Ancora di aborto – e filosofia

Oggi pomeriggio l’autore di questo post, scritto in risposta alla mia riflessione sulla retorica anti-choice, mi ha invitata via Twitter a commentarlo. Va detto che la mia reazione iniziale a chi mi chiede di “parlare di” è quasi sempre di fastidio: nei miei spazi parlo di quello che voglio io. Ma credo che la domanda posta sia interessante, non tanto in sé quanto come esempio di presunto gotcha argomentativo (vale a dire un “Te l’ho fatta!” che si vorrebbe risolutivo ma che non è affatto tale).

Riporto in toto la parte saliente (ho eliminato solo la divisione in paragrafi):

Tutto molto convincente, eh. Sul piano filosofico non fa una piega. Ma davvero il feto non c’entra nulla? Nulla di nulla? Che cosa manca? Manca un riferimento – uno solo, uno qualsiasi – allo sviluppo del feto. Proprio non se ne fa parola: quello è solo “il feto”. Poco importa se ha sei giorni, sei settimane o sei mesi: poiché il feto è attaccato al corpo della donna, il diritto della donna prevale. Se è così, allora io pongo una domanda: “Siccome il diritto della donna prevale sempre e comunque, a prescindere dallo sviluppo del feto, l’aborto dev’essere consentito in qualsiasi momento, al limite anche il giorno prima del parto?”. Se la risposta è no, bisogna assumersi la responsabilità di stabilire quando, con precisione, il diritto della donna smette di prevalere e l’aborto non è più ammissibile perché il feto assume la condizione di persona. Bisognerà proporre degli argomenti. Quali? Se la risposta è sì… be’, va bene. Ci sta. Però bisogna essere consequenziali e arrivare alla conclusione inevitabile: accettare l’aborto fino all’ultimo istante e battersi per cancellare ogni limite temporale previsto dalla legge 194, per ogni donna senza eccezioni. Vogliamo parlarne?

Parliamone, di questa domanda. E soprattutto parliamo del modo in cui è costruita, perché contiene un paio di salti logici e distorsioni non indifferenti. “Siccome il diritto della donna prevale […], l’aborto dev’essere consentito in qualsiasi momento […]?” Secondo il suo autore ci sono solo due risposte possibili: no, e allora bisogna stabilire quando “il diritto della donna smette di prevalere [grassetto aggiunto]; oppure sì, e allora la conclusione è “inevitabile: accettare l’aborto fino all’ultimo istante e battersi per cancellare ogni limite temporale”. Vediamo una per una le fallacie di questo ragionamento.

1. L’idea che a un certo punto il diritto della donna (all’autodeterminazione sul proprio corpo) “smetta di prevalere”. Di prevalere su cosa? Questa formulazione sembra riaprire la strada a un presunto diritto alla vita del feto, ma il ragionamento pro-choice si incentra sul fatto che, anche ammettendo che quel diritto esista, da esso non discende alcun diritto a usare un altro corpo per sopravvivere. Il fatto è questo: il diritto all’autodeterminazione non viene mai meno. Esiste un limite temporale per l’accesso all’aborto semplicemente perché si assume che una donna posta di fronte alla decisione se portare a termine o meno una gravidanza sia in grado di prendere tale decisione in un certo lasso di tempo, passato il quale si considera che abbia accettato di ospitare l’occupante del suo utero fino alla nascita (mi verrebbe quasi da chiamarlo “diritto di recesso”). Ma questo non significa affatto che il suo diritto all’autodeterminazione venga meno, e soprattutto non significa assolutamente che da un certo punto in poi “l’aborto non [sia] più ammissibile perché il feto assume la condizione di persona [grassetto aggiunto]”.

2. Questo è il secondo salto logico: il feto non assume mai la condizione di persona; quel passaggio si verifica solo con la nascita. L’aborto non è più ammissibile dopo un certo periodo non specialmente perché lo status del feto cambi, ma perché il “diritto di recesso”, come detto sopra, va esercitato entro un certo periodo. Il fatto che il diritto all’autodeterminazione non venga meno è dimostrato dal fatto che il “diritto di recesso” possa di nuovo essere esercitato in casi particolari (di solito eccezioni mediche) anche dopo il termine legale.

3. Il terzo errore è anche di terminologia e non è nemmeno tutta colpa dell’autore: l’italiano è una lingua un po’ scarsa in questo ambito, limitandosi a parlare di aborto “terapeutico”. In inglese quelle dopo il termine legale non si chiamano più abortions ma late-term terminations, e l’uso di un vocabolo diverso non è una sottigliezza ma serve anche a marcare il diverso carattere dei due tipi di intervento. Nel secondo caso abbiamo una modifica della situazione originale in base a cui la donna aveva preso la decisione di portare a termine la gravidanza, una modifica talmente significativa (scoperta di gravi malformazioni fetali, insorgenza di patologie che mettono a rischio la vita della gestante…) da rimettere sul tavolo la decisione. E che sia ben chiaro, i motivi per cui si pratica un’IVG dopo i termini legali sono sempre seri: nessuna donna incinta di sette od otto mesi arriva un bel giorno in un reparto di ostetricia dicendo che ha cambiato idea e si è svegliata con il desiderio di abortire. Se applicata come dovrebbe (un grosso “se”, lo so), la 194 dà a una donna tutto il tempo necessario per prendere una decisione ragionata. Se dovesse avere bisogno di interrompere la gravidanza più tardi, sarebbe a causa di problemi gravi e non per sport. Parlare di “battersi” per l’aborto “anche il giorno prima del parto” è una formulazione incredibilmente irrispettosa dell’intelligenza delle donne: si vuole davvero sostenere che l’aborto debba essere accessibile per l’intera durata della gravidanza perché si pensa sul serio che a una donna ne possa venire voglia a caso “anche il giorno prima del parto”? Bitch, please.

Le donne sono esseri umani senzienti e perfettamente in grado di decidere se avere un aborto o meno in tre mesi. L’intervento medico dopo i novanta giorni non è una passeggiata e non ha senso sminuire la questione presentandola come un semplice problema filosofico. Non credo sia necessario parlarne oltre.

Advertisements

Cultura popolare: consumare con responsabilità

– Friedrich Nietzsche! We cannot burn Friedrich Nietzsche; he was the most important thinker of 19th Century!

– Oh, please! Nietzsche was a chauvinist pig, who was in love with his sister.

– He was not a chauvinist pig.

– But he was in love with his sister.

Questo scambio di battute dal non memorabile The Day After Tomorrow (i personaggi, bloccati nella New York Public Library da un’apocalittica tempesta di neve, stanno discutendo su quali libri bruciare per tenersi al caldo) mi è tornato in mente per via del caso Weinstein e dell’effetto domino che ha scatenato.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a uno stillicidio di rivelazioni a proposito di attori, cantanti, comici, registi… e del modo in cui, a volte per decenni, hanno approfittato della propria posizione per molestare impunemente moltissime donne (ma non solo – si veda alla voce Kevin Spacey).

Uno degli aspetti più spinosi della discussione generata dal terremoto mediatico intorno alla questione è quello della “distinzione” che dovremmo fare tra la persona accusata di molestie e l’artista. A un estremo ci sono i radicali della separazione totale, che continuerebbero a difendere un genio creativo anche se venisse fuori che nel tempo libero ama bollire vivi cuccioli di panda; dall’altro i puristi che, scoperta una pecca magari non tremenda a proposito di un autore fino a quel momento apprezzato, danno immediatamente alle fiamme tutto quanto avevano in casa con quel nome sopra.

È una questione su cui personalmente mi arrovello da ben prima del caso Weinstein, non fosse altro perché nel corso degli anni ho subito più di una delusione nello scoprire cose poco piacevoli su alcuni dei miei autori preferiti (un’interessante carrellata di scrittori e scrittrici dall’indubbio talento la cui bussola morale decisamente non puntava il Nord la trovate qui). Fino a oggi avevo sempre concluso banalmente che l’artista e la persona non sono inseparabili, semplicemente perché ogni artista è una persona come tutte le altre (pur se più brava in quel determinato campo), e questo include l’avere imperfezioni, difetti, e idee bacate. Dove tracciare il limite era lasciato alla discrezionalità del singolo.

Le vicende degli ultimi mesi mi hanno costretta ad approfondire un po’ le mie riflessioni; perché in effetti la questione non è così semplice da poter essere risolta solo a livello individuale, ma credo richieda uno sguardo più ampio al sistema in cui “consumiamo” cultura.

Il (banale, lo so) punto di partenza è che operiamo in un sistema capitalistico anche nella fruizione di intrattenimento culturale in senso lato. La creazione e coltivazione di fanbase, in questo senso, è un potentissimo meccanismo di fidelizzazione del consumatore: chi si sente parte del gruppo dei “veri” fan di, poniamo, Star Wars, andrà religiosamente a vedere film dopo film della serie, accettando magari di pagare prezzi gonfiati per un biglietto di anteprima; acquisterà i gadget a tema; produrrà una marea di pubblicità gratuita discutendo della saga sui social o scrivendo fan fiction in tema.

Ora, di per sé il meccanismo non ha nulla di sbagliato: praticamente a tutti piace sentirsi parte di un gruppo con cui si condividono codici culturali e una passione. Ma ci sarà un motivo se il termine fan è un’abbreviazione di fanatic: il coinvolgimento emotivo suscitato da certe passioni può diventare eccessivo ed è questo uno dei motivi per cui, nel momento in cui un personaggio famoso viene accusato di un qualche reato, la reazione immediata e automatica di moltissimi fan è difenderlo a spada tratta indipendentemente dalle circostanze o dalla gravità dell’accusa.

Questo accade anche perché la delusione provata quando qualcuno si rivela imperfetto è direttamente proporzionale all’investimento emotivo che avevamo fatto in quella persona. La scoperta che qualcuno che ammiriamo ha volontariamente fatto del male ad altri mette in discussione la nostra capacità di giudizio e ci spinge a chiederci che cosa questa ammirazione dica di noi come persone. Questo contribuisce a spiegare perché spesso reagiamo male quando ci viene fatto notare che uno dei nostri idoli è “problematico” sotto alcuni aspetti.

Questo ragionamento è valido in termini generali; ma se lo applichiamo al caso specifico dello sfaccettato sistema di molestie che si sta rivelando nel mondo dello spettacolo, non possiamo fingere di non vederne un aspetto importantissimo: gli stessi uomini che per anni hanno abusato del proprio potere hanno prodotto film, musica, spettacoli… che hanno contribuito a plasmare il nostro sistema di idee. Esattamente un anno fa, un pezzo su The Atlantic illustrava i risultati di varie ricerche su come le rom-com tendano a normalizzare comportamenti di stalking; altri hanno fanno notare come i film che contengono scene di sesso etero in cui la donna è in posizione “ricevente” (p.e. cunnilingus) ricevono sistematicamente divieti per “minori di” più stringenti di quelli in cui a “ricevere” è l’uomo, come se ci fosse qualcosa di sconveniente. Nel suo intenso op-ed per il New York Times, Salma Hayek ha descritto in dettaglio le numerose pressioni fattele da Harvey Weinstein durante la lavorazione di Frieda per aggiungere scene di sesso saffico e nudità del tutto gratuite. E ancora: solo ieri ho scoperto che per anni Miramax ha acquistato i diritti di vari film girati in Asia per poi bloccarne l’uscita negli Stati Uniti, al tempo stesso impedendo ai distributori locali di esportarne i DVD originali. Non credo sapremo mai quanti validi “prodotti” culturali ci siamo persi a causa di questo modo di fare.

Per questo sono arrivata a trovare pilatesco il semplice dire “Non confondiamo l’individuo con l’artista”: perché, quando anche non si trattasse del caso forse limite di Woody Allen, in cui è l’artista per primo a mescolare continuamente le due parti di sé (il miglior commento che abbia mai letto in proposito suonava come “Praticamente ogni singolo film di Woody Allen è come quei biglietti che il serial killer manda alla polizia per prenderla in giro durante le indagini”), gli uomini recentemente smascherati come abusatori seriali hanno avuto per anni un’enorme influenza sulla cultura popolare; cultura popolare che, ci piaccia o no, contribuisce tantissimo a influenzare la nostra visione del mondo.

Avevo già abbandonato l’idea che all’individuo si debba perdonare tutto in nome del genio dell’artista (anche perché, come fa notare Glosswitch, in alcuni casi su quel presunto genio ci sarebbe pure da discutere); ma adesso credo anche che non sia più possibile nascondersi dietro a un “Teniamo separate le due cose e ognuno decida per sé”. Questi uomini hanno deciso per tanto, troppo tempo che forma dovesse avere il nostro intrattenimento, usando il successo artistico come scudo per evitare le conseguenze delle proprie azioni.

Non voglio assolutamente sostenere che dobbiano lanciarci in crociate retroattive, mettere all’indice decine di film e canzoni “contaminati”, e sentirci dei mostri se quei film e quelle canzoni ci hanno fatto ridere, commuovere, o semplicemente passare una bella serata. Ma credo che da questa vicenda potremmo trarre un’utile lezione sul come consumiamo cultura, esattamente come dalle frodi alimentari del passato abbiamo tratto utili lezioni sul che cosa cercare in etichetta, e come ripercorrere la filiera per essere ragionevolmente sicuri di stare “premiando” i produttori virtuosi. In altri termini, credo che potremmo imparare a essere consumatori di cultura (più) responsabili.

Dacci oggi la nostra melma quotidiana

Una di quelle giornate in cui la cronaca ti rovescia addosso così tanta melma da rischiare di soffocarti.

Una ragazza abbandonata in overdose viene usata per giustificare: una tentata strage razzista; un peloso discorso sulla necessità di “ridiscutere l’immigrazione”; una serie di vergognose uscite da campagna elettorale; un coro di sentenze sputate da chi ha avuto l’immensa fortuna di non trovarsi mai neppure di striscio ad avere a che fare con una dipendenza.

Si scopre che il corpo di quella stessa ragazza su cui stanno banchettando orde di sciacalli tra i peggiori mai visti ha subito un’ennesima, evitabile violenza poco prima di morire. Non che la riconosceremo come tale: diremo che non c’è stata costrizione fisica, che c’è stato un passaggio di denaro a sanare tutto, come se noi femministe non ci sgolassimo da anni a spiegare che è l’abuso di una posizione di vantaggio a rendere tale uno stupro.

Una seconda ragazza viene uccisa da un uomo, e i giornali si affrettano a servirci una carrellata delle sue foto e a informarci del fatto che fosse “problematica”, con un “passato difficile”. Perché fateci caso, le donne vittima di violenza spesso hanno un passato, una sorta di marchio di Caino che le rende in qualche modo responsabili di quello che loro accade. E, morendo, rinunciano a ogni diritto alla privacy: le loro foto, i video, i post su Facebook vengono serviti come contorno al banchetto degli sciacalli.

I media italiani, che da decenni contribuiscono a distorcere la realtà dell’immigrazione con inchieste, titoli, servizi apocalittici, confondono ancora la libertà di espressione con il diritto a un megafono, e offrono spazi a fascionazisti che si ostinano a non riconoscere e trattare come tali, giustificando l’inseguimento di ascolti e click con l’impellente “necessità” di un dibattito equilibrato. E pazienza se non abbiamo ancora imparato che la piena umanità di determinate categorie di persone non può, non deve, essere oggetto di dibattito. Pazienza anche se gli stessi media si autoesentano dall’obbligo di equilibrio che pretendono di imporre agli altri, continuando a usare quella neo-lingua vigliacca per cui la nazionalità dell’accusato di un reato è sempre specificata fin dal primissimo lancio di agenzia, ma solo nel caso in cui abbia passaporto del Sud del mondo e pelle non chiarissima.

Domani, ovviamente, ci sarà un altro carico di melma. Ci saranno le giustificazioni, le spiegazioni, i “chiarimenti” del perché di certi articoli che mai avrebbero dovuto essere scritti né tantomeno pubblicati, le non-scuse degli scribacchini che si diranno dispiaciuti (loro) se li abbiamo fraintesi (noi). E comincio a temere sul serio che, un giorno, tutta questa melma ci sommergerà per davvero.

The crow and the wall

A couple of weeks ago I read about the drawing challenge that British artist Bonnie Helen Hawkins had given herself for 2018: posting a picture of a crow every Monday for the whole year. Bonnie asked for short stories for inspiration, and I sent her The crow and the wall, which she used this week for post #4 (yay!). You can find the drawing and the story on her blog.

Di babygang e baby-alzare le mani

Negli ultimi giorni uno degli argomenti più trattati dai media italiani è quello delle “babygang” (ci sarebbe da discutere sul nome, ma lo farà qualcuno che ne ha voglia). Un commento ricorrente che ho letto in giro suona più o meno come “Dove sono le famiglie, un paio di schiaffi bene assestati farebbero miracoli”. Ho scoperto con sorpresa che quest’idea sembra essere ancora molto ma molto diffusa, incluso tra persone di cui avrei parlato in termini del classico pezzo di pane che non farebbe male a una mosca neppure con un fiore (o una cosa del genere).

Lasciando da parte il complesso discorso sulla delinquenza giovanile e fattori della suddetta, mi chiedo perché, come società, sembriamo essere ancora così incredibilmente tolleranti delle punizioni corporali (in famiglia – almeno alla loro inaccettabilità scolastica per fortuna ci siamo arrivati).

Il rimedio migliore?

Il problema che di solito rimane taciuto con l’approccio della disciplina corporale è che, molto banalmente, non funziona; è anzi controproducente. La revisione di cinque decenni di studi in merito, oltre a ricerche recenti, ha dimostrato che le persone sottoposte a punizioni corporali da piccole sono più propense ad avere una serie di problemi comportamentali da grandi. La mole di dati messa insieme negli anni è abbastanza imponente da far pensare che chiunque, leggendo le conclusioni dei ricercatori, abbandonerebbe seduta stante e per sempre l’idea che uno sculaccione bene assestato debba fare parte del suo bagaglio di genitore. Ma è evidente che dopo praticamente cinquant’anni siamo ancora al punto di partenza. Perché?

“Io sono venuto su benissimo”

Ho già parlato del fatto che tutti noi sviluppiamo naive beliefs, convinzioni basate sull’esperienza personale e che ci portano a ignorare teorie a esse contrarie, pure se supportate dai fatti, quando il “costo sociale” di abbandonare tali convinzioni è alto. Credo che questo fattore giochi anche nel caso delle punzioni corporali, tanto è vero che quasi sempre chi ne sostiene il valore educativo lo fa con un “Io da piccolo qualche schiaffone me lo sono preso, e mi ha fatto solo bene”. Ecco, no: la conseguenza pressoché inevitabile di essere disciplinati in questo modo da piccoli è che ci convince che usare la forza su un bambino sia accettabile – tanto è vero che l’altra conclusione generalmente riscontrabile negli studi citati sopra è che a disciplinare i propri figli con punizioni corporali sono le persone che le hanno subite da piccole. Difficilmente un adulto che non sia stato “introdotto” all’uso della forza da bambino la adotterà come metodo educativo una volta diventato genitore.

“Facile parlare senza avere figli”

Quando mi capita di discutere dell’argomento con un fautore delle punizioni corporali, più o meno a questo punto il mio interlocutore sbotta in un “Eh ma vorrei vedere te alle prese con tre bambini che corrono ovunque senza starti a sentire!”. E, va detto, hanno ragionissima. Fare il genitore è impegnativo e incredibilmente stressante, e a volte sembra che rifilare uno scapaccione ai mostrilli urlanti sia l’unica cosa che li faccia “stare a sentire”. Solo che, come abbiamo visto, non è vero, e non sarebbe giusto farlo neppure se lo fosse. Colpire un bambino ha due conseguenze: primo, gli insegna che anche le persone a cui sei profondamente attaccato e che ti amano possono farti del male; secondo, crea un’associazione tra obbedienza e uso della forza. In altre parole, insegna a obbedire soprattutto o solo per evitare una punizione, bypassando quel processo di “interiorizzazione” delle regole che è fondamentale per la convivenza in una società complessa.

“Oddio, no, ancora i vaccini”

Invece sì, mi spiace, ancora i vaccini. Perché questo discorso dell’obbedienza dettata solo dal timore della punizione è molto simile a quello che si è fatto all’epoca della discussione sulla legge Lorenzin: la stretta sull’obbligo delle vaccinazioni per l’iscrizione scolastica si è resa necessaria per supplire alla mancanza di quella che in termini generali si può definire coscienza civica. Coscienza civica che in Italia sembra farci abbastanza difetto, costringendoci a cercare di rimediare con la coercizione.

Ora, è ovvio che non sono solo gli scappellotti a minare il senso civico di un’intera popolazione; ma mi sembra che ci sia un parallelo tra la famiglia dove “due schiaffi” o la ciabatta volante vengono rivendicati quasi con orgoglio, e la società in cui le parole d’ordine più frequenti a proposito delle babygang sono “Linea dura” e “Più agenti in strada”, con le riflessioni sulla prevenzione e l’educazione relegate in un angolo.

Alzare le mani su un adulto è aggressione; prendere a calci un cane è crudeltà sugli animali; perché colpire un bambino dovrebbe godere ancora di una qualche esenzione?

Emigrati italiani. Appunti dall’estero

Piccolo racconto da libro Cuore: il mio bisnonno è emigrato negli Stati Uniti ai primi del Novecento. Si è fatto tutta la trafila: traversata in terza classe pregando di non colare a picco, sbarco a Ellis Island con il terrore di essere rimandato indietro perché al funzionario dell’immigrazione quel giorno girava così, ricominciare da zero a Little Italy facendo qualsiasi lavoro capitasse a tiro (uno dei preferiti? Andare a recuperare la spazzatura nei ristoranti à la page di New York, che all’epoca usavano ancora argenteria autentica: lui ritirava i sacchi dell’immondizia e li passava in rassegna, a volte recuperava una forchetta).

Bene, direte voi tra un fazzoletto e l’altro. Ma perché ci rifili questa storia? Me l’ha fatta tornare in mente questo speciale del Corriere che invita gli italici cervelli in fuga e i loro genitori a condividere le rispettive storie strappalacrime di emigrazione; una volta finito di alzare gli occhi al cielo, ho pensato le seguenti cose.

Primo: ma per favore. Non si può raccontare l’emigrazione dei gggiovani-incompresi-che-l’Italia-non-merita con gli stessi toni lacrimevoli delle vicende dei nostri avi, semplicemente perché ci sono differenze abissali. Il mio bisnonno si è sciroppato un viaggio rischioso per finire in un posto di cui non parlava la lingua e non conosceva assolutamente nulla, in cui gli italiani non erano visti esattamente con simpatia, e senza praticamente alcuna qualifica se non la voglia di lavorare; e non mi dilungo sulla difficoltà di mantenere i contatti con la famiglia. Gli italiani all’estero oggi? In media arriviamo in posti di cui sappiamo già la lingua o in cui possiamo cavarcela con un po’ di inglese, abbiamo un titolo di studio, volendo possiamo parlare con chi abbiamo lasciato in Italia anche tutte le sere, e chi di noi sta in Europa in genere ha accesso facile a una rotta low-cost.

Secondo: trovo sconcertante (e voglio essere gentile) l’idea di uno speciale sull’emigrazione che non provi a fare un confronto con quell’emigrazione che in Italia trova la propria destinazione anziché il punto di partenza. Perché salta immediatamente all’occhio che gli italiani all’estero sono in grandissima parte persone privilegiate: abbiamo potuto studiare e laurearci e abbiamo alle spalle una famiglia che ci ha supportati e probabilmente sostenuti economicamente quando accettavamo stage sottopagati perché era l’unico modo di rimpolpare il CV. Molti di noi, anche se su questo in genere si glissa perché stona con la vulgata del-giovane-incompreso-e-costretto-a-gettare-la-spugna, stanno all’estero perché ci si trovano bene, e non perché abbiano dovuto fuggire da un Paese che non riconosceva i loro talenti. In altre parole, siamo all’estero perché lo abbiamo liberamente scelto, e abbiamo potuto permetterci di farlo. Non spendere neppure una parola per mettere tutto questo in relazione con chi in Italia invece ci arriva in fuga da situazioni disperate, per notare la differenza tra expat e migrant, mi sembra un’omissione piuttosto grave.

Terzo: sicuramente sono io che penso male. Ma a me le “inchieste” che il Corriere propone da un po’ di tempo a questa parte sembrano un ottimo esempio di subappalto del lavoro giornalistico al lettore. Come per quelle fotogallery composte esclusivamente da screenshot di materiale saccheggiato dai social, l’unica cosa che devono fare in redazione è dare il calcio d’inizio: raccontateci la vostra storia. E noi, obbedienti, gli forniamo il materiale per generare clic, per poter dire in cambio “Mi hanno citato sul giornale!”. Tutto rigorosamente gratis. Com’era quella cosa dello sfruttamento che ci costringe a emigrare?

Emergenza stupri, un puntino sulla i

agendasetting_stuproI pennivendoli di tutta Italia hanno deciso che in questi ultimi giorni d’estate “va” parlare di violenza sessuale; ovviamente con i toni apocalittici di chi avendo appena scoperto un problema crede che il resto del mondo fosse altrettanto ignorante in materia e vada quindi allertato quanto prima, e l’immancabile spruzzata di razzismo anti-migranti che come sappiamo quest’anno si intona a tutto.

Ecco, potremmo anche credere alla loro buona fede nel considerarlo un problema serio come in effetti è, se non fosse che: insistere sulla presentazione di dati divisi per passaporto del perpetratore fa inevitabilmente virare il dibattito verso un “italiani vs stranieri”, e non è quello il punto; limitarsi a riportare fatti di cronaca con quanti più particolari raccapriccianti possibile per titillare il lettore, senza inquadrare il fenomeno parlando di patriarcato, mascolinità tossica, e cultura dello stupro è peggio che inutile; e infine farlo dalle stesse homepage che ospitano fotogallery, video, e ciarpame vario che contribuisce senza remora alcuna a quell’oggettificazione della donna che sta alla base della cultura dello stupro è un esempio di ipocrisia non da poco.

Quindi fate il favore: se non siete in grado di parlare di un argomento tanto serio con cognizione di causa, state zitti e cercate almeno di non fare altri danni.