Il principio di precauzione e la libertà di espressione dei fascisti

Non entro nello specifico della discussione tecnica sul DDL Fiano, il suo rapporto con le leggi Scelba e Mancino, e l’attuale grado di effettiva applicazione delle suddette; né mi soffermo sulle polemiche da quattro soldi a proposito dell’atteggiamento scivoloso del M5S sulla questione (breve parentesi per chi ancora si facesse illusioni: il M5S è un’azienda travestita da movimento politico ma incapace di funzionare come tale per precisa volontà dei capoccia e reale incapacità della base. Punto. Piantatela di stupirvi di ogni manifestazione della loro inutilità come se fosse la più grande sorpresa politica dell’ultimo secolo).

Quello che mi interessa e mi preoccupa, invece, sono gli alti lai dei cultori della libertà-di-espressione™, quelli grossolanamente riassumibili in “Vietare la libera espressione ai fascisti è fascista”. Allora.

Come ho già avuto occasione di scrivere (parte 1 e 2), non sono una fan della censura facile, preventiva e indiscriminata. Le idee bacate è sempre meglio trascinarle alla luce del sole, dove la loro bruttezza appare evidente a tutti o quasi. Ma qui stiamo parlando di una ben precisa ide(ologi)a e di un ben preciso Paese, e pontificare di libertà di espressione in astratto senza calare il dibattito nello specifico contesto è un’omissione grave.

Tutti conosciamo o dovremmo conoscere la storia italiana e il ruolo che in essa ha giocato il fascismo; dovremmo altresì conoscere i punti cardine dell’ideologia fascista, e il modo in cui la loro applicazione ha privato una grandissima fetta di cittadini italiani dei loro diritti più basilari. Nella discussione in corso sulla libertà-di-espressione™ è sempre in primo piano il dovere dello Stato di mettere i propri cittadini in condizione di formarsi liberamente opinioni e dare loro voce senza temere arbitrarie ritorsioni. Ma si tace sorprendentemente su un altro dovere statale, quello di garantire la loro sicurezza e incolumità. E basta googlare “aggressione (neo)fascista” per rendersi conto che ancora oggi troppe persone vengono private della loro sicurezza (per non parlare dell’incolumità fisica) da nostalgici del Ventennio. Dov’è la tutela statale dei loro diritti?

Chi mastica d’Europa conoscerà il concetto di principio di precauzione, a cui si deve ispirare il legislatore chiamato a regolamentare materie su cui la comunità scientifica non ha ancora dati quantitativamente sufficienti a raggiungere una conclusione definitiva e condivisa; in tal caso, e finché non ci saranno dati più solidi a disposizione, si preferisce sempre l’approccio più conservativo onde tutelare la salute dei cittadini. Per dirla in maniera meno altisonante, nel dubbio si va con i piedi di piombo.

Nel caso del fascismo, sinceramente, mi chiedo di quale principio di precauzione potremmo mai avere ancora bisogno: sappiamo benissimo come sia andata a finire la prima volta e sappiamo anche meglio di allora quanto siano infondate quelle ipotesi di nazionalismo, superiorità razziale e ipermascolinità su cui poggia l’ideologia fascista. Nel frattempo abbiamo anche imparato che la violenza fisica non scaturisce dal nulla ma viene incoraggiata o meno dall’ambiente e dalla cultura prevalente; il linguaggio non solo gioca un ruolo importantissimo nella formazione di questa cultura ma, né più né meno, influenza anche la nostra percezione del mondo.

Per cui, se diciamo di voler difendere la libertà-di-espressione™ dei fascisti, dobbiamo anche accettare che di fatto stiamo dando loro la possibilità di continuare impunemente a intimidire e privare dei propri diritti altre persone. Stiamo dicendo a migranti, minoranze religiose, comunità LGBT e disabili: “Sorry, lo so che dicono che non sei un essere umano e un cittadino a pieno titolo, ma devi arrangiarti da solo. Io resto neutrale”. Solo che, per dirla con l’arcivescovo Desmond Tutu, uno che di privazioni di diritti ne sa qualcosa, “If you are neutral in situations of injustice, you have chosen the side of the oppressor”.

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Appunto su “uomini veri” e violenza

Trovo scoraggiante che si debba ancora puntualizzarlo, ma tant’è: definire “mostro” o “non un (vero) uomo” chi aggredisce, stupra, uccide una donna… non solo non ha senso ma è controproducente.

Dell’assurdità del concetto di “uomo vero™” ho già scritto, ma forse avrei dovuto soffermarmi anche sulla sua dannosità. Perché dicendo “I veri uomini non si comportano così”, di fatto creiamo una categoria a parte di “cattivi” senza volto a cui addossiamo tutta la responsabilità di atti di violenza, senza compiere il passo successivo e cioè interrogarci sul contesto che rende possibile determinati comportamenti (aiutino: inizia per p- e finisce per -atriarcato).

Chiaro che, non fatto questo passo successivo, poi non facciamo nemmeno quello seguente, vale a dire agire e cambiare i nostri comportamenti quotidiani. Parlare di “non (veri) uomini” è troppo comodo, consente a tutti noi e in primis agli uomini (sì, tutti gli uomini) di distanziarci dal problema senza interrogarci su come contribuiamo ad alimentarlo.

Un esempio recente (nonché di uno squallore estremo) di come la misoginia non sia appannaggio esclusivo dei “mostri” viene dai vari gruppi FB in cui centinaia di uomini postano foto di partner, amiche o ignare sconosciute a uso e consumo delle fantasie masturbatorie del gruppo stesso. I follower di queste pagine non sono seviziatori di gattini o nerd solitari che non lasciano la propria camera dal 2008: sono uomini normali. I nostri amici, parenti, colleghi.

Forse è il caso di toglierci il prosciutto dagli occhi: per usare un termine tecnico, la misoginia non è un bug del sistema, è una sua basic feature. Continuare a offrirci scusanti non cambierà questa realtà.

Il fatto è questo

Spogliato di ogni retorica e delle circostanze specifiche di ogni singolo caso, il fatto è questo: solo dove l’accesso all’aborto sicuro è legale e pienamente garantito, le donne sono considerate esseri umani completi e cittadine a pieno titolo.

In tutti gli altri casi – quando l’intero reparto obietta, quando vieni abbandonata a procedura iniziata, quando non alzano un dito in caso di complicazioni… in tutti gli altri casi il fatto di essere incinta ti trasforma automaticamente in un oggetto.

Ti guardano e vedono solo un’incubatrice, uno strumento senza autonomia personale. E perché mai dovresti averla, in effetti? Gli strumenti sono fatti per essere usati, e non è che domandiamo la loro opinione in merito. Non chiediamo a un paio di forbici se le stiamo stringendo troppo, a un divano se lo stiamo schiacciando, a un bicchiere se gli dispiaccia rompersi.

Se sei incinta in un Paese dove l’accesso all’aborto sicuro non è garantito sei come quel paio di forbici, quel divano, quel bicchiere. Chiunque si sentirà autorizzato a dirti quel che devi o non devi fare, perché il tuo corpo non ti appartiene più, è solo uno strumento. E nessuno si sentirà in colpa per averlo rotto.

Quando “la gente” fa del male alle persone

Fatto di cronaca numero uno: una donna condivide privatamente un video che la ritrae durante un rapporto orale. Il video viene diffuso senza il suo consenso e in seguito all’ondata di melma da cui viene travolta la donna si suicida.

Fatto di cronaca numero due: vari atleti italiani, con Alex Zanardi e Bebe Vio tra i nomi più in vista, si coprono di gloria e medaglie alle Paralimpiadi. Si tratta di due avvenimenti distantissimi l’uno dall’altro, eppure leggendone mi sono trovata a fare le stesse riflessioni.

Nel primo caso, alla notizia del suicidio ci siamo ritrovati su tutti i maggiori quotidiani italiani una serie di patetici articoli su “Come difendersi dalle inside del web”, una sorta di teoria della minigonna 2.0 per cui se ti presti a certe cose in fondo te la sei andata un po’ a cercare. Anche i pezzi in teoria più empatici (dopotutto stavolta c’è scappato il morto) hanno parlato di “errore” o “leggerezza”. Che questa sia solo la solita strisciante reazione di victim-blaming lo hanno già spiegato molto bene qui, quindi non mi dilungo sul punto. Solo un pezzo tra quelli che ho letto finora prova a interrogarsi sul vero nocciolo del problema, e cioè il fatto che se non stigmatizzassimo ancora le donne che hanno una vita sessuale indipendente non ci sarebbero reazioni così spropositate alla scoperta che una donna, appunto, conduce una vita sessuale indipendente.

La cosa mi ha fatto tornare in mente un articolo che ho letto qualche mese fa sulla storia del concetto di orologio biologico, originariamente inventato da ricercatori che studiavano i ritmi circadiani e poi distorto e passato a indicare il famigerato tic-tac che ricorda alle donne in carriera che non si può rimandare per sempre. L’autrice notava quanto la questione della genitorialità continui a rimanere inquadrata a livello di scelta individuale della donna, senza una riflessione più ampia sul contesto sociale (critica che è stata mossa, per esempio, anche al famigerato #FertilityDay proposto dal Ministero della Salute). Ed è proprio questa riflessione che mi sono trovata a fare in entrambi i casi di cui parlavo all’inizio.

Del fatto di cronaca numero uno si è già detto: inutile affannarci a parlare di educazione digitale per i singoli se non cerchiamo anche di smantellare la cultura patriarcale ancora dominante e vera responsabile della gogna (magari virtuale, ma dalle conseguenze ben tangibili) capace di distruggere la vita di chi ne è vittima.

Passiamo al fatto di cronaca numero due, che apparentemente non potrebbe essere più diverso; in questo caso parliamo di storie super positive, di quelle che ci fanno pure versare qualche lacrimuccia. Qui i problemi in realtà sono due ma uno, l’abilismo, meriterebbe una trattazione a parte quindi ne accenno soltanto e vi rimando a questo articolo in caso vogliate approfondire (TL;DR: i diversamente abili non esistono per fornirci ispirazione e grandiosi esempi di come non abbattersi di fronte alle avversità, sono persone complete indipendentemente dalla “funzione” che ci degniamo di assegnargli).

Ritorno invece sul discorso individuo/contesto: ho letto commenti entusiastici sulla forza d’animo e la volontà ferrea di chi, come Zanardi e Vio, è riuscito a superare un grave handicap fisico arrivando a coronare quel sogno dell’oro olimpico che per la stragrande maggioranza degli atleti resta irraggiungibile. Fermo restando che si tratta di risultati effettivamente eccezionali che meritano tutte le lodi di questi giorni, non sono del tutto sicura del contributo che daranno nella discussione a più lungo termine su come costruire una società veramente inclusiva.

In altri termini: Zanardo, Vio e in generale gli atleti paralimpici hanno potuto contare su un sistema di supporto anche economico che è invece drammaticamente assente per moltissime persone con disabilità. Se riduciamo la questione a quel famoso slogan per cui i limiti esistono soltanto nella nostra mente, gli exploit di Zanardi e Vio rischiano di diventare un’arma impropria con cui colpevolizzare chi “si piange addosso” senza considerare che magari, molto semplicemente, non ha accesso agli stessi mezzi e alla stessa rete di supporto.

Anche in questo caso, il problema si verifica perché perdiamo di vista il contesto e finiamo per imporre all’individuo il peso di affrontare e possibilmente superare da solo una determinata situazione, un’aspettativa irrealistica considerato che ci sono in gioco dinamiche non controllabili dai singoli.

Perché lo facciamo? Detta molto brutalmente: perché è facile, e noi pigri. Se consigliamo “Lo smartphone in camera da letto è meglio tenerlo spento”, poi non ci tocca interrogarci sui meccanismi per cui in troppi non si fanno problemi a buttare una donna in pasto alla folla; se ci entusiasmiamo sui progressi della medicina che ci permettono di congelare gli ovuli, non è necessario insistere perché le aziende si decidano a permettere finalmente soluzioni flessibili per le donne che lavorano; se condividiamo a ripetizione foto di supereroi sportivi con le loro protesi d’eccellenza, possiamo far scivolare fuori dalla nostra timeline quelle fastidiose notizie di studenti con disabilità a cui viene ripetutamente negato il diritto all’istruzione.

Non ho una soluzione definitiva per questa situazione: nelle parole di una persona intelligente che seguo su Twitter , “smettere di fare schifo è un lavoro durissimo”. Però credo che sia assolutamente necessario che ci diamo tutti una mossa, e anche alla svelta: altrimenti rischiamo che quello schifo finisca per travolgerci.

Mascolinità tossica: perché gli stereotipi di genere non danneggiano solo le donne

“Un vero uomo…” completate a piacere, tanto avrete sentito la frase abbastanza volte da poter sicuramente pensare a diverse caratteristiche che rendono un uomo “autentico”. Questo insieme di tratti tipici degli uomini veri™ è sorprendentemente ristretto, rigido, e dannoso, da cui il nome di toxic masculinity o mascolinità tossica che si usa sempre più spesso per definirlo. Ma che cos’è esattamente la mascolinità tossica? E soprattutto, perché esiste?

Si tratta innanzitutto di una struttura, una costruzione “that casts men in very narrow emotional, social, and physical roles, and punishes them severely if they step outside those boundaries”. Charlie Glickman, educatore e autore che tiene corsi sulla socializzazione maschile, chiama questa struttura la “Act Like a Man Box“, con l’accento proprio sull’azione: un’altra importante caratteristica da notare è appunto il fatto che la mascolinità sia una performance, una recita continua in cui gli uomini sono chiamati a provare ancora e ancora di essere “veri”. Infine, i rapporti di potere all’interno della struttura possono variare: “the Box is hierarchical as well as performative, […] so each guy has to compete with the others in order not to be the one who’s outside the Box. And as each one’s performance becomes more vigorous, it forces the others to do the same” (questo aiuta a spiegare perché, tra l’altro, molestie e aggressioni rischino di degenerare più rapidamente quando gli uomini coinvolti sono in gruppo anziché da soli).

Per decenni questo approccio ha garantito agli uomini una serie di vantaggi a danno di chi non fa parte del club, in primis le donne: “the masculine mystique promises men success, power and admiration from others if they embrace their supposedly natural competitive drives and reject all forms of dependence”. L’uomo vero™ ha successo con le donne – quindi si pone aggressivamente nei loro confronti e non accetta un “no”; l’uomo vero™ è ovviamente etero – quindi fa di tutto per allontanare i sospetti di omosessualità e non si fa scrupoli ad adottare atteggiamenti apertamente omofobi; l’uomo vero™ va in palestra, beve, e consuma prodotti “da uomo” – un’idea che i pubblicitari hanno al tempo stesso assecondato e alimentato (il cosiddetto manvertisement).

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Ora, gli eccessi a cui arrivano certi uomini nello sforzo di assicurare una performance convincente sono effettivamente un po’ ridicoli – date un’occhiata all’hashtag #MasculinitySoFragile su Twitter per una collezione di prodotti bislacchi tipo le candele al bacon (giuro) e relativi commenti. Il problema è che i danni a lungo termine che questa gara senza fine provoca sono estremamente seri – altrimenti non staremmo parlando di mascolinità tossica.

Socializzazione e mascolinità

È solo intorno al secondo/terzo anno di età che iniziamo a prendere pienamente coscienza del mondo che ci circonda e dell’esistenza dei ruoli di genere. Neonati e bambini presentano tratti quali vulnerabilità, tendenza a esteriorizzare il dolore (in primis con il pianto), bisogno di contatto fisico con altri esseri umani… che la nostra società associa con la femminilità. Fin da piccoli, quindi, i bambini vengono incoraggiati a “non fare la femminuccia”: non correre dalla mamma se si sono fatti male, non piangere, non esitare a reagire in maniera aggressiva durante eventuali litigi con altri bambini.

In maniera anche più preoccupante, genitori e adulti in generale tendono a vedere nei bambini anche piccolissimi tratti “tipici” del loro genere anche quando questi non esistono, e a comportarsi di conseguenza: in diversi studi si è riscontrato che i genitori di neonati “imagined baby boys to be bigger and generally ‘stronger’. When a group of 204 adults was shown a video of the same baby crying and given differing information about the baby’s sex, they judged the ‘female’ baby to be scared, while the ‘male’ baby was described as ‘angry'”. Il risultato? “Differences in perception create correlating differences in the kind of parental caregiving newborn babies receive […] From the moment of birth, boys are spoken to less than girls, comforted less, nurtured less”.

Questo approccio continua durante il resto dell’infanzia e nell’adolescenza, con conseguenze fortemente negative nel lungo periodo. L’uomo vero™ non si lamenta di stare male: gli uomini aspettano effettivamente più a lungo delle donne prima di vedere un medico quando ne hanno bisogno e sono meno propensi a cercare aiuto per depressione e altri problemi mentali, al punto che sempre più ricercatori identificano in questo il fattore principale della loro minore aspettativa di vita: “The 10 years of difference in longevity between men and women turns out to have little to do with genes. Men die early because they do not take care of themselves”.

Il vero uomo™ protegge la propria reputazione a ogni costo: in combinazione con l’essere socializzati a imporsi sugli altri, se necessario con il ricorso alla forza fisica, questo atteggiamento è il maggiore responsabile della violenza maschile. Nelle parole di James Gilligan, già direttore del Center for the Study of Violence di Harvard: “I have yet to see a serious act of [male] violence that was not provoked by the experience of feeling shamed and humiliated, disrespected and ridiculed, and that did not represent the attempt to prevent or undo that ‘loss of face'”.

Il vero uomo™ ha successo sul lavoro e mantiene la famiglia: questo stereotipo è ancora così saldamente radicato che uno studio del 2013 ha scoperto che le coppie in cui la moglie iniziava a guadagnare più del marito avevano più probabilità delle altre di divorziare; inoltre, gli uomini finanziariamente dipendenti dalla compagna sono cinque volte più propensi a tradirla rispetto a quelli che guadagnano le stesse somme.

Uno stereotipo è per sempre

Soprattutto l’ultimo esempio che abbiamo visto dimostra molto bene lo scollamento tra aspettative e realtà che si può verificare in periodi di cambiamento culturale, quando la società muta più velocemente delle norme e degli stereotipi che la permeano. Non è certo un caso che molti uomini si sentano frustrati: da un lato vengono ancora spinti a conformarsi a rigidi standard che li derubano di parte delle capacità emotive e li limitano nell’espressione di sé; dall’altro, le ricompense promesse per la conformità all’idea di “autentica” mascolinità stentano a materializzarsi, per una semplice ragione: quegli stessi atteggiamenti che prima li avvantaggiavano in qualsiasi situazione, adesso in certi contesti non sono più adeguati. Per esempio, “while the compliance and docility […] still hold women back from top leadership positions in business and politics, those same traits do get rewarded in school. And in a world where educational achievement increasingly outweighs gender in the job market, that at least gets women in the door”.

Questa frustrazione spesso viene reindirizzata contro le donne in generale e il femminismo in particolare. Contro le donne, perché vengono ritenute la causa ultima che spinge gli uomini a comportarsi in una determinata maniera: “One of the most perversely fascinating aspects of toxic masculinity is how often women get blamed for systems, standards and beliefs that men put into place” (si pensi per esempio al mito secondo cui “le donne preferiscono i cattivi ragazzi”).

Il femminismo diventa poi un bersaglio naturale per chi confonde la critica alla mascolinità tossica con quella agli uomini tout court e, invece che interrogarsi su come risolvere il problema, preferisce biasimare chi ha portato l’attenzione su di esso. Ironicamente, in realtà sono proprio le femministe ad avere degli uomini una visione molto più positiva di quella dello standard patriarcale dell’uomo vero™, una specie di ominide che non riesce a controllarsi quando vede un paio di gambe, si esprime a grugniti e non sa articolare altre emozioni oltre alla rabbia.

Quando si dice che il patriarcato non danneggia solo le donne è esattamente a fenomeni del genere che ci si riferisce: per usare la metafora descritta all’inizio, la “scatola” non crea problemi solo a quegli uomini che ne sono esclusi (p.e. perché gay), ma anche a quelli che devono costantemente dimostrare il proprio diritto a rimanerci dentro. Ed è sintomatico di quanto radicato sia il concetto di “uomo vero” il fatto che lo si tiri in ballo anche quando si vogliono evocare aspetti di mascolinità positiva, per esempio dicendo che chi mette le mani addosso a una donna non è un uomo, o che un vero uomo non si vergogna di mostrare i propri sentimenti.

L’intento di promuovere questi comportamenti è sicuramente lodevole, ma non fa che perpetuare l’idea che esistano determinati requisiti da osservare per qualificarsi come uomo. In altre parole, si limita a modificare il contenuto della scatola, quando invece dovremmo cercare di liberarcene tout court. Sicuramente non è facile ignorare i condizionamenti esterni, specie quando continuano in una certa misura a portare dei vantaggi; ma nel lungo periodo, come abbiamo visto, si eviterebbero problemi ben maggiori.

Non è “solo” la rete: riflessioni sulla cyberviolenza

Per E., che si è confidata con me.

Non mi ha mai convinta fino in fondo l’idea di chiamarlo cyberbullismo: lo trovo un termine ingannevole, che resta associato nella testa di molti ad atti tutto sommato goliardici e legati alla fase adolescenziale, che ci lasciamo alle spalle una volta diventati adulti. Trovo che il termine inglese online abuse catturi meglio la natura più seria del fenomeno.

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Source: Reddit

Che si parli di bullismo o abuse, però, nell’immaginario collettivo fa ancora ben presa l’idea che quello che accade in rete alla rete rimanga confinato, tanto è vero che per indicare quello che succede offline di solito viene usato l’acronimo IRL (in real life). Eppure, ammesso che questo sia mai stato vero, non lo è più da tempo. Quando una persona diventa bersaglio di attacchi online, quel fiume di insulti può tracimare facilmente nel mondo “reale”, con conseguenze decisamente tangibili e spesso tragiche. Anche senza arrivare a gesti estremi, la vita “vera” può diventare decisamente difficile per le vittime di persecuzioni online. Nel 2014 un gruppo di associazioni statunitensi ha condotto un sondaggio su vittime di bullismo e molestie online: quasi il 30% degli intervistati ha detto di aver preso sul serio le minacce alla propria vita, e il 20% ha ammesso di avere paura di uscire di casa. Il problema è particolarmente sentito dalle donne, come ha spiegato molto bene la giornalista Amanda Hess nel resoconto delle minacce e offese di cui è stata ripetutamente bersaglio negli ultimi anni, con pesanti ripercussioni sulla vita personale e sul lavoro:

Abusers tend to operate anonymously, or under pseudonyms. But the women they target often write on professional platforms, under their given names, and in the context of their real lives. Victims don’t have the luxury of separating themselves from the crime. When it comes to online threats, “one person is feeling the reality of the Internet very viscerally: the person who is being threatened,” says Jurgenson [sociologo esperto di social media]. “It’s a lot easier for the person who made the threat—and the person who is investigating the threat—to believe that what’s happening on the Internet isn’t real” [grassetto aggiunto]

Va bene, si dirà, ma non tutte le situazioni sono così estreme. I casi in cui qualcuno ti odia talmente tanto per quello che hai scritto da simulare una finta presa di ostaggi e mandare una squadra SWAT a casa di tua madre restano fortunatamente pochi. Nella stragrande maggioranza dei casi, il vecchio detto “Don’t feed the trolls” resta valido.

Credo che questo possa ancora valere per i troll “tradizionali”, che hanno come scopo quello di disturbare gli scambi online senza l’intento di nuocere direttamente alle persone con cui si trovano a interagire. Ma qui parliamo di comportamenti ben più gravi: la ricercatrice Emma Jane “refuses to use the word ‘trolling’ to describe this behaviour when it starts online; she calls it cyberviolence, acknowledging its tacit relationship with the violence its language justifies”. E se anche la violenza verbale in rete non viene messa in pratica offline, questo non giustifica il fatto di tollerarla o rassegnarcisi: i social network, le sezioni commenti delle pubblicazioni online, i forum di discussione… sono e restano spazi pubblici, e come tali soggetti alle regole basilari di convivenza. Offendere o minacciare una persona non è accettabile nel mondo fisico e inaccettabile resta anche in quello virtuale.

Nel caso di internet, poi, c’è per così dire un’aggravante: “The promise of the early internet was that it would liberate us from our bodies, and all the oppressions associated with prejudice. We’d communicate soul to soul, and get to know each other as people, rather than judging each other based on gender or race [grassetto aggiunto]”. Per chi è già vittima di bullismo e discriminazione offline è anche peggio vedere riprodotte quelle stesse dinamiche nello spazio virtuale in cui ognuno, in teoria, può essere ciò che vuole e dimenticare o nascondere ciò che lo rende “diverso” e isolato nella vita di tutti i giorni.

Chi sono i “cattivi” dall’altra parte dello schermo? È dimostrato che certi tratti negativi della personalità (tendenza alla manipolazione, narcisismo, mancanza di empatia, sadismo) sono positivamente correlati con comportamenti abusivi online. Tuttavia credo che sarebbe sbagliato dedurne che chiunque insulti e perseguiti una persona in rete sia uno psicopatico, e non solo perché statisticamente improbabile; ma soprattutto perché continuare a pensare che dietro a certe tastiere possa esserci solo un disadattato che vive nel seminterrato dei suoi genitori e seziona gattini prima di andare a dormire ci impedisce di riconoscere che anche noi, noi persone “normali” e ben inserite nella società, possiamo essere parte del problema. O che possano esserlo i nostri amici, colleghi e familiari. Del resto basta seguire le discussioni che si scatenano in certe occasioni per constatare che neanche le “brave persone” si fanno troppe remore a lasciarsi andare a commenti di una violenza incredibile. Perché accade questo?

There’s no point in blaming the internet for this. All the technology has done is to reveal a deeply unpleasant truth: when you remove the social constraints on behaviour that operate in the offline world, then a darker side of human nature emerges snarling into the light.

Spesso tendiamo a confondere l’assenza delle social constraints con l’anonimato che la rete ci può garantire. Tuttavia, pur se le due cose sono strettamente collegate, quello che davvero incoraggia la violenza online è la mancanza di accountability. Il termine, che sarà familiare agli scienziati politici, indica un principio di responsabilità e potrebbe essere tradotto grosso modo come “(essere chiamati a) rispondere delle proprie azioni”. Moltissime delle persone che ricoprono di insulti personaggi pubblici e non sono felici di farlo mettendoci la faccia e il proprio nome: ma che succederebbe se gli venisse davvero chiesto conto di quello che hanno scritto? Il progetto brasiliano Racismo virtual, consequências reais si propone di fare esattamente questo: gli attivisti impegnati nella campagna rintracciano chi abbia postato commenti razzisti su Facebook e riportano il contenuto di questi su cartelloni pubblicitari nel quartiere dove abita la persona in questione, dopo averne pixelato nome e volto. L’idea infatti non è quella di mettere il “colpevole” alla gogna, bensì di mostrare come azioni virtuali possano avere conseguenze decisamente tangibili. Lo hanno scoperto a proprie spese anche l’uomo che ha insultato la giornalista Clementine Ford sulla di lei pagina Facebook ed è stato licenziato dopo che il post era stato inoltrato ai suoi datori di lavoro; e i due inglesi condannati a una pena in carcere dopo aver minacciato via Twitter l’autrice e attivista Caroline Criado-Perez.

Basterà questo a risolvere la situazione? Ovviamente no. Non possiamo tutti trasformarci in giustizieri del web, e in molti casi è tanto più semplice limitarsi a bloccare i molestatori, laddove sia possibile, e/o ignorarli. Le varie piattaforme online stanno prendendo coscienza delle dimensioni del problema e, con tempi di risposta differenti, anche diversi Paesi si stanno rendendo conto della necessità di darsi strumenti per affrontare soprattutto i risvolti penali della violenza online; ma non ci possiamo aspettare che l’intervento “dall’alto” elimini completamente il fenomeno.

C’è anche un altro motivo per cui agire solo a livello della rete non ha senso, e cioè il fatto che la violenza online di solito non inventa ma riproduce schemi importati nel mondo virtuale da quello fisico: quando una donna viene sommersa di commenti osceni il problema di base sta nel sessismo e nella misoginia, non in internet; e quando a una persona di colore si dà della scimmia o un omosessuale viene pesantemente insultato, il problema di base sta nel razzismo e nell’omofobia, non nell’anonimato online.

Il quadro non è dei più confortanti, lo so (c’è un motivo se questo post non l’ho intitolato “Raggio di sole”). Credo però che il fatto stesso che del problema si parli sempre di più e che le reazioni comincino ad arrivare siano segnali positivi. Credo anche che dobbiamo sforzarci di inquadrare correttamente la situazione: consigliare semplicemente a una vittima di bullismo o violenza online “Ignorali e andranno via” serve forse a darci la sensazione di essere stati utili, ma è una falsa soluzione. Non è compito di chi viene aggredito cercare di evitare di diventare un bersaglio. La responsabilità resta di chi, per un motivo o per l’altro, sceglie di aggredire. E, online come offline, è chi non rispetta le regole che dovrebbe cambiare modo di fare. Oppure andarsene.

Sì, c’è un problema culturale dietro i fatti di Colonia: ma non è quello a cui state pensando

A quest’ora immagino abbiate letto di quanto successo a Colonia e Amburgo durante la notte di Capodanno, quando decine di donne sono state molestate e/o rapinate da gang di uomini in quelli che sembravano attacchi organizzati. Immagino abbiate anche notato come molti abbiano reagito criticando le politiche di immigrazione “troppo generose” della Germania, contentissimi di avere finalmente una scusa più o meno plausibile per dare addosso a stranieri e musulmani. Immagino infine che alcuni di voi si siano chiesti che ripercussioni potranno avere questi avvenimenti sul già abbastanza teso dibattito su immigrazione e integrazione.

Lasciatemelo dire: non è questo il punto. Oh, certamente le destre xenofobe si lanceranno ghiotte sul boccone (lo stanno probabilmente già facendo, ma non ho voglia di andare a rovistare nella loro spazzatura); e certamente quanto accaduto verrà preso in esame nel contesto delle discussioni sulla sicurezza, com’è giusto che sia – un problema di sicurezza evidentemente esiste. Ma il nocciolo di questo problema non è come impedire a un gruppo X di nuocere, è come garantire la sicurezza delle donne nei luoghi pubblici. E mi spiace, ma da questo punto di vista non possiamo scagliare alcuna pietra.

Parlando dei fatti di Colonia, la blogger Marina Strinkovsky ricorda così la sua prima visita in Germania con un’amica: “[We] had arrived at the central train station late one night during Oktoberfest, and had a bit of a wait until the departure of the next train in our journey. We were both utterly shocked by what we saw, and left the city with one firm resolution: never to visit it during a public holiday. Gangs of young men (why do they always travel in packs?) were jeering at young women, grabbing at them, blocking their retreats or escapes. The station was jam packed and well lit, with police, stations staff and staff from the shops and businesses (all open) everywhere. In two hours of sitting and watching this “world” go by, we saw no one make any sign that this behaviour looked aberrant to them” [grassetto aggiunto].

Chi si sia interessato un minimo al problema dello street harassment anche prima di scoprire che talvolta i responsabili sono persone di colore o musulmani non si stupirà granché: la causa ultima del fenomeno è culturale, non nel senso di legata a una specifica etnia o religione, ma nel senso che siamo ancora educati a pensare che il semplice fatto di trovarsi in un luogo pubblico renda automaticamente una donna “accessibile” in senso lato a chiunque.

Siamo anche educati a pensare che in certe circostanze le molestie e lo stupro diventino “inevitabili” e incoraggiamo le donne a fare tutto il possibile per evitare che tali circostanze si verifichino, di fatto spostando la responsabilità dal potenziale stupratore alla potenziale vittima (si vedano gli esempi di molte campagne di prevenzione). Trovo rivelatorio in questo senso il fatto che la reazione a caldo della sindaco di Colonia sia stata quella di fornire alle donne qualche “utile” consiglio per difendersi dai malintenzionati, fra cui… mantenere una distanza di sicurezza dagli sconosciuti (no sh*t from the Sherlock department).

Ora, se questo è il clima, perché ci stupiamo del fatto che chi in Europa non è nato e cresciuto si comporti in un certo modo? Come nota sempre Marina Strinkovsky, “What’s important to understand […] is not that immigrant men behave in these ways because they don’t understand the cultures in which they have found themselves: they behave in those ways precisely because they do“.

Che lo street harassment sia diffuso praticamente ovunque dovrebbe bastare di per sé a far capire quanto sia miope indicarne la causa in una specifica religione o particolare sistema di valori. Dove la religione e/o il sistema di valori entrano in gioco, invece, è nel giustificare la posizione di subalternità delle donne che le rende oggetti di cui disporre a piacimento, una funzione che svolgono bene pressoché tutte le maggiori religioni (ma attenzione a non pensare che eliminare Dio elimini anche il sessismo).

Per concludere: la retorica di chi finge di prendere a cuore la questione unicamente per poter sfogare il proprio razzismo è doppiamente disgustosa. Da un lato, ovviamente, perché approfitta dell’occasione per dar voce ai propri pregiudizi su una categoria di persone che ritiene arretrate e tendenzialmente criminali, quando non direttamente subumani. Dall’altro perché strumentalizza le donne vittima delle molestie, di fatto trattandole come oggetti una seconda volta.

Se davvero si vuole affrontare il problema, crocifiggere un capro espiatorio non serve a nulla. Basterebbe iniziare a prestare ascolto (e credere) alle vittime di molestie, e dare un po’ più retta a quelle rompiscatole di femministe quando parlano del fenomeno e suggeriscono modi per sradicarlo. Così forse eviteremo anche il patetico coro “Dove sono le femministe (di sinistra) quando succedono queste cose?”. Eravamo qui. Eravamo qui anche prima, e dicevamo esattamente le stesse cose che diciamo adesso. Basterebbe fare attenzione.