Aborto e filosofia – Precisazioni

Riassunto delle ultime puntate: ho scritto un post sull’ennesimo attacco ai diritti delle donne, un blogger insoddisfatto dal suddetto ha scritto una replica a cui mi ha invitata a rispondere, cosa che ho fatto qui. Oggi ha postato un’ulteriore risposta, che onestamente mi ha lasciata perplessa perché non capisco se sia stata scritta in malafede o semplicemente senza avere compreso il senso dei miei post precedenti. Faccio qui un paio di precisazioni, e con questo chiudo il trittico di post sull’argomento.

Nel primo scambio avuto con questo blogger ho ragionato partendo dal presupposto che condividessimo l’idea di base, e cioè: l’aborto è una procedura medica a cui ogni donna deve poter accedere senza problemi in seguito a una libera scelta che non deve giustificare a nessuno. Invece mi rendo conto che il mio interlocutore approccia il discorso in maniera diversa, il che è interessante: perché se da una rapida scorsa al suo blog mi pare di capire che sia ateo e antireligioso, il suo discorso sull’aborto resta inquadrato nel frame imposto dalla dottrina cattolica – il che la dice lunga su quanto il nostro pensiero debba ancora liberarsi da certi condizionamenti.

In particolare, scrive: “[S]iccome il feto viene considerato una persona, dopo 90 giorni il suo diritto alla vita ha la precedenza sul diritto della madre all’autodeterminazione. […] In conclusione, che cos’è una persona? Ovvero: da quale momento in poi e perché un essere umano deve godere del diritto prioritario alla vita, tanto da prevalere sul diritto alla libertà di altri esseri umani?”. Ecco, queste frasi derivano dal dogma cattolico per cui la vita inizia al concepimento e in base al quale la discussione sull’aborto che ha portato alla stesura della 194 è stata e ahimè viene tuttora impostata in termini di presunto diritto alla vita vs diritto all’autodeterminazione. L’autore risolve questo supposto conflitto assumendo che, in Italia, il secondo venga meno dopo 90 giorni perché questo dice la legge.

Il fatto è che questa posizione l’avevo già ampiamente rigettata nei miei post precedenti (nonché in ogni occasione in cui ho scritto di aborto): il (presunto) diritto alla vita del feto non rileva, perché nessuno di noi ha diritto a usare il corpo di un’altra persona senza consenso – il che fra l’altro è il motivo per cui la donazione di tessuti e organi si fa solo dietro consenso, e lo stupro è reato (per approfondire consiglio la lettura di Judith Jarvis Thomson, in particolare il famoso esempio del violinista). Continuare a parlare di “diritto prioritario alla vita” che prevarrebbe addirittura su quello “alla libertà di altri esseri umani” è possibile, come dicevo all’inizio, solo se in malafede o per scarsa comprensione del testo.

Approcciare la questione dell’accesso sicuro all’aborto come un dibattito filosofico su opposti diritti significa di fatto accettare una premessa di derivazione cattolica. Il femminismo inquadra invece giustamente la questione come una di diritto fondamentale all’autodeterminazione e alla salute riproduttiva. È per questo che non ho intenzione di proseguire oltre lo scambio con la persona in questione (come del resto rifiuto un “dibattito” che non può essere tale con gli anti-choicers): perché spostare il focus del discorso dai diritti fondamentali delle donne per farsi paladini di una categoria di terzi* significa negare l’importanza di quei diritti e non riconoscere che non possono essere oggetto di dibattiti in astratto. E non sono tenuta ad avere pazienza con chi pensa che la mia piena umanità sia solo un’interessante disputa filosofica.

 

*Come fa notare la filosofa Kate Manne nel recente Down girl: the logic of misogyny, è molto conveniente per i difensori dei “diritti” del feto farsi portatori degli interessi di una categoria di esseri non senzienti che non possono smentire alcuno dei loro argomenti. Consiglio caldamente la lettura del libro, che non tratta solo di aborto ma di diritti delle donne in maniera più ampia.
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Ancora di aborto – e filosofia

Oggi pomeriggio l’autore di questo post, scritto in risposta alla mia riflessione sulla retorica anti-choice, mi ha invitata via Twitter a commentarlo. Va detto che la mia reazione iniziale a chi mi chiede di “parlare di” è quasi sempre di fastidio: nei miei spazi parlo di quello che voglio io. Ma credo che la domanda posta sia interessante, non tanto in sé quanto come esempio di presunto gotcha argomentativo (vale a dire un “Te l’ho fatta!” che si vorrebbe risolutivo ma che non è affatto tale).

Riporto in toto la parte saliente (ho eliminato solo la divisione in paragrafi):

Tutto molto convincente, eh. Sul piano filosofico non fa una piega. Ma davvero il feto non c’entra nulla? Nulla di nulla? Che cosa manca? Manca un riferimento – uno solo, uno qualsiasi – allo sviluppo del feto. Proprio non se ne fa parola: quello è solo “il feto”. Poco importa se ha sei giorni, sei settimane o sei mesi: poiché il feto è attaccato al corpo della donna, il diritto della donna prevale. Se è così, allora io pongo una domanda: “Siccome il diritto della donna prevale sempre e comunque, a prescindere dallo sviluppo del feto, l’aborto dev’essere consentito in qualsiasi momento, al limite anche il giorno prima del parto?”. Se la risposta è no, bisogna assumersi la responsabilità di stabilire quando, con precisione, il diritto della donna smette di prevalere e l’aborto non è più ammissibile perché il feto assume la condizione di persona. Bisognerà proporre degli argomenti. Quali? Se la risposta è sì… be’, va bene. Ci sta. Però bisogna essere consequenziali e arrivare alla conclusione inevitabile: accettare l’aborto fino all’ultimo istante e battersi per cancellare ogni limite temporale previsto dalla legge 194, per ogni donna senza eccezioni. Vogliamo parlarne?

Parliamone, di questa domanda. E soprattutto parliamo del modo in cui è costruita, perché contiene un paio di salti logici e distorsioni non indifferenti. “Siccome il diritto della donna prevale […], l’aborto dev’essere consentito in qualsiasi momento […]?” Secondo il suo autore ci sono solo due risposte possibili: no, e allora bisogna stabilire quando “il diritto della donna smette di prevalere [grassetto aggiunto]; oppure sì, e allora la conclusione è “inevitabile: accettare l’aborto fino all’ultimo istante e battersi per cancellare ogni limite temporale”. Vediamo una per una le fallacie di questo ragionamento.

1. L’idea che a un certo punto il diritto della donna (all’autodeterminazione sul proprio corpo) “smetta di prevalere”. Di prevalere su cosa? Questa formulazione sembra riaprire la strada a un presunto diritto alla vita del feto, ma il ragionamento pro-choice si incentra sul fatto che, anche ammettendo che quel diritto esista, da esso non discende alcun diritto a usare un altro corpo per sopravvivere. Il fatto è questo: il diritto all’autodeterminazione non viene mai meno. Esiste un limite temporale per l’accesso all’aborto semplicemente perché si assume che una donna posta di fronte alla decisione se portare a termine o meno una gravidanza sia in grado di prendere tale decisione in un certo lasso di tempo, passato il quale si considera che abbia accettato di ospitare l’occupante del suo utero fino alla nascita (mi verrebbe quasi da chiamarlo “diritto di recesso”). Ma questo non significa affatto che il suo diritto all’autodeterminazione venga meno, e soprattutto non significa assolutamente che da un certo punto in poi “l’aborto non [sia] più ammissibile perché il feto assume la condizione di persona [grassetto aggiunto]”.

2. Questo è il secondo salto logico: il feto non assume mai la condizione di persona; quel passaggio si verifica solo con la nascita. L’aborto non è più ammissibile dopo un certo periodo non specialmente perché lo status del feto cambi, ma perché il “diritto di recesso”, come detto sopra, va esercitato entro un certo periodo. Il fatto che il diritto all’autodeterminazione non venga meno è dimostrato dal fatto che il “diritto di recesso” possa di nuovo essere esercitato in casi particolari (di solito eccezioni mediche) anche dopo il termine legale.

3. Il terzo errore è anche di terminologia e non è nemmeno tutta colpa dell’autore: l’italiano è una lingua un po’ scarsa in questo ambito, limitandosi a parlare di aborto “terapeutico”. In inglese quelle dopo il termine legale non si chiamano più abortions ma late-term terminations, e l’uso di un vocabolo diverso non è una sottigliezza ma serve anche a marcare il diverso carattere dei due tipi di intervento. Nel secondo caso abbiamo una modifica della situazione originale in base a cui la donna aveva preso la decisione di portare a termine la gravidanza, una modifica talmente significativa (scoperta di gravi malformazioni fetali, insorgenza di patologie che mettono a rischio la vita della gestante…) da rimettere sul tavolo la decisione. E che sia ben chiaro, i motivi per cui si pratica un’IVG dopo i termini legali sono sempre seri: nessuna donna incinta di sette od otto mesi arriva un bel giorno in un reparto di ostetricia dicendo che ha cambiato idea e si è svegliata con il desiderio di abortire. Se applicata come dovrebbe (un grosso “se”, lo so), la 194 dà a una donna tutto il tempo necessario per prendere una decisione ragionata. Se dovesse avere bisogno di interrompere la gravidanza più tardi, sarebbe a causa di problemi gravi e non per sport. Parlare di “battersi” per l’aborto “anche il giorno prima del parto” è una formulazione incredibilmente irrispettosa dell’intelligenza delle donne: si vuole davvero sostenere che l’aborto debba essere accessibile per l’intera durata della gravidanza perché si pensa sul serio che a una donna ne possa venire voglia a caso “anche il giorno prima del parto”? Bitch, please.

Le donne sono esseri umani senzienti e perfettamente in grado di decidere se avere un aborto o meno in tre mesi. L’intervento medico dopo i novanta giorni non è una passeggiata e non ha senso sminuire la questione presentandola come un semplice problema filosofico. Non credo sia necessario parlarne oltre.

Diritto all’aborto – Non lasciamoci distrarre dalla retorica anti-choice

Questa settimana a Roma è comparso un poster gigante con la foto di un embrione corredata da didascalie quali “Questo eri tu a undici settimane, i tuoi organi erano già formati… e sei qui [musica drammatica] perché tua mamma non ti ha abortito [bam bam bam]”. Il poster, commissionato dall’associazione anti-choice ProVita, ha scatenato parecchie polemiche; e devo confessare di essere rimasta insoddisfatta dal modo in cui i pro-choicers hanno risposto finora. Credo che dobbiamo e possiamo fare meglio, perché ci lasciamo abbindolare ancora da trappole retoriche che dovremmo invece avere imparato a evitare da tempo.

Il senso di colpa: inevitabilmente, una delle proteste più immediate è stata “Quel poster alimenta il senso di colpa di chi si è trovata costretta ad abortire, non ci pensate a quelle donne?”. Certo che ci pensano, fratello. Lo scopo ultimo di quel poster è esattamente quello di far sentire in colpa le donne che abbiano esercitato la propria autonomia riproduttiva, e ricattare moralmente in anticipo quelle che un giorno si potrebbero trovare nella stessa situazione (cioè grossomodo tutte noi). Far notare la pelosità della cosa significa sostanzialmente congratulare ProVita sulla riuscita della sua campagna del terrore. Ma, e qui andiamo su terreno delicato, non dobbiamo per forza inquadrare la cosa in quest’ottica. Quando si cerca di smontare un argomento è importante non permettere alla controparte di decidere quale sia il frame di riferimento: in questo caso, parlando di senso di colpa accettiamo automaticamente la premessa di ProVita che l’aborto sia un atto orribile per sua stessa natura, e che qualsiasi donna ne abbia uno lo faccia perché senza alternative e ci perda il sonno ogni notte per il resto della sua vita. Ma se facessimo un passo indietro vedremmo che questa idea è in gran parte una conseguenza del modo stesso in cui impostiamo il dibattito. Nessuno vuole ovviamente negare il fatto che la decisione di rimuovere un embrione dal proprio corpo richieda più deliberazioni di quella di mettersi a dieta; ma esercitare il diritto all’autodeterminazione di per sé non dovrebbe essere tanto controverso. Quello che rende la decisione di ricorrere a un’IVG più difficile è proprio il contesto in cui chi la prende viene ostacolata, stigmatizzata e colpevolizzata a ogni passo, e questo nonostante tutte le ricerche puntino decisamente nella direzione opposta – se trattato come la normale procedura medica che è, di per sé l’aborto non lascerebbe alcun trauma indelebile.

No: “E le poverette che hanno dovuto abortire e ci pensano già tutti i giorni? Come si sentiranno in colpa a vedere quel poster!”.

Sì: “Complimenti per la campagna splatter, ma qualsiasi donna ha diritto di prendere la decisione se abortire o meno senza interferenze, e ha diritto ad appoggio e rispetto dopo averla presa, specie se è stata difficile”.

I casi particolari: questo è, lo confesso, un argomento che mi irrita particolarmente. In ogni discussione sull’aborto c’è sempre un pro-choice che tira fuori con le migliori intenzioni del mondo la donna rimasta incinta dopo uno stupro o quella che vive quasi in mezzo a una strada e non saprebbe come sfamare un figlio. Lo dico senza tanti giri di parole: è un pessimo argomento. Uno dei principi della retorica è quello per cui, quando si intenda smontare una posizione della controparte, lo si debba fare attaccandone la versione “completa” e più robusta, in modo da toglierla di mezzo definitivamente. Se iniziamo dai casi particolari e dalle eccezioni, invece (la ragazzina troppo giovane per avere figli, la vittima di stupro), lasciamo sostanzialmente inalterato l’argomento centrale, quando addirittura non finiamo per rinforzarlo; perché dire “Ma in caso di stupro dovrebbe essere permesso” si legge facilmente come “In generale no”. Ribadiamolo ancora perché mi pare che ce ne sia bisogno: essere pro-choice significa supportare il diritto di ogni donna (che ci stia simpatica o no) all’accesso all’aborto sicuro, indipendentemente dal fatto di essere d’accordo con lei sui motivi per cui lo sceglie.

No: “Non puoi opporti all’aborto anche in caso di X!”.

Sì: “Non puoi opporti alla libertà di scelta, e le ragioni per cui una donna decide di abortire non sono fatti tuoi. Mai”.

I falsi scientifici: su questo punto sono combattuta. È sicuramente vero che molte delle campagne anti-choice sono incentrate sull’uso di immagini da film horror di serie Z, con bambolotti sanguinolenti spacciati per embrioni di otto settimane, e che il clamoroso falso scientifico non possa essere lasciato passare. Ma sono abbastanza scettica sull’opportunità di perderci troppo tempo, perché lo scopo di quelle immagini non è divulgare o fare (dis)informazione, bensì provocare una reazione emotiva. Penso che un compromesso accettabile possa essere quello di far notare il falso e riportare poi l’attenzione sul fulcro del ragionamento: il punto non è la velocità a cui crescono le unghie di un embrione, ma il fatto che, finché è in utero e quindi tecnicamente parassita di un altro corpo, è la persona che possiede quest’ultimo a decidere se vuole metterlo a disposizione o meno.

No: “Quello non è un embrione a undici settimane, quello è un feto di otto mesi!”.

Sì: “Wow, congratulazioni, il tuo Photoshop vincerà sicuramente un premio al prossimo concorso Falsi scientifici alla Dario Argento. Peccato che non modifichi minimamente la situazione: l’embrione/feto, come del resto ciascuno di noi già nati, non ha alcun diritto a utilizzare il corpo di un’altra persona senza consenso”.

In Italia siamo ancora al Medioevo: per quanto riguarda i diritti delle donne questo è vero, verissimo. Ma se fate attenzione vedrete che i diritti riproduttivi sono sotto attacco ovunque: negli Stati Uniti, dove un’ondata di leggi restrittive sta rendendo praticamente impossibile non solo l’accesso all’aborto sicuro, ma anche agli anticoncezionali; in Polonia, dove le conquiste degli ultimi anni sono state cancellate su richiesta dei vescovi locali; in Germania, dove ancora non è stata abrogata la legge degli anni Trenta che rende perseguibile il semplice fornire informazioni sull’IVG; in Irlanda, dove il 25 maggio si voterà sulla possibile abrogazione dell’ottavo emendamento della Costituzione, prima tappa verso l’ahimè niente affatto scontato riconoscimento della piena umanità di metà della popolazione; e sto citando solo i casi più recenti o più noti. Penso che anche per questo sia importante inquadrare il fenomeno degli anti-choicers per quello che è: una sacca di fanatica resistenza all’emancipazione della donna, i cui argomenti restano sostanzialmente gli stessi da Paese a Paese; un gruppo di persone che nascondono l’odio per le donne dietro un presunto interesse alla difesa “della vita” (intesa solo come concepimento). È importantissimo che non gli lasciamo imporre la loro distorta visione delle cose. Il diritto all’aborto sicuro va difeso e riaffermato perché, molto semplicemente, le donne sono esseri umani, e disporre liberamente del nostro corpo è uno dei nostri diritti fondamentali.

Stupido è…

Non mi sfugge che nell’essere delusi dagli altri c’è sempre una buona misura di egocentrismo: se ti comporti in un modo che non mi piace devo ammettere di aver fatto un errore di giudizio, e personalmente a me la cosa rode sempre parecchio.

Come saprete, negli ultimi due giorni si è sparsa la notizia di richieste a vari CAF italiani da parte di persone che volevano presentare domanda per il famigerato “reddito di cittadinanza” menzionato fino alla nausea dal M5S durante la campagna elettorale. Ecco, nel mio piccolo sono rimasta malissimo a vedere il mio feed su Twitter riempirsi di commenti ilari sui boccaloni e/o nullafacenti che ci sono cascati, con tanto di finti facsimile di moduli. Mi rendo perfettamente conto che la mia delusione sta al grande ordine delle cose come un granello di sabbia al pianeta Marte, ma quello che ho visto mi ha disgustata e preoccupata per due motivi che vanno oltre la mia opinione personale.

Motivo numero uno, il disprezzo per la povertà, su cui non mi soffermo perché il mio pensiero è già stato sintetizzato efficacemente da altri. Motivo numero due, la cattiveria del tutto gratuita verso “gli stupidi” che hanno abboccato all’unicorno elettorale.

Anche se non sembra, viviamo in un’epoca che glorifica l’intelligenza e non ci facciamo scrupolo alcuno a stigmatizzare chi non ne ha; gli stupidi sono rimasti praticamente l’unica categoria di persone che nessuno ha problemi a prendere in giro. Tendiamo anche a far coincidere l’intelligenza con i metodi che ci siamo inventati per cercare di misurarla: test per il QI e titoli di studio. L’inghippo sta nel fatto che, sostanzialmente, questo significa che la stupidità è funzione praticamente diretta della povertà e dello scarso accesso a un buon sistema educativo fin dalla primissima infanzia.

stupidity_poverty

In altri termini, quando prendiamo in giro la stupidità altrui non facciamo altro che stigmatizzare il fatto che ci sia chi non ha avuto le stesse nostre opportunità. E dal momento che né i mezzi finanziari della famiglia in cui nasciamo, né la qualità dell’istruzione (soprattutto elementare) che riceviamo, dipendono da noi… a che titolo esattamente ci sentiamo superiori a una persona “stupida”?

È anche per questo che, come ho scritto in passato, l’atteggiamento di esperti come Roberto Burioni mi fa partire i cinque minuti: perché prendere in giro qualcuno che ne sa o ne capisce di meno può anche farci sentire più intelligenti, ma a parte quello, mettetevelo bene in testa, non sortisce effetto alcuno sulla sua condotta – quando non ha addirittura la conseguenza di renderlo ancora più fermo nelle proprie convinzioni: perché mai qualcuno dovrebbe abbandonare un partito in cui bene o male si ritrova per votarne uno i cui sostenitori lo trattano da deficiente? Nelle parole del giornalista Conor Friedesdorf, “people are never less likely to change, to convert to new ways of thinking or acting, than when it means joining the ranks of their denouncers”.

Capisco benissimo la delusione e la rabbia per un risultato elettorale che sono la prima a trovare terrificante; e capisco benissimo anche chi dica di sentirsi migliore di un elettore della Lega o del M5S già solo per la scelta fatta in cabina elettorale. Ma la croce sulla scheda non ci dà licenza di presa in giro gratuita, né ci esenta dal comportarci meglio di chi vogliamo criticare (tra l’altro, non è che nel caso specifico manchino motivi di critica più che validi). Stupido è chi lo stupido fa; ma chi dello stupido ride, e altro non fa, non è che sia poi tanto più furbo.

La parola con la R

La settimana scorsa uno dei Buongiorno di Mattia Feltri ha provocato un polverone per via di un’infelicissima frase sul fatto che ormai di fascismo in Italia non rischia di morire più nessuno, “se non qualche immigrato”. Sommerso di critiche, il feltrino (copyright una persona intelligente che seguo su Twitter) ha postato una piccatissima risposta che ho visto solo con un paio di giorni di ritardo. So bene che in piena tragedia post-elettorale “le priorità sono altre”, ma credo valga la pena di prendersi cinque minuti per rileggerla, questa risposta; anche perché, visti appunto i risultati elettorali, ho idea che parecchi ne condividano l’impostazione.

feltri_fascismoSi parte subito con un chilometro di mani avanti: nella testa di Feltri Jr la frase era “lampante”: soltanto gli immigrati rischiano, come a Macerata. Io non sono una giornalista di grido ma due domande me le sono fatte: uno, se si voleva essere certi che la frase non venisse fraintesa, non bastava articolarla meglio nel passaggio dalla testa alla carta e citare esplicitamente il caso di Macerata? Se ti ha “capito male” la maggioranza dei lettori, come minimo non stai facendo bene il tuo lavoro. Due, se anche il fraintendimento fosse negli occhi di chi legge, non è che questa pezza sia tanto meglio del buco, e non solo perché non è vero che le aggressioni fasciste degli ultimi anni abbiano preso di mira solo migranti; ma perché anche formulata in quel modo si presta alla stessa identica interpretazione della frase originale. Chi avesse davvero voluto attirare l’attenzione sul fatto che la categoria migranti sia sulla carta più a rischio di altre avrebbe potuto semplicemente scrivere che il pericolo è soprattutto per quel gruppo che è comunque già vulnerabile per altri motivi.

La prossima parte è quella da leggere attentamente, perché è qui che si compie il numero di giocoleria verbale: un’orda di commentatori anonimi aggredisce virtualmente il feltrino per quella frase, dandogli del razzista “senza conoscerlo”. Avete visto il trucco? No? Riguardiamolo al rallentatore: le reazioni di chi si è indignato erano rivolte alla frase incriminata; ma il feltrino con abile mossa ne fa un attacco personale, spostando la conversazione da quello che ha fatto a quello che è. E quando la domanda si trasforma da “Lo specifico atto è razzista?” a “Tizio è razzista?” la discussione è fondamentalmente morta, perché è impossibile andare a vedere che cosa effettivamente ci sia nella testa di una persona; ma, e questo è il punto, non penso ci si debba ostinare su questo. Se una persona sposa idee razziste, non è un mio problema fino a quando rimangono confinate nel suo cranio: il problema nasce quando quelle idee ne guidano, per dirla con la formula del catechismo, pensieri, parole, opere e omissioni. Per dirla chiaramente, a me quello che pensa Feltri Jr dell’influenza dei geni sul ritmo nel sangue e la velocità nella corsa non importa una ceppa; quello che mi importa, e molto, è che abbia usato la sua seguitissima piattaforma per esprimere un pensiero facilmente leggibile come “gli italiani veri sono al sicuro quindi del fascismo non dobbiamo preoccuparci poi tanto”: quello sì che è razzista, accidenti.

Una nota di Schadenfreude a margine: anche il feltrino sembra essere preda dello stesso malessere da social che affligge altri suoi illustri colleghi, i quali ancora non si capacitano del fatto che praticamente chiunque con una connessione internet possa raggiungerli e permettersi di interloquire con loro. Ora, premesso che: la rimozione delle barriere fisiche rende la comunicazione virtuale sicuramente più “selvatica” di quella faccia a faccia; e che il problema dell’harassment online è reale e serissimo (ne ho scritto qui); a me questi alti lai dei pilastri (…) del giornalismo italico fanno sempre molto ridere, a partire dagli strali contro l’anonimato che tradiscono una notevole ignoranza sui meccanismi delle interazioni online. Senza voler usare l’esempio estremo di persone che vivono sotto regimi repressivi e per le quali l’anonimato è condizione assolutamente necessaria per potersi esprimere liberamente senza rischi per la propria incolumità, è indubbio che solo una piccolissima parte di noi potrebbe esprimersi così apertamente su diversi temi se non potesse restare anonima. E sarebbe un peccato, perché moltissimi producono contenuti interessanti che arricchiscono chi ha la fortuna di poterli leggere, ascoltare, guardare. Quello che sfugge ai Feltri e Mentana della situazione è che “metterci la faccia” per il resto del mondo funziona in maniera opposta rispetto alla loro: quando lo fa un giornalista noto non solo la cosa conferisce automaticamente un certo peso a quello che dice, ma è proprio quella faccia a metterlo al riparo dalle conseguenze che potrebbe subire Maria Rossi, impiegata, se dicesse le stesse cose. La maggior parte di noi non è pagata per esprimere le proprie opinioni e quando lo facciamo ci esponiamo per così dire senza rete, in senso letterale: non abbiamo le spalle coperte da social media manager, uffici legali, editori, produttori, e amici dal nome di peso disponibili a spenderlo per sostenerci se diciamo qualcosa di scomodo che però va detto. E prima di lamentarsi dell’insostenibile “odio della rete”, i giornalisti italiani dovrebbero provare a gestire per una settimana il profilo Twitter di una femminista nera, o di un attivista per i diritti dei transgender; poi magari ne riparliamo.

Ho scritto questo post a cavallo dei due giorni successivi alle elezioni e credo che a proposito di razzismo ci sarà, purtroppo, ancora parecchio da dire e scrivere nei prossimi mesi. Mi limito a constatare che, a meno di 48 ore dal voto, ho già visto moltissimi elettori di destra colpiti da “sindrome di Feltri” e cioè indignatissimi all’idea di poter essere chiamati razzisti “solo per come hanno votato”. Credo che dovremmo stare molto attenti a non permettergli di spostare la discussione sui loro cuoricini infranti, ma continuare a concentrarci sul fatto che hanno votato per partiti i cui programmi sono chiaramente discriminatori – o perché li condividevano, o perché altre parti di quei programmi erano così allettanti da infischiarsene altamente del resto del mondo; e che per questo sono e saranno corresponsabili delle ingiustizie che quei partiti compiranno ora che ne hanno l’occasione. Se sono i primi ad agire senza minimamente preoccuparsi del prossimo, non possono pretendere che il resto di noi assecondi i loro bronci da bambino egoista.

Who’s who again? A non-serious guide to the Italian general election

March 4 is D-Day! We vote! No, not that vote. The other one. Italian general election (yes, I know, it’s not a snap election this time! How very unusual, huh?). So who is running this time? Loads of parties, as usual. If you’re geeky or insomniac enough and want to learn more, you’re in the right place. Buckle in.

Parties already represented in the outgoing Parliament

The center-right coalition:

Forza Italia: yes, Silvio is back. Technically he isn’t, he’s barred from public office (long story), but FI is his creature and wouldn’t go anywhere without his brand (and $$$). He is still promising the world and a pony, but tries to look a tad more responsible than the M5S – more on that below – so you can still have the world, but not choose the colour of your pony. [Now, I know this is totally irrelevant as a political point but I have to say it at least once: Silvio is now positively scary to look at. Seriously: he can’t move his facial muscles anymore. It’s a bit like a male Cher with more fake tan]. Okay, back to serious (…) analysis of the manifesto: if you have ever followed Italian elections before you know that FI generally promises tax cuts for pretty much everyone, leaving to others the pesky details of how it’s going to actually make them work in practice.

TL;DR: still appealing to old people, which in Italy means a large potential constituency, plus by now it should be clear to everyone that we’ll only get rid of Silvio if and when the next Highlander finds him. And even then, I’m not so sure (mark my words, he’ll draw large crowds at his funeral – 99% of those present will be there only to make sure he is actually dead).

Lega Nord: a bunch of Islamophobic Putin groupies headed by Matteo Salvini, Marine Le Pen’s pal in the EU Parliament, where he only shows up to collect his check and to ask embarrassingly stupid conspiracy theory questions on chemtrails (yes, really). The neo-fascist who shot six migrants in Macerata earlier this month stood as a Lega candidate for local office last year, but you won’t hear them mention this. Their manifesto is a mix of populist and impractical economic reforms and, of course, heavy immigration restriction/border control measures. Projected to do well at the polls and maybe even improve on their 2013 results, and this says a lot on the state of the country.

TL;DR: repellent and hence politically fashionable at the moment. God help us.

Fratelli d’Italia: I take it very personally that one of the few parties headed by a woman is a neo-fascist one. I haven’t actually bothered reading their manifesto because they are unvotable by default, but I do know it takes at least one page straight from the original Fascist Party book and proposes the introduction of economic support for patriotic Italian women making good Italian Babies™ for the Nation. If you’ll excuse me a second [retching sounds]. Where were we? Oh yes, free creches and kindergartens, and a tougher immigration policy too, cela va de soi.

TL;DR: fascists. Should not even be allowed to run, and yet.

Noi con l’Italia: a collection of centre-right political mummies who for whatever reason do not feel at home in any of the above, and felt they needed their own party. Probably closest to FI. Not worth any more of mine or your time.

TL;DR: see above.

The center-left coalition:

Partito Democratico: Matteo Renzi’s toy, which he seems to have broken, perhaps irreparably. Its five years in government have not been a total disaster, but there is only so much you can fix in that time when problems have been dragging for decades and you don’t even try hard. Their manifesto intends to keep building on what done so far, with a sprinkle of populist ideas such as a new €80 child benefit. Renzi has been uncharacteristically quiet and on the sidelines during the campaign so far, and it was reported in Brussels that he might be toying with the idea of becoming a candidate for the Commission president job next year. Intriguingly, something was also going on (IT) with the legal ownership of the PD logo last year, which commentators say might imply he’s preparing for a split.

TL;DR: the BAU scenario. Nothing thrilling, but not even the very worst that could happen (as an aside, I’m so effing tired of reasoning in terms of the least bad option).

Insieme: I have no idea who they are, but recognized the logo from the long-forgotten Green Party. Apparently there is still one.

TL;DR: see above.

Civica Popolare: the result of one of those endless party splinterings typical of Italian politics, headed by the catastrophically inept former Health minister Beatrice Lorenzin – a particulary rash-inducing specimen of ultra-Catholic, self-hating woman. Yes, I know, I thought this was the center-left coalition too. Life is too short to read their manifesto.

TL;DR: see above.

+Europa: headed by former EU Commissioner Emma Bonino, its manifesto is an odd mix of promising social measures and disconcerting market-will-rule-itself ideas. Probably pointless to discuss any of those in detail, since Bonino has quite never managed to translate her popularity into votes.

TL;DR: in a more advanced country it might be a group to reckon with. But we are not discussing a more advanced country.

Parties going it alone:

Five Star Movement: the Frankenstein of late tech entrepreneur Gianroberto Casaleggio and hasn’t-been-funny-for-a-decade stand-up comedian Beppe Grillo. Ostensibly a bottom-up protest movement later turned into a party, it was the main surprise of the 2013 GE (picture Pennywise jumping out of your closet: that kind of surprise). At the time a lot of people, including yours truly, naively thought that maybe their being in Parliament for five years would call their bluff. I look back now and shake my head at that lost innocence. If you try to make sense of the M5S by assuming it works like a standard political party, you’re wasting your time. The organization platform is a clever money-making machine managed by the Casaleggio family business, and the small group with decision-making power in it has never had any serious, coherent political ideas to implement. Unfortunately the penny hasn’t dropped yet for the thousands of activists who still delude themselves that they will change the world or at least Italy. In what ways, they don’t know for sure. Oh yes, I almost forgot: because the M5S is basically an empty box with no ideology or consistent programme, for its fanbase it has turned out to be a lot like the Mirror of Erised. And it seems to have quite a similar effect too. They do have a manifesto, of course, several parts of which turned out (IT) to have been copy/pasted from Wikipedia, assorted articles, and even political opponents’ speeches. It’s about 600 pages (!) of waffle which for obscure reasons activated the memory area in my brain where Ségolène Royal’s 2007 manifesto is stored, covered in cobwebs: I see some nice ideas in it, but how are you going to implement any of them without bankrupting the country? Spoiler: you can’t.

TL;DR: a worse than useless bunch of dilettantes. Avoid like the plague.

Liberi e Uguali: a micro-coalition of three small left parties, each the result of – you guessed it – successive splits from the PD. Made the mistake of appointing former judge and Senate President Pietro Grasso as its leader instead of going for Laura Boldrini, best described as living proof of that Charlotte Whitton quote. They run on a good left-wing manifesto, the only one I’ve read so far which explicitly includes measures to tackle LGBT discrimination and VAW. Of course, anything more than the desks of the opposition is unattainable, because Italy.

TL;DR: we can’t have nice things.

Partito repubblicano – ALA: a duo of micro-parties whose roots can be traced back to the anti-monarchical, liberal movements of XIX century Italy. Today, their eight-page manifesto dedicates three incensed paragraphs to target practice on the Bolkenstein Directive. Go figure.

TL;DR: I can’t believe I spent some time reading this manifesto, and then some more writing about it. What’s wrong with me?

Parties with no MPs in the outgoing Parliament – and most likely the incoming too

Potere al popolo: I only heard about them a couple of weeks ago, and don’t honestly think more than 5% of the voters has. Left-wing.

Partito comunista: the splinter of the original Italian Communist Party with legal ownership of the logo, and hence the only one who can still use it. Not that it will do them any good.

Per una sinistra rivoluzionaria – Partito comunista dei lavoratori: the splinter of the original Italian Communist Party without legal ownership of the logo. Not that it will make any difference.

Casapound: fascists, the garbage-fire level. Excuse me while I pour bleach all over this page.

Italia agli italiani: more garbage-fire level fascists. More bleach.

Destre unite: I think I may have run out of bleach.

Blocco nazionale: a pro-monarchy party for the vintage voter.

Popolo della famiglia: ultra-Catholic homophobes. Anyone got some bleach?

Rinascimento: I have no idea who they are, but their party logo includes that Adam-God hands detail from Michelangelo’s Sistine Chapel fresco. Classy.

Lista del popolo: ditto, but on their logo is a dude riding a white horse. Maybe they field Prince Charming candidates.

Popolo partite IVA: a single-item party for the “VAT people”, i.e. the self–employed. The Venn diagram of their voters and that of tax evaders is almost a circle I don’t want to be sued.

10 volte meglio: “10 times better” than what and whom?

SIAMO – Libertà di cura: anti-vaxxers.

Democrazia cristiana: in a distant geological era, the first Italian party. Some people really don’t know when it’s time to retire.

Valore umano: they propose halving the duration of the standard work day from 8 to 4 hours, leaving the original salary unchanged. Do they field any candidates in my constituency?

Stato moderno solidale: when your term paper assignment is drafting a mockup manifesto for an imaginary party and you leave it until the night before the deadline.

Italia nel cuore: I refuse to read anything about a party whose logo is a big red heart.

Regional parties

Südtiroler Volkspartei: only runs in the German-speaking region of Trentino-Alto Adige. Autonomists, but adagio e rallentando. A bit haughty and not particularly liked in the rest of the country. Lovely mountains though.

Autodeterminatzione: only runs in Sardinia. That ‘tz’ in the name should be a proud reminder that the island keeps its own dialect alive, but it annoyingly looks like they don’t know what F7 is for.

Grande Nord: quite pointlessly runs in the Northern League strongholds.

Fronte friulano and Patto per l’autonomia: how did anyone think it would be a good idea to come up with two competing autonomist parties in a region with a population of a little over a million?

Italians abroad: there are 5 million of us and four parties of/for expats, because of course duplicating efforts is so totally effective. Movimento MAIE is the main one, if you live in Latin America you can also choose between UNITAL and USEI (I don’t, so I can’t be bothered to check what those acronyms mean), and then there is the fascinatingly-named Free Flights to Italy. Where do I sign? [Update 22 February: some digging has been made abour FFtI and what came up (IT) is odd at best and downright unsettling at worst. It seems the “party” is an empty shell registered as a not-for-profit by a shady man whose whereabouts and activities are unknown. I have questions now about how FFtI ended up on my ballot paper]

Cultura popolare: consumare con responsabilità

– Friedrich Nietzsche! We cannot burn Friedrich Nietzsche; he was the most important thinker of 19th Century!

– Oh, please! Nietzsche was a chauvinist pig, who was in love with his sister.

– He was not a chauvinist pig.

– But he was in love with his sister.

Questo scambio di battute dal non memorabile The Day After Tomorrow (i personaggi, bloccati nella New York Public Library da un’apocalittica tempesta di neve, stanno discutendo su quali libri bruciare per tenersi al caldo) mi è tornato in mente per via del caso Weinstein e dell’effetto domino che ha scatenato.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a uno stillicidio di rivelazioni a proposito di attori, cantanti, comici, registi… e del modo in cui, a volte per decenni, hanno approfittato della propria posizione per molestare impunemente moltissime donne (ma non solo – si veda alla voce Kevin Spacey).

Uno degli aspetti più spinosi della discussione generata dal terremoto mediatico intorno alla questione è quello della “distinzione” che dovremmo fare tra la persona accusata di molestie e l’artista. A un estremo ci sono i radicali della separazione totale, che continuerebbero a difendere un genio creativo anche se venisse fuori che nel tempo libero ama bollire vivi cuccioli di panda; dall’altro i puristi che, scoperta una pecca magari non tremenda a proposito di un autore fino a quel momento apprezzato, danno immediatamente alle fiamme tutto quanto avevano in casa con quel nome sopra.

È una questione su cui personalmente mi arrovello da ben prima del caso Weinstein, non fosse altro perché nel corso degli anni ho subito più di una delusione nello scoprire cose poco piacevoli su alcuni dei miei autori preferiti (un’interessante carrellata di scrittori e scrittrici dall’indubbio talento la cui bussola morale decisamente non puntava il Nord la trovate qui). Fino a oggi avevo sempre concluso banalmente che l’artista e la persona non sono inseparabili, semplicemente perché ogni artista è una persona come tutte le altre (pur se più brava in quel determinato campo), e questo include l’avere imperfezioni, difetti, e idee bacate. Dove tracciare il limite era lasciato alla discrezionalità del singolo.

Le vicende degli ultimi mesi mi hanno costretta ad approfondire un po’ le mie riflessioni; perché in effetti la questione non è così semplice da poter essere risolta solo a livello individuale, ma credo richieda uno sguardo più ampio al sistema in cui “consumiamo” cultura.

Il (banale, lo so) punto di partenza è che operiamo in un sistema capitalistico anche nella fruizione di intrattenimento culturale in senso lato. La creazione e coltivazione di fanbase, in questo senso, è un potentissimo meccanismo di fidelizzazione del consumatore: chi si sente parte del gruppo dei “veri” fan di, poniamo, Star Wars, andrà religiosamente a vedere film dopo film della serie, accettando magari di pagare prezzi gonfiati per un biglietto di anteprima; acquisterà i gadget a tema; produrrà una marea di pubblicità gratuita discutendo della saga sui social o scrivendo fan fiction in tema.

Ora, di per sé il meccanismo non ha nulla di sbagliato: praticamente a tutti piace sentirsi parte di un gruppo con cui si condividono codici culturali e una passione. Ma ci sarà un motivo se il termine fan è un’abbreviazione di fanatic: il coinvolgimento emotivo suscitato da certe passioni può diventare eccessivo ed è questo uno dei motivi per cui, nel momento in cui un personaggio famoso viene accusato di un qualche reato, la reazione immediata e automatica di moltissimi fan è difenderlo a spada tratta indipendentemente dalle circostanze o dalla gravità dell’accusa.

Questo accade anche perché la delusione provata quando qualcuno si rivela imperfetto è direttamente proporzionale all’investimento emotivo che avevamo fatto in quella persona. La scoperta che qualcuno che ammiriamo ha volontariamente fatto del male ad altri mette in discussione la nostra capacità di giudizio e ci spinge a chiederci che cosa questa ammirazione dica di noi come persone. Questo contribuisce a spiegare perché spesso reagiamo male quando ci viene fatto notare che uno dei nostri idoli è “problematico” sotto alcuni aspetti.

Questo ragionamento è valido in termini generali; ma se lo applichiamo al caso specifico dello sfaccettato sistema di molestie che si sta rivelando nel mondo dello spettacolo, non possiamo fingere di non vederne un aspetto importantissimo: gli stessi uomini che per anni hanno abusato del proprio potere hanno prodotto film, musica, spettacoli… che hanno contribuito a plasmare il nostro sistema di idee. Esattamente un anno fa, un pezzo su The Atlantic illustrava i risultati di varie ricerche su come le rom-com tendano a normalizzare comportamenti di stalking; altri hanno fanno notare come i film che contengono scene di sesso etero in cui la donna è in posizione “ricevente” (p.e. cunnilingus) ricevono sistematicamente divieti per “minori di” più stringenti di quelli in cui a “ricevere” è l’uomo, come se ci fosse qualcosa di sconveniente. Nel suo intenso op-ed per il New York Times, Salma Hayek ha descritto in dettaglio le numerose pressioni fattele da Harvey Weinstein durante la lavorazione di Frieda per aggiungere scene di sesso saffico e nudità del tutto gratuite. E ancora: solo ieri ho scoperto che per anni Miramax ha acquistato i diritti di vari film girati in Asia per poi bloccarne l’uscita negli Stati Uniti, al tempo stesso impedendo ai distributori locali di esportarne i DVD originali. Non credo sapremo mai quanti validi “prodotti” culturali ci siamo persi a causa di questo modo di fare.

Per questo sono arrivata a trovare pilatesco il semplice dire “Non confondiamo l’individuo con l’artista”: perché, quando anche non si trattasse del caso forse limite di Woody Allen, in cui è l’artista per primo a mescolare continuamente le due parti di sé (il miglior commento che abbia mai letto in proposito suonava come “Praticamente ogni singolo film di Woody Allen è come quei biglietti che il serial killer manda alla polizia per prenderla in giro durante le indagini”), gli uomini recentemente smascherati come abusatori seriali hanno avuto per anni un’enorme influenza sulla cultura popolare; cultura popolare che, ci piaccia o no, contribuisce tantissimo a influenzare la nostra visione del mondo.

Avevo già abbandonato l’idea che all’individuo si debba perdonare tutto in nome del genio dell’artista (anche perché, come fa notare Glosswitch, in alcuni casi su quel presunto genio ci sarebbe pure da discutere); ma adesso credo anche che non sia più possibile nascondersi dietro a un “Teniamo separate le due cose e ognuno decida per sé”. Questi uomini hanno deciso per tanto, troppo tempo che forma dovesse avere il nostro intrattenimento, usando il successo artistico come scudo per evitare le conseguenze delle proprie azioni.

Non voglio assolutamente sostenere che dobbiano lanciarci in crociate retroattive, mettere all’indice decine di film e canzoni “contaminati”, e sentirci dei mostri se quei film e quelle canzoni ci hanno fatto ridere, commuovere, o semplicemente passare una bella serata. Ma credo che da questa vicenda potremmo trarre un’utile lezione sul come consumiamo cultura, esattamente come dalle frodi alimentari del passato abbiamo tratto utili lezioni sul che cosa cercare in etichetta, e come ripercorrere la filiera per essere ragionevolmente sicuri di stare “premiando” i produttori virtuosi. In altri termini, credo che potremmo imparare a essere consumatori di cultura (più) responsabili.