Il consenso, questo sconosciuto. O no?

Questo non è un post su commissione, ma quasi; nel senso che dopo la recente sentenza della Cassazione sull’applicabilità o meno di una determinata aggravante in un caso di stupro si è tornato a discutere dell’inadeguatezza della legge italiana sulla violenza sessuale, soprattutto per quanto riguarda il concetto di consenso. Una persona che seguo su Twitter mi ha chiesto se avessi mai scritto un post in proposito e mi sono resa conto che, pur avendone accennato, non ne avevo mai parlato in dettaglio sul blog; quindi grazie a Renzo per avermici fatto pensare (nel tono della professoressa di latino a cui il secchione del primo banco ha appena fatto notare che quella versione l’ha già data per compito la settimana scorsa).

E dunque, il consenso. Questo concetto apparentemente banale che distingue un rapporto sessuale da uno stupro, e che nel momento in cui ho messo mano alla tastiera mi ha fatto pensare a quello che S. Agostino diceva del tempo (non nel senso di meteo), perché nel momento in cui inizi a pensarci attentamente ti rendi conto che no, non è poi così banale.

Tanto per cominciare, non siamo neppure d’accordo su come si debba esprimerlo: nella prima fase delle campagne contro la violenza sessuale si è posto l’accento sul modello “negativo”, quello del “No significa no”; ma i critici di questo approccio hanno fatto notare che di fatto può essere interpretato come silenzio-assenso, un’idea particolarmente pericolosa in tutti quei casi in cui una delle persone coinvolte non sia in grado di esprimere chiaramente un no. Quando si menziona questo problema la maggior parte di noi pensa immediatamente al caso della persona ubriaca o drogata, ma gli avvenimenti del 2017 e il movimento #MeToo hanno fornito un ampio campionario di casi ugualmente problematici ma che finora avevamo quasi sempre relegato alla zona grigia del “Difficile decidere”. Mi riferisco ai casi in cui la vittima di molestie o stupro si trova nella posizione di dipendere lavorativamente e/o economicamente da chi abusa di lei o in cui, anche senza un chiaro legame economico, una delle parti è in una formale posizione di sottomissione all’altra. La legge italiana, inadeguata quanto si vuole, se non altro riconosce (timidamente) le possibili implicazioni di una situazione del genere nel disciplinare l’età del consenso, che sale da 14 a 16 anni qualora il partner del minore ricopra un ruolo che gli permetta di esercitare un certo ascendente nei suoi confronti, p.e. quando ne è l’insegnante.

A ben vedere però anche in questi casi non solo un no può rivelarsi estremamente difficile o del tutto impossibile da esprimere: non è facilissmo neanche essere certi al cento per cento che un sì sia effettivamente libero e convinto. Anche per questo motivo una certa parte del movimento femminista ha supportato l’adozione del modello di consenso c.d. “entusiasta“, in cui un sì non è necessariamente un valido indicatore di assenso a meno che non sia espresso in un certo modo. Neppure questo modello è esente da critiche (soprattutto da parte dei/delle sex worker), ma credo si possa dire che abbiamo raggiunto se non altro un accordo sui fondamentali: il consenso dev’essere validamente e liberamente espresso.

Tutto a posto quindi? Nemmeno per sogno (credo di averlo già scritto, c’è un motivo se questo blog non l’ho chiamato Raggi di sole); perché se da un lato c’è qualcuno che deve dare il proprio consenso, dall’altro c’è qualcuno che lo deve ricevere, capire, e rispettare: ed è qui in realtà che i problemi cominciano.

È sorprendente e preoccupante constatare quanti uomini sostengano ancora di non essere in grado di capire quando una donna sta dicendo di no. In parte questo è il risultato di condizionamenti culturali, come il mito dell’impossibilità di capire che cosa pensino veramente quelle strane creature che in fondo rappresentano soltanto metà del genere umano; il sistema asimmetrico di potere che rende difficile quando non addirittura pericoloso per una donna rifiutare un’avance in determinate circostanze, costringendoci a fingere per mascherare la sensazione di disagio quando veniamo infastidite (un buon thread in proposito qui); e l’idea dura a morire che ai ruoli di genere corrispondano precisi compiti nell’iniziare un approccio romantico, con l’uomo a inseguire e la donna a rifiutarsi almeno in un primo momento, perché a cedere subito sembrerebbe “una facile”. L’ovvia conseguenza è che un uomo si senta non solo autorizzato ma in qualche modo incoraggiato a ignorare un no; ed è qui che nasce a mio avviso quella profonda incomprensione che ha portato molti uomini, all’apice della discussione su #MeToo, a lamentarsi che ormai non si può più neanche flirtare: perché mentre le donne in generale tendono a interpretare il flirt come un tastare il terreno con una persona con cui è assodato esserci reciproco interesse, molti uomini lo vedono come il processo per convincere una donna non interessata che in realtà no, dai, non lo sai ancora ma ti piaccio.

Parlando specificamente di sesso, c’è un’ulteriore dimensione da considerare, ovvero l’idea che la comunicazione soprattutto verbale sia in qualche modo in antitesi con l’erotismo; o che, per dirla in maniera raffinata, un continuo blablabla te lo faccia ammosciare. Ora, è verissimo che una sessione di attività ginnica da camera non sia il momento migliore per dimostrare di avere una memoria prodigiosa recitando le vite dei filosofi uzbeki del XVI secolo; ma il sesso della vita reale non è quello da film in cui magicamente il lui e la lei di turno si strappano i vestiti di dosso, piombano sul letto, si rivoltano per un po’ e hanno orgasmi simultanei senza mai pronunciare una sola parola. Nella vita reale un minimo di comunicazione logistica è necessario e assicurarsi che la/e persona/e con cui ci si sta divertendo si stia/no, appunto, ancora divertendo fa parte di questa comunicazione di base. Sottolineo l’ancora perché un ulteriore aspetto del concetto di consenso che trovo non venga discusso abbastanza è che non viene espresso liberamente e validamente una volta per tutte, ma può essere ritirato in qualsiasi momento. Uno dei migliori riassunti del dibattito che abbia mai letto partiva proprio da questo punto e diceva più o meno: “Prova a infilargli un dito su per il cxxo senza preavviso mentre lo state facendo e noterai che capisce benissimo che cosa significhi ritirare il consenso”.

Anche in una sfera tanto privata come quella sessuale ovviamente scontiamo il peso di una marea di condizionamenti socio-culturali: le donne spesso sono riluttanti a dare indicazioni esplicite su ciò che (non) ci piace, in parte perché lo slut shaming è sempre dietro l’angolo e in parte perché ci viene inculcato che uno dei nostri compiti a letto è rassicurare il partner sulla sua prestazione (vedasi anche alla voce simulazione dell’orgasmo). Chiaro che la cosa non incoraggia un franco “Questo non mi piace, fermiamoci un attimo”.

Ciò detto, resto del parere che non diventiamo misteriosamente incapaci di comunicare in maniera selettiva e che in generale gli uomini siano perfettamente in grado di essere proattivi, verificare il consenso di una donna a ogni stadio dell’interazione, e rispettare l’eventuale scelta di sospenderlo. Il che ci lascia ovviamente a concludere che chi molesta o stupra non lo fa perché ha male interpretato un messaggio, ma perché lo ha ignorato, e questo vale anche per la famosa zona grigia degli atteggiamenti “male interpretati”: per esempio, gli uomini che si lamentano di avere paura di fare “un innocuo complimento” a una collega sanno capire benissimo se quel complimento è effettivamente tale o meno. Basta chiedergli se lo farebbero anche a un uomo.

Ci sono speranze? L’ottimista in me (sì, ce n’è una, anche se ben nascosta) direbbe che ne abbiamo eccome: in fondo è quasi tutta questione di educazione e i risultati ottenuti da quei Paesi che hanno introdotto un esauriente curriculum di educazione sessuale e alle relazioni sono alquanto incoraggianti. Ma guardando al desolante panorama politico italiano di questo periodo non ho molte ragioni per essere ottimista, perché dal tono e dal contenuto del dibattito è chiaro che ci stiamo muovendo praticamente nella direzione opposta a quella in cui dovremmo andare. Se progresso ci sarà, non sarà per mano di chi avrebbe i mezzi per accelerarlo e sostenerlo dall’alto, ma verrà dal basso; e tutti noi dobbiamo cercare di fare la nostra parte.

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La parola con la R

La settimana scorsa uno dei Buongiorno di Mattia Feltri ha provocato un polverone per via di un’infelicissima frase sul fatto che ormai di fascismo in Italia non rischia di morire più nessuno, “se non qualche immigrato”. Sommerso di critiche, il feltrino (copyright una persona intelligente che seguo su Twitter) ha postato una piccatissima risposta che ho visto solo con un paio di giorni di ritardo. So bene che in piena tragedia post-elettorale “le priorità sono altre”, ma credo valga la pena di prendersi cinque minuti per rileggerla, questa risposta; anche perché, visti appunto i risultati elettorali, ho idea che parecchi ne condividano l’impostazione.

feltri_fascismoSi parte subito con un chilometro di mani avanti: nella testa di Feltri Jr la frase era “lampante”: soltanto gli immigrati rischiano, come a Macerata. Io non sono una giornalista di grido ma due domande me le sono fatte: uno, se si voleva essere certi che la frase non venisse fraintesa, non bastava articolarla meglio nel passaggio dalla testa alla carta e citare esplicitamente il caso di Macerata? Se ti ha “capito male” la maggioranza dei lettori, come minimo non stai facendo bene il tuo lavoro. Due, se anche il fraintendimento fosse negli occhi di chi legge, non è che questa pezza sia tanto meglio del buco, e non solo perché non è vero che le aggressioni fasciste degli ultimi anni abbiano preso di mira solo migranti; ma perché anche formulata in quel modo si presta alla stessa identica interpretazione della frase originale. Chi avesse davvero voluto attirare l’attenzione sul fatto che la categoria migranti sia sulla carta più a rischio di altre avrebbe potuto semplicemente scrivere che il pericolo è soprattutto per quel gruppo che è comunque già vulnerabile per altri motivi.

La prossima parte è quella da leggere attentamente, perché è qui che si compie il numero di giocoleria verbale: un’orda di commentatori anonimi aggredisce virtualmente il feltrino per quella frase, dandogli del razzista “senza conoscerlo”. Avete visto il trucco? No? Riguardiamolo al rallentatore: le reazioni di chi si è indignato erano rivolte alla frase incriminata; ma il feltrino con abile mossa ne fa un attacco personale, spostando la conversazione da quello che ha fatto a quello che è. E quando la domanda si trasforma da “Lo specifico atto è razzista?” a “Tizio è razzista?” la discussione è fondamentalmente morta, perché è impossibile andare a vedere che cosa effettivamente ci sia nella testa di una persona; ma, e questo è il punto, non penso ci si debba ostinare su questo. Se una persona sposa idee razziste, non è un mio problema fino a quando rimangono confinate nel suo cranio: il problema nasce quando quelle idee ne guidano, per dirla con la formula del catechismo, pensieri, parole, opere e omissioni. Per dirla chiaramente, a me quello che pensa Feltri Jr dell’influenza dei geni sul ritmo nel sangue e la velocità nella corsa non importa una ceppa; quello che mi importa, e molto, è che abbia usato la sua seguitissima piattaforma per esprimere un pensiero facilmente leggibile come “gli italiani veri sono al sicuro quindi del fascismo non dobbiamo preoccuparci poi tanto”: quello sì che è razzista, accidenti.

Una nota di Schadenfreude a margine: anche il feltrino sembra essere preda dello stesso malessere da social che affligge altri suoi illustri colleghi, i quali ancora non si capacitano del fatto che praticamente chiunque con una connessione internet possa raggiungerli e permettersi di interloquire con loro. Ora, premesso che: la rimozione delle barriere fisiche rende la comunicazione virtuale sicuramente più “selvatica” di quella faccia a faccia; e che il problema dell’harassment online è reale e serissimo (ne ho scritto qui); a me questi alti lai dei pilastri (…) del giornalismo italico fanno sempre molto ridere, a partire dagli strali contro l’anonimato che tradiscono una notevole ignoranza sui meccanismi delle interazioni online. Senza voler usare l’esempio estremo di persone che vivono sotto regimi repressivi e per le quali l’anonimato è condizione assolutamente necessaria per potersi esprimere liberamente senza rischi per la propria incolumità, è indubbio che solo una piccolissima parte di noi potrebbe esprimersi così apertamente su diversi temi se non potesse restare anonima. E sarebbe un peccato, perché moltissimi producono contenuti interessanti che arricchiscono chi ha la fortuna di poterli leggere, ascoltare, guardare. Quello che sfugge ai Feltri e Mentana della situazione è che “metterci la faccia” per il resto del mondo funziona in maniera opposta rispetto alla loro: quando lo fa un giornalista noto non solo la cosa conferisce automaticamente un certo peso a quello che dice, ma è proprio quella faccia a metterlo al riparo dalle conseguenze che potrebbe subire Maria Rossi, impiegata, se dicesse le stesse cose. La maggior parte di noi non è pagata per esprimere le proprie opinioni e quando lo facciamo ci esponiamo per così dire senza rete, in senso letterale: non abbiamo le spalle coperte da social media manager, uffici legali, editori, produttori, e amici dal nome di peso disponibili a spenderlo per sostenerci se diciamo qualcosa di scomodo che però va detto. E prima di lamentarsi dell’insostenibile “odio della rete”, i giornalisti italiani dovrebbero provare a gestire per una settimana il profilo Twitter di una femminista nera, o di un attivista per i diritti dei transgender; poi magari ne riparliamo.

Ho scritto questo post a cavallo dei due giorni successivi alle elezioni e credo che a proposito di razzismo ci sarà, purtroppo, ancora parecchio da dire e scrivere nei prossimi mesi. Mi limito a constatare che, a meno di 48 ore dal voto, ho già visto moltissimi elettori di destra colpiti da “sindrome di Feltri” e cioè indignatissimi all’idea di poter essere chiamati razzisti “solo per come hanno votato”. Credo che dovremmo stare molto attenti a non permettergli di spostare la discussione sui loro cuoricini infranti, ma continuare a concentrarci sul fatto che hanno votato per partiti i cui programmi sono chiaramente discriminatori – o perché li condividevano, o perché altre parti di quei programmi erano così allettanti da infischiarsene altamente del resto del mondo; e che per questo sono e saranno corresponsabili delle ingiustizie che quei partiti compiranno ora che ne hanno l’occasione. Se sono i primi ad agire senza minimamente preoccuparsi del prossimo, non possono pretendere che il resto di noi assecondi i loro bronci da bambino egoista.

Di babygang e baby-alzare le mani

Negli ultimi giorni uno degli argomenti più trattati dai media italiani è quello delle “babygang” (ci sarebbe da discutere sul nome, ma lo farà qualcuno che ne ha voglia). Un commento ricorrente che ho letto in giro suona più o meno come “Dove sono le famiglie, un paio di schiaffi bene assestati farebbero miracoli”. Ho scoperto con sorpresa che quest’idea sembra essere ancora molto ma molto diffusa, incluso tra persone di cui avrei parlato in termini del classico pezzo di pane che non farebbe male a una mosca neppure con un fiore (o una cosa del genere).

Lasciando da parte il complesso discorso sulla delinquenza giovanile e fattori della suddetta, mi chiedo perché, come società, sembriamo essere ancora così incredibilmente tolleranti delle punizioni corporali (in famiglia – almeno alla loro inaccettabilità scolastica per fortuna ci siamo arrivati).

Il rimedio migliore?

Il problema che di solito rimane taciuto con l’approccio della disciplina corporale è che, molto banalmente, non funziona; è anzi controproducente. La revisione di cinque decenni di studi in merito, oltre a ricerche recenti, ha dimostrato che le persone sottoposte a punizioni corporali da piccole sono più propense ad avere una serie di problemi comportamentali da grandi. La mole di dati messa insieme negli anni è abbastanza imponente da far pensare che chiunque, leggendo le conclusioni dei ricercatori, abbandonerebbe seduta stante e per sempre l’idea che uno sculaccione bene assestato debba fare parte del suo bagaglio di genitore. Ma è evidente che dopo praticamente cinquant’anni siamo ancora al punto di partenza. Perché?

“Io sono venuto su benissimo”

Ho già parlato del fatto che tutti noi sviluppiamo naive beliefs, convinzioni basate sull’esperienza personale e che ci portano a ignorare teorie a esse contrarie, pure se supportate dai fatti, quando il “costo sociale” di abbandonare tali convinzioni è alto. Credo che questo fattore giochi anche nel caso delle punzioni corporali, tanto è vero che quasi sempre chi ne sostiene il valore educativo lo fa con un “Io da piccolo qualche schiaffone me lo sono preso, e mi ha fatto solo bene”. Ecco, no: la conseguenza pressoché inevitabile di essere disciplinati in questo modo da piccoli è che ci convince che usare la forza su un bambino sia accettabile – tanto è vero che l’altra conclusione generalmente riscontrabile negli studi citati sopra è che a disciplinare i propri figli con punizioni corporali sono le persone che le hanno subite da piccole. Difficilmente un adulto che non sia stato “introdotto” all’uso della forza da bambino la adotterà come metodo educativo una volta diventato genitore.

“Facile parlare senza avere figli”

Quando mi capita di discutere dell’argomento con un fautore delle punizioni corporali, più o meno a questo punto il mio interlocutore sbotta in un “Eh ma vorrei vedere te alle prese con tre bambini che corrono ovunque senza starti a sentire!”. E, va detto, hanno ragionissima. Fare il genitore è impegnativo e incredibilmente stressante, e a volte sembra che rifilare uno scapaccione ai mostrilli urlanti sia l’unica cosa che li faccia “stare a sentire”. Solo che, come abbiamo visto, non è vero, e non sarebbe giusto farlo neppure se lo fosse. Colpire un bambino ha due conseguenze: primo, gli insegna che anche le persone a cui sei profondamente attaccato e che ti amano possono farti del male; secondo, crea un’associazione tra obbedienza e uso della forza. In altre parole, insegna a obbedire soprattutto o solo per evitare una punizione, bypassando quel processo di “interiorizzazione” delle regole che è fondamentale per la convivenza in una società complessa.

“Oddio, no, ancora i vaccini”

Invece sì, mi spiace, ancora i vaccini. Perché questo discorso dell’obbedienza dettata solo dal timore della punizione è molto simile a quello che si è fatto all’epoca della discussione sulla legge Lorenzin: la stretta sull’obbligo delle vaccinazioni per l’iscrizione scolastica si è resa necessaria per supplire alla mancanza di quella che in termini generali si può definire coscienza civica. Coscienza civica che in Italia sembra farci abbastanza difetto, costringendoci a cercare di rimediare con la coercizione.

Ora, è ovvio che non sono solo gli scappellotti a minare il senso civico di un’intera popolazione; ma mi sembra che ci sia un parallelo tra la famiglia dove “due schiaffi” o la ciabatta volante vengono rivendicati quasi con orgoglio, e la società in cui le parole d’ordine più frequenti a proposito delle babygang sono “Linea dura” e “Più agenti in strada”, con le riflessioni sulla prevenzione e l’educazione relegate in un angolo.

Alzare le mani su un adulto è aggressione; prendere a calci un cane è crudeltà sugli animali; perché colpire un bambino dovrebbe godere ancora di una qualche esenzione?

Il principio di precauzione e la libertà di espressione dei fascisti

Non entro nello specifico della discussione tecnica sul DDL Fiano, il suo rapporto con le leggi Scelba e Mancino, e l’attuale grado di effettiva applicazione delle suddette; né mi soffermo sulle polemiche da quattro soldi a proposito dell’atteggiamento scivoloso del M5S sulla questione (breve parentesi per chi ancora si facesse illusioni: il M5S è un’azienda travestita da movimento politico ma incapace di funzionare come tale per precisa volontà dei capoccia e reale incapacità della base. Punto. Piantatela di stupirvi di ogni manifestazione della loro inutilità come se fosse la più grande sorpresa politica dell’ultimo secolo).

Quello che mi interessa e mi preoccupa, invece, sono gli alti lai dei cultori della libertà-di-espressione™, quelli grossolanamente riassumibili in “Vietare la libera espressione ai fascisti è fascista”. Allora.

Come ho già avuto occasione di scrivere (parte 1 e 2), non sono una fan della censura facile, preventiva e indiscriminata. Le idee bacate è sempre meglio trascinarle alla luce del sole, dove la loro bruttezza appare evidente a tutti o quasi. Ma qui stiamo parlando di una ben precisa ide(ologi)a e di un ben preciso Paese, e pontificare di libertà di espressione in astratto senza calare il dibattito nello specifico contesto è un’omissione grave.

Tutti conosciamo o dovremmo conoscere la storia italiana e il ruolo che in essa ha giocato il fascismo; dovremmo altresì conoscere i punti cardine dell’ideologia fascista, e il modo in cui la loro applicazione ha privato una grandissima fetta di cittadini italiani dei loro diritti più basilari. Nella discussione in corso sulla libertà-di-espressione™ è sempre in primo piano il dovere dello Stato di mettere i propri cittadini in condizione di formarsi liberamente opinioni e dare loro voce senza temere arbitrarie ritorsioni. Ma si tace sorprendentemente su un altro dovere statale, quello di garantire la loro sicurezza e incolumità. E basta googlare “aggressione (neo)fascista” per rendersi conto che ancora oggi troppe persone vengono private della loro sicurezza (per non parlare dell’incolumità fisica) da nostalgici del Ventennio. Dov’è la tutela statale dei loro diritti?

Chi mastica d’Europa conoscerà il concetto di principio di precauzione, a cui si deve ispirare il legislatore chiamato a regolamentare materie su cui la comunità scientifica non ha ancora dati quantitativamente sufficienti a raggiungere una conclusione definitiva e condivisa; in tal caso, e finché non ci saranno dati più solidi a disposizione, si preferisce sempre l’approccio più conservativo onde tutelare la salute dei cittadini. Per dirla in maniera meno altisonante, nel dubbio si va con i piedi di piombo.

Nel caso del fascismo, sinceramente, mi chiedo di quale principio di precauzione potremmo mai avere ancora bisogno: sappiamo benissimo come sia andata a finire la prima volta e sappiamo anche meglio di allora quanto siano infondate quelle ipotesi di nazionalismo, superiorità razziale e ipermascolinità su cui poggia l’ideologia fascista. Nel frattempo abbiamo anche imparato che la violenza fisica non scaturisce dal nulla ma viene incoraggiata o meno dall’ambiente e dalla cultura prevalente; il linguaggio non solo gioca un ruolo importantissimo nella formazione di questa cultura ma, né più né meno, influenza anche la nostra percezione del mondo.

Per cui, se diciamo di voler difendere la libertà-di-espressione™ dei fascisti, dobbiamo anche accettare che di fatto stiamo dando loro la possibilità di continuare impunemente a intimidire e privare dei propri diritti altre persone. Stiamo dicendo a migranti, minoranze religiose, comunità LGBT e disabili: “Sorry, lo so che dicono che non sei un essere umano e un cittadino a pieno titolo, ma devi arrangiarti da solo. Io resto neutrale”. Solo che, per dirla con l’arcivescovo Desmond Tutu, uno che di privazioni di diritti ne sa qualcosa, “If you are neutral in situations of injustice, you have chosen the side of the oppressor”.

Appunto su “uomini veri” e violenza

Trovo scoraggiante che si debba ancora puntualizzarlo, ma tant’è: definire “mostro” o “non un (vero) uomo” chi aggredisce, stupra, uccide una donna… non solo non ha senso ma è controproducente.

Dell’assurdità del concetto di “uomo vero™” ho già scritto, ma forse avrei dovuto soffermarmi anche sulla sua dannosità. Perché dicendo “I veri uomini non si comportano così”, di fatto creiamo una categoria a parte di “cattivi” senza volto a cui addossiamo tutta la responsabilità di atti di violenza, senza compiere il passo successivo e cioè interrogarci sul contesto che rende possibile determinati comportamenti (aiutino: inizia per p- e finisce per -atriarcato).

Chiaro che, non fatto questo passo successivo, poi non facciamo nemmeno quello seguente, vale a dire agire e cambiare i nostri comportamenti quotidiani. Parlare di “non (veri) uomini” è troppo comodo, consente a tutti noi e in primis agli uomini (sì, tutti gli uomini) di distanziarci dal problema senza interrogarci su come contribuiamo ad alimentarlo.

Un esempio recente (nonché di uno squallore estremo) di come la misoginia non sia appannaggio esclusivo dei “mostri” viene dai vari gruppi FB in cui centinaia di uomini postano foto di partner, amiche o ignare sconosciute a uso e consumo delle fantasie masturbatorie del gruppo stesso. I follower di queste pagine non sono seviziatori di gattini o nerd solitari che non lasciano la propria camera dal 2008: sono uomini normali. I nostri amici, parenti, colleghi.

Forse è il caso di toglierci il prosciutto dagli occhi: per usare un termine tecnico, la misoginia non è un bug del sistema, è una sua basic feature. Continuare a offrirci scusanti non cambierà questa realtà.

Il fatto è questo

Spogliato di ogni retorica e delle circostanze specifiche di ogni singolo caso, il fatto è questo: solo dove l’accesso all’aborto sicuro è legale e pienamente garantito, le donne sono considerate esseri umani completi e cittadine a pieno titolo.

In tutti gli altri casi – quando l’intero reparto obietta, quando vieni abbandonata a procedura iniziata, quando non alzano un dito in caso di complicazioni… in tutti gli altri casi il fatto di essere incinta ti trasforma automaticamente in un oggetto.

Ti guardano e vedono solo un’incubatrice, uno strumento senza autonomia personale. E perché mai dovresti averla, in effetti? Gli strumenti sono fatti per essere usati, e non è che domandiamo la loro opinione in merito. Non chiediamo a un paio di forbici se le stiamo stringendo troppo, a un divano se lo stiamo schiacciando, a un bicchiere se gli dispiaccia rompersi.

Se sei incinta in un Paese dove l’accesso all’aborto sicuro non è garantito sei come quel paio di forbici, quel divano, quel bicchiere. Chiunque si sentirà autorizzato a dirti quel che devi o non devi fare, perché il tuo corpo non ti appartiene più, è solo uno strumento. E nessuno si sentirà in colpa per averlo rotto.

Quando “la gente” fa del male alle persone

Fatto di cronaca numero uno: una donna condivide privatamente un video che la ritrae durante un rapporto orale. Il video viene diffuso senza il suo consenso e in seguito all’ondata di melma da cui viene travolta la donna si suicida.

Fatto di cronaca numero due: vari atleti italiani, con Alex Zanardi e Bebe Vio tra i nomi più in vista, si coprono di gloria e medaglie alle Paralimpiadi. Si tratta di due avvenimenti distantissimi l’uno dall’altro, eppure leggendone mi sono trovata a fare le stesse riflessioni.

Nel primo caso, alla notizia del suicidio ci siamo ritrovati su tutti i maggiori quotidiani italiani una serie di patetici articoli su “Come difendersi dalle inside del web”, una sorta di teoria della minigonna 2.0 per cui se ti presti a certe cose in fondo te la sei andata un po’ a cercare. Anche i pezzi in teoria più empatici (dopotutto stavolta c’è scappato il morto) hanno parlato di “errore” o “leggerezza”. Che questa sia solo la solita strisciante reazione di victim-blaming lo hanno già spiegato molto bene qui, quindi non mi dilungo sul punto. Solo un pezzo tra quelli che ho letto finora prova a interrogarsi sul vero nocciolo del problema, e cioè il fatto che se non stigmatizzassimo ancora le donne che hanno una vita sessuale indipendente non ci sarebbero reazioni così spropositate alla scoperta che una donna, appunto, conduce una vita sessuale indipendente.

La cosa mi ha fatto tornare in mente un articolo che ho letto qualche mese fa sulla storia del concetto di orologio biologico, originariamente inventato da ricercatori che studiavano i ritmi circadiani e poi distorto e passato a indicare il famigerato tic-tac che ricorda alle donne in carriera che non si può rimandare per sempre. L’autrice notava quanto la questione della genitorialità continui a rimanere inquadrata a livello di scelta individuale della donna, senza una riflessione più ampia sul contesto sociale (critica che è stata mossa, per esempio, anche al famigerato #FertilityDay proposto dal Ministero della Salute). Ed è proprio questa riflessione che mi sono trovata a fare in entrambi i casi di cui parlavo all’inizio.

Del fatto di cronaca numero uno si è già detto: inutile affannarci a parlare di educazione digitale per i singoli se non cerchiamo anche di smantellare la cultura patriarcale ancora dominante e vera responsabile della gogna (magari virtuale, ma dalle conseguenze ben tangibili) capace di distruggere la vita di chi ne è vittima.

Passiamo al fatto di cronaca numero due, che apparentemente non potrebbe essere più diverso; in questo caso parliamo di storie super positive, di quelle che ci fanno pure versare qualche lacrimuccia. Qui i problemi in realtà sono due ma uno, l’abilismo, meriterebbe una trattazione a parte quindi ne accenno soltanto e vi rimando a questo articolo in caso vogliate approfondire (TL;DR: i diversamente abili non esistono per fornirci ispirazione e grandiosi esempi di come non abbattersi di fronte alle avversità, sono persone complete indipendentemente dalla “funzione” che ci degniamo di assegnargli).

Ritorno invece sul discorso individuo/contesto: ho letto commenti entusiastici sulla forza d’animo e la volontà ferrea di chi, come Zanardi e Vio, è riuscito a superare un grave handicap fisico arrivando a coronare quel sogno dell’oro olimpico che per la stragrande maggioranza degli atleti resta irraggiungibile. Fermo restando che si tratta di risultati effettivamente eccezionali che meritano tutte le lodi di questi giorni, non sono del tutto sicura del contributo che daranno nella discussione a più lungo termine su come costruire una società veramente inclusiva.

In altri termini: Zanardo, Vio e in generale gli atleti paralimpici hanno potuto contare su un sistema di supporto anche economico che è invece drammaticamente assente per moltissime persone con disabilità. Se riduciamo la questione a quel famoso slogan per cui i limiti esistono soltanto nella nostra mente, gli exploit di Zanardi e Vio rischiano di diventare un’arma impropria con cui colpevolizzare chi “si piange addosso” senza considerare che magari, molto semplicemente, non ha accesso agli stessi mezzi e alla stessa rete di supporto.

Anche in questo caso, il problema si verifica perché perdiamo di vista il contesto e finiamo per imporre all’individuo il peso di affrontare e possibilmente superare da solo una determinata situazione, un’aspettativa irrealistica considerato che ci sono in gioco dinamiche non controllabili dai singoli.

Perché lo facciamo? Detta molto brutalmente: perché è facile, e noi pigri. Se consigliamo “Lo smartphone in camera da letto è meglio tenerlo spento”, poi non ci tocca interrogarci sui meccanismi per cui in troppi non si fanno problemi a buttare una donna in pasto alla folla; se ci entusiasmiamo sui progressi della medicina che ci permettono di congelare gli ovuli, non è necessario insistere perché le aziende si decidano a permettere finalmente soluzioni flessibili per le donne che lavorano; se condividiamo a ripetizione foto di supereroi sportivi con le loro protesi d’eccellenza, possiamo far scivolare fuori dalla nostra timeline quelle fastidiose notizie di studenti con disabilità a cui viene ripetutamente negato il diritto all’istruzione.

Non ho una soluzione definitiva per questa situazione: nelle parole di una persona intelligente che seguo su Twitter , “smettere di fare schifo è un lavoro durissimo”. Però credo che sia assolutamente necessario che ci diamo tutti una mossa, e anche alla svelta: altrimenti rischiamo che quello schifo finisca per travolgerci.