Di babygang e baby-alzare le mani

Negli ultimi giorni uno degli argomenti più trattati dai media italiani è quello delle “babygang” (ci sarebbe da discutere sul nome, ma lo farà qualcuno che ne ha voglia). Un commento ricorrente che ho letto in giro suona più o meno come “Dove sono le famiglie, un paio di schiaffi bene assestati farebbero miracoli”. Ho scoperto con sorpresa che quest’idea sembra essere ancora molto ma molto diffusa, incluso tra persone di cui avrei parlato in termini del classico pezzo di pane che non farebbe male a una mosca neppure con un fiore (o una cosa del genere).

Lasciando da parte il complesso discorso sulla delinquenza giovanile e fattori della suddetta, mi chiedo perché, come società, sembriamo essere ancora così incredibilmente tolleranti delle punizioni corporali (in famiglia – almeno alla loro inaccettabilità scolastica per fortuna ci siamo arrivati).

Il rimedio migliore?

Il problema che di solito rimane taciuto con l’approccio della disciplina corporale è che, molto banalmente, non funziona; è anzi controproducente. La revisione di cinque decenni di studi in merito, oltre a ricerche recenti, ha dimostrato che le persone sottoposte a punizioni corporali da piccole sono più propense ad avere una serie di problemi comportamentali da grandi. La mole di dati messa insieme negli anni è abbastanza imponente da far pensare che chiunque, leggendo le conclusioni dei ricercatori, abbandonerebbe seduta stante e per sempre l’idea che uno sculaccione bene assestato debba fare parte del suo bagaglio di genitore. Ma è evidente che dopo praticamente cinquant’anni siamo ancora al punto di partenza. Perché?

“Io sono venuto su benissimo”

Ho già parlato del fatto che tutti noi sviluppiamo naive beliefs, convinzioni basate sull’esperienza personale e che ci portano a ignorare teorie a esse contrarie, pure se supportate dai fatti, quando il “costo sociale” di abbandonare tali convinzioni è alto. Credo che questo fattore giochi anche nel caso delle punzioni corporali, tanto è vero che quasi sempre chi ne sostiene il valore educativo lo fa con un “Io da piccolo qualche schiaffone me lo sono preso, e mi ha fatto solo bene”. Ecco, no: la conseguenza pressoché inevitabile di essere disciplinati in questo modo da piccoli è che ci convince che usare la forza su un bambino sia accettabile – tanto è vero che l’altra conclusione generalmente riscontrabile negli studi citati sopra è che a disciplinare i propri figli con punizioni corporali sono le persone che le hanno subite da piccole. Difficilmente un adulto che non sia stato “introdotto” all’uso della forza da bambino la adotterà come metodo educativo una volta diventato genitore.

“Facile parlare senza avere figli”

Quando mi capita di discutere dell’argomento con un fautore delle punizioni corporali, più o meno a questo punto il mio interlocutore sbotta in un “Eh ma vorrei vedere te alle prese con tre bambini che corrono ovunque senza starti a sentire!”. E, va detto, hanno ragionissima. Fare il genitore è impegnativo e incredibilmente stressante, e a volte sembra che rifilare uno scapaccione ai mostrilli urlanti sia l’unica cosa che li faccia “stare a sentire”. Solo che, come abbiamo visto, non è vero, e non sarebbe giusto farlo neppure se lo fosse. Colpire un bambino ha due conseguenze: primo, gli insegna che anche le persone a cui sei profondamente attaccato e che ti amano possono farti del male; secondo, crea un’associazione tra obbedienza e uso della forza. In altre parole, insegna a obbedire soprattutto o solo per evitare una punizione, bypassando quel processo di “interiorizzazione” delle regole che è fondamentale per la convivenza in una società complessa.

“Oddio, no, ancora i vaccini”

Invece sì, mi spiace, ancora i vaccini. Perché questo discorso dell’obbedienza dettata solo dal timore della punizione è molto simile a quello che si è fatto all’epoca della discussione sulla legge Lorenzin: la stretta sull’obbligo delle vaccinazioni per l’iscrizione scolastica si è resa necessaria per supplire alla mancanza di quella che in termini generali si può definire coscienza civica. Coscienza civica che in Italia sembra farci abbastanza difetto, costringendoci a cercare di rimediare con la coercizione.

Ora, è ovvio che non sono solo gli scappellotti a minare il senso civico di un’intera popolazione; ma mi sembra che ci sia un parallelo tra la famiglia dove “due schiaffi” o la ciabatta volante vengono rivendicati quasi con orgoglio, e la società in cui le parole d’ordine più frequenti a proposito delle babygang sono “Linea dura” e “Più agenti in strada”, con le riflessioni sulla prevenzione e l’educazione relegate in un angolo.

Alzare le mani su un adulto è aggressione; prendere a calci un cane è crudeltà sugli animali; perché colpire un bambino dovrebbe godere ancora di una qualche esenzione?

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Finali rovesciati e dibattiti mancati: il femminismo di Carmen

Eppure a me sarebbe piaciuto discutere del finale cambiato di Carmen. Se il sindaco Nardella non ne avesse twittato, molto probabilmente ne avrebbero parlato solo i melomani divisi dall’eterno dibattito purismo-contro-innovazione. L’uscita di Nardella, sicuramente astuta quanto a tempistica e tema, ha in un certo senso precluso in partenza uno scambio serio, visto che avversari e sostenitori se ne sono inevitabilmente impadroniti per attaccarla o difenderla indipendentemente dal merito; così da un lato abbiamo scoperto molti insospettabili fautori della fedeltà all’opera originale sempre e comunque (mi divertirebbe molto vedere le loro facce nello scoprire che Il lago dei cigni praticamente non ha un finale universalmente riconosciuto, e che lo stesso libretto originale di Carmen non è sfuggito a rimaneggiamenti anche pesanti); dall’altro abbiamo letto plausi entusiasti quanto ingiustificati alla coraggiosa scelta di rivisitare un’opera “in chiave femminista”. Ed è di appunto questo che mi sarebbe piaciuto discutere.

Sento parlare spesso di arte “femminista” e mi piacerebbe chiedere a chi lo fa in base a quali criteri decide se apporre il bollino o meno. Perché mi pare che quasi sempre il discrimine sia la presenza di una donna in ruoli importanti (autrice, regista) o del mitico “personaggio femminile forte”, cioè una donna che ha atteggiamenti stereotipicamente maschili (non piange, si veste di pelle, sa fare a pugni, eccetera eccetera). Mi spiace essere la solita precisina rovina-tutto, ma quello non ne fa automaticamente un lavoro femminista; e, a ben guardare, non è nemmeno il nocciolo della questione.

Il punto non è se una determinata opera d’arte sia o no “femminista”: affrontare la questione in questi termini è riduttivo e trasforma un dibattito potenzialmente molto interessante in una discussione sterile, perché a ben guardare si troverà sempre qualcosa che non soddisfa i misteriosi criteri per assegnare il bollino (non fosse altro perché non ci siamo ancora messi d’accordo sui suddetti). Il punto è che cosa il femminismo possa dirci su una determinata opera quando lo usiamo come lente interpretativa.

È un film che conferma gli stereotipi sulle donne a caccia di un marito per non dover lavorare? Una canzone che denuncia la violenza domestica? È un libro con una protagonista appartenente a una minoranza etnica che mostra gli effetti dell’intersezione tra sessismo e razzismo? Un lavoro teatrale che mette in scena il problema dell’oggettificazione del corpo femminile? Cerca di demolire i luoghi comuni sui ruoli di genere o contribuisce a perpetuarli? Mostra modelli alternativi ai rapporti uomo-donna ingabbiati dalle norme obsolete del patriarcato, o le sue eroine sono le stesse ritrite svenevoli dell’epoca vittoriana?

Queste sono le domande interessanti che avremmo potuto porci a proposito di Carmen e del suo finale rovesciato. Ha senso dire che la protagonista di un’opera bandita da Parigi per anni per “immoralità”, una donna che cerca di vivere liberamente i propri sentimenti, ha bisogno di uccidere per non essere vittima? E d’altro canto, ha senso ridicolizzare a prescindere una storia in cui una donna riesce finalmente a sfuggire alla violenza maschile e il suo valore simbolico per tutte quelle che invece non hanno ottenuto giustizia dopo una molestia, un’aggressione, una discriminazione? Ricordo ancora la scarica di adrenalina e il senso di “Ah! Finalmente” delle scene finali di Enough (un film che non ha fatto la storia del cinema né lo meritava), in cui la protagonista dopo aver cercato invano per un’ora e mezza di sfuggire al marito violento gli tende un agguato a casa e lo pesta come un pinolo. L’ho preso come un incoraggiamento a farmi giustizia da sola? Chiaro che no. Ho trovato confortante l’idea che ogni tanto, da qualche parte, un uomo violento paghi le conseguenze dei propri abusi? HELL YES.

È davvero un peccato che con Carmen abbiamo solo sfiorato questi temi senza approfondirli; in un certo senso, è un buon esempio di quello che non va con il discorso sui diritti delle donne in Italia. Saltiamo da un episodio all’altro senza collegarli, senza sforzarci di vedere e capire il quadro nella sua interezza: a quel punto è logico che al massimo riusciamo a cambiare solo il finale di un’opera. Nella vita reale, neppure quello.

Quello che ho imparato dalla discussione sullo ius soli

Non molto, a dire la verità.

Ho imparato che il PD ha calendarizzato il DDL alla fine di una legislatura durata il tempo regolamentare, salvo poi stringersi nelle spalle e scoprire che il tema era “delicato” ed era necessario “prendersi il tempo” di discuterne per bene per non forzare le cose.

Ho imparato con sorpresa che approvare un provvedimento di elementare civiltà a poche settimane dalle elezioni avrebbe fornito materiale alle destre e scoraggiato potenziali elettori moderati. Come mai chi si facesse eventualmente spaventare dall’approvazione della legge sullo Ius soli venga considerato un potenziale elettore di sinistra non l’ho ancora capito, né ho capito perché l’elettore moderato tendente a destra dovrebbe mai scegliere un partito che ne rincorre altri quando può votare direttamente uno degli originali; ma sarò sicuramente io che non ci arrivo.

Non ho imparato, perché dopo un paio di mesi dopo le ultime elezioni era già chiaro praticamente a chiunque, che il Movimento Cinque Stelle è peggio che inutile e che non si può mai fare affidamento sui voti dei suoi eletti (alle anime candide che questo non l’avevano ancora afferrato e che sono riuscite a cadere dal pero anche stavolta direi solo che spero gli sia piaciuta la vacanza su Marte in cui erano evidentemente impegnati durante il voto finale sulle unioni civili).

Ho avuto triste conferma del fatto che troppa della gente che sta in Parlamento ha la decenza, il senso di responsabilità, e la dignità di un’ameba; che per troppi dei militanti non c’è differenza tra aula e stadio quando si tratta di sostenere i propri colori; e che alcuni sedicenti leader non hanno ancora compreso che la parte richiede appunto di saper guidare, non seguire gli umori della folla e sparire nel momento del bisogno, distanziandosi strategicamente da ciò che sembra non piacere ai sondaggi.

In effetti, come dicevo, non ho imparato granché.

Qualcosa sta cambiando? Riflessioni un po’ stanche sulle molestie sessuali

Le ultime settimane sono state un susseguirsi di rivelazioni a proposito di molestie perpetrate da produttori, attori, politici, comici… sembra che una diga sia crollata e che ovunque ci giriamo salti fuori un nome illustre. Per quanto felice possa essere di vedere finalmente esposti uomini che hanno abusato del proprio potere in questo modo e per così tanto tempo, molte delle conversazioni che ho avuto o a cui ho assistito in merito mi hanno lasciata parecchio scoraggiata. È uno di quei momenti in cui mi pare che stiamo girando in tondo, che proprio quando avremmo finalmente un’occasione per cambiare le cose in meglio continuino a saltare fuori riflessi che dovremmo aver abbandonato da tempo. Una carrellata.

Perché proprio ora? Perché tutte/i insieme?

Questa reazione complottista mi farebbe anche ridere pensando alle scie chimiche, se non fosse che l’ho sentita pure da persone intelligenti e genuinamente convinte di essere anti-sessiste. Il fatto è questo: primo, in tutte le storie che stanno venendo fuori a proposito di Harvey Weinstein, Kevin Spacey, Louis C.K., parlamentari britannici assortiti… le vittime non stanno parlando ora per la prima volta. Varie persone vicine ai perpetratori hanno ammesso di essere a conoscenza di quello che succedeva, e di essersi sostanzialmente girate dall’altra parte. Secondo, se si parla di cultura dello stupro non è per caso: quando si normalizzano l’oggettificazione della donna e l’idea che un corpo femminile in uno spazio pubblico sia più o meno liberamente accessibile (“È solo un pizzicotto”, “Quante storie per un abbraccio”), è difficile per una donna vittima di molestie, specie se giovane, realizzare subito e pienamente quanto le è accaduto; non parliamo poi di trovare la forza per parlarne pubblicamente. Ed è per questo che – terzo – le denunce stanno arrivando a grappoli: perché quando qualcuna finalmente fa il primo passo, decine di altre donne realizzano finalmente di non essere sole. E pure in quel caso non è per niente facile.

Che cosa ci guadagnano?

Altro commento che mi ha fatto cascare le braccia. Mi devono spiegare che accidenti di vantaggio ci sia mai a denunciare uno stupro. Sento alcuni dire che “adesso otterrà inviti in televisione, rilascerà interviste, sarà al centro dell’attenzione” e mi viene da dire “Ma vi sentite parlare?”. Non credo sia chiaro a queste persone che tipo di attenzione stanno ricevendo le donne e gli uomini che hanno denunciato le violenze subite: la loro vita privata data in pasto al pubblico, una tonnellata di melma gratuita, minacce assortite. Pensate davvero che ci siano donne che si svegliano una mattina e decidono “Ma sì, dai, mi lancio nell’occhio del ciclone per un po’ di fama”? Che pensano seriamente di fare i soldi legando per sempre la prime dieci pagine dei risultati di Google con il loro nome a “violentata da Tizio”? Per favore.

Vite rovinate

Varianti del commento precedente includono “Non si può rovinare la vita di qualcuno con accuse non provate” e “Se davvero hai subito violenza la devi denunciare in tribunale, non in TV”. Allora. Chi ancora pensa che lo standard di presunzione di innocenza applicato nei tribunali debba funzionare in maniera identica anche fuori può andare a leggersi questo; chi crede che denunciare uno stupro sia un’ineluttabile responsabilità invece questo. Qui vorrei limitarmi a far notare che fino a oggi uomini famosi rovinati da false accuse di stupro non se ne vedono, e che anzi si verifica esattamente il contrario: Woody Allen, Bill Cosby, Casey Affleck vi dicono nulla? Uno dei commenti al caso Weinstein che mi hanno colpita di più è quello degli insider di Hollywood che si sono detti scioccati dal fatto che stavolta le accuse vengano prese sul serio e abbiano conseguenze concrete: come a dire che finora le cose andavano in maniera alquanto differente.

Anche per questo è futile lamentarsi del fatto che molte donne non denuncino: tralasciando per un attimo l’importantissimo fattore della paura di perdere il lavoro ed essere bollata a vita come una che crea problemi, parlare spesso non ha alcuna conseguenza per il colpevole. Nel caso delle molestie subite dalle dipendenti di parlamentari Tory di Westminster, pare che le denunce note al Whips Office siano state usate esclusivamente per tenere in riga quei deputati altrimenti riluttanti a seguire una certa linea di voto. Pensate che una donna indecisa se segnalare o meno una molestia si sentirà incoraggiata da un atteggiamento dal genere? Nemmeno io.

I tempi sono cambiati, c’è chi sbaglia senza capirlo

Nel caso di uomini di una certa età o di denunce per fatti risalenti magari a vent’anni fa, si è tentati di essere indulgenti: “Eh, ma una mano sul ginocchio della segretaria all’epoca la mettevano tutti, inutile mettere in croce qualcuno per una cosa che era ampiamente accettata”. Questo commento mi ricorda tanto il “Non si può giudicare la storia con gli standard odierni” che molti tirano fuori quando si parla di eredità del colonialismo, schiavitù, e statue di Cristoforo Colombo. Posizione apparentemente impeccabile, non si può ragionare in maniera retroattiva; il problema è che funziona solo perché prendiamo in considerazione esclusivamente gli standard del gruppo che domina la narrativa e che scrive la storia. Le donne molestate quindici o vent’anni fa sapevano benissimo che la mano sul sedere quando arrivavano a tiro era sbagliata; gli schiavi delle romantiche piantagioni di Rossella O’Hara sapevano benissimo che possedere esseri umani era sbagliato; gli indigeni cacciati dalle proprie terre e sterminati a migliaia sapevano benissimo che la violenza dei coloni europei era sbagliata. Solo che non avevano abbastanza voce per protestare. È questo a essere cambiato: le molestie sono sempre state inaccettabili, ma solo ora le donne hanno abbastanza visibilità da dire “Basta” con qualche probabilità di successo.

Sempre a proposito di storia, spesso si dice che gli ultimi colpi di coda di una dittatura siano i più sanguinosi, e può benissimo darsi che qualcosa stia cambiando davvero e che la resistenza al cambiamento avrà vita breve. Ma ora come ora non riesco a essere ottimista.

 

Il provincialismo tutto italiano degli agiografi di Hugh Hefner

La morte del fondatore di Playboy Hugh Hefner è stata seguita da una caterva di pezzi (scritti da uomini, ma che ve lo dico a fare) che ne celebrano il contributo allo smantellamento del puritanesimo americano e alla liberazione del corpo femminile. “Rivoluzionario” è l’aggettivo più (ab)usato dai suoi inconsolabili agiografi.

Non mi dilungo a spiegare quanto e perché questa visione di Hefner come “autentico femminista” sia, per dirla con un altro recente defunto famoso, una boiata pazzesca. Se non avete fatto i compiti, qui, qui, e qui trovate degli agili bignami. Quello che mi ha stupita è stato notare ancora una volta l’insuperabile provincialismo degli opinionisti e giornalisti italiani (uomini, ma che ve lo dico a fare), che si sono sperticati in lodi nostalgiche per il-vecchio-Hugh-che-ha-cambiato-le-nostre-vite. E non pensate che non mi sia venuto in mente che tanta di quella nostalgia probabilmente non è per il de cuius in sé, bensì per i loro anni da giovane maschio italico a cui Playboy permetteva di sentirsi anticonformista e spregiudicato per la modica cifra di qualche millelire.

Questi articoli amarcord si soffermano in genere sulla rivoluzione dei costumi operata da Hefner e sul suo contributo alla libera espressione della sessualità femminile, non dimenticando di menzionare che le fortunate prescelte come conigliette si sono sempre prestate liberamente – e chi siamo noi per sindacare quelle scelte?

Il problema non è tanto il fatto che nessuna di queste cose sia vera, quanto l’assoluta incapacità delle supposte migliori penne italiche di rendersene conto. Rivoluzionario? Hefner ha semplicemente proposto un tipo di oggettificazione femminile diversa come stile da quella dello stereotipo Anni Cinquanta, ma che rinforzava il ruolo di subordinazione della donna esattamente nello stesso modo. Per non parlare dell’identificazione della “tipica” bellezza femminile con la ristretta categoria delle donne bianche, di preferenza bionde e in generale fatte con lo stampino, nettamente predominanti tra le copertine di Playboy. Non c’è assolutamente nulla di rivoluzionario nel (continuare a) presentare un certo tipo di corpo femminile solo ed esclusivamente attraverso la lente dell’immaginario maschile, per soddisfare un consumatore uomo.

Libera espressione della sessualità femminile e abbattimento dei tabù puritani? Se davvero si vuole parlare di sessualità femminile allora andrebbero affrontati anche argomenti che sulle pagine di Playboy non si sono mai visti, e di cui Hefner si è sempre guardato bene dal parlare:

The denial of female sexuality is real. The insistence that female sexual pleasure doesn’t matter is of huge political significance. Yet anyone who really cared about that wouldn’t focus on telling young, large-breasted women to loosen up and open their legs. They’d focus on issues that prevent women of all ages from having happy, healthy, fulfilling sex lives. Issues such as FGM, birth injuries, vaginismus, post-menopausal dryness, the neglect of female bodies in medical research, the misrepresentation of non-penetrative sex as “not real sex” […]. Of course Hefner had little time for such things. The reason why? Because, like all ageing playboys defending their right to fuck silent women, he was really the one with hang-ups about sex, the one so terrified of female sexual and reproductive power he had to sanitise it in glossy magazine shoots, reducing real, live women to airbrushed skin and compliance.

Tra parentesi, agli agiografi di Hefner dev’essere sfuggito che pure se il suo obiettivo fosse stato quello di liberare l’America dal puritanesimo delle origini, qualcosa dev’essere andato storto visto che, per dire, in circa metà degli Stati Uniti è ancora vietato prendere il sole in topless; le tette vanno bene se photoshoppate in copertina a uso e consumo maschile, non se una donna decide di farle abbronzare (e non fatemi parlare di chi ha bisogno dei sali se vede una donna allattare in pubblico, perché finisce male).

Infine, ho letto parecchi mettere le mani avanti in caso a qualche noiosa femminista venisse in mente di fargli notare quello di cui sopra, al grido di “Nessuno ha mai costretto le donne che nel corso degli anni sono diventate conigliette, nessuna è stata danneggiata”. Questo argomento è inesatto per almeno due motivi: primo, la coercizione non si esprime solamente con una costrizione fisica, ma spesso si manifesta in maniera molto più insidiosa con un rapporto di potere asimmetrico – esattamente quello che legava il magnate alle “sue” ragazze. E dubito che tutte le aspiranti conigliette, molte delle quali piuttosto giovani, sapessero in anticipo che vivere con Hefner avrebbe comportato abitare in una casa recintata con coprifuoco obbligatorio alle nove e divieto di invitare amici, girare in mezzo agli escrementi di cane, e non poter usare alcuna protezione durante i rapporti sessuali con il padrone di casa. Può essere davvero una libera scelta, quando non è neppure adeguatamente informata? (Tra parentesi, “libera scelta” è lo stesso mantra invocato nel caso ancora in corso delle giovani che il cantante R Kelly è stato accusato di avere sequestrato; magari sarebbe il caso di esaminarla un po’ più da vicino, questa libertà).

Ma anche se di libera scelta effettivamente si fosse trattato in ogni singolo caso (e dalle testimonianze di alcune delle ex conigliette credo si possa affermare senza troppi problemi che così non è), c’è un secondo motivo per cui l’argomento “Libera scelta nessun danno” è problematico: nessuno di noi vive in un vuoto pneumatico in cui le nostre scelte hanno effetto solo su noi stessi. La decisione di apparire al fianco di Hefner e sulle copertine di Playboy ha comunque avuto l’effetto di continuare a perpetuare stereotipi misogini e profondamente dannosi per le donne in generale, e non mi pare un concetto difficile da capire; eppure, chissà come mai, gli uomini che ho letto in questi giorni non ci sono arrivati. Viene quasi da pensare che non gli interessi andare al di là della copertina.

Emigrati italiani. Appunti dall’estero

Piccolo racconto da libro Cuore: il mio bisnonno è emigrato negli Stati Uniti ai primi del Novecento. Si è fatto tutta la trafila: traversata in terza classe pregando di non colare a picco, sbarco a Ellis Island con il terrore di essere rimandato indietro perché al funzionario dell’immigrazione quel giorno girava così, ricominciare da zero a Little Italy facendo qualsiasi lavoro capitasse a tiro (uno dei preferiti? Andare a recuperare la spazzatura nei ristoranti à la page di New York, che all’epoca usavano ancora argenteria autentica: lui ritirava i sacchi dell’immondizia e li passava in rassegna, a volte recuperava una forchetta).

Bene, direte voi tra un fazzoletto e l’altro. Ma perché ci rifili questa storia? Me l’ha fatta tornare in mente questo speciale del Corriere che invita gli italici cervelli in fuga e i loro genitori a condividere le rispettive storie strappalacrime di emigrazione; una volta finito di alzare gli occhi al cielo, ho pensato le seguenti cose.

Primo: ma per favore. Non si può raccontare l’emigrazione dei gggiovani-incompresi-che-l’Italia-non-merita con gli stessi toni lacrimevoli delle vicende dei nostri avi, semplicemente perché ci sono differenze abissali. Il mio bisnonno si è sciroppato un viaggio rischioso per finire in un posto di cui non parlava la lingua e non conosceva assolutamente nulla, in cui gli italiani non erano visti esattamente con simpatia, e senza praticamente alcuna qualifica se non la voglia di lavorare; e non mi dilungo sulla difficoltà di mantenere i contatti con la famiglia. Gli italiani all’estero oggi? In media arriviamo in posti di cui sappiamo già la lingua o in cui possiamo cavarcela con un po’ di inglese, abbiamo un titolo di studio, volendo possiamo parlare con chi abbiamo lasciato in Italia anche tutte le sere, e chi di noi sta in Europa in genere ha accesso facile a una rotta low-cost.

Secondo: trovo sconcertante (e voglio essere gentile) l’idea di uno speciale sull’emigrazione che non provi a fare un confronto con quell’emigrazione che in Italia trova la propria destinazione anziché il punto di partenza. Perché salta immediatamente all’occhio che gli italiani all’estero sono in grandissima parte persone privilegiate: abbiamo potuto studiare e laurearci e abbiamo alle spalle una famiglia che ci ha supportati e probabilmente sostenuti economicamente quando accettavamo stage sottopagati perché era l’unico modo di rimpolpare il CV. Molti di noi, anche se su questo in genere si glissa perché stona con la vulgata del-giovane-incompreso-e-costretto-a-gettare-la-spugna, stanno all’estero perché ci si trovano bene, e non perché abbiano dovuto fuggire da un Paese che non riconosceva i loro talenti. In altre parole, siamo all’estero perché lo abbiamo liberamente scelto, e abbiamo potuto permetterci di farlo. Non spendere neppure una parola per mettere tutto questo in relazione con chi in Italia invece ci arriva in fuga da situazioni disperate, per notare la differenza tra expat e migrant, mi sembra un’omissione piuttosto grave.

Terzo: sicuramente sono io che penso male. Ma a me le “inchieste” che il Corriere propone da un po’ di tempo a questa parte sembrano un ottimo esempio di subappalto del lavoro giornalistico al lettore. Come per quelle fotogallery composte esclusivamente da screenshot di materiale saccheggiato dai social, l’unica cosa che devono fare in redazione è dare il calcio d’inizio: raccontateci la vostra storia. E noi, obbedienti, gli forniamo il materiale per generare clic, per poter dire in cambio “Mi hanno citato sul giornale!”. Tutto rigorosamente gratis. Com’era quella cosa dello sfruttamento che ci costringe a emigrare?

Emergenza stupri, un puntino sulla i

agendasetting_stuproI pennivendoli di tutta Italia hanno deciso che in questi ultimi giorni d’estate “va” parlare di violenza sessuale; ovviamente con i toni apocalittici di chi avendo appena scoperto un problema crede che il resto del mondo fosse altrettanto ignorante in materia e vada quindi allertato quanto prima, e l’immancabile spruzzata di razzismo anti-migranti che come sappiamo quest’anno si intona a tutto.

Ecco, potremmo anche credere alla loro buona fede nel considerarlo un problema serio come in effetti è, se non fosse che: insistere sulla presentazione di dati divisi per passaporto del perpetratore fa inevitabilmente virare il dibattito verso un “italiani vs stranieri”, e non è quello il punto; limitarsi a riportare fatti di cronaca con quanti più particolari raccapriccianti possibile per titillare il lettore, senza inquadrare il fenomeno parlando di patriarcato, mascolinità tossica, e cultura dello stupro è peggio che inutile; e infine farlo dalle stesse homepage che ospitano fotogallery, video, e ciarpame vario che contribuisce senza remora alcuna a quell’oggettificazione della donna che sta alla base della cultura dello stupro è un esempio di ipocrisia non da poco.

Quindi fate il favore: se non siete in grado di parlare di un argomento tanto serio con cognizione di causa, state zitti e cercate almeno di non fare altri danni.