Autoritarismo sui vaccini? Pesiamo le parole

I litigi sull’argomento vaccini continuano, rinfocolati dall’annuncio del Consiglio dei ministri su una stretta dell’obbligo vaccinale per l’iscrizione a scuola. La cosa ha provocato una marea di commenti indignati da parte di persone che, pur non mettendo direttamente in discussione l’efficacia dei vaccini (ma anzi in certi casi ammettendo apertamente di non voler discutere l’aspetto scientifico della faccenda), si sono lamentati di quella che vedono come un’intollerabile restrizione della libertà di scelta, parlando addirittura di svolta autoritaria.

Ho letto molte reazioni indignate a questa posizione, riassumibili nel classico “La libertà finisce dove inizia quella degli altri”; è una formula che non amo particolarmente perché rimanda a un’idea tra contrapposizioni di diritti che assomiglia a un gioco a somma zero, ma capisco chi la usa.

Quello che secondo me sfugge ai libertari della scelta a tutti i costi, però, è un altro punto: non viviamo un un vuoto pneumatico ma in una società complessa e interdipendente dove abbiamo diritti e responsabilità. E non tutte le scelte sono uguali. Il caso dei vaccini è (a questo punto mi viene da dire purtroppo) un esempio perfetto di come la scienza possa sabotare se stessa, riuscendo a sconfiggere un problema in maniera tanto efficace che ci dimentichiamo della sua gravità, e finiamo per ritenere opzionale quella stessa scienza che ci permette di cullarci nella sicurezza che ci ha fatto acquisire. La scelta di non vaccinare sembra avere sulla carta lo stesso peso di quella di vaccinare: ma così non è.

Non vaccinare i propri figli non mette a rischio solo loro ma anche tutte quelle persone che hanno bisogno di sfruttare l’immunità di gregge. Ed è qui che casca l’asino dell’autoritarismo: quel famoso contratto sociale si basa sul principio per cui la sovranità popolare va impiegata per perseguire l’interesse generale. E nel caso dei vaccini, l’interesse generale è che tutti quelli che possono continuino a usarli: sì, tutti. La terra non è piatta. Se apro la mano, la matita finisce per terra. Chiunque possa farlo deve vaccinarsi.

Chi si lamenta di imposizioni o paternalismo statale ignora o finge di ignorare che lo Stato in quanto espressione e organizzazione della sovranità popolare agisce con l’obiettivo dell’interesse generale di cui si diceva prima. All’individuo che si vaccina viene richiesto un impegno minimo che porta benefici immensi alla comunità. Chi si ostina a negarlo si nasconde dietro la pretesa di voler difendere la libertà di scelta come se tutte le scelte possibili in questo caso fossero equivalenti. L’unico -ismo, qui, è il loro e inizia con “ego”.

Il dibattito sui vaccini: perché avere ragione non basta

Grazie a E. e Chiara per gli spunti di riflessione.

Di vaccini e anti-vaccinisti si è già discusso fino alla nausea, e non ho intenzione di ripetere quanto detto da centinaia di persone molto più preparate di me sul merito della questione. Ho solo una considerazione personale da fare su come la discutiamo.

I toni usati contro i genitori che decidono di non far vaccinare i figli sono in generale durissimi, e capisco perfettamente l’esasperazione di chi, sapendo di essere nel giusto, si trova davanti a un muro di gomma che non ha ragione di esistere; ma sarebbe il caso di accettare che con questo approccio facciamo più male che altro.

Innanzitutto, come ho già avuto occasione di scrivere, quando cerchiamo di far cambiare idea a qualcuno non possiamo contare solo sulla logica e sui dati scientifici, ancorché inoppugnabili: le persone non si comportano come l’uomo razionale dei libri di economia, che ragiona come un computer, agisce sulla base delle informazioni che possiede e prende sempre la strada che gli permette di massimizzare il proprio utile. Siamo animali sociali che provano emozioni, ed entrambe queste componenti giocano un ruolo importantissimo nel nostro processo decisionale.

Secondo, la paura “dei vaccini” è più correttamente una paura delle conseguenze che si crede possano comportare, e la causa scatenante di quelle paure non ha nulla di così sbagliato: è semplicemente un’altra declinazione del naturalissimo desiderio di un genitore di proteggere i propri figli. Certo, una declinazione errata e non giustificabile, esattamente come quella di volerli “proteggere” da scene di baci gay in prima serata, ma che non spariranno semplicemente perché le abbiamo liquidate con un “Siete dei deficienti”.

Terzo, cercare di modificare un comportamento altrui mediante shaming non è una strategia efficace: per esempio, è ormai dimostrato che stigmatizzare e prendere in giro le persone sovrappeso non solo non le incita affatto a seguire una dieta, ma peggiora addirittura le cose. Ed è abbastanza intuitivo che con i vaccini questo può avere conseguenze a lungo termine al di là del caso specifico: se un genitore che esprime dubbi in merito si sente dare del cretino dal pediatra, è probabile che la volta successiva invece che al medico preferirà chiedere a Google o a forumterapeutidellacquafresca.truffa.com; o magari cambierà direttamente pediatra e finirà per affidare i propri figli a un ciarlatano.

Infine, una parola proprio sul ruolo del medico: come faceva notare un’altra persona intelligente che seguo su Twitter, il successo di “terapie” tipo l’omeopatia si spiega anche con il cambiamento nel rapporto medico-paziente, che negli ultimi anni si è in un certo senso deteriorato: i pazienti lamentano la mancanza di ascolto, di empatia, se vogliamo di umanità da parte dei professionisti della medicina. Chiaro che quando emerge un modello alternativo la tentazione di affidarcisi è forte; specie se il medico “ufficiale” non manca solamente di disponibilità all’ascolto, ma di rispetto ed educazione tout court. E si noti che, proprio in quanto professionista, in questo campo il medico è tenuto a uno standard di comportamento ancora più elevato di quello dell’uomo della strada.

Invece leggo sui social commenti entusiasti per l’approccio di medici tipo Roberto Burioni, che non si fanno scrupoli a insultare anche pesantemente i propri interlocutori. Non metto certo in dubbio che abbiano ragione da vendere sul merito; ma forse dovrebbero (e dovremmo tutti) fermarci a riflettere sul fatto che avere ragione non serve a niente, se non si fa nemmeno lo sforzo di comunicare in maniera efficace con chi ci sta di fronte; e di ricordare che, se le idee non godono di un automatico diritto al rispetto, le persone sì.

L’irresistibile tentazione del “Non sono… ma”

Dell’incoerenza tra fatti e dichiarazioni ho parlato brevemente tempo fa in un post dedicato ad altro argomento, ma mi è capitato di ripensarci nelle ultime settimane in occasione di discussioni che ho avuto in prima persona o a cui ho assistito, in particolare su Twitter. L’ultima in ordine di tempo è quella ancora in corso sul servizio dedicato da Report al vaccino contro l’HPV (del servizio in sé e di Report in generale hanno già scritto benissimo altri, quindi salto a piè pari il riassunto).

La reazione del conduttore del programma, come da copione, conteneva il classico “Noi non siamo antivaccinisti [ma]” e sarò ingenua io, ma non riesco a capire perché ancora si tiri fuori questa pseudo-difesa. Già il fatto che uno dei commenti più frequenti sia stato “‘Non sono antivaccinista ma’ is the new ‘Ho tanti amici gay'” dovrebbe dirla tutta.

Per qualche strano motivo invece continuiamo a pensare che quello che dicono politici, giornalisti, personaggi famosi… abbia il misterioso potere di annullare o far pesare di meno quello che fanno, quando dovrebbe essere esattamente il contrario. Tanto per essere chiari: non sto dicendo che quello che esce dalla bocca di una persona con un certo seguito non sia importante, anzi. Semplicemente, non può cancellare le sue azioni.

Per cui che tu dica di essere a favore dei vaccini mi interessa un po’ meno di zero, se poi mandi in onda mezz’ora di accuse imprecisate e basate su interviste a personaggi dubbi dalle credenziali scientifiche nulle o non esattamente impeccabili. Non trovo rilevante che tu ripeta “Il tema del servizio era la farmacovigilanza”, se poi il pezzo in sé parla d’altro (per tutti quelli che si sono accodati: se vuoi davvero realizzare un servizio sulla farmacovigilanza, basta parlare di come si svolge l’iter ricerca – sperimentazione – processo di approvazione – immissione sul mercato, e di quale sia il processo decisionale negli organi di controllo preposti. E guarda un po’, tutto questo lo si può fare senza mai nominare uno specifico farmaco, né tantomeno un vaccino). Non mi affannerò a leggere i tuoi tweet e comunicati su Facebook il giorno dopo, quando ormai il danno è fatto.

“Non sono X” non è una formula magica dai poteri retroattivi; invece di affannarsi a ripetere di non essere antivaccinisti/omofobi/razzisti/eccetera, non sarebbe meglio cercare di dimostrarlo nei fatti? Domanda retorica, lo so. Ci lasciamo tutti tentare dalle scorciatoie.

Di Oscar e miopia culturale

Premesso che: non ho visto tutti i film nominati all’Oscar come miglior pellicola; tra quelli che ho visto, avrei votato Hidden Figures prima di Moonlight, e Moonlight prima di La La Land; la mia opinione in materia conta molto poco; premesso tutto ciò insomma, devo ancora leggere un commento da media ed esperti del settore italiani che non tiri in ballo Trump e i valori liberali di Hollywood per spiegare il trionfo di Moonlight.

In sintesi, i pezzi che ho letto sull’argomento sono tutti più o meno una variante sul tema “L’Academy fa vincere la statuetta a Moonlight per mandare un messaggio alla nuova amministrazione USA”. Proprio a nessuno è venuto in mente il problematico sottinteso di quest’idea?

Tralasciamo il fatto che, se l’Oscar a Moonlight fosse un segnale di censura e protesta contro Trump, allora quello a Casey Affleck potrebbe essere letto come un segnale di approvazione e incoraggiamento allo stesso Trump sulla questione delle molestie sessuali. Il punto è che riducendone la vittoria a “segnale”, di fatto si negano il valore artistico di Moonlight e il suo modo di affrontare un tema complesso e delicato come l’omosessualità nella comunità afroamericana (un buon commento che approfondisce questi punti lo trovate qui). Si insinua cioè che un film diretto e interpretato da neri, che si concentra sulla vita di personaggi di colore, non potrebbe mai e poi mai vincere un riconoscimento importante come l’Oscar se non grazie alla spinta di circostanze esterne.

Se alla Casa Bianca ci fosse Hillary Clinton, o se questa fosse l’edizione 2016 degli Academy Awards, Moonlight avrebbe comunque pienamente meritato il suo Oscar. Voler spiegare a tutti i costi il suo successo esclusivamente in termini di uso politico dello stesso è un atteggiamento paternalista e intriso di un razzismo neanche troppo strisciante. Quella di Moonlight non è la vittoria del politically correct, è la vittoria di un bel film. Un film che per via delle circostanze si è trovato a competere in un anno particolare e che lo ha caricato di un significato aggiuntivo, ma che sa benissimo reggersi sulle proprie gambe anche da solo.

Two cents non richiesti sulla polemica Starbucks

La notizia dell’apertura di Starbucks a Milano mi aveva lasciata più o meno indifferente: vivo a Bruxelles, dove Starbucks è solo una fra diverse catene di caffetteria (e certamente non la migliore), e non sono in generale una grande utente delle stesse. Ma gli alti lai dei giorni scorsi, iniziati con la patetica polemica sulle palme davanti al Duomo e culminata nel terrificante pezzo di Cazzullo apparso ieri sul Corriere (no, non ve lo linko), hanno finito per farmi spostare verso il campo dei simpatizzanti del caffè yankee.

Le obiezioni che ho sentito sostanzialmente si riassumono in: pensate ai posti che chiuderanno per colpa di Starbucks! Pensate alla tradizione gastronomica italiana! Pensate allo strapotere delle multinazionali! Nessuna di queste, di per sé, è irragionevole; ma se, come dice il proverbio, è la quantità che fa il veleno, in questa discussione abbiamo superato il livello di guardia di tossicità, e pure di parecchio.

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(Source: Reddit)

Obiezione numero uno: Starbucks mette in pericolo posti di lavoro locali. È vero che un’apertura “in forza” come quella annunciata avrà sicuramente un impatto maggiore rispetto a un nuovo bar di quartiere, ma al tempo stesso proprio le dimensioni dell’operazione garantiscono che (parecchi) posti di lavoro verranno creati e sospetto che il saldo netto sarà positivo.

Obiezione numero due: il caffè di Starbucks non è all’altezza della tradizione italiana. Questo, devo dire, è l’argomento che mi infastidisce di più, perché figlio di un complesso di superiorità alimentare a cui sono particolarmente insofferente. Sì, la cucina italiana è ottima, diversissima, invidiata e copiata in tutto il mondo. No, non siamo gli unici a saper cucinare e non siamo autorizzati per diritto divino a guardare dall’alto in basso il resto del mondo. Mettetevela via. Qui peraltro stiamo parlando di gusti personali e libertà di scelta del consumatore, questione riassumibile in un semplice: se ti piace l’espresso del baretto sotto casa, bevi quello. Se ti piace il caffè di Starbucks, prendi quello. E lascia che gli altri facciano come preferiscono.

Obiezione numero tre: Starbucks è l’ennesima multinazionale, in quanto tale automaticamente brutta e cattiva (per me anche no, ma non addentriamoci in un ginepraio). Il fatto è questo: essere contrari a Starbucks in quanto multinazionale, per una questione di principio, è un vostro sacrosanto diritto. Però bisogna essere coerenti: se Starbucks non va bene in quanto multinazionale, allora, tanto per fare qualche esempio, non vanno bene neppure il Cornetto (Unilever), le capsule Nespresso (Nestlè), la San Pellegrino (ancora Nestlè), la pasta Buitoni (sempre Nestlè!), o la cioccolata Milka (Mondelēz International, ex Kraft). Non so se questa reazione a Starbucks in particolare sia figlia del clima di chiusura e diffidenza del momento (non ricordo lamentele simili quando in Italia sbarcò McDonald’s, tanto per dirne una), ma mi sembra decisamente esagerata, soprattutto alla luce del fatto che i prodotti di tante altre multinazionali, a stelle e strisce e non, li consumiamo allegramente da decenni.

È ironico che questa polemica insensata si sia scatenata a proposito di una caffetteria: nei programmi di storia delle elementari il caffè compariva nel capitolo sull’Illuminismo, paragrafo “I caffè letterari” dove ci si incontrava per discutere di arte, filosofia e politica. Chissà che cosa direbbero Tomaso Marcato o Antonio Pedrocchi se sapessero che noi, invece, siamo ripiombati al livello della discussione da bar.

La pigrizia di Beppe: perché diversità fa davvero rima con qualità

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L’ultimo spettacolo (comizio?) di Beppe Grillo contiene il frammento riportato qui, in cui il padre-padrone del M5S riesce, nell’ordine, a: confondere travestiti e transgender; lamentarsi perché non si può più offendere impunemente alcuna delle due categorie; ridurre la questione dell’identità di genere e della transizione a un impianto penieno; ripetere il trito stereotipo della donna che parla troppo; banalizzare lo stupro; e già che c’è, offendere le sex worker. Non male, in meno di ottanta parole.

Del perché questo estratto dello spettacolo (arringa?) sia estremamente problematico si è già parlato altrove, e francamente se uno non ci arriva da solo non credo di poter fare alcunché per lui. Vorrei solo far notare una cosa banalissima: nulla in quel paragrafo fa ridere. Nulla.

Non ci vuole una laurea per capire che, se di lavoro fai il comico (tribuno?), non è una gran mossa usare pezzi che non fanno ridere. O meglio, che finalmente non fanno più ridere nessuno. A questo punto di solito c’è qualcuno che alza gli occhi al cielo e parla di dittatura del politicamente corretto, come se fosse un fenomeno reale; ma il punto è, molto più semplicemente, che l’evoluzione del costume richiede anche un’evoluzione del materiale di scena; e un comico incapace di rinnovarsi, che si ripiega su materiale vecchio e si lamenta quando gli si fa notare che il resto del mondo si sta evolvendo, non è (più) un bravo comico ma un mestierante impigrito. Certo poi ci sarebbe da discutere sulla permanenza di Grillo nella categoria comici, ma è un altro discorso.

Questo episodio secondo me dimostra molto bene un paradosso della discussione sulla diversità: quando si parla di “aprire” alle minoranze e migliorare l’inclusività e la diversità di un’organizzazione (che sia un’azienda, un parlamento o il cast di un film), c’è sempre qualcuno che obietta: “Non si può reclutare solo in base a questo, si finirebbe per abbassare gli standard!”. Lasciamo perdere il fatto che questa obiezione ignora totalmente il problema degli unconscious bias (di cui ho scritto qui) e distorce volutamente la questione (non ci si propone di reclutare solo in base a una determinata caratteristica); il punto è che aprendo a punti di vista e stili diversi, i vecchi modi di fare vengono esposti a nuovi concorrenti e se non sono in grado di migliorarsi finiscono per esserne superati. Quindi in realtà una maggiore diversità, ben lungi dall’abbassare gli standard, ha esattamente l’effetto contrario e cioè alzare il livello per chi precedentemente non doveva fare alcuno sforzo speciale.

Capisco che questa possa essere una brutta notizia per chi si è adagiato sugli allori, abituato da anni a fare il minimo sindacale per mancanza di concorrenza; ma se è capace di reinventarsi e continuare a proporre materiale di qualità non dovrebbe avere difficoltà a restare sulla breccia. Dopotutto, come amano ripeterci i paladini della meritocrazia, chi ha le capacità la strada la trova sempre.

Quando “la gente” fa del male alle persone

Fatto di cronaca numero uno: una donna condivide privatamente un video che la ritrae durante un rapporto orale. Il video viene diffuso senza il suo consenso e in seguito all’ondata di melma da cui viene travolta la donna si suicida.

Fatto di cronaca numero due: vari atleti italiani, con Alex Zanardi e Bebe Vio tra i nomi più in vista, si coprono di gloria e medaglie alle Paralimpiadi. Si tratta di due avvenimenti distantissimi l’uno dall’altro, eppure leggendone mi sono trovata a fare le stesse riflessioni.

Nel primo caso, alla notizia del suicidio ci siamo ritrovati su tutti i maggiori quotidiani italiani una serie di patetici articoli su “Come difendersi dalle inside del web”, una sorta di teoria della minigonna 2.0 per cui se ti presti a certe cose in fondo te la sei andata un po’ a cercare. Anche i pezzi in teoria più empatici (dopotutto stavolta c’è scappato il morto) hanno parlato di “errore” o “leggerezza”. Che questa sia solo la solita strisciante reazione di victim-blaming lo hanno già spiegato molto bene qui, quindi non mi dilungo sul punto. Solo un pezzo tra quelli che ho letto finora prova a interrogarsi sul vero nocciolo del problema, e cioè il fatto che se non stigmatizzassimo ancora le donne che hanno una vita sessuale indipendente non ci sarebbero reazioni così spropositate alla scoperta che una donna, appunto, conduce una vita sessuale indipendente.

La cosa mi ha fatto tornare in mente un articolo che ho letto qualche mese fa sulla storia del concetto di orologio biologico, originariamente inventato da ricercatori che studiavano i ritmi circadiani e poi distorto e passato a indicare il famigerato tic-tac che ricorda alle donne in carriera che non si può rimandare per sempre. L’autrice notava quanto la questione della genitorialità continui a rimanere inquadrata a livello di scelta individuale della donna, senza una riflessione più ampia sul contesto sociale (critica che è stata mossa, per esempio, anche al famigerato #FertilityDay proposto dal Ministero della Salute). Ed è proprio questa riflessione che mi sono trovata a fare in entrambi i casi di cui parlavo all’inizio.

Del fatto di cronaca numero uno si è già detto: inutile affannarci a parlare di educazione digitale per i singoli se non cerchiamo anche di smantellare la cultura patriarcale ancora dominante e vera responsabile della gogna (magari virtuale, ma dalle conseguenze ben tangibili) capace di distruggere la vita di chi ne è vittima.

Passiamo al fatto di cronaca numero due, che apparentemente non potrebbe essere più diverso; in questo caso parliamo di storie super positive, di quelle che ci fanno pure versare qualche lacrimuccia. Qui i problemi in realtà sono due ma uno, l’abilismo, meriterebbe una trattazione a parte quindi ne accenno soltanto e vi rimando a questo articolo in caso vogliate approfondire (TL;DR: i diversamente abili non esistono per fornirci ispirazione e grandiosi esempi di come non abbattersi di fronte alle avversità, sono persone complete indipendentemente dalla “funzione” che ci degniamo di assegnargli).

Ritorno invece sul discorso individuo/contesto: ho letto commenti entusiastici sulla forza d’animo e la volontà ferrea di chi, come Zanardi e Vio, è riuscito a superare un grave handicap fisico arrivando a coronare quel sogno dell’oro olimpico che per la stragrande maggioranza degli atleti resta irraggiungibile. Fermo restando che si tratta di risultati effettivamente eccezionali che meritano tutte le lodi di questi giorni, non sono del tutto sicura del contributo che daranno nella discussione a più lungo termine su come costruire una società veramente inclusiva.

In altri termini: Zanardo, Vio e in generale gli atleti paralimpici hanno potuto contare su un sistema di supporto anche economico che è invece drammaticamente assente per moltissime persone con disabilità. Se riduciamo la questione a quel famoso slogan per cui i limiti esistono soltanto nella nostra mente, gli exploit di Zanardi e Vio rischiano di diventare un’arma impropria con cui colpevolizzare chi “si piange addosso” senza considerare che magari, molto semplicemente, non ha accesso agli stessi mezzi e alla stessa rete di supporto.

Anche in questo caso, il problema si verifica perché perdiamo di vista il contesto e finiamo per imporre all’individuo il peso di affrontare e possibilmente superare da solo una determinata situazione, un’aspettativa irrealistica considerato che ci sono in gioco dinamiche non controllabili dai singoli.

Perché lo facciamo? Detta molto brutalmente: perché è facile, e noi pigri. Se consigliamo “Lo smartphone in camera da letto è meglio tenerlo spento”, poi non ci tocca interrogarci sui meccanismi per cui in troppi non si fanno problemi a buttare una donna in pasto alla folla; se ci entusiasmiamo sui progressi della medicina che ci permettono di congelare gli ovuli, non è necessario insistere perché le aziende si decidano a permettere finalmente soluzioni flessibili per le donne che lavorano; se condividiamo a ripetizione foto di supereroi sportivi con le loro protesi d’eccellenza, possiamo far scivolare fuori dalla nostra timeline quelle fastidiose notizie di studenti con disabilità a cui viene ripetutamente negato il diritto all’istruzione.

Non ho una soluzione definitiva per questa situazione: nelle parole di una persona intelligente che seguo su Twitter , “smettere di fare schifo è un lavoro durissimo”. Però credo che sia assolutamente necessario che ci diamo tutti una mossa, e anche alla svelta: altrimenti rischiamo che quello schifo finisca per travolgerci.