangiabanane”, lo fece da dirigente di Federcalcio con una carriera trentennale e quelle frasi non erano dettate da goffaggine o inesperienza: erano il linguaggio che è evidentemente abituato a utilizzare da una vita. E credo che sia troppo comodo minimizzare queste dichiarazioni definendole scivoloni: il fatto stesso che si ripetano puntualmente indica che siano spie del suo modo consueto di pensare, non incidenti linguistici.

Carlo Tavecchio ha 72 anni. Si potrebbe essere tentati di giustificarlo almeno in parte come prodotto del suo tempo. Uno cresce in un mondo libero dalla dittatura del politically correct (attenzione, sarcasmo) e poi un bel giorno scopre di non poter più dare impunemente dell’ebreaccio o della lesbica a qualcuno. Poverino, lo capisco. Tutti i punti di riferimento spazzati via.

A chi usa questo argomento però sfugge una cosa: tutti noi, crescendo, aggiorniamo le nostre idee e ci liberiamo di credenze e atteggiamenti che erano perfettamente accettabili quando eravamo piccoli e ignoranti, ma non più una volta adulti. Tutti noi abbiamo creduto a Babbo Natale, ma troveremmo perlomeno strano pretendere di continuare a farlo per il resto della nostra vita, semplicemente perché lo facevamo senza problemi quando avevamo quattro anni.

Diventare adulti significa anche capire quali delle nostre idee siano sbagliate e vadano lasciate indietro e questo processo, se magari rallenta con l’età, non può mai considerarsi concluso. Non esiste un livello adulto che completa il gioco oltre il quale non resta più nulla da imparare. E se un settantenne è considerato in grado di gestire la Federazione di uno sport popolarissimo con un indotto decisamente importante, allora deve anche essere in grado di aggiornare un paio delle sue idee sul mondo, e imparare a trattare tutti con il rispetto che meritano. Altrimenti può sempre accomodarsi all’uscita.