Emigrati italiani. Appunti dall’estero

Piccolo racconto da libro Cuore: il mio bisnonno è emigrato negli Stati Uniti ai primi del Novecento. Si è fatto tutta la trafila: traversata in terza classe pregando di non colare a picco, sbarco a Ellis Island con il terrore di essere rimandato indietro perché al funzionario dell’immigrazione quel giorno girava così, ricominciare da zero a Little Italy facendo qualsiasi lavoro capitasse a tiro (uno dei preferiti? Andare a recuperare la spazzatura nei ristoranti à la page di New York, che all’epoca usavano ancora argenteria autentica: lui ritirava i sacchi dell’immondizia e li passava in rassegna, a volte recuperava una forchetta).

Bene, direte voi tra un fazzoletto e l’altro. Ma perché ci rifili questa storia? Me l’ha fatta tornare in mente questo speciale del Corriere che invita gli italici cervelli in fuga e i loro genitori a condividere le rispettive storie strappalacrime di emigrazione; una volta finito di alzare gli occhi al cielo, ho pensato le seguenti cose.

Primo: ma per favore. Non si può raccontare l’emigrazione dei gggiovani-incompresi-che-l’Italia-non-merita con gli stessi toni lacrimevoli delle vicende dei nostri avi, semplicemente perché ci sono differenze abissali. Il mio bisnonno si è sciroppato un viaggio rischioso per finire in un posto di cui non parlava la lingua e non conosceva assolutamente nulla, in cui gli italiani non erano visti esattamente con simpatia, e senza praticamente alcuna qualifica se non la voglia di lavorare; e non mi dilungo sulla difficoltà di mantenere i contatti con la famiglia. Gli italiani all’estero oggi? In media arriviamo in posti di cui sappiamo già la lingua o in cui possiamo cavarcela con un po’ di inglese, abbiamo un titolo di studio, volendo possiamo parlare con chi abbiamo lasciato in Italia anche tutte le sere, e chi di noi sta in Europa in genere ha accesso facile a una rotta low-cost.

Secondo: trovo sconcertante (e voglio essere gentile) l’idea di uno speciale sull’emigrazione che non provi a fare un confronto con quell’emigrazione che in Italia trova la propria destinazione anziché il punto di partenza. Perché salta immediatamente all’occhio che gli italiani all’estero sono in grandissima parte persone privilegiate: abbiamo potuto studiare e laurearci e abbiamo alle spalle una famiglia che ci ha supportati e probabilmente sostenuti economicamente quando accettavamo stage sottopagati perché era l’unico modo di rimpolpare il CV. Molti di noi, anche se su questo in genere si glissa perché stona con la vulgata del-giovane-incompreso-e-costretto-a-gettare-la-spugna, stanno all’estero perché ci si trovano bene, e non perché abbiano dovuto fuggire da un Paese che non riconosceva i loro talenti. In altre parole, siamo all’estero perché lo abbiamo liberamente scelto, e abbiamo potuto permetterci di farlo. Non spendere neppure una parola per mettere tutto questo in relazione con chi in Italia invece ci arriva in fuga da situazioni disperate, per notare la differenza tra expat e migrant, mi sembra un’omissione piuttosto grave.

Terzo: sicuramente sono io che penso male. Ma a me le “inchieste” che il Corriere propone da un po’ di tempo a questa parte sembrano un ottimo esempio di subappalto del lavoro giornalistico al lettore. Come per quelle fotogallery composte esclusivamente da screenshot di materiale saccheggiato dai social, l’unica cosa che devono fare in redazione è dare il calcio d’inizio: raccontateci la vostra storia. E noi, obbedienti, gli forniamo il materiale per generare clic, per poter dire in cambio “Mi hanno citato sul giornale!”. Tutto rigorosamente gratis. Com’era quella cosa dello sfruttamento che ci costringe a emigrare?

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Emergenza stupri, un puntino sulla i

agendasetting_stuproI pennivendoli di tutta Italia hanno deciso che in questi ultimi giorni d’estate “va” parlare di violenza sessuale; ovviamente con i toni apocalittici di chi avendo appena scoperto un problema crede che il resto del mondo fosse altrettanto ignorante in materia e vada quindi allertato quanto prima, e l’immancabile spruzzata di razzismo anti-migranti che come sappiamo quest’anno si intona a tutto.

Ecco, potremmo anche credere alla loro buona fede nel considerarlo un problema serio come in effetti è, se non fosse che: insistere sulla presentazione di dati divisi per passaporto del perpetratore fa inevitabilmente virare il dibattito verso un “italiani vs stranieri”, e non è quello il punto; limitarsi a riportare fatti di cronaca con quanti più particolari raccapriccianti possibile per titillare il lettore, senza inquadrare il fenomeno parlando di patriarcato, mascolinità tossica, e cultura dello stupro è peggio che inutile; e infine farlo dalle stesse homepage che ospitano fotogallery, video, e ciarpame vario che contribuisce senza remora alcuna a quell’oggettificazione della donna che sta alla base della cultura dello stupro è un esempio di ipocrisia non da poco.

Quindi fate il favore: se non siete in grado di parlare di un argomento tanto serio con cognizione di causa, state zitti e cercate almeno di non fare altri danni.

Di istruzione, (ancora) vaccini, e superiorità a buon mercato

Un anno e mezzo fa ho scritto un post sul fenomeno per cui questioni scientifiche come l’indispensabilità dei vaccini che pensavamo chiuse da tempo vengano inaspettatamente riaperte, con la complicazione ulteriore rappresentata dal fatto che stavolta anche le voci di persone non qualificate finiscono sullo stesso piano di quelle degli esperti (i quali giustamente, nel loro piccolo, si incaxxano).

In quel post facevo notare come sia ormai ampiamente dimostrato che purtroppo la logica e i dati scientifici di per sé non sono necessariamente sufficienti a far cambiare idea a qualcuno. Un paio di mesi fa ho ripreso l’argomento a proposito appunto dello specifico caso dei vaccini, che nel frattempo in Italia è parecchio degenerato.

Ho poi ripensato alla questione anche perché nel frattempo c’è stata una mezza tempesta social innescata da Matteo Salvini, il quale dopo aver litigato con Feltrinelli per motivi che mi sfuggono ma che non intendo approfondire ha dichiarato che avrebbe boicottato le librerie del gruppo, attirandosi una marea di lazzi. Qual è il collegamento, dite voi? Io ne vedo due: una sorta di “liberi tutti” per quanto riguarda i toni, e un buon esempio di effetto Dunning-Kruger.

Senza stare a ripetere tutto quello che ho già avuto occasione di scrivere, nel caso vaccini (ma anche in generale) mi urta moltissimo chi crede che avere ragione nel merito lo esenti dal rispettare i requisiti basilari di educazione e si permette quindi di dare simpaticamente del deficiente a destra e a manca. Se le idee non godono assolutamente di un presunzione di rispetto, le persone sì e quando a non averlo è un professionista lo trovo ancora più grave, perché mi sembra meschino abusare della propria posizione per farsi gioco delle persone e delle loro ansie. Specie quando, e questo è il punto, quelle ansie sono frutto di un’ignoranza non necessariamente cercata, ma più banalmente prodotta da circostanze su cui non abbiamo un gran controllo.

È verissimo che molti degli antivaccinisti sono persone con una buona cultura (il che in genere li rende ancora più ostinati, ne ho scritto nel mio primo post sull’argomento); ma è anche vero che non tutti hanno avuto la possibilità di studiare né la fortuna di nascere in una famiglia che valorizzasse la cultura e avesse i mezzi per coltivarla. C’è una letteratura sterminata su quanto forte e duratura nel tempo sia l’influenza sui risultati scolastici del crescere in famiglie che possono permettersi di investire in istruzione; e dal momento che non scegliamo dove nascere, trovo che astenersi dal ridicolizzare gratuitamente chi la stessa fortuna non l’ha avuta sia il minimo sindacale (come pure mettere a profitto quella stessa fortuna che a noi invece è toccata, ma di questo parliamo magari un’altra volta).

Quindi, per passare dai vaccini a Salvini, si può anche scherzare su quello 0% di diminuzione del fatturato che il segretario della Lega potrebbe causare a Feltrinelli: Salvini appartiene a tutti i gruppi con una qualche forma di privilegio (uomo, bianco, etero, benestante, non disabile), ha accesso a moltissime risorse e fondamentalmente nessuna scusa che giustifichi la sua ignoranza. Ma per una gran parte del suo elettorato non è affatto così, fondamentalmente per motivi economici: e quando scherniamo la scarsa attitudine alla lettura di una persona che non ha proseguito gli studi oltre la scuola dell’obbligo, di fatto stiamo schernendo la sua povertà o il suo essere nata in una famiglia che non le ha dato modo di approfondire la propria formazione. Non so a voi, ma a me la cosa suona semplicemente come un tentativo di vincere facile e sentirsi migliori senza dover fare troppi sforzi.

Dicevo anche dell’effetto Dunning-Kruger, quella tendenza (volendo ipersemplificare) a sovrastimare le proprie capacità cognitive e minimizzare o non cogliere del tutto i propri errori. Ecco, a me pare che molti di quelli che ho letto insultare allegramente genitori antivaccinisti e leghisti non amanti della lettura ci siano cascati in pieno.

Senza voler pretendere di essere l’unica ad aver fatto notare la cosa, nei miei post ho citato diversi articoli e studi che dimostrano come spesso attaccare frontalmente chi si è convinto a torto o a ragione di una determinata cosa non solo non gli farà cambiare idea, ma anzi lo convincerà ancora più fermamente di essere nel giusto. Quando ho sollevato il punto nelle discussioni che ho avuto su Twitter e offline, spesso mi sono sentita rispondere con una variazione di “Capisco quello che dici ma continuerò comunque a dare dei cretini ai genitori che non vogliono far vaccinare i figli”. Hellooo? E questo atteggiamento in che cosa ti renderebbe più intelligente di loro? Ti ho spiegato perché si tratta di una strategia deleteria, ti ho portato fonti a sostegno di quello che dico, se davvero fossi razionale e logico come dici di essere dovresti adattare il tuo modo di fare sulla base di queste nuove informazioni. Il fatto che tu faccia spallucce e tiri dritto per la tua strada mi fa nascere quantomeno il sospetto che alla fine per te conti il poter dare dello stupido a qualcuno e sentirti superiore, senza effettivamente interrogarti sul modo migliore di fargli notare e correggere il suo errore.

Stessa cosa per il discorso della lettura: secondo i dati più recenti gli italiani che non leggono neppure un libro all’anno sono il 60% della popolazione, in grandissima parte uomini. Statisticamente è lecito supporre che tra chi ho letto fare battute su Salvini e Feltrinelli ci sia pure qualcuno che appartiene a questo gruppo (sì, significa pensare male; ma come ben sapete, spesso…). Ma anche se così non fosse, fare meglio di chi non legge mai è un’asticella decisamente bassa; che diamine, basta leggere un libro all’anno per salire di categoria. Se poi quel libro è il ricettario respiriano, l’Harmony allegato a Grazia di Ferragosto o Gli extraterrestri e l’origine della civiltà, scusate ma non vedo molta differenza con il non leggere per niente.

Essendomi impelagata fin troppe volte in estenuanti discussioni con antiabortisti, antivaccinisti, anti-LGBT, anti-UE e compagnia brutta (mi mancano i terrapiattisti, ma non dubito di riuscire a smarcare presto anche questa casella), so perfettamente quanto possa essere frustrante sapere di avere ragione da vendere e continuare a sbattere su un muro di illogicità e malafede. Ma, sapendo anche che non serve assolutamente a niente, possiamo almeno evitare di sbroccare e attaccare il nostro interlocutore sul personale? Non sono una grande fan delle cause perse e sono la prima ad ammettere di avere la miccia cortissima: se entrare in una discussione può servire solo a farmi venire un attacco di bile, non ci entro e basta. Poi è ovvio, ognuno di noi interagisce con gli altri come meglio crede. Dico solo che sentirsi soddisfatti della propria intelligenza e cultura perché ci permettono di dare del mentecatto a destra e a manca su un social non mi sembra poi questo gran uso delle suddette.

Autoritarismo sui vaccini? Pesiamo le parole

I litigi sull’argomento vaccini continuano, rinfocolati dall’annuncio del Consiglio dei ministri su una stretta dell’obbligo vaccinale per l’iscrizione a scuola. La cosa ha provocato una marea di commenti indignati da parte di persone che, pur non mettendo direttamente in discussione l’efficacia dei vaccini (ma anzi in certi casi ammettendo apertamente di non voler discutere l’aspetto scientifico della faccenda), si sono lamentati di quella che vedono come un’intollerabile restrizione della libertà di scelta, parlando addirittura di svolta autoritaria.

Ho letto molte reazioni indignate a questa posizione, riassumibili nel classico “La libertà finisce dove inizia quella degli altri”; è una formula che non amo particolarmente perché rimanda a un’idea tra contrapposizioni di diritti che assomiglia a un gioco a somma zero, ma capisco chi la usa.

Quello che secondo me sfugge ai libertari della scelta a tutti i costi, però, è un altro punto: non viviamo un un vuoto pneumatico ma in una società complessa e interdipendente dove abbiamo diritti e responsabilità. E non tutte le scelte sono uguali. Il caso dei vaccini è (a questo punto mi viene da dire purtroppo) un esempio perfetto di come la scienza possa sabotare se stessa, riuscendo a sconfiggere un problema in maniera tanto efficace che ci dimentichiamo della sua gravità, e finiamo per ritenere opzionale quella stessa scienza che ci permette di cullarci nella sicurezza che ci ha fatto acquisire. La scelta di non vaccinare sembra avere sulla carta lo stesso peso di quella di vaccinare: ma così non è.

Non vaccinare i propri figli non mette a rischio solo loro ma anche tutte quelle persone che hanno bisogno di sfruttare l’immunità di gregge. Ed è qui che casca l’asino dell’autoritarismo: quel famoso contratto sociale si basa sul principio per cui la sovranità popolare va impiegata per perseguire l’interesse generale. E nel caso dei vaccini, l’interesse generale è che tutti quelli che possono continuino a usarli: sì, tutti. La terra non è piatta. Se apro la mano, la matita finisce per terra. Chiunque possa farlo deve vaccinarsi.

Chi si lamenta di imposizioni o paternalismo statale ignora o finge di ignorare che lo Stato in quanto espressione e organizzazione della sovranità popolare agisce con l’obiettivo dell’interesse generale di cui si diceva prima. All’individuo che si vaccina viene richiesto un impegno minimo che porta benefici immensi alla comunità. Chi si ostina a negarlo si nasconde dietro la pretesa di voler difendere la libertà di scelta come se tutte le scelte possibili in questo caso fossero equivalenti. L’unico -ismo, qui, è il loro e inizia con “ego”.

Il dibattito sui vaccini: perché avere ragione non basta

Grazie a E. e Chiara per gli spunti di riflessione.

Di vaccini e anti-vaccinisti si è già discusso fino alla nausea, e non ho intenzione di ripetere quanto detto da centinaia di persone molto più preparate di me sul merito della questione. Ho solo una considerazione personale da fare su come la discutiamo.

I toni usati contro i genitori che decidono di non far vaccinare i figli sono in generale durissimi, e capisco perfettamente l’esasperazione di chi, sapendo di essere nel giusto, si trova davanti a un muro di gomma che non ha ragione di esistere; ma sarebbe il caso di accettare che con questo approccio facciamo più male che altro.

Innanzitutto, come ho già avuto occasione di scrivere, quando cerchiamo di far cambiare idea a qualcuno non possiamo contare solo sulla logica e sui dati scientifici, ancorché inoppugnabili: le persone non si comportano come l’uomo razionale dei libri di economia, che ragiona come un computer, agisce sulla base delle informazioni che possiede e prende sempre la strada che gli permette di massimizzare il proprio utile. Siamo animali sociali che provano emozioni, ed entrambe queste componenti giocano un ruolo importantissimo nel nostro processo decisionale.

Secondo, la paura “dei vaccini” è più correttamente una paura delle conseguenze che si crede possano comportare, e la causa scatenante di quelle paure non ha nulla di così sbagliato: è semplicemente un’altra declinazione del naturalissimo desiderio di un genitore di proteggere i propri figli. Certo, una declinazione errata e non giustificabile, esattamente come quella di volerli “proteggere” da scene di baci gay in prima serata, ma che non spariranno semplicemente perché le abbiamo liquidate con un “Siete dei deficienti”.

Terzo, cercare di modificare un comportamento altrui mediante shaming non è una strategia efficace: per esempio, è ormai dimostrato che stigmatizzare e prendere in giro le persone sovrappeso non solo non le incita affatto a seguire una dieta, ma peggiora addirittura le cose. Ed è abbastanza intuitivo che con i vaccini questo può avere conseguenze a lungo termine al di là del caso specifico: se un genitore che esprime dubbi in merito si sente dare del cretino dal pediatra, è probabile che la volta successiva invece che al medico preferirà chiedere a Google o a forumterapeutidellacquafresca.truffa.com; o magari cambierà direttamente pediatra e finirà per affidare i propri figli a un ciarlatano.

Infine, una parola proprio sul ruolo del medico: come faceva notare un’altra persona intelligente che seguo su Twitter, il successo di “terapie” tipo l’omeopatia si spiega anche con il cambiamento nel rapporto medico-paziente, che negli ultimi anni si è in un certo senso deteriorato: i pazienti lamentano la mancanza di ascolto, di empatia, se vogliamo di umanità da parte dei professionisti della medicina. Chiaro che quando emerge un modello alternativo la tentazione di affidarcisi è forte; specie se il medico “ufficiale” non manca solamente di disponibilità all’ascolto, ma di rispetto ed educazione tout court. E si noti che, proprio in quanto professionista, in questo campo il medico è tenuto a uno standard di comportamento ancora più elevato di quello dell’uomo della strada.

Invece leggo sui social commenti entusiasti per l’approccio di medici tipo Roberto Burioni, che non si fanno scrupoli a insultare anche pesantemente i propri interlocutori. Non metto certo in dubbio che abbiano ragione da vendere sul merito; ma forse dovrebbero (e dovremmo tutti) fermarci a riflettere sul fatto che avere ragione non serve a niente, se non si fa nemmeno lo sforzo di comunicare in maniera efficace con chi ci sta di fronte; e di ricordare che, se le idee non godono di un automatico diritto al rispetto, le persone sì.

L’irresistibile tentazione del “Non sono… ma”

Dell’incoerenza tra fatti e dichiarazioni ho parlato brevemente tempo fa in un post dedicato ad altro argomento, ma mi è capitato di ripensarci nelle ultime settimane in occasione di discussioni che ho avuto in prima persona o a cui ho assistito, in particolare su Twitter. L’ultima in ordine di tempo è quella ancora in corso sul servizio dedicato da Report al vaccino contro l’HPV (del servizio in sé e di Report in generale hanno già scritto benissimo altri, quindi salto a piè pari il riassunto).

La reazione del conduttore del programma, come da copione, conteneva il classico “Noi non siamo antivaccinisti [ma]” e sarò ingenua io, ma non riesco a capire perché ancora si tiri fuori questa pseudo-difesa. Già il fatto che uno dei commenti più frequenti sia stato “‘Non sono antivaccinista ma’ is the new ‘Ho tanti amici gay'” dovrebbe dirla tutta.

Per qualche strano motivo invece continuiamo a pensare che quello che dicono politici, giornalisti, personaggi famosi… abbia il misterioso potere di annullare o far pesare di meno quello che fanno, quando dovrebbe essere esattamente il contrario. Tanto per essere chiari: non sto dicendo che quello che esce dalla bocca di una persona con un certo seguito non sia importante, anzi. Semplicemente, non può cancellare le sue azioni.

Per cui che tu dica di essere a favore dei vaccini mi interessa un po’ meno di zero, se poi mandi in onda mezz’ora di accuse imprecisate e basate su interviste a personaggi dubbi dalle credenziali scientifiche nulle o non esattamente impeccabili. Non trovo rilevante che tu ripeta “Il tema del servizio era la farmacovigilanza”, se poi il pezzo in sé parla d’altro (per tutti quelli che si sono accodati: se vuoi davvero realizzare un servizio sulla farmacovigilanza, basta parlare di come si svolge l’iter ricerca – sperimentazione – processo di approvazione – immissione sul mercato, e di quale sia il processo decisionale negli organi di controllo preposti. E guarda un po’, tutto questo lo si può fare senza mai nominare uno specifico farmaco, né tantomeno un vaccino). Non mi affannerò a leggere i tuoi tweet e comunicati su Facebook il giorno dopo, quando ormai il danno è fatto.

“Non sono X” non è una formula magica dai poteri retroattivi; invece di affannarsi a ripetere di non essere antivaccinisti/omofobi/razzisti/eccetera, non sarebbe meglio cercare di dimostrarlo nei fatti? Domanda retorica, lo so. Ci lasciamo tutti tentare dalle scorciatoie.

Di Oscar e miopia culturale

Premesso che: non ho visto tutti i film nominati all’Oscar come miglior pellicola; tra quelli che ho visto, avrei votato Hidden Figures prima di Moonlight, e Moonlight prima di La La Land; la mia opinione in materia conta molto poco; premesso tutto ciò insomma, devo ancora leggere un commento da media ed esperti del settore italiani che non tiri in ballo Trump e i valori liberali di Hollywood per spiegare il trionfo di Moonlight.

In sintesi, i pezzi che ho letto sull’argomento sono tutti più o meno una variante sul tema “L’Academy fa vincere la statuetta a Moonlight per mandare un messaggio alla nuova amministrazione USA”. Proprio a nessuno è venuto in mente il problematico sottinteso di quest’idea?

Tralasciamo il fatto che, se l’Oscar a Moonlight fosse un segnale di censura e protesta contro Trump, allora quello a Casey Affleck potrebbe essere letto come un segnale di approvazione e incoraggiamento allo stesso Trump sulla questione delle molestie sessuali. Il punto è che riducendone la vittoria a “segnale”, di fatto si negano il valore artistico di Moonlight e il suo modo di affrontare un tema complesso e delicato come l’omosessualità nella comunità afroamericana (un buon commento che approfondisce questi punti lo trovate qui). Si insinua cioè che un film diretto e interpretato da neri, che si concentra sulla vita di personaggi di colore, non potrebbe mai e poi mai vincere un riconoscimento importante come l’Oscar se non grazie alla spinta di circostanze esterne.

Se alla Casa Bianca ci fosse Hillary Clinton, o se questa fosse l’edizione 2016 degli Academy Awards, Moonlight avrebbe comunque pienamente meritato il suo Oscar. Voler spiegare a tutti i costi il suo successo esclusivamente in termini di uso politico dello stesso è un atteggiamento paternalista e intriso di un razzismo neanche troppo strisciante. Quella di Moonlight non è la vittoria del politically correct, è la vittoria di un bel film. Un film che per via delle circostanze si è trovato a competere in un anno particolare e che lo ha caricato di un significato aggiuntivo, ma che sa benissimo reggersi sulle proprie gambe anche da solo.