Cialtronerie a cinque stelle: le proposte del M5S per l’Europa

Lo confesso, la pubblicazione del “Libro a 5 stelle dei cittadini per l’Europa” mi era clamorosamente sfuggita. Me ne sono accorta solo grazie agli sfottò a Luigi Di Maio, messo in imbarazzo dalla domanda di un giornalista stupito di vedersi presentare come “libro” quello che in realtà è poco più di un opuscolo di quindici pagine. A quel punto però mi ero incuriosita e da brava EU nerd sono andata a cercarmi l’opuscolo della discordia e me lo sono letto. Folks, meno male che sono solo quindici pagine.

Non ho idea di che cosa si prefigga esattamente il Movimento 5 Stelle con questo libercolo, ma se l’intenzione è quella di farne un programma d’azione serio, beh, auguri. I programmi di solito contengono anche qualche indicazione di come si intenda lavorare per raggiungere gli obiettivi prefissati, mentre questo documento ha più o meno lo spessore di una lettera a Babbo Natale: desideri su desideri, senza uno straccio di suggerimento su come realizzarli (molti dei desiderata, sia detto, sarebbero realizzabili solo con una bacchetta magica e molta fortuna). Il documento è diviso in sette aree tematiche. Vi propongo una selezione commentata delle perle che ho trovato qua e là.

Mercato unico e commercio: oltre a un massacro del concetto del principio di precauzione, il mio punto preferito è il becero protezionismo mascherato da tutela delle PMI.

Ogni decisione di politica commerciale, lesiva degli interessi delle piccole e medie imprese, dev’essere abbandonata [Ogni decisione? Fate prima a dire che non si può più decidere nulla]: bisogna intervenire per salvaguardare le eccellenze del Made-In dagli effetti negativi derivanti dall’importazione [Le eccellenze del made-in sono più che altro minacciate dalle imitazioni, e il Regolamento sulla sorveglianza del mercato interno che propone l’introduzione dell’indicazione d’origine obbligatoria, il famoso made-in appunto, non si occupa di prodotti alimentari, ma tant’è]. Vogliamo ridurre ai minimi termini l’importazione di prodotti concorrenti come l’olio tunisino, le arance marocchine, il grano ucraino e il riso asiatico [e il caffè di Starbucks? Secondo me gli americani si offendono se li lasciate fuori], sulla base della produzione europea e della capacità di assorbimento del mercato. Gli effetti degli accordi internazionali devono essere stimati tramite il confronto tra studi d’impatto a livello europeo, sviluppati da autorità indipendenti [Quali autorità indipendenti? La Commissione deve per legge condurre impact assessment per ogni proposta legislativa che intende presentare. Quale autorità indipendente dovrebbe rifare il lavoro?], e studi d’impatto a livello nazionale [Quindi il lavoro fatto dalla Commissione e dalla fantomatica autorità indipendente poi va rifatto una terza volta da ogni singolo Stato membro?], resi pubblici e diffusi ai cittadini degli Stati membri [È già così. È tutto online. Mai sentito parlare di ec.europa.eu?]

Economia e unione monetaria: non è il mio campo, per cui a differenza del M5S evito di pontificare. Mi limito a notare il geniale suggerimento di “prevedere una profonda revisione dei vincoli economici contenuti nei trattati e un ampio dibattito pubblico che si concluda solo con l’approvazione referendaria negli Stati membri”, proponendo in pratica di obbligarli tutti a convocare un referendum per approvare eventuali modifiche dei Trattati – anche quando il loro assetto costituzionale non preveda di procedere in questo modo. Tra quegli Stati, peraltro, c’è anche l’Italia. Ops.

Schengen, immigrazione: secondo il M5S, bisogna “lavorare sulle cause per prevenire il fenomeno degli sbarchi: sì all’embargo di armi [ma non volevano sostenere il made in Italy? Mah], no a operazioni di destabilizzazione in Medio Oriente e in Africa, sì alle sanzioni per le multinazionali che violano i diritti umani nei Paesi terzi [Mi sfugge in che modo il lodevole intento di costringere Nike a vigilare sulle condizioni dei lavoratori che fanno le sue scarpe in Bangladesh influenzi i corridoi umanitari nel Mediterraneo. Ma sarò miope io]. Segnaliamo anche il ritorno di fiamma della sciroccata proposta, mi pare originariamente avanzata da Di Battista, che la richiesta di asilo venga fatta “nel Paese di origine” del richiedente o, se proprio ciò non fosse possibile (mai provato a fare la coda in un ufficio in Somalia? Un disastro, guarda. Peggio delle Poste), in quello di transito. In chiusura di pagina, ovviamente, non ci facciamo mancare neppure l’odiosa strizzata d’occhio all’equazione immigrazione = rischio terrorismo.

Politica estera e di difesa: ammirate la poetica contrapposizione dei primi due paragrafi, che invocano rispettivamente la “[i]mmediata sospensione di tutti gli accordi e dei rimpatri verso i Paesi extra UE che violano i diritti umani”, e la “[r]imozione immediata delle sanzioni alla Russia”. Chi ha detto che Grillo non fa più il comico?

Budget europeo: questa sezione è forse la peggiore, e non è che la concorrenza non sia agguerrita. Il M5S pretende, nell’ordine:

Riduzione sostanziale del budget europeo con tagli drastici degli stipendi dei parlamentari, eliminando ogni forma di benefit e privilegio [Questa l’ho già sentita. E comunque visto quanto poco incidano sul totale, tagli anche drastici degli stipendi degli europarlamentari non porteranno sicuramente a una riduzione “sostanziale” del budget UE]. Eliminazione della tripla sede Bruxelles-Strasburgo-Lussemburgo [Se calcolate anche la sede della Corte di Giustizia, allora perché lasciare fuori quella della BCE a Francoforte?] e rimozione di tutte le agenzie europee non produttive [Chi decide quali siano “non produttive”? Con quali criteri? Mistero]. Abolizione dei finanziamenti destinati alla propaganda UE (moneta unica, propaganda contro la Russia, fake news e altro) [Grassetto aggiunto. Le fake news sarebbero propaganda UE? E “altro” che cosa copre? Le scie chimiche? I vaccini? Lo sbarco sulla Luna?].

Tenetevi forte, perché non abbiamo finito:

I fondi europei devono essere programmati sui veri bisogni del territorio e in sintonia con il programma di governo del Movimento 5 Stelle [Grassetto aggiunto. Cioè da Bruxelles la Commissione deve farvi approvare la destinazione dei fondi strutturali? Smetto di ridere nel 2020]. Vogliamo la trasparenza e la pianificazione pubblica dei bandi [Permettetemi di presentarvi TED].

Capacità di “decidere e indirizzare”: le virgolette sono nell’originale, credo perché loro per primi non sapevano bene quale dovesse essere il messaggio di questa sezione, che vi riporto in toto e che in effetti non è proprio chiarissima. Forse l’hanno chiamata così perché volevano una frase a effetto tipo “Servire e proteggere”. Vai a sapere.

L’Unione europea deve rimettere al centro del potere decisionale il cittadino incrementando la sua rappresentatività e democraticità. Le sue politiche non devono essere imposte dall’alto ma vagliate dalla volontà popolare, ampliando e rafforzando l’uso di tutti gli strumenti di democrazia diretta e partecipata di comprovata utilità [Quali? Il sacro blog?] Gli esempi di oggi dimostrano che quando i cittadini si sono potuti esprimere, molto spesso hanno bocciato le politiche dell’Unione [Molto spesso? Aspetto la lunga lista degli esempi in cui i cittadini, sulla base di ampi e informati dibattiti, hanno bocciato le politiche dell’Unione. Mi metto comoda]. Occorre maggiore trasparenza nel processo decisionale UE, in primo luogo per ciò che concerne il Consiglio, e una redistribuzione del potere tra le istituzioni: il Parlamento europeo, unica tra le istituzioni UE democraticamente eletta (Il Consiglio è formato da rappresentanti dei governi nazionali pure democraticamente eletti, ma okay. La Commissione non è eletta perché non si eleggono gli organi amministrativi. Quando avete votato l’ultima volta per rinnovare il vostro ufficio anagrafe di competenza? Appunto], è ancora troppo marginale nel processo decisionale [Certo. Infatti quella che si chiamava procedura di codecisione è stata ribattezzata “procedura legislativa ordinaria“, proprio per sottolineare il fatto che il processo legislativo UE ormai parta di default con il Parlamento sullo stesso piano del Consiglio. Marginalità a iosa].

Energia, materia e resilienza: potrei irriderli per il fatto di aver scritto “materia” laddove intendevano “materie prime”, dando al libercolo un certo qual sapore di trattato metafisico, ma non voglio infierire. Potrei anche notare come chi ha riletto questa pagina non si sia accorto della quantomena strana formulazione “Questa situazione pone tutti i cittadini europei in una condizione di estrema vulnerabilità, che mette a dura prova l’economia reale, la sicurezza, la prosperità di lungo periodo e l’assenza o meno di conflitti economici, bellici o tensioni sociali, all’interno come all’esterno del nostro territorio [grassetto aggiunto]”, ma non voglio infierire. Dove invece ho intenzione di infierire è sul patetico paragrafo di chiusura, che recita:

Vogliamo che i popoli europei convivano quindi come una reale comunità resiliente e pacifica, economicamente stabile e in grado di auto-mantenersi con una bassa intensità energetica e ridotte attività estrattive, ponendosi al di fuori dei conflitti per le risorse e delle responsabilità del cambiamento climatico.

Che in italiano corrente si traduce: vogliamo tornare all’età del baratto e non abbiamo capito che il cambiamento climatico non si ferma alla frontiera, come del resto non abbiamo capito tantissime altre cose. Ma non è una novità.

Breve storia di ordinaria euro-ignoranza

Il Buongiorno di Massimo Gramellini oggi contiene una durissima invettiva contro “l’Europa a rate”, responsabile a suo dire di una norma crudele e insensata: “Se non pagherai sette rate del tuo mutuo, la banca potrà portarti via la casa”. In effetti sette rate sembrano pochine, considerando il momento di difficoltà economica che molti stanno attraversando. Per Gramellini il responsabile di questa inumana cattiveria sarebbe un oscuro euroburocrate “sicuramente convinto di avere agito in nome dell’efficienza economica”, che non avrà dedicato “[n]ella sua testolina asettica” neppure un pensiero alle persone che questa norma andrà a colpire. E giù strali contro i burocrati che stanno disfacendo l’Europa a colpi di direttive.

Possiamo fermarci un secondo a riflettere? Il provvedimento incriminato si trova nel proposto articolo 120-quinquesdecies del Testo Unico Bancario, che dà attuazione (cioè inserisce nell’ordinamento italiano) all’articolo 28 della MCD. La MCD o Mortgage Credit Directive (Direttiva 2014/17/EU) è una legge europea approvata quasi due anni fa e che disciplina i contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili a uso residenziale. L’articolo 28 della Direttiva, che riporto in toto, recita:

Morosità e pignoramenti

1.   Gli Stati membri adottano misure per incoraggiare i creditori ad esercitare un ragionevole grado di tolleranza prima di dare avvio a procedure di escussione della garanzia.

2.   Gli Stati membri possono imporre che, qualora al creditore sia consentito definire e imporre al consumatore oneri derivanti dall’inadempimento, tali oneri non siano superiori a quanto necessario per compensare il creditore dei costi sostenuti a causa dell’inadempimento.

3.   Gli Stati membri possono consentire ai creditori di imporre oneri aggiuntivi al consumatore in caso di inadempimento. In tal caso, gli Stati membri fissano un limite massimo per tali oneri.

4.   Gli Stati membri non impediscono alle parti di un contratto di credito di convenire espressamente che la restituzione o il trasferimento della garanzia reale o dei proventi della vendita della garanzia reale è sufficiente a rimborsare il credito.

5.   Se il prezzo ottenuto per il bene immobile influisce sull’importo dovuto dal consumatore, gli Stati membri predispongono procedure o misure intese a consentire di ottenere il miglior prezzo possibile per la vendita del bene immobile in garanzia.

Se a seguito di una procedura esecutiva rimane un debito residuo, gli Stati membri assicurano che siano poste in essere misure intese a facilitare il rimborso al fine di proteggere i consumatori.

Vedete da qualche parte un riferimento alle sette rate saltate del mutuo? Appunto. Da dove esce allora questa norma? Torniamo all’articolo 120-quinquesdecies TUB: come spiegato dal documento messo a disposizione sul sito del Senato, il comma 1 stabilisce che, “ferma restando la risoluzione del contratto in caso di ritardato pagamento quando lo stesso si sia verificato almeno sette volte (ai sensi dell’articolo 40, comma 2), il finanziatore adotta procedure per gestire i rapporti con i consumatori in difficoltà nei pagamenti [grassetto aggiunto]”.

E infatti l’art. 40 TUB, comma 2 recita: “La banca può invocare come causa di risoluzione del contratto il ritardato pagamento quando lo stesso si sia verificato almeno sette volte, anche non consecutive. A tal fine costituisce ritardato pagamento quello effettuato tra il trentesimo e il centottantesimo giorno dalla scadenza della rata [grassetto aggiunto]”.

Morale della favola: Gramellini ha costruito una filippica contro l’Europa dei burocrati in base alla modifica decisa dal governo italiano di una disposizione nazionale peraltro già esistente. Non era difficile verificare le informazioni in merito – Repubblica, per esempio, ci è riuscita senza problemi.

Ho già scritto dell’incredibile sciatteria con cui i giornalisti italiani trattano gli argomenti di carattere europeo. Spiace constatare come la cosa continui, specie quando si tratta di nomi noti con parecchio seguito. Per parafrasare Gramellini: come fa un lettore a non provare esasperazione per il mondo dell’informazione, se tutta la narrativa che produce sull’Europa sembra studiata apposta per screditarla gratuitamente?

#VEROmadeinItaly. Chi è che disinforma davvero?

Ieri ho trovato il link a una petizione lanciata dalle Iene su Change, dal titolo “Vogliamo il VERO Made in Italy”. La petizione, guarda caso, è stata lanciata proprio a ridosso dell’avvio della nuova stagione del programma, ma sarebbe ingenuo scandalizzarsi per una cosa del genere. Quello che invece mi indispettisce, e parecchio, è il solito giochino per raccattare click e audience sfruttando la disinformazione. Atteggiamento tanto più ipocrita in quanto viene da un programma che ha costruito la propria fortuna presentandosi come strumento di denuncia a difesa dei cittadini.

La petizione inizia così:

Ma secondo voi quando vi comprate un sugo pronto con su scritto “prodotto in Italia” o “Made in Italy”, dentro cosa c’è? Perché se è MADE IN ITALY vien da pensare che dentro ci siano pomodori italiani. E invece non è così! Perché per diventare Made in Italy, per la legge italiana, basta che la lavorazione sostanziale sia fatta in Italia. E “sostanziale”, sostanzialmente, non vuol dire nulla!

Partiamo dall’ultima – errata – affermazione: substantial transformation vuol dire parecchio. Il principio trova origine nelle disposizioni della Convenzione di Kyoto (non il Protocollo sul clima!) conclusa all’inizio degli Anni Settanta per semplificare e armonizzare le procedure doganali. È ovvio che, in ottica semplificativa, assegnare un singolo Paese di origine a ogni prodotto rappresenta un bel passo avanti. Nel caso di un prodotto alimentare, l’ultima trasformazione sostanziale è rappresentata dal processo in cui i vari ingredienti vengono uniti e lavorati in maniera irreversibile.

Dal modo in cui è costruito il paragrafo riportato si potrebbe pensare che l’etichettatura dei prodotti alimentari sia effettuata in base alla normativa italiana, giusto? Sbagliato, perché la competenza in materia appartiene all’Unione Europea. La normativa di riferimento in questo caso è il Regolamento 1169/2011, che combina e aggiorna due leggi precedenti, la Direttiva 2000/13/EC sull’etichettatura e la presentazione dei prodotti alimentari e la Direttiva 90/496/EEC sulle informazioni nutrizionali.

Il principio base del Regolamento è che al consumatore debbano essere obbligatoriamente fornite le informazioni necessarie per compiere scelte informate senza rischi per la salute, vale a dire quelle relative a composizione del prodotto; modalità e periodo di conservazione; e proprietà nutrizionali, incluse le informazioni necessarie per chi segua particolari regimi alimentari.

Che cosa dice il Regolamento a proposito della questione di origine? Innanzitutto, l’Art. 7(1)(a) stabilisce che il prodotto non può essere presentato in maniera fuorviante inducendo chi lo acquista a pensare che provenga da una determinata località. L’Art. 9(1) elenca le informazioni che devono obbligatoriamente apparire in etichetta, incluso il paese di origine o il luogo di provenienza ove previsto all’Art. 26. Il suddetto Art. 26 stabilisce che l’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza è obbligatoria “nel caso in cui l’omissione di tale indicazione possa indurre in errore il consumatore in merito al paese d’origine o al luogo di provenienza reali dell’alimento”. Inoltre, nel caso in cui la provenienza di un alimento sia indicata, ma non sia la stessa di quella del suo ingrediente principale, allora l’etichetta deve menzionare anche “il paese d’origine o il luogo di provenienza di tale ingrediente primario” oppure specificare che “il paese d’origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario è […] diverso da quello dell’alimento”.

Va detto anche che l’Art. 26 non può derogare alla normativa esistente sui prodotti DOC/DOP, per i quali quindi si continuano ad applicare le specifiche leggi (Regolamenti 509/2006 e 510/2006). Infine, lo stesso Art. 26 stabilisce che la Commissione dovrà, entro cinque anni dall’entrata in vigore del Regolamento, studiare la possibilità di rendere l’indicazione di origine obbligatoria di default per una vasta categoria di prodotti, quindi non più solo nei casi menzionati.

La petizione prosegue poi con:

Abbiamo scoperto che potremmo comprarci un sugo pronto fatto con il 100% di pomodoro cinese, ma con su scritto “Made in Italy”. E visto che i controlli in dogana sono pochi e le leggi su metalli pesanti e fitofarmaci sono molto diverse tra i vari paesi del mondo, rischiamo di mangiarci una marea di schifezze senza neanche saperlo.

L’unica cosa che mi sembra abbiamo scoperto finora è l’incapacità di fare due ricerche online, perché le norme in materia esistono e sono anche piuttosto chiare. Sulla questione dei controlli ho già scritto. Mi limito qui a ricordare che, nel caso dei prodotti alimentari, qualsiasi non-conformità riscontrata che possa costituire un pericolo per la salute dei consumatori fa scattare un’allerta che viene diramata a tutti gli altri Stati membri e alla Commissione attraverso l’inserimento nel portale RASFF (Rapid Alert System for Food and Feed).

Chiediamo che su TUTTI i prodotti alimentari inscatolati venga dichiarata la provenienza degli ingredienti, come si fa per l’olio extravergine di oliva e pochissimi altri alimenti inscatolati, per cui bisogna scrivere la provenienza: Italia, UE, extra UE. Poi sarà il consumatore a decidere. Vogliamo il VERO “Made in Italy”.

Come abbiamo visto le regole esistono e si tratta più che altro di applicarle e far sì che vengano rispettate. Mi spiace per le 163.991 persone che avevano firmato la petizione al momento in cui ho pubblicato questo post, ma avete riposto male la vostra fiducia. Demonizzare tutto quello che viene da fuori e assumere automaticamente che si tratti di una “marea di schifezze” non è un atteggiamento particolarmente costruttivo, tanto più che anche in Italia le frodi alimentari non sono merce rara.

Non mi rassegno facilmente al fatto che esigere un’informazione precisa sembri sempre di più pretendere troppo. Evitare di essere presi in giro, comunque, credo sarebbe già un buon inizio.

Chi ha paura della lobby cattiva?

Le mie vicende lavorative mi hanno portata per un certo periodo a far parte di quello che viene spesso definito “l’esercito dei lobbisti” che gravitano intorno alle istituzioni europee in quel di Bruxelles.

Quando tornavo in Italia le mie conversazioni – specie con interlocutori che mi conoscevano poco e non avevano ancora capito che non vado fatta innervosire – seguivano più o meno lo stesso copione: “Ah, ma stai a Bruxelles? Che città orrenda! Io? No, non ci sono mai stato [Respira, Chiara, respira]. Eh però ti mancherà l’Italia, no? Almeno non piove così tanto… [Fun fact: tra il 1971 e il 2000 Genova è stata ininterrottamente la città italiana con le più alte precipitazioni annue] …e ti toccherà bere brodaglia invece del caffè [RESPIRA]. Comunque, che cosa fai di preciso?”

Ingenuamente mi lanciavo in una spiegazione entusiasta del mio lavoro, fino all’inevitabile interruzione “Ah, ma quindi sei una lobbista”. A quel punto la temperatura nella stanza si abbassava di quindici gradi, tutti cominciavano a spostare le sedie lontano dalla mia, e ogni madre presente sibilava ai figli “Non parlate con quella signora: è una lobbista!”. E io lì a chiedermi che cosa ci fosse di male.

È ovvio che molta della diffidenza verso questo lavoro (perché sì, di lavoro a pieno titolo si tratta) derivi da una certa ignoranza, magari alimentata da media fin troppo felici di evocare chissà quali complotti di multinazionali, Club Bilderberg e massoneria ai danni dei cittadini. Non capisco però chi si lamenta dell’“Europa in mano alle lobby” senza avere la benché minima idea di come funzioni la cosa.

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I lobbisti fanno parte dell’ecosistema – e in senso fisiologico, non patologico

Secondo una definizione elementare, una lobby è un gruppo di interesse organizzato che cerca di influenzare un dato processo decisionale. Questo non è un fenomeno recente né tantomeno negativo a prescindere. Come scrive Phil Parvin/ Loughborough University, “[t]rade unions, industry associations, and other ‘expert’ bodies have long been able to gain access to policy makers and influence political decisions […] despite having never been elected. And this is a good thing. In a representative democratic system it is the right of all citizens to raise their concerns, either individually or collectively, to those whom they elected to govern on their behalf. Free speech and free association – protected together – result in people getting together in order to voice their concerns to those in power [grassetto aggiunto]”.

La “professionalizzazione” del rapporto con la politica è il risultato di due tendenze: il minore coinvolgimento diretto dei cittadini negli elementi politici “classici” come i partiti, e la crescente specializzazione di alcuni campi che richiede una conoscenza approfondita dei dettagli tecnici per poter legiferare. Il risultato, scrive sempre Parvin, è che “a wide range of interest groups, campaign organisations, NGOs and others have reconfigured themselves as centrally-managed, professionally-run lobbying organisations which employ expert policy, legal, and campaigning teams to influence discussions among elite political actors”. Questo è tanto più vero per l’Unione Europea, che ha competenze legislative in una serie di campi piuttosto vasti e anche molto diversi tra loro. È del tutto normale quindi che le organizzazioni più disparate abbiano aperto un ufficio a Bruxelles.

Quanti lobbisti ci sono in totale? Le stime variano dai 15.000 ai 30.000 ma un numero preciso non è disponibile, per un motivo semplicissimo: nessuno tiene il conto. “Ma come, non esiste un registro?” chiederà qualcuno. Esiste, esiste. Il Transparency Register gestito congiuntamente da Commissione e Parlamento raccoglie i nomi di oltre 8.000 organizzazioni divise nelle seguenti categorie: i) società di consulenza e studi legali, ii) associazioni di categoria, iii) ONG, iv) think-tank e istituti di ricerca universitari o meno, v) organizzazioni religiose, vi) enti locali.

L’iscrizione al registro però è volontaria e su questo punto si concentrano le critiche di chi sostiene che ci voglia maggiore trasparenza. Va detto che negli ultimi anni la situazione è migliorata e che dalle istituzioni sono arrivati diversi segnali positivi: dal 1 dicembre 2014 la Commissione pubblica regolarmente i nomi dei lobbisti che hanno incontrato Commissari, Direttori Generali e/o loro assistenti; un centinaio di europarlamentari ha firmato un impegno a seguire questo esempio (e già alcuni di loro hanno adottato la linea di incontrare solo lobbisti registrati); e una proposta di accordo inter-istituzionale per rendere obbligatorio il registro è stata inserita nel programma di lavoro della Commissione per il 2015.

E veniamo al punto più interessante: nell’immaginario collettivo il panorama del lobbying europeo è totalmente dominato dalle multinazionali, malvagie corporation che fanno sembrare la Spectre l’Esercito della Salvezza e che investono fiumi di denaro per ottenere leggi tagliate su misura, mentre poche coraggiose ONG cercano di opporre una disperata resistenza lavorando con mezzi di fortuna in uno scantinato umido e buio (sì, sto diventando melodrammatica: si chiama iperbole).

È verissimo che l’industria investe cifre anche considerevoli nelle attività di lobbying. Meno noto ma ugualmente vero è il fatto che alcune ONG vengano finanziate direttamente dalla Commissione (le condivisibili obiezioni a tale pratica sono bene illustrate in questa opinione). Fermarsi a una comparazione di quanto viene speso dai rispettivi gruppi di interesse sarebbe tuttavia poco utile senza il passo successivo, vale a dire verificare se i loro sforzi riescano effettivamente a influenzare il contenuto finale delle leggi.

È con questo obiettivo che le università di Salisburgo, Stoccarda e Aberdeen hanno svolto uno studio i cui risultati sono stati pubblicati pochi mesi fa. La ricerca ha analizzato le posizioni dei gruppi di interesse (divisi in “Citizen Groups” e “Business”) rispetto a 70 proposte legislative presentate tra il 2008 e il 2010, e calcolato il fattore di successo delle loro attività di lobbying su tali proposte (una descrizione dettagliata della metodologia impiegata è disponibile qui). Il grafico che riassume i risultati è piuttosto chiaro: nella stragrande maggioranza dei casi, la proposta legislativa ha finito per essere adottata con una formulazione molto più vicina all’esito desiderato dalle associazioni di cittadini/ONG che a quello cercato dall’industria.

[Source: Dür,Bernhage, Marshall, 2015]
Source: Dür, Bernhage, Marshall, 2015
Sorprendente? Solo fino a un certo punto. Se nei primi decenni di esistenza delle Comunità Europee la maggior parte della legislazione era focalizzata sulla costruzione del mercato comune, negli ultimi anni i temi prioritari dell’agenda legislativa sono stati la tutela del consumatore e la protezione dell’ambiente. Su questi argomenti l’industria si trova a difendere lo status quo, mentre le ONG e le associazioni di cittadini e consumatori che premono per una maggiore regolamentazione trovano una sponda nella Commissione e nel Parlamento. In altre parole, scrivono gli autori dello studio, “we see a shift away from a low-regulation status quo favoured by business interests towards a high-regulation state favoured by citizen groups. […] Business lobbying in the EU in this and many other cases is of a defensive nature; we see so much of it because business actors face a loss that they try to minimise”.

La conclusione che possiamo trarre è che, come spesso accade, gli stereotipi contengono un fondo di verità ma al tempo stesso ipersemplificano. È vero che intorno ai processi legislativi si giocano interessi economici, ed è verissimo che il sistema resta per il momento meno trasparente di quanto potrebbe (e dovrebbe) essere. Ma è anche vero che, nella fase odierna della costruzione europea, i cittadini riescono a farsi ascoltare sempre di più, e più di quanto ci venga raccontato. Sarebbe il caso di ricordare anche questo.

Bufale senza latte. Giornalismo sciatto e Unione Europea

Grazie a Davide Denti per avermi indirizzato verso alcune delle fonti usate in questo post, e per l’ispirazione per il titolo.

“Nuovo attacco dell’Europa alla qualità italiana”, questo il titolo (con variazioni sul tema) che campeggiava sui giornali italiani pochi giorni fa. Il motivo di tanto allarme? Un presunto e non meglio specificato “diktat” di Bruxelles che avrebbe “imposto” ai produttori di formaggio e mozzarella italiani di utilizzare latte in polvere nei propri prodotti. Stracciamento di vesti generale, a cominciare dal Ministro dell’Agricoltura, e proteste appassionate contro l’Europa (magari “dei banchieri”, che non c’entra niente ma fa sempre scattare l’applauso).

Che si trattasse di una bufala (no pun intended) era facilmente intuibile, ma solo un paio di giornali si sono presi la briga di andare a verificare come stessero esattamente le cose. Qui e qui trovate due articoli che ripercorrono la vicenda nei dettagli. Non mi interessa in questo post rispiegare il caso specifico, bensì sottolineare il modo in cui il formaggio-gate illustri molto bene una certa pigrizia dei media italiani nel parlare di Unione Europea.

Che la qualità dell’informazione italiana sia a dir poco scadente è assodato. Su tutto ciò che riguarda l’Europa però si toccano picchi (o abissi) di incompetenza imbarazzanti. Quando è stato reso noto che l’Italia aveva ricevuto una lettera ufficiale dalla Commissione europea, un giornalista serio avrebbe dovuto fare un po’ più che limitarsi a un copia/incolla dal comunicato della Coldiretti. Invece la stragrande maggioranza degli organi di informazione è stata ben felice di prendere per buona la “notizia” e diffonderla senza un minimo di fact-checking.

I danni di questo modo di fare sono evidenti. È già abbastanza irritante che i politici italiani – come del resto i loro colleghi europei – continuino a usare Bruxelles alternativamente come capro espiatorio (“Ce lo chiede l’Europa”) e nemico cui strappare concessioni, con tanto di roboanti “Vittoria italiana a Bruxelles” ogni volta che si riporta di negoziati in corso su questa o quella proposta legislativa, neanche si trattasse di bollettini di guerra. Ma è ancora peggio che i giornalisti, per pigrizia e incompetenza (a voi scegliere la percentuale dell’una e dell’altra), si prestino a questo giochino. Un esempio abbastanza recente: ad aprile 2014 il Parlamento europeo votò a favore dell’introduzione dell’obbligo di etichetta indicante “Made in…” su tutti i cosiddetti non-food products. Gli europarlamentari italiani esultarono per la norma che avrebbe finalmente tutelato la qualità-superiore-dei-prodotti-italiani-che-tutto-il-mondo-ci-invidia, e i giornalisti si accodarono.

Con un minimo di ricerca, però, avrebbero scoperto che: i) la misura era già stata proposta nel 2005, per poi essere affondata dal Consiglio (cioè dagli Stati membri); ii) quasi dieci anni dopo, la situazione non era cambiata granché, e gli Stati a favore dell’etichetta obbligatoria non erano tuttora in maggioranza; iii) prima di gridare vittoria, sarebbe stato opportuno quantomeno aspettare i risultati della votazione in Consiglio, dal momento che la normativa in questione doveva essere approvata da entrambi gli organi, come tutta la legislazione europea. Se poi qualcuno di loro avesse continuato a seguire la faccenda, si sarebbe facilmente accorto che la proposta non solo non è ancora entrata in vigore, ma deve ancora essere approvata in Consiglio (pomo della discordia è proprio la questione dell’etichettatura obbligatoria: per chi volesse approfondire c’è un recente studio della Commissione su costi e benefici attesi).

Tornando al formaggio-gate, è ovvio che pezzi come questo potrebbero far venire qualche dubbio anche al più europeista tra gli italiani. Tanto più quando, come in questo caso, si va a toccare un argomento pressoché sacro come il cibo. Che in Italia si mangi bene è indubbio. Che la cucina italiana sia a ragione famosa nel mondo pure. Ma, e non sono sicura se il fenomeno negli ultimi anni si sia aggravato o se semplicemente sia io a farci più caso, il giusto orgoglio per questo fiore all’occhiello scade sempre più spesso in un complesso di superiorità e in un’intolleranza alle critiche ai limiti del ridicolo.

Chiaro che per un giornalista sia molto più semplice assecondare la vulgata per cui agli euroburocrati di Bruxelles, esseri tristi che mettono il ketchup sugli spaghetti e bevono il cappuccino con le patate fritte, in fondo non importi granché della qualità dei prodotti italiani o della tutela del consumatore. Sarebbe forse troppo difficile e impopolare far notare che l’UE si è data eccome gli strumenti per riconoscere e tutelare i prodotti tipici; controllare a dovere gli alimenti che arrivano sul mercato europeo; e dare ai consumatori la possibilità di aggiornarsi sui prodotti considerati a rischio. Ancora più impopolare sarebbe far notare che i problemi per i consumatori italiani spesso arrivano direttamente da casa (qualche esempio qui e qui), e che questa non è una tendenza recente.

Diffidenza e informazione a senso unico finiscono così per alimentarsi a vicenda. Come se ne esce? Qualche buona idea su come migliorare la qualità del giornalismo UE la trovate qui. Due suggerimenti mi sembrano particolarmente adatti al caso italiano:

  • Explanatory journalism: una rubrica per spiegare temi e procedure UE ai non addetti ai lavori, in massimo 600 parole, in un formato simile a quello di Wikipedia. Banale? Sì, ma bisogna pensarci. Infatti al momento non lo fa nessuno*;
  • EU affairs = cronaca politica: un’occhiata veloce sui siti dei vari quotidiani italiani mostra che gli articoli su “Europa/Unione Europea” sono sempre caricati alla voce “Esteri” o simili. Ma argomenti come la politica agricola o la tutela del consumatore non appartengono a questa categoria e non dovrebbero essere trattati come tali. Pur con meccanismi propri, il processo di legislazione europeo non è dissimile da quello interno di un qualsiasi Stato membro e gli articoli che lo illustrano dovrebbero accompagnare quelli di politica interna.

Non so se qualcosa cambierà nel panorama dell’informazione italiana. Alcuni buoni esempi esistono già, altri forse seguiranno. Ma credo che spetti anche a noi lettori reclamare un prodotto migliore, senza accontentarci di vederci servire articoli raffazzonati e basati su stereotipi e sentito dire. Quelli sì che sono difficili da digerire.

[* Il Corriere della Sera ha lanciato nel 2014 una sezione “Capire l’Europa” che però ha un taglio prettamente economico e molto specialistico, e si rivolge a un pubblico già abbastanza ferrato sui meccanismi di base]