Femminismo (puntini sulle i)

Anche quest’anno per l’otto marzo avrei potuto propinarvi uno dei miei post classici – dopotutto non è che manchino gli argomenti quando si parla di diritti delle donne; ma ultimamente il modo in cui affrontiamo questo discorso in generale mi rende sempre più insofferente. Per cui invece del post ragionato e documentato, mi spiace, vi beccate lo sfogo.

Sono sempre stata una grande sostenitrice dell’idea che si dovrebbe parlare solo di ciò che si conosce almeno un minimo; dell’idea che nessuno ha diritto alla propria opinione punto, bensì a un’opinione informata. Salvo improvvise conversioni sulla via di Damasco, su questo blog non troverete mai post che trattano di fisica quantistica, uncinetto, cricket, cucina congolese o musica tibetana, per una ragione semplicissima: non ne so una beata ceppa.

Il femminismo è allo stesso tempo un’ideologia e un movimento politico-sociale: come tutte le ideologie, come tutti i movimenti, non è monolitico ma sfaccettato e complesso. La voluta incomprensione del pensiero e delle rivendicazioni femministe da parte di chi vi si oppone è vecchia quanto il movimento stesso, e non c’è da stupirsene. Quello dello straw man è un giochino retorico piuttosto comodo usato in un gran numero di discussioni a proposito degli argomenti più disparati, non solo nel dibattito sul femminismo.

Quello a cui mi rendo conto di essere sempre più intollerante, invece, sono la pigrizia e la superficialità di chi di femminismo parla senza cognizione di causa; e sono tantissimi. A ben vedere è significativo il fatto stesso che questo accada – come dice il nome stesso, è roba da donne, quindi non può essere granché complicata e chiunque può dire la sua. Oltretutto è risaputo che da sole non sapremmo trovare nemmeno l’acqua in mare, per cui ben vengano quegli uomini così volenterosi da aiutarci a farlo funzionare, questo femminismo (nota: non sto dicendo che gli uomini non abbiano spazio alcuno nel movimento femminista. È anche questo un discorso complesso che merita un post dedicato).

Cari parlatori-di-femminismo-a-vanvera, ho una brutta notizia per voi: la vostra opinione non serve a niente e non interessa a nessuno. Se non avete ben chiara nemmeno la distinzione tra prima, seconda e terza ondata, se non conoscete la differenza tra feminism e womanism, se non sapete citare neppure un paio di autrici femministe senza usare Google e soprattutto se non le avete mai lette… tacete. Insistendo per darci il vostro punto di vista su argomenti su cui siete completamente disinformati, non solo non aggiungete nulla di nuovo o utile al dibattito; ma contribuite anche a creare un fastidiosissimo rumore di fondo che disturba la discussione e toglie spazio a voci già abbastanza marginalizzate.

Adesso la buona notizia: questo stato di cose non è permanente. Se volete imparare qualcosa sul femminismo ci sono tonnellate di articoli, libri, blog e risorse varie, moltissime delle quali accessibili gratuitamente. Siccome è l’otto marzo e mi sento generosa, vi do un paio di suggerimenti per iniziare: Laura Mango (meglio nota come La Giovane Libraia dell’omonimo blog) ha postato tempo fa un interessante percorso di lettura sul femminismo; per chi se la cava con l’inglese c’è Everyday Feminism (a volte un po’ un’insalata di temi, ma utile punto di partenza); e se siete già abbastanza rodati e volete approfondire determinati temi, tra le mie blogger preferite ci sono Angry Black Lady, Bailey Poland e Marina S. Buona Giornata della Donna.

she's someone
(Source: nerdyfeminist.com)

 

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4 thoughts on “Femminismo (puntini sulle i)

  1. Di femminismo ne so come di fisica quantistica, ma di storia un po’ di più, quindi le faccio notare che una protesta per essere sensata deve essere tutto fuorché simbolica (non sono off topic, rientro alla fine).
    “Esiste una situazione palesemente ingiusta – la situazione si sistema col tempo – siccome voglio che questo tempo non sia l’anno 3050 mi adopero per cambiarla”, lo pensò anche un certo Martin Luther King, ma organizzò un boicottaggio a seguito di un evento molto circostanziato e con un bersaglio molto specifico. Ed ebbe successo.
    Scioperare contro la violenza di genere (o contro la fame nel mondo, la condizione palestinese eccetera) è come sparare con un fucile a canne mozze a un bersaglio che sta a trecento metri: centri tutto fuorché l’obiettivo.
    Scioperare per sbloccare o far approvare una legge contro gli stupri, oppure a seguito di un evento particolarmente odioso che ha messo in risalto un vuoto normativo, oppure per il taglio dei fondi ai centri antiviolenza, oppure boicottare l’azienda XXX che discrimina le donne sono azioni che ritengo sacrosante e per sui sarebbe facile trovare adesione – quindi peso decisionale – anche al di fuori di un movimento.
    Farlo così, per dirla alla Renè, a cazzo de cane, non fa altro che alimentare tutti quegli stereotipi di cui si lamenta in questo post.

    Buon otto marzo.

    1. “Di femminismo ne so come di fisica quantistica, ma di storia un po’ di più, quindi le faccio notare che una protesta per essere sensata deve essere tutto fuorché simbolica (non sono off topic, rientro alla fine)”.

      Separare storia e femminismo mi sembra già problematico – il femminismo *è* storia esattamente come lo sono stati altri movimenti sociali. Né sono d’accordo sul fatto che una protesta non debba essere simbolica – anche se sospetto che qui lei intenda il termine “simbolico” come sinonimo di “non tangibile”. Ma anche in questa ristretta accezione esistono forme di protesta assai sensate: un esempio recente è quello degli (((echoes))) su Twitter: simbolici quanto mai, ma assolutamente non privi di senso (per approfondire: https://www.theguardian.com/technology/shortcuts/2016/jun/12/echoes-beating-the-far-right-two-triple-brackets-at-a-time).

      “Esiste una situazione palesemente ingiusta – la situazione si sistema col tempo – siccome voglio che questo tempo non sia l’anno 3050 mi adopero per cambiarla”, lo pensò anche un certo Martin Luther King, ma organizzò un boicottaggio a seguito di un evento molto circostanziato e con un bersaglio molto specifico. Ed ebbe successo.

      Lei dice di saperne più di storia che di femminismo, ma se non le trattasse come entità separate saprebbe che il boicottaggio dei bus a Montgomery non fu il risultato della sola iniziativa di MLK. Quando divenne il volto della protesta contro la segregazione, Rosa Parks (perché di lei stiamo parlando, diamo alle donne il giusto riconoscimento almeno nominandole quando sono le protagoniste) si batteva per i diritti dei neri, e delle donne di colore in particolare, da anni. Per inciso, la storia delle lotte per l’emancipazione dei neri e dell’operato di MLK sono presentati dalla storiografia generale (i.e. bianca) in maniera molto problematica, per cui starei attenta nel farci riferimento alla leggera (per approfondire su Rosa Parks, https://www.washingtonpost.com/posteverything/wp/2015/12/01/how-history-got-the-rosa-parks-story-wrong/?utm_term=.39fc3d274237 e http://thegrio.com/2010/12/06/rosa-parks-political-journey-didnt-begin-on-the-bus/; su MLK, https://theestablishment.co/the-exploitation-of-martin-luther-kings-legacy-by-white-supremacy-1b3e95c1d213#.rrk9c3ei8 e http://www.trulytafakari.com/dear-white-people-martin-luther-king-jr-is-not-black-americas-daddy/).

      Scioperare contro la violenza di genere (o contro la fame nel mondo, la condizione palestinese eccetera) è come sparare con un fucile a canne mozze a un bersaglio che sta a trecento metri: centri tutto fuorché l’obiettivo.

      Se questa fosse una pagina Wikipedia, alla fine di questo paragrafo comparirebbe l’appunto “citation needed”: è un’interessante frase a effetto, ma non vuol dire assolutamente nulla e non è verificabile.

      Scioperare per sbloccare o far approvare una legge contro gli stupri, oppure a seguito di un evento particolarmente odioso che ha messo in risalto un vuoto normativo, oppure per il taglio dei fondi ai centri antiviolenza, oppure boicottare l’azienda XXX che discrimina le donne sono azioni che ritengo sacrosante e per sui sarebbe facile trovare adesione – quindi peso decisionale – anche al di fuori di un movimento.

      Purtroppo trovare adesione così facile non è, tanto è vero che non tutte le sigle sindacali italiane hanno appoggiato lo sciopero di oggi – sciopero che le organizzatrici hanno messo bene in chiaro essere legato a specifiche rivendicazioni (per approfondire: https://nonunadimeno.wordpress.com/2017/02/18/8-punti-per-lottomarzo/). Se ritiene sacrosanti questi fini, tutti riconducibili ai diritti delle donne in generale, non è chiaro perché lo sciopero di oggi non le vada bene.

      Farlo così, per dirla alla Renè, a cazzo de cane, non fa altro che alimentare tutti quegli stereotipi di cui si lamenta in questo post.

      Come spiegato sopra, lo sciopero non è stato organizzato ad mentulam canis e se non ha approfondito prima di commentare non è colpa delle organizzatrici. Infine: sostenere che il problema, anziché il problema, sia il modo in cui si parla del problema, è solo un altro giochino retorico. Chi non vuole mollare i propri privilegi patriarcali non verrà convinto a farlo solo perché glielo si chiede in un altro modo. Gli stereotipi sono duri a morire perché fanno comodo a chi ne trae vantaggio, non perché chi cerca di sradicarli lo fa in maniera vocale e convinta.

      1. Il mio “simbolico” intendeva “senza una strategia per risolvere il problema contingente”. L’azienda XXX sta per lasciare a casa il 10% dei dipendenti, il rimanente 90% comincia un’agitazione a oltranza danneggiando la produzione finchè non si raggiunge un accordo. Finalità precisa.
        La ringrazio per il link sulle rivendicazioni – le avevo già lette altrove, ma qui in maniera più estesa -, è tutto molto bello, condivisibile (non sono ironico: sottoscrivo ognuno di quegli otto punti) e assolutamente generico, senza, mi perdoni l’inglesismo, degli action point concreti, che so, una legge di iniziativa popolare, una serie successiva di iniziative per evolvere quelle istanze. E magari ridurle, non si può portare avanti insieme la lotta contro la bigotteria cattolica, il machismo patriarcale, l’accoglienza ai migranti e pure la discriminazione contro i trans: per quanto esistano moltissimi individui che si possono incasellare in tutte e quattro queste categorie ci sono molte eccezioni, e portare sulla propria barca le eccezioni per vincere singolarmente le battaglie e infinocchiarle una a una per vincere la guerra è tattica ancor prima che strategia. Altrimenti si fa come Renzi al referendum, che si è messo contro dai nazisti ai partigiani.

        Su MLK ho citato l’araldo della strategia perchè di strategia stavo parlando. Rosa Parks non si è limitata ad essere il cerino acceso, ne era una casalinga nera sottomessa che ha avuto un’alzata di testa improvvisa un giorno.

        Inoltre sulla ‘citation needed’ non rigiri la frittata: mi dica lei quando una protesta così generica ha portato dei risultati concreti, la mia frase era sì assertiva ma stava confutando l’idea dell’utilità del sasso nello stagno, se non a fini simbolici.

        Guardi infine che non l’ho mai messa sulla falsariga di “non verrà convinto a farlo solo perché glielo si chiede in un altro modo”. Contestavo e contesto tuttora la strategia, che vedo fallimentare. Diciamo piuttosto che chi non vuole mollare i propri privilegi patriarcali non potendo attaccare sul ‘cosa’ (la parità di genere a livello legislativo c’è al 99%, se vogliamo tradurre quella percentuale in ‘parità di genere effettiva’ avviene il crollo) attacca sul ‘come’, e molto spesso gli si concede terreno fertile.

        Mi viene in mente un episodio di pochi anni fa (due?). Stavo alla manifestazione del XXV Aprile a Milano, a un certo punto intorno a San Babila un gruppo filopalestinese ha cominciato con cori e insulti contro quattro vecchissimi partigiani ebrei, rei di sfilare nelle vicinanze di una bandiera con la stella di David.
        Da filopalestinese quale sono mi è venuta voglia di imbracciare una menorah e andare a dargliela sui denti: l’hanno buttata in caciara, per quanto le loro rivendicazioni fossero giuste hanno commesso un errore tattico, l’intera vicenda è passata come ‘quattro idioti con la kefiah hanno bloccato il corteo insultando quattro vecchi che hanno rischiato la vita per il loro futuro’, che pur essendo una semplificazione è stato il messaggio che ha raggiunto il 99% della gente. Secondo lei la situazione della causa palestinese quel giorno è migliorata o peggiorata?

        PS
        l’ultimo esempio lo prenda come un’iperbole: chiaro che non ritengo lo sciopero di oggi un errore tattico così enorme, mica hanno bruciato maschi a caso in piazza o assediato la casa di Sgarbi.

        1. Che dire, Stefano: io una possibilità la do quasi sempre. Persino a chi legge un pezzo riassumibile in “Se non sai nulla di femminismo, per favore studia un minimo prima di aprire bocca” e immediatamente dopo averlo finito fa esattamente il contrario, peraltro spostando il discorso su un punto molto specifico (lo sciopero dell’otto marzo in Italia) che io non avevo neppure nominato, proprio perché parlavo di altro. Ma, per quella questione del dare una possibilità, ho provato a risponderle seriamente prendendomi il tempo di far notare i difetti della sua argomentazione, e fornendole qualche link utile. Che cosa mi torna indietro? L’ennesima, inutile insalata verbale condita di paternalismo. Quindi, dal momento che non le devo il mio tempo o la mia attenzione e che per fortuna non ho mai avuto la sindrome di Madre Teresa, la chiudiamo qui.

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