Qualcosa sta cambiando? Riflessioni un po’ stanche sulle molestie sessuali

Le ultime settimane sono state un susseguirsi di rivelazioni a proposito di molestie perpetrate da produttori, attori, politici, comici… sembra che una diga sia crollata e che ovunque ci giriamo salti fuori un nome illustre. Per quanto felice possa essere di vedere finalmente esposti uomini che hanno abusato del proprio potere in questo modo e per così tanto tempo, molte delle conversazioni che ho avuto o a cui ho assistito in merito mi hanno lasciata parecchio scoraggiata. È uno di quei momenti in cui mi pare che stiamo girando in tondo, che proprio quando avremmo finalmente un’occasione per cambiare le cose in meglio continuino a saltare fuori riflessi che dovremmo aver abbandonato da tempo. Una carrellata.

Perché proprio ora? Perché tutte/i insieme?

Questa reazione complottista mi farebbe anche ridere pensando alle scie chimiche, se non fosse che l’ho sentita pure da persone intelligenti e genuinamente convinte di essere anti-sessiste. Il fatto è questo: primo, in tutte le storie che stanno venendo fuori a proposito di Harvey Weinstein, Kevin Spacey, Louis C.K., parlamentari britannici assortiti… le vittime non stanno parlando ora per la prima volta. Varie persone vicine ai perpetratori hanno ammesso di essere a conoscenza di quello che succedeva, e di essersi sostanzialmente girate dall’altra parte. Secondo, se si parla di cultura dello stupro non è per caso: quando si normalizzano l’oggettificazione della donna e l’idea che un corpo femminile in uno spazio pubblico sia più o meno liberamente accessibile (“È solo un pizzicotto”, “Quante storie per un abbraccio”), è difficile per una donna vittima di molestie, specie se giovane, realizzare subito e pienamente quanto le è accaduto; non parliamo poi di trovare la forza per parlarne pubblicamente. Ed è per questo che – terzo – le denunce stanno arrivando a grappoli: perché quando qualcuna finalmente fa il primo passo, decine di altre donne realizzano finalmente di non essere sole. E pure in quel caso non è per niente facile.

Che cosa ci guadagnano?

Altro commento che mi ha fatto cascare le braccia. Mi devono spiegare che accidenti di vantaggio ci sia mai a denunciare uno stupro. Sento alcuni dire che “adesso otterrà inviti in televisione, rilascerà interviste, sarà al centro dell’attenzione” e mi viene da dire “Ma vi sentite parlare?”. Non credo sia chiaro a queste persone che tipo di attenzione stanno ricevendo le donne e gli uomini che hanno denunciato le violenze subite: la loro vita privata data in pasto al pubblico, una tonnellata di melma gratuita, minacce assortite. Pensate davvero che ci siano donne che si svegliano una mattina e decidono “Ma sì, dai, mi lancio nell’occhio del ciclone per un po’ di fama”? Che pensano seriamente di fare i soldi legando per sempre la prime dieci pagine dei risultati di Google con il loro nome a “violentata da Tizio”? Per favore.

Vite rovinate

Varianti del commento precedente includono “Non si può rovinare la vita di qualcuno con accuse non provate” e “Se davvero hai subito violenza la devi denunciare in tribunale, non in TV”. Allora. Chi ancora pensa che lo standard di presunzione di innocenza applicato nei tribunali debba funzionare in maniera identica anche fuori può andare a leggersi questo; chi crede che denunciare uno stupro sia un’ineluttabile responsabilità invece questo. Qui vorrei limitarmi a far notare che fino a oggi uomini famosi rovinati da false accuse di stupro non se ne vedono, e che anzi si verifica esattamente il contrario: Woody Allen, Bill Cosby, Casey Affleck vi dicono nulla? Uno dei commenti al caso Weinstein che mi hanno colpita di più è quello degli insider di Hollywood che si sono detti scioccati dal fatto che stavolta le accuse vengano prese sul serio e abbiano conseguenze concrete: come a dire che finora le cose andavano in maniera alquanto differente.

Anche per questo è futile lamentarsi del fatto che molte donne non denuncino: tralasciando per un attimo l’importantissimo fattore della paura di perdere il lavoro ed essere bollata a vita come una che crea problemi, parlare spesso non ha alcuna conseguenza per il colpevole. Nel caso delle molestie subite dalle dipendenti di parlamentari Tory di Westminster, pare che le denunce note al Whips Office siano state usate esclusivamente per tenere in riga quei deputati altrimenti riluttanti a seguire una certa linea di voto. Pensate che una donna indecisa se segnalare o meno una molestia si sentirà incoraggiata da un atteggiamento dal genere? Nemmeno io.

I tempi sono cambiati, c’è chi sbaglia senza capirlo

Nel caso di uomini di una certa età o di denunce per fatti risalenti magari a vent’anni fa, si è tentati di essere indulgenti: “Eh, ma una mano sul ginocchio della segretaria all’epoca la mettevano tutti, inutile mettere in croce qualcuno per una cosa che era ampiamente accettata”. Questo commento mi ricorda tanto il “Non si può giudicare la storia con gli standard odierni” che molti tirano fuori quando si parla di eredità del colonialismo, schiavitù, e statue di Cristoforo Colombo. Posizione apparentemente impeccabile, non si può ragionare in maniera retroattiva; il problema è che funziona solo perché prendiamo in considerazione esclusivamente gli standard del gruppo che domina la narrativa e che scrive la storia. Le donne molestate quindici o vent’anni fa sapevano benissimo che la mano sul sedere quando arrivavano a tiro era sbagliata; gli schiavi delle romantiche piantagioni di Rossella O’Hara sapevano benissimo che possedere esseri umani era sbagliato; gli indigeni cacciati dalle proprie terre e sterminati a migliaia sapevano benissimo che la violenza dei coloni europei era sbagliata. Solo che non avevano abbastanza voce per protestare. È questo a essere cambiato: le molestie sono sempre state inaccettabili, ma solo ora le donne hanno abbastanza visibilità da dire “Basta” con qualche probabilità di successo.

Sempre a proposito di storia, spesso si dice che gli ultimi colpi di coda di una dittatura siano i più sanguinosi, e può benissimo darsi che qualcosa stia cambiando davvero e che la resistenza al cambiamento avrà vita breve. Ma ora come ora non riesco a essere ottimista.

 

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Il provincialismo tutto italiano degli agiografi di Hugh Hefner

La morte del fondatore di Playboy Hugh Hefner è stata seguita da una caterva di pezzi (scritti da uomini, ma che ve lo dico a fare) che ne celebrano il contributo allo smantellamento del puritanesimo americano e alla liberazione del corpo femminile. “Rivoluzionario” è l’aggettivo più (ab)usato dai suoi inconsolabili agiografi.

Non mi dilungo a spiegare quanto e perché questa visione di Hefner come “autentico femminista” sia, per dirla con un altro recente defunto famoso, una boiata pazzesca. Se non avete fatto i compiti, qui, qui, e qui trovate degli agili bignami. Quello che mi ha stupita è stato notare ancora una volta l’insuperabile provincialismo degli opinionisti e giornalisti italiani (uomini, ma che ve lo dico a fare), che si sono sperticati in lodi nostalgiche per il-vecchio-Hugh-che-ha-cambiato-le-nostre-vite. E non pensate che non mi sia venuto in mente che tanta di quella nostalgia probabilmente non è per il de cuius in sé, bensì per i loro anni da giovane maschio italico a cui Playboy permetteva di sentirsi anticonformista e spregiudicato per la modica cifra di qualche millelire.

Questi articoli amarcord si soffermano in genere sulla rivoluzione dei costumi operata da Hefner e sul suo contributo alla libera espressione della sessualità femminile, non dimenticando di menzionare che le fortunate prescelte come conigliette si sono sempre prestate liberamente – e chi siamo noi per sindacare quelle scelte?

Il problema non è tanto il fatto che nessuna di queste cose sia vera, quanto l’assoluta incapacità delle supposte migliori penne italiche di rendersene conto. Rivoluzionario? Hefner ha semplicemente proposto un tipo di oggettificazione femminile diversa come stile da quella dello stereotipo Anni Cinquanta, ma che rinforzava il ruolo di subordinazione della donna esattamente nello stesso modo. Per non parlare dell’identificazione della “tipica” bellezza femminile con la ristretta categoria delle donne bianche, di preferenza bionde e in generale fatte con lo stampino, nettamente predominanti tra le copertine di Playboy. Non c’è assolutamente nulla di rivoluzionario nel (continuare a) presentare un certo tipo di corpo femminile solo ed esclusivamente attraverso la lente dell’immaginario maschile, per soddisfare un consumatore uomo.

Libera espressione della sessualità femminile e abbattimento dei tabù puritani? Se davvero si vuole parlare di sessualità femminile allora andrebbero affrontati anche argomenti che sulle pagine di Playboy non si sono mai visti, e di cui Hefner si è sempre guardato bene dal parlare:

The denial of female sexuality is real. The insistence that female sexual pleasure doesn’t matter is of huge political significance. Yet anyone who really cared about that wouldn’t focus on telling young, large-breasted women to loosen up and open their legs. They’d focus on issues that prevent women of all ages from having happy, healthy, fulfilling sex lives. Issues such as FGM, birth injuries, vaginismus, post-menopausal dryness, the neglect of female bodies in medical research, the misrepresentation of non-penetrative sex as “not real sex” […]. Of course Hefner had little time for such things. The reason why? Because, like all ageing playboys defending their right to fuck silent women, he was really the one with hang-ups about sex, the one so terrified of female sexual and reproductive power he had to sanitise it in glossy magazine shoots, reducing real, live women to airbrushed skin and compliance.

Tra parentesi, agli agiografi di Hefner dev’essere sfuggito che pure se il suo obiettivo fosse stato quello di liberare l’America dal puritanesimo delle origini, qualcosa dev’essere andato storto visto che, per dire, in circa metà degli Stati Uniti è ancora vietato prendere il sole in topless; le tette vanno bene se photoshoppate in copertina a uso e consumo maschile, non se una donna decide di farle abbronzare (e non fatemi parlare di chi ha bisogno dei sali se vede una donna allattare in pubblico, perché finisce male).

Infine, ho letto parecchi mettere le mani avanti in caso a qualche noiosa femminista venisse in mente di fargli notare quello di cui sopra, al grido di “Nessuno ha mai costretto le donne che nel corso degli anni sono diventate conigliette, nessuna è stata danneggiata”. Questo argomento è inesatto per almeno due motivi: primo, la coercizione non si esprime solamente con una costrizione fisica, ma spesso si manifesta in maniera molto più insidiosa con un rapporto di potere asimmetrico – esattamente quello che legava il magnate alle “sue” ragazze. E dubito che tutte le aspiranti conigliette, molte delle quali piuttosto giovani, sapessero in anticipo che vivere con Hefner avrebbe comportato abitare in una casa recintata con coprifuoco obbligatorio alle nove e divieto di invitare amici, girare in mezzo agli escrementi di cane, e non poter usare alcuna protezione durante i rapporti sessuali con il padrone di casa. Può essere davvero una libera scelta, quando non è neppure adeguatamente informata? (Tra parentesi, “libera scelta” è lo stesso mantra invocato nel caso ancora in corso delle giovani che il cantante R Kelly è stato accusato di avere sequestrato; magari sarebbe il caso di esaminarla un po’ più da vicino, questa libertà).

Ma anche se di libera scelta effettivamente si fosse trattato in ogni singolo caso (e dalle testimonianze di alcune delle ex conigliette credo si possa affermare senza troppi problemi che così non è), c’è un secondo motivo per cui l’argomento “Libera scelta nessun danno” è problematico: nessuno di noi vive in un vuoto pneumatico in cui le nostre scelte hanno effetto solo su noi stessi. La decisione di apparire al fianco di Hefner e sulle copertine di Playboy ha comunque avuto l’effetto di continuare a perpetuare stereotipi misogini e profondamente dannosi per le donne in generale, e non mi pare un concetto difficile da capire; eppure, chissà come mai, gli uomini che ho letto in questi giorni non ci sono arrivati. Viene quasi da pensare che non gli interessi andare al di là della copertina.

Emigrati italiani. Appunti dall’estero

Piccolo racconto da libro Cuore: il mio bisnonno è emigrato negli Stati Uniti ai primi del Novecento. Si è fatto tutta la trafila: traversata in terza classe pregando di non colare a picco, sbarco a Ellis Island con il terrore di essere rimandato indietro perché al funzionario dell’immigrazione quel giorno girava così, ricominciare da zero a Little Italy facendo qualsiasi lavoro capitasse a tiro (uno dei preferiti? Andare a recuperare la spazzatura nei ristoranti à la page di New York, che all’epoca usavano ancora argenteria autentica: lui ritirava i sacchi dell’immondizia e li passava in rassegna, a volte recuperava una forchetta).

Bene, direte voi tra un fazzoletto e l’altro. Ma perché ci rifili questa storia? Me l’ha fatta tornare in mente questo speciale del Corriere che invita gli italici cervelli in fuga e i loro genitori a condividere le rispettive storie strappalacrime di emigrazione; una volta finito di alzare gli occhi al cielo, ho pensato le seguenti cose.

Primo: ma per favore. Non si può raccontare l’emigrazione dei gggiovani-incompresi-che-l’Italia-non-merita con gli stessi toni lacrimevoli delle vicende dei nostri avi, semplicemente perché ci sono differenze abissali. Il mio bisnonno si è sciroppato un viaggio rischioso per finire in un posto di cui non parlava la lingua e non conosceva assolutamente nulla, in cui gli italiani non erano visti esattamente con simpatia, e senza praticamente alcuna qualifica se non la voglia di lavorare; e non mi dilungo sulla difficoltà di mantenere i contatti con la famiglia. Gli italiani all’estero oggi? In media arriviamo in posti di cui sappiamo già la lingua o in cui possiamo cavarcela con un po’ di inglese, abbiamo un titolo di studio, volendo possiamo parlare con chi abbiamo lasciato in Italia anche tutte le sere, e chi di noi sta in Europa in genere ha accesso facile a una rotta low-cost.

Secondo: trovo sconcertante (e voglio essere gentile) l’idea di uno speciale sull’emigrazione che non provi a fare un confronto con quell’emigrazione che in Italia trova la propria destinazione anziché il punto di partenza. Perché salta immediatamente all’occhio che gli italiani all’estero sono in grandissima parte persone privilegiate: abbiamo potuto studiare e laurearci e abbiamo alle spalle una famiglia che ci ha supportati e probabilmente sostenuti economicamente quando accettavamo stage sottopagati perché era l’unico modo di rimpolpare il CV. Molti di noi, anche se su questo in genere si glissa perché stona con la vulgata del-giovane-incompreso-e-costretto-a-gettare-la-spugna, stanno all’estero perché ci si trovano bene, e non perché abbiano dovuto fuggire da un Paese che non riconosceva i loro talenti. In altre parole, siamo all’estero perché lo abbiamo liberamente scelto, e abbiamo potuto permetterci di farlo. Non spendere neppure una parola per mettere tutto questo in relazione con chi in Italia invece ci arriva in fuga da situazioni disperate, per notare la differenza tra expat e migrant, mi sembra un’omissione piuttosto grave.

Terzo: sicuramente sono io che penso male. Ma a me le “inchieste” che il Corriere propone da un po’ di tempo a questa parte sembrano un ottimo esempio di subappalto del lavoro giornalistico al lettore. Come per quelle fotogallery composte esclusivamente da screenshot di materiale saccheggiato dai social, l’unica cosa che devono fare in redazione è dare il calcio d’inizio: raccontateci la vostra storia. E noi, obbedienti, gli forniamo il materiale per generare clic, per poter dire in cambio “Mi hanno citato sul giornale!”. Tutto rigorosamente gratis. Com’era quella cosa dello sfruttamento che ci costringe a emigrare?

Emergenza stupri, un puntino sulla i

agendasetting_stuproI pennivendoli di tutta Italia hanno deciso che in questi ultimi giorni d’estate “va” parlare di violenza sessuale; ovviamente con i toni apocalittici di chi avendo appena scoperto un problema crede che il resto del mondo fosse altrettanto ignorante in materia e vada quindi allertato quanto prima, e l’immancabile spruzzata di razzismo anti-migranti che come sappiamo quest’anno si intona a tutto.

Ecco, potremmo anche credere alla loro buona fede nel considerarlo un problema serio come in effetti è, se non fosse che: insistere sulla presentazione di dati divisi per passaporto del perpetratore fa inevitabilmente virare il dibattito verso un “italiani vs stranieri”, e non è quello il punto; limitarsi a riportare fatti di cronaca con quanti più particolari raccapriccianti possibile per titillare il lettore, senza inquadrare il fenomeno parlando di patriarcato, mascolinità tossica, e cultura dello stupro è peggio che inutile; e infine farlo dalle stesse homepage che ospitano fotogallery, video, e ciarpame vario che contribuisce senza remora alcuna a quell’oggettificazione della donna che sta alla base della cultura dello stupro è un esempio di ipocrisia non da poco.

Quindi fate il favore: se non siete in grado di parlare di un argomento tanto serio con cognizione di causa, state zitti e cercate almeno di non fare altri danni.

Doctor Who e diversità: breve analisi dell’homo lagnosus

L’annuncio che il tredicesimo Doctor Who dell’omonima serie BBC sarà interpretato da Jodie Whittaker ha fatto uscire allo scoperto moltissimi esemplari di homo lagnosus, quegli uomini insicuri incapaci di rassegnarsi all’idea che la cultura popolare si apra alle donne e alla diversità in generale. L’ultima volta che avevo letto piagnistei di questa intensità era stato per il reboot al femminile di Ghostbusters, a proposito del quale ricordo ancora la perla “Mi ha rovinato l’infanzia” (retroattivamente, si presume. Passategli un fazzoletto).

Ora, dal momento che siamo nel XXI secolo e persino l’homo lagnosus si rende conto di non poter più semplicemente dire “Donne? Blah!”, di solito ricorre a uno o più dei seguenti pseudo-argomenti, grazie ai quali possiamo identificare tre sottogruppi di lagnosus.

Lagnosus a politicamente correcto impositus

Questo tipo di lagnosus ama denunciare le “forzature” a suo avviso frutto di quella deriva del politicamente corretto che sembra essere diventata una piaga diffusa della nostra società; una cosa affascinante se si pensa che in effetti quello di politicamente corretto è un concetto inesistente inventato dalla destra americana negli anni Novanta, il che ne fa probabilmente uno degli straw men di maggior successo della storia.

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La sezione commenti del Daily Mail, fonte sicura di grandi soddisfazioni

Ma non divaghiamo: secondo il lagnosus impositus, questa “invasione” di personaggi femminili in film, serie televisive e persino (sacrilegio!) videogiochi altro non sarebbe che una forzatura autoimpostasi da produttori pusillanimi che ritengono di dover dare un contentino alle femministe per quieto vivere. La particolare ottusità di questo lagnosus gli impedisce di cogliere l’enorme potenziale di ampliamento del pubblico che un cast e storie maggiormente diversificate (sto parlando anche di personaggi di colore, LGBT, minoranze assortite) portano con sé; ma soprattutto gli impedisce di rendersi conto che il ragionamento va fatto esattamente al contrario, e che la diversificazione finalmente in atto va a correggere le distorsioni per cui la cultura popolare e l’intrattenimento sono stati e continuano a essere dominati da bianchi, in stragrande maggioranza uomini.

Distorsioni per cui si è sempre ritenuto normale che le parti chiave siano di default affidate agli uomini, e che basti un personaggio femminile buttato lì a riequilibrare le cose; per cui si considera naturale che una bambina si appassioni e si identifichi con eroi maschili, ma assolutamente preoccupante che un bambino voglia leggere Piccole donne; per cui non facciamo nemmeno caso a come il 50% circa del genere umano abbia appena il 27% dei dialoghi sullo schermo. Quella è la forzatura.

Lagnosus penuriae meriti suspiciosus

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Source: Facebook. Ovviamente

Particolarmente viscido, questo lagnosus millanta velleità di meritocrazia e insinua il dubbio che una donna selezionata per un particolare ruolo lo abbia ottenuto proprio grazie al suo essere donna, consentendo così ai produttori pusillanimi di cui sopra di presentarsi come campioni di progressismo e passando avanti a colleghi uomini più bravi di lei.

Essendo ignorante oltre che viscido, il suspiciosus non ha contezza di quel fenomeno chiamato unconscious bias e di cui ho scritto qui. TL;DR: è dimostrato fino alla nausea che tutti noi tendiamo inconsciamente a percepire una donna come meno esperta e abile rispetto a un uomo, un nero rispetto a un bianco, una persona sovrappeso rispetto a una magra, eccetera eccetera.

Di conseguenza insinuare che la selezione di una donna sia favorita dal suo genere e indipendente dal merito è innanzitutto miope, perché molto probabilmente non si stanno valutando pienamente le sue competenze; e pure fuorviante, perché sembra basarsi sull’assunto che, invece, quando un uomo ottiene un determinato lavoro è sempre per una scelta basata su un’obiettiva e accurata valutazione delle sue competenze (*cough* Trump *cough cough cough*).

Lagnosus litteratus historicis cum ambitionibus

Questo lagnosus si specializza di solito nel difendere la selezione di attori e personaggi che gli assomiglino e in cui si possa ritrovare senza troppo sforzo (cioè maschi bianchi) ammantandola con una presunta preoccupazione per il rispetto della verità storica e del canone di una saga.

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Accidenti, lettore del Daily Mail, a te non la si fa

È forse inutile sottolineare che l’accuratezza delle ricostruzioni e la fedeltà al materiale originale non siano mai una sua preoccupazione quando la “licenza poetica” è la scelta di un’attrice bianca per interpretare il personaggio di un anime o di un attore pure bianco per il ruolo di Otello (sic). Ma non appena si ventila l’ipotesi di un attore nero per il ruolo di James Bond, o attori di colore lamentano l’esclusione dai casting di qualsiasi opera ambientata in epoche storiche, ecco che il litteratus si riscopre professore e si lancia a spada tratta in difesa dell’accuratezza storica. In un certo senso va invidiato il suo totale sprezzo per il ridicolo, visto che della storia reale non ha poi una gran conoscenza; per tacere della sua cecità selettiva di fronte a inesattezze ben più evidenti e sulle quali misteriosamente tace (la mia preferita all time: le depilazioni perfette di tutte i personaggi femminili in serie TV e film ambientati dalla Roma antica agli Anni Venti. Adorabili).

E non finisce qui…

A qualsiasi sottogruppo appartengano, tutti i lagnosi sono accomunati da quel tratto noto come incoerentia selectiva; una caratteristica che li spinge a rispondere “È solo un (tele)film/gioco, non prendertela troppo!” quando sentono una donna lamentarsi della scarsa presenza femminile nella cultura popolare, salvo esplodere come piccoli fuochi d’artificio capricciosi quando a essere “contaminato” dalla suddetta presenza femminile è il loro telefilm o videogioco del cuore.

In realtà in questo secondo caso hanno anche un minimo di ragione: non è mai “solo” un telefilm. Specialmente in un’epoca iperconnessa e globalizzata, la cultura di massa è un potentissimo veicolo di idee e contribuisce tantissimo a plasmare le nostre aspettative sul posto che ci spetta nel mondo; proprio per questa ragione è fondamentale che ciascuno di noi possa ritrovarsi nelle storie che vengono raccontate e nei personaggi che le animano. Fino a oggi, alla stragrande maggioranza di noi è stato richiesto di immedesimarsi in storie e personaggi non necessariamente vicini a noi e alle nostre esperienze di vita vissuta: una sorta di esercizio di empatia che non è poi francamente così terribile. Esattamente come ci siamo riusciti noi, ci possono benissimo riuscire anche i lagnosi di tutte le latitudini; anche perché, purtroppo per loro, il mondo continua a girare.

Il principio di precauzione e la libertà di espressione dei fascisti

Non entro nello specifico della discussione tecnica sul DDL Fiano, il suo rapporto con le leggi Scelba e Mancino, e l’attuale grado di effettiva applicazione delle suddette; né mi soffermo sulle polemiche da quattro soldi a proposito dell’atteggiamento scivoloso del M5S sulla questione (breve parentesi per chi ancora si facesse illusioni: il M5S è un’azienda travestita da movimento politico ma incapace di funzionare come tale per precisa volontà dei capoccia e reale incapacità della base. Punto. Piantatela di stupirvi di ogni manifestazione della loro inutilità come se fosse la più grande sorpresa politica dell’ultimo secolo).

Quello che mi interessa e mi preoccupa, invece, sono gli alti lai dei cultori della libertà-di-espressione™, quelli grossolanamente riassumibili in “Vietare la libera espressione ai fascisti è fascista”. Allora.

Come ho già avuto occasione di scrivere (parte 1 e 2), non sono una fan della censura facile, preventiva e indiscriminata. Le idee bacate è sempre meglio trascinarle alla luce del sole, dove la loro bruttezza appare evidente a tutti o quasi. Ma qui stiamo parlando di una ben precisa ide(ologi)a e di un ben preciso Paese, e pontificare di libertà di espressione in astratto senza calare il dibattito nello specifico contesto è un’omissione grave.

Tutti conosciamo o dovremmo conoscere la storia italiana e il ruolo che in essa ha giocato il fascismo; dovremmo altresì conoscere i punti cardine dell’ideologia fascista, e il modo in cui la loro applicazione ha privato una grandissima fetta di cittadini italiani dei loro diritti più basilari. Nella discussione in corso sulla libertà-di-espressione™ è sempre in primo piano il dovere dello Stato di mettere i propri cittadini in condizione di formarsi liberamente opinioni e dare loro voce senza temere arbitrarie ritorsioni. Ma si tace sorprendentemente su un altro dovere statale, quello di garantire la loro sicurezza e incolumità. E basta googlare “aggressione (neo)fascista” per rendersi conto che ancora oggi troppe persone vengono private della loro sicurezza (per non parlare dell’incolumità fisica) da nostalgici del Ventennio. Dov’è la tutela statale dei loro diritti?

Chi mastica d’Europa conoscerà il concetto di principio di precauzione, a cui si deve ispirare il legislatore chiamato a regolamentare materie su cui la comunità scientifica non ha ancora dati quantitativamente sufficienti a raggiungere una conclusione definitiva e condivisa; in tal caso, e finché non ci saranno dati più solidi a disposizione, si preferisce sempre l’approccio più conservativo onde tutelare la salute dei cittadini. Per dirla in maniera meno altisonante, nel dubbio si va con i piedi di piombo.

Nel caso del fascismo, sinceramente, mi chiedo di quale principio di precauzione potremmo mai avere ancora bisogno: sappiamo benissimo come sia andata a finire la prima volta e sappiamo anche meglio di allora quanto siano infondate quelle ipotesi di nazionalismo, superiorità razziale e ipermascolinità su cui poggia l’ideologia fascista. Nel frattempo abbiamo anche imparato che la violenza fisica non scaturisce dal nulla ma viene incoraggiata o meno dall’ambiente e dalla cultura prevalente; il linguaggio non solo gioca un ruolo importantissimo nella formazione di questa cultura ma, né più né meno, influenza anche la nostra percezione del mondo.

Per cui, se diciamo di voler difendere la libertà-di-espressione™ dei fascisti, dobbiamo anche accettare che di fatto stiamo dando loro la possibilità di continuare impunemente a intimidire e privare dei propri diritti altre persone. Stiamo dicendo a migranti, minoranze religiose, comunità LGBT e disabili: “Sorry, lo so che dicono che non sei un essere umano e un cittadino a pieno titolo, ma devi arrangiarti da solo. Io resto neutrale”. Solo che, per dirla con l’arcivescovo Desmond Tutu, uno che di privazioni di diritti ne sa qualcosa, “If you are neutral in situations of injustice, you have chosen the side of the oppressor”.

Di istruzione, (ancora) vaccini, e superiorità a buon mercato

Un anno e mezzo fa ho scritto un post sul fenomeno per cui questioni scientifiche come l’indispensabilità dei vaccini che pensavamo chiuse da tempo vengano inaspettatamente riaperte, con la complicazione ulteriore rappresentata dal fatto che stavolta anche le voci di persone non qualificate finiscono sullo stesso piano di quelle degli esperti (i quali giustamente, nel loro piccolo, si incaxxano).

In quel post facevo notare come sia ormai ampiamente dimostrato che purtroppo la logica e i dati scientifici di per sé non sono necessariamente sufficienti a far cambiare idea a qualcuno. Un paio di mesi fa ho ripreso l’argomento a proposito appunto dello specifico caso dei vaccini, che nel frattempo in Italia è parecchio degenerato.

Ho poi ripensato alla questione anche perché nel frattempo c’è stata una mezza tempesta social innescata da Matteo Salvini, il quale dopo aver litigato con Feltrinelli per motivi che mi sfuggono ma che non intendo approfondire ha dichiarato che avrebbe boicottato le librerie del gruppo, attirandosi una marea di lazzi. Qual è il collegamento, dite voi? Io ne vedo due: una sorta di “liberi tutti” per quanto riguarda i toni, e un buon esempio di effetto Dunning-Kruger.

Senza stare a ripetere tutto quello che ho già avuto occasione di scrivere, nel caso vaccini (ma anche in generale) mi urta moltissimo chi crede che avere ragione nel merito lo esenti dal rispettare i requisiti basilari di educazione e si permette quindi di dare simpaticamente del deficiente a destra e a manca. Se le idee non godono assolutamente di un presunzione di rispetto, le persone sì e quando a non averlo è un professionista lo trovo ancora più grave, perché mi sembra meschino abusare della propria posizione per farsi gioco delle persone e delle loro ansie. Specie quando, e questo è il punto, quelle ansie sono frutto di un’ignoranza non necessariamente cercata, ma più banalmente prodotta da circostanze su cui non abbiamo un gran controllo.

È verissimo che molti degli antivaccinisti sono persone con una buona cultura (il che in genere li rende ancora più ostinati, ne ho scritto nel mio primo post sull’argomento); ma è anche vero che non tutti hanno avuto la possibilità di studiare né la fortuna di nascere in una famiglia che valorizzasse la cultura e avesse i mezzi per coltivarla. C’è una letteratura sterminata su quanto forte e duratura nel tempo sia l’influenza sui risultati scolastici del crescere in famiglie che possono permettersi di investire in istruzione; e dal momento che non scegliamo dove nascere, trovo che astenersi dal ridicolizzare gratuitamente chi la stessa fortuna non l’ha avuta sia il minimo sindacale (come pure mettere a profitto quella stessa fortuna che a noi invece è toccata, ma di questo parliamo magari un’altra volta).

Quindi, per passare dai vaccini a Salvini, si può anche scherzare su quello 0% di diminuzione del fatturato che il segretario della Lega potrebbe causare a Feltrinelli: Salvini appartiene a tutti i gruppi con una qualche forma di privilegio (uomo, bianco, etero, benestante, non disabile), ha accesso a moltissime risorse e fondamentalmente nessuna scusa che giustifichi la sua ignoranza. Ma per una gran parte del suo elettorato non è affatto così, fondamentalmente per motivi economici: e quando scherniamo la scarsa attitudine alla lettura di una persona che non ha proseguito gli studi oltre la scuola dell’obbligo, di fatto stiamo schernendo la sua povertà o il suo essere nata in una famiglia che non le ha dato modo di approfondire la propria formazione. Non so a voi, ma a me la cosa suona semplicemente come un tentativo di vincere facile e sentirsi migliori senza dover fare troppi sforzi.

Dicevo anche dell’effetto Dunning-Kruger, quella tendenza (volendo ipersemplificare) a sovrastimare le proprie capacità cognitive e minimizzare o non cogliere del tutto i propri errori. Ecco, a me pare che molti di quelli che ho letto insultare allegramente genitori antivaccinisti e leghisti non amanti della lettura ci siano cascati in pieno.

Senza voler pretendere di essere l’unica ad aver fatto notare la cosa, nei miei post ho citato diversi articoli e studi che dimostrano come spesso attaccare frontalmente chi si è convinto a torto o a ragione di una determinata cosa non solo non gli farà cambiare idea, ma anzi lo convincerà ancora più fermamente di essere nel giusto. Quando ho sollevato il punto nelle discussioni che ho avuto su Twitter e offline, spesso mi sono sentita rispondere con una variazione di “Capisco quello che dici ma continuerò comunque a dare dei cretini ai genitori che non vogliono far vaccinare i figli”. Hellooo? E questo atteggiamento in che cosa ti renderebbe più intelligente di loro? Ti ho spiegato perché si tratta di una strategia deleteria, ti ho portato fonti a sostegno di quello che dico, se davvero fossi razionale e logico come dici di essere dovresti adattare il tuo modo di fare sulla base di queste nuove informazioni. Il fatto che tu faccia spallucce e tiri dritto per la tua strada mi fa nascere quantomeno il sospetto che alla fine per te conti il poter dare dello stupido a qualcuno e sentirti superiore, senza effettivamente interrogarti sul modo migliore di fargli notare e correggere il suo errore.

Stessa cosa per il discorso della lettura: secondo i dati più recenti gli italiani che non leggono neppure un libro all’anno sono il 60% della popolazione, in grandissima parte uomini. Statisticamente è lecito supporre che tra chi ho letto fare battute su Salvini e Feltrinelli ci sia pure qualcuno che appartiene a questo gruppo (sì, significa pensare male; ma come ben sapete, spesso…). Ma anche se così non fosse, fare meglio di chi non legge mai è un’asticella decisamente bassa; che diamine, basta leggere un libro all’anno per salire di categoria. Se poi quel libro è il ricettario respiriano, l’Harmony allegato a Grazia di Ferragosto o Gli extraterrestri e l’origine della civiltà, scusate ma non vedo molta differenza con il non leggere per niente.

Essendomi impelagata fin troppe volte in estenuanti discussioni con antiabortisti, antivaccinisti, anti-LGBT, anti-UE e compagnia brutta (mi mancano i terrapiattisti, ma non dubito di riuscire a smarcare presto anche questa casella), so perfettamente quanto possa essere frustrante sapere di avere ragione da vendere e continuare a sbattere su un muro di illogicità e malafede. Ma, sapendo anche che non serve assolutamente a niente, possiamo almeno evitare di sbroccare e attaccare il nostro interlocutore sul personale? Non sono una grande fan delle cause perse e sono la prima ad ammettere di avere la miccia cortissima: se entrare in una discussione può servire solo a farmi venire un attacco di bile, non ci entro e basta. Poi è ovvio, ognuno di noi interagisce con gli altri come meglio crede. Dico solo che sentirsi soddisfatti della propria intelligenza e cultura perché ci permettono di dare del mentecatto a destra e a manca su un social non mi sembra poi questo gran uso delle suddette.