Doctor Who e diversità: breve analisi dell’homo lagnosus

L’annuncio che il tredicesimo Doctor Who dell’omonima serie BBC sarà interpretato da Jodie Whittaker ha fatto uscire allo scoperto moltissimi esemplari di homo lagnosus, quegli uomini insicuri incapaci di rassegnarsi all’idea che la cultura popolare si apra alle donne e alla diversità in generale. L’ultima volta che avevo letto piagnistei di questa intensità era stato per il reboot al femminile di Ghostbusters, a proposito del quale ricordo ancora la perla “Mi ha rovinato l’infanzia” (retroattivamente, si presume. Passategli un fazzoletto).

Ora, dal momento che siamo nel XXI secolo e persino l’homo lagnosus si rende conto di non poter più semplicemente dire “Donne? Blah!”, di solito ricorre a uno o più dei seguenti pseudo-argomenti, grazie ai quali possiamo identificare tre sottogruppi di lagnosus.

Lagnosus a politicamente correcto impositus

Questo tipo di lagnosus ama denunciare le “forzature” a suo avviso frutto di quella deriva del politicamente corretto che sembra essere diventata una piaga diffusa della nostra società; una cosa affascinante se si pensa che in effetti quello di politicamente corretto è un concetto inesistente inventato dalla destra americana negli anni Novanta, il che ne fa probabilmente uno degli straw men di maggior successo della storia.

dr_who_tears_for post.jpg
La sezione commenti del Daily Mail, fonte sicura di grandi soddisfazioni

Ma non divaghiamo: secondo il lagnosus impositus, questa “invasione” di personaggi femminili in film, serie televisive e persino (sacrilegio!) videogiochi altro non sarebbe che una forzatura autoimpostasi da produttori pusillanimi che ritengono di dover dare un contentino alle femministe per quieto vivere. La particolare ottusità di questo lagnosus gli impedisce di cogliere l’enorme potenziale di ampliamento del pubblico che un cast e storie maggiormente diversificate (sto parlando anche di personaggi di colore, LGBT, minoranze assortite) portano con sé; ma soprattutto gli impedisce di rendersi conto che il ragionamento va fatto esattamente al contrario, e che la diversificazione finalmente in atto va a correggere le distorsioni per cui la cultura popolare e l’intrattenimento sono stati e continuano a essere dominati da bianchi, in stragrande maggioranza uomini.

Distorsioni per cui si è sempre ritenuto normale che le parti chiave siano di default affidate agli uomini, e che basti un personaggio femminile buttato lì a riequilibrare le cose; per cui si considera naturale che una bambina si appassioni e si identifichi con eroi maschili, ma assolutamente preoccupante che un bambino voglia leggere Piccole donne; per cui non facciamo nemmeno caso a come il 50% circa del genere umano abbia appena il 27% dei dialoghi sullo schermo. Quella è la forzatura.

Lagnosus penuriae meriti suspiciosus

dr_who_tears_5.jpg
Source: Facebook. Ovviamente

Particolarmente viscido, questo lagnosus millanta velleità di meritocrazia e insinua il dubbio che una donna selezionata per un particolare ruolo lo abbia ottenuto proprio grazie al suo essere donna, consentendo così ai produttori pusillanimi di cui sopra di presentarsi come campioni di progressismo e passando avanti a colleghi uomini più bravi di lei.

Essendo ignorante oltre che viscido, il suspiciosus non ha contezza di quel fenomeno chiamato unconscious bias e di cui ho scritto qui. TL;DR: è dimostrato fino alla nausea che tutti noi tendiamo inconsciamente a percepire una donna come meno esperta e abile rispetto a un uomo, un nero rispetto a un bianco, una persona sovrappeso rispetto a una magra, eccetera eccetera.

Di conseguenza insinuare che la selezione di una donna sia favorita dal suo genere e indipendente dal merito è innanzitutto miope, perché molto probabilmente non si stanno valutando pienamente le sue competenze; e pure fuorviante, perché sembra basarsi sull’assunto che, invece, quando un uomo ottiene un determinato lavoro è sempre per una scelta basata su un’obiettiva e accurata valutazione delle sue competenze (*cough* Trump *cough cough cough*).

Lagnosus litteratus historicis cum ambitionibus

Questo lagnosus si specializza di solito nel difendere la selezione di attori e personaggi che gli assomiglino e in cui si possa ritrovare senza troppo sforzo (cioè maschi bianchi) ammantandola con una presunta preoccupazione per il rispetto della verità storica e del canone di una saga.

dr_who_tears_for post_bis.jpg.png
Accidenti, lettore del Daily Mail, a te non la si fa

È forse inutile sottolineare che l’accuratezza delle ricostruzioni e la fedeltà al materiale originale non siano mai una sua preoccupazione quando la “licenza poetica” è la scelta di un’attrice bianca per interpretare il personaggio di un anime o di un attore pure bianco per il ruolo di Otello (sic). Ma non appena si ventila l’ipotesi di un attore nero per il ruolo di James Bond, o attori di colore lamentano l’esclusione dai casting di qualsiasi opera ambientata in epoche storiche, ecco che il litteratus si riscopre professore e si lancia a spada tratta in difesa dell’accuratezza storica. In un certo senso va invidiato il suo totale sprezzo per il ridicolo, visto che della storia reale non ha poi una gran conoscenza; per tacere della sua cecità selettiva di fronte a inesattezze ben più evidenti e sulle quali misteriosamente tace (la mia preferita all time: le depilazioni perfette di tutte i personaggi femminili in serie TV e film ambientati dalla Roma antica agli Anni Venti. Adorabili).

E non finisce qui…

A qualsiasi sottogruppo appartengano, tutti i lagnosi sono accomunati da quel tratto noto come incoerentia selectiva; una caratteristica che li spinge a rispondere “È solo un (tele)film/gioco, non prendertela troppo!” quando sentono una donna lamentarsi della scarsa presenza femminile nella cultura popolare, salvo esplodere come piccoli fuochi d’artificio capricciosi quando a essere “contaminato” dalla suddetta presenza femminile è il loro telefilm o videogioco del cuore.

In realtà in questo secondo caso hanno anche un minimo di ragione: non è mai “solo” un telefilm. Specialmente in un’epoca iperconnessa e globalizzata, la cultura di massa è un potentissimo veicolo di idee e contribuisce tantissimo a plasmare le nostre aspettative sul posto che ci spetta nel mondo; proprio per questa ragione è fondamentale che ciascuno di noi possa ritrovarsi nelle storie che vengono raccontate e nei personaggi che le animano. Fino a oggi, alla stragrande maggioranza di noi è stato richiesto di immedesimarsi in storie e personaggi non necessariamente vicini a noi e alle nostre esperienze di vita vissuta: una sorta di esercizio di empatia che non è poi francamente così terribile. Esattamente come ci siamo riusciti noi, ci possono benissimo riuscire anche i lagnosi di tutte le latitudini; anche perché, purtroppo per loro, il mondo continua a girare.

Femminismo (puntini sulle i)

Anche quest’anno per l’otto marzo avrei potuto propinarvi uno dei miei post classici – dopotutto non è che manchino gli argomenti quando si parla di diritti delle donne; ma ultimamente il modo in cui affrontiamo questo discorso in generale mi rende sempre più insofferente. Per cui invece del post ragionato e documentato, mi spiace, vi beccate lo sfogo.

Sono sempre stata una grande sostenitrice dell’idea che si dovrebbe parlare solo di ciò che si conosce almeno un minimo; dell’idea che nessuno ha diritto alla propria opinione punto, bensì a un’opinione informata. Salvo improvvise conversioni sulla via di Damasco, su questo blog non troverete mai post che trattano di fisica quantistica, uncinetto, cricket, cucina congolese o musica tibetana, per una ragione semplicissima: non ne so una beata ceppa.

Il femminismo è allo stesso tempo un’ideologia e un movimento politico-sociale: come tutte le ideologie, come tutti i movimenti, non è monolitico ma sfaccettato e complesso. La voluta incomprensione del pensiero e delle rivendicazioni femministe da parte di chi vi si oppone è vecchia quanto il movimento stesso, e non c’è da stupirsene. Quello dello straw man è un giochino retorico piuttosto comodo usato in un gran numero di discussioni a proposito degli argomenti più disparati, non solo nel dibattito sul femminismo.

Quello a cui mi rendo conto di essere sempre più intollerante, invece, sono la pigrizia e la superficialità di chi di femminismo parla senza cognizione di causa; e sono tantissimi. A ben vedere è significativo il fatto stesso che questo accada – come dice il nome stesso, è roba da donne, quindi non può essere granché complicata e chiunque può dire la sua. Oltretutto è risaputo che da sole non sapremmo trovare nemmeno l’acqua in mare, per cui ben vengano quegli uomini così volenterosi da aiutarci a farlo funzionare, questo femminismo (nota: non sto dicendo che gli uomini non abbiano spazio alcuno nel movimento femminista. È anche questo un discorso complesso che merita un post dedicato).

Cari parlatori-di-femminismo-a-vanvera, ho una brutta notizia per voi: la vostra opinione non serve a niente e non interessa a nessuno. Se non avete ben chiara nemmeno la distinzione tra prima, seconda e terza ondata, se non conoscete la differenza tra feminism e womanism, se non sapete citare neppure un paio di autrici femministe senza usare Google e soprattutto se non le avete mai lette… tacete. Insistendo per darci il vostro punto di vista su argomenti su cui siete completamente disinformati, non solo non aggiungete nulla di nuovo o utile al dibattito; ma contribuite anche a creare un fastidiosissimo rumore di fondo che disturba la discussione e toglie spazio a voci già abbastanza marginalizzate.

Adesso la buona notizia: questo stato di cose non è permanente. Se volete imparare qualcosa sul femminismo ci sono tonnellate di articoli, libri, blog e risorse varie, moltissime delle quali accessibili gratuitamente. Siccome è l’otto marzo e mi sento generosa, vi do un paio di suggerimenti per iniziare: Laura Mango (meglio nota come La Giovane Libraia dell’omonimo blog) ha postato tempo fa un interessante percorso di lettura sul femminismo; per chi se la cava con l’inglese c’è Everyday Feminism (a volte un po’ un’insalata di temi, ma utile punto di partenza); e se siete già abbastanza rodati e volete approfondire determinati temi, tra le mie blogger preferite ci sono Angry Black Lady, Bailey Poland e Marina S. Buona Giornata della Donna.

she's someone
(Source: nerdyfeminist.com)

 

“Troppe donne”: tragicomiche proposte sulla parità di genere

Stamattina La Stampa ha lanciato la rubrica “È sempre l’8 marzo”, che si propone di esplorare temi legati alla parità di genere, immagino sulla falsariga del tremendo “La 27a ora” del Corriere. L’idea di per sé mi pare interessante, ragion per cui mi fiondo subito sui primissimi articoli, e vado a cascare su un pezzo a firma Francesca Sforza, intitolato “Nella scuola italiana ci sono troppe donne!” (per la serie: l’importante è partire bene). Siccome non ho ancora capito che da quello che promette bile devo girare alla larga, me lo sono letta tutto; per fortuna non è lungo e può essere commentato in toto. Tenetevi forte.

C’è sempre qualcosa che non funziona nelle situazioni lavorative in cui un genere prevale sull’altro in modo numericamente prepotente. Si creano squilibri, dissesti e danni nel lungo termine.

Su questo siamo d’accordissimo. E immagino che in una rubrica sulla parità di genere sarà facile trovare un buon esempio di un settore a netta preponderanza maschile.

Immaginate un ambiente di lavoro in cui un solo genere occupa dall’82 al 96 per cento dei posti di lavoro disponibili. [Non ho bisogno di immaginarlo, Francesca. Lo vedo già tutti i giorni]. Vogliamo dirlo forte e chiaro?  [Sì, sì, diciamolo forte e chiaro: è uno scandalo]. Nella scuola italiana ci sono troppe donne. [Quello “sbonk” è la mia mascella che impatta il pavimento]. La peculiarità dell’eccessiva femminilizzazione si concentra negli anni della materna e della primaria, continua nella scuola secondaria (dove le donne occupano un buon 65 per cento delle cattedre) per poi diradare negli insegnamenti universitari, dove le percentuali si rovesciano bruscamente, tanto che in un ateneo nobile come quello della Normale di Pisa hanno dovuto modificare il regolamento interno per far entrare qualche donna (“una situazione davvero imbarazzante”, l’aveva definita il rettore).

Okay, cerchiamo di mettere un paio di puntini sulle i. Questa “eccessiva femminilizzazione” non è una peculiarità piovuta da chissà dove, è il risultato di un’evoluzione storica ben precisa. Agli albori della scuola italiana i maestri erano in maggioranza uomini, poi la carriera scolastica è stata una delle (poche) concesse alle donne che volevano lavorare. L’accesso all’università è un altro discorso. Qui si comincia a fare sul serio, l’università non è roba da donne: troppo complessa, troppo intensiva. E poi ce le vedi a sopravvivere in una facoltà di fisica o di ingegneria, con tutta quella matematica? Per carità.

Le cause sono note: stipendi inadeguati, scarso appeal sociale, ridotte possibilità di avanzamenti di carriera, soddisfazioni e riconoscimenti relegati all’ambito della propria coscienza o comunque iscrivibili nella categoria del fatto privato.

Le cause saranno anche note, ma da come sono descritte qui non sembra. Perché detta così sembra che gli stipendi nella scuola dell’obbligo siano bassi per caso, e che noi donne, cretine, ci ostiniamo a scegliere professioni che pagano poco. Il fatto è che il rapporto di causa-effetto qui ha funzionato esattamente al contrario. Finché a farlo erano soprattutto uomini, il lavoro di maestro aveva un salario dignitoso: ma dal momento che molte delle prime donne a farlo portavano a casa il secondo stipendio della famiglia, ecco che fin dall’inizio sono state pagate meno dei loro colleghi, perché di paga uguale apparentemente non avevano bisogno. Segue circolo vizioso reclutamento donne che si possono pagare meno – stipendi che restano mediamente bassi – fuga degli uomini verso settori più remunerativi – salario insegnanti che resta inchiodato a livelli poco attraenti.

Ma a essere più preoccupanti sono forse gli effetti: che cosa succede a lungo andare in una società in cui i modelli cognitivi e la trasmissione del sapere avviene in modo tanto unidirezionale?

Tralasciamo il fatto che con doppio soggetto il verbo va al plurale. La domanda qui è: ma che accidenti stai dicendo?

Si è ragionato abbastanza sulle conseguenze di un maternage che si prolunga ben oltre gli anni del nido e dell’asilo, spingendosi fino alle elementari e spesso anche per il ciclo delle medie? Capita spesso, soprattutto alle madri dei maschi, di sentirsi dire che “il bambino è irrequieto, non sa stare fermo, si muove in continuazione”, e si trascura il fatto che – a differenza delle bambine, per le quali stare sedute a disegnare e ritagliare non rappresenta uno sforzo, ma una condizione piuttosto naturale – in molti casi i maschi hanno bisogno di un approccio più fisico alle cose, soprattutto nelle fasi del primo apprendimento.

Gira che ti rigira sempre lì andiamo a cascare, sulla presunta differenza di comportamento tra bambini e bambine. Quindi il problema non è tanto il fatto di avere molte maestre, ma una loro certa incapacità a sviluppare il proprio materiale didattico in modo da assecondare presunte caratteristiche tipicamente maschili.

Ti racconto delle mie elementari, Francesca: eravamo trenta, divisi più o meno 50/50 tra femmine e maschi; e un approccio “più fisico” alle cose, come dici tu, sarebbe stato impossibile semplicemente perché trenta bambini in una stanza o li tieni seduti o diventano ingestibili. E, miracolosamente, tutti i miei compagni maschi sono arrivati indenni alla licenza elementare senza traumi. Tra l’altro vorrei che mi spiegassi che tipo di approccio “fisico” proporresti per studiare la grammatica italiana o gli affluenti del Po, ma lasciamo stare (tra parentesi, io detestavo ritagliare e sono sempre stata una schiappa totale in disegno, ma giocavo discretamente a pallamano).

Programmi e attività si sono strutturati da decenni per rispondere a esigenze più femminili che maschili, col risultato che i bambini – in assenza di figure adulte (anche) maschili con cui rapportarsi – accumulano negli anni più frustrazioni, più fragilità (mancano dati nazionali, ma gli Uffici regionali che hanno redatto dei report parlano di un’incidenza dei disturbi scolastici molto maggiore nei maschi che nelle femmine).

Cerchiamo di filtrare un attimo questo minestrone di temi: programmi e attività sono strutturati in modo da rispondere alle esigenze delle leggi della fisica e della cronica mancanza di spazi adeguati della scuola italiana. Aggiungerei anche che se i programmi fossero strutturati per rispondere a esigenze più femminili forse gli studenti saprebbero citare qualche personaggio storico o scienziata in più oltre a Giovanna d’Arco e Marie Curie, ma non voglio infierire. Quello dell’assenza di figure di riferimento è un discorso diverso e complesso che non riguarda solo la scuola e mi sembra quantomeno azzardato indicarlo come unica causa delle fragilità degli studenti maschi, senza neppure interrogarsi sul ruolo della famiglia e dei nostri ancora troppo resistenti stereotipi di mascolinità.

Il portato di questo bagaglio, a un certo punto, si rovescia nella collettività, con risultati anche quelli noti: scarsa presenza di donne nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, nei luoghi di responsabilità, nelle stanze dei bottoni.

Fammi capire un attimo, stiamo dicendo che la scarsa presenza di donne in CdA, luoghi di responsabilità e stanze dei bottoni è una conseguenza del fatto che ci siano troppe maestre nella scuole elementare? Really?

Escludendo che si tratti di un caso [infatti non lo è], di un incantesimo [idem], o di una vendetta di genere consumata freddissima [ma sei hai appena finito di dire esattamente questo!], forse bisognerebbe interrogarsi su quanto pesi, nella formazione prima e nella vita lavorativa poi, l’assenza di una sana mescolanza dei generi. Almeno oggi, che non è l’8 marzo.

Tantissimo, pesa. Tantissimo. Praticamente qualsiasi organizzazione internazionale pubblica rapporto su rapporto evidenziando le conseguenze sociali ed economiche dell’ancora scarsa presenza femminile in università, lavoro e politica. Per quanto mi sforzi di ricordare, però, nessuno si è sognato di dire che il nocciolo del problema sono le troppe maestre nella scuola italiana. Almeno fino a oggi, che non è l’8 marzo.

La pigrizia di Beppe: perché diversità fa davvero rima con qualità

beppegrillo

L’ultimo spettacolo (comizio?) di Beppe Grillo contiene il frammento riportato qui, in cui il padre-padrone del M5S riesce, nell’ordine, a: confondere travestiti e transgender; lamentarsi perché non si può più offendere impunemente alcuna delle due categorie; ridurre la questione dell’identità di genere e della transizione a un impianto penieno; ripetere il trito stereotipo della donna che parla troppo; banalizzare lo stupro; e già che c’è, offendere le sex worker. Non male, in meno di ottanta parole.

Del perché questo estratto dello spettacolo (arringa?) sia estremamente problematico si è già parlato altrove, e francamente se uno non ci arriva da solo non credo di poter fare alcunché per lui. Vorrei solo far notare una cosa banalissima: nulla in quel paragrafo fa ridere. Nulla.

Non ci vuole una laurea per capire che, se di lavoro fai il comico (tribuno?), non è una gran mossa usare pezzi che non fanno ridere. O meglio, che finalmente non fanno più ridere nessuno. A questo punto di solito c’è qualcuno che alza gli occhi al cielo e parla di dittatura del politicamente corretto, come se fosse un fenomeno reale; ma il punto è, molto più semplicemente, che l’evoluzione del costume richiede anche un’evoluzione del materiale di scena; e un comico incapace di rinnovarsi, che si ripiega su materiale vecchio e si lamenta quando gli si fa notare che il resto del mondo si sta evolvendo, non è (più) un bravo comico ma un mestierante impigrito. Certo poi ci sarebbe da discutere sulla permanenza di Grillo nella categoria comici, ma è un altro discorso.

Questo episodio secondo me dimostra molto bene un paradosso della discussione sulla diversità: quando si parla di “aprire” alle minoranze e migliorare l’inclusività e la diversità di un’organizzazione (che sia un’azienda, un parlamento o il cast di un film), c’è sempre qualcuno che obietta: “Non si può reclutare solo in base a questo, si finirebbe per abbassare gli standard!”. Lasciamo perdere il fatto che questa obiezione ignora totalmente il problema degli unconscious bias (di cui ho scritto qui) e distorce volutamente la questione (non ci si propone di reclutare solo in base a una determinata caratteristica); il punto è che aprendo a punti di vista e stili diversi, i vecchi modi di fare vengono esposti a nuovi concorrenti e se non sono in grado di migliorarsi finiscono per esserne superati. Quindi in realtà una maggiore diversità, ben lungi dall’abbassare gli standard, ha esattamente l’effetto contrario e cioè alzare il livello per chi precedentemente non doveva fare alcuno sforzo speciale.

Capisco che questa possa essere una brutta notizia per chi si è adagiato sugli allori, abituato da anni a fare il minimo sindacale per mancanza di concorrenza; ma se è capace di reinventarsi e continuare a proporre materiale di qualità non dovrebbe avere difficoltà a restare sulla breccia. Dopotutto, come amano ripeterci i paladini della meritocrazia, chi ha le capacità la strada la trova sempre.

Riproduzione e genitorialità, il fardello che resta non condiviso

Sui media italiani è passata quasi in sordina la notizia che la sperimentazione di un contraccettivo ormonale maschile è stata interrotta dopo che alcuni partecipanti si erano lamentati di effetti collaterali ritenuti troppo pesanti dal panel che ha deciso di mettere fine ai test. Gli effetti in questione erano sbalzi d’umore, depressione, dolore nella zona della puntura (si tratta di un farmaco assunto mediante un’iniezione mensile), e alterazione della libido. Chiunque abbia letto il bugiardino di un qualsiasi analogo contraccettivo femminile non può fare a meno di rilevare l’incoerenza della decisione: sul mercato sono attualmente in vendita prodotti che annoverano tra i possibili effetti collaterali tutti quelli citati sopra, più emicrania, crampi, infezioni, nausea, cisti ovariche, sanguinamento prolungato, sepsi e perforazione dell’utero (yes, really). Tutti questi contraccettivi sono stati testati e per ciascuno di essi si è ritenuto che i rischi collaterali fossero comunque giustificati dallo scopo ultimo (cioè l’efficacia contraccettiva). In questo trial invece è bastato che alcuni effetti indesiderati venissero riscontrati in una minoranza di partecipanti perché l’intera ricerca venisse bloccata.

Come è stato fatto notare, al di là del rinunciare praticamente in partenza a un contraccettivo potenzialmente molto efficace, la decisione dimostra quanto ci sia ancora da fare a livello di educazione: la contraccezione è considerata responsabilità quasi solo delle donne, e se comporta rischi per la salute ci si aspetta che siamo comunque più pronte a farcene carico.

Se invece che di contraccezione si parla di maternità il discorso non cambia: sempre di questi giorni è la notizia (stavolta italiana e quindi in risalto sui media nostrani) che il presidente dell’INPS si è dichiarato a favore dell’introduzione di un congedo di paternità obbligatorio, della durata di quindici giorni. Di tutti i ridicoli alti lai che ho letto in reazione alla proposta, la palma va senza dubbio a “E dove sta la libertà di scelta”?

Tanto per capirci: quindici giorni di congedo obbligatorio restano pochi, ma mi rendo conto che stiamo parlando dell’Italia dove a quanto pare le cose vanno fatte sempre per gradi e con tempi geologici. Forse un giorno capiremo anche noi che: uno, allevare i figli è compito di entrambi i genitori, e non è giusto privare i padri della possibilità di condividere i primi mesi di vita dei propri bambini e le madri di un aiuto che dovrebbe potersi dare per scontato; due, il congedo di paternità obbligatorio non dovrebbe essere una misura isolata ma uno strumento inscritto in una più ampia strategia di promozione dell’effettiva parità di genere. Questo perché se il congedo lo prendono entrambi i genitori indipendentemente dal sesso viene a cadere uno dei bias impliciti che favoriscono gli uomini sul mercato del lavoro (ed è soprattutto per questo motivo che quindici giorni, come dicevo prima, sono pochi).

È significativo che il discorso della libertà di scelta salti fuori solo ora che si parla di uomini. Se ci interessasse davvero dovremmo sentirne parlare molto più spesso, per esempio quando si ragiona di asili nido aziendali, formule di part-time efficaci o telelavoro. Ma dal momento che – assenti o presenti – tutto quello che concerne i figli è considerato ancora di competenza quasi esclusivamente femminile (tranne quando si tratti di dar loro il proprio cognome), ecco che la libertà di scelta passa in secondo piano, e pazienza se una donna finisce per dover lasciare il lavoro per mancanza di alternative. “Li hai voluti i figli? Adesso te li gestisci!”, questa sembra essere ancora la mentalità prevalente; e, a giudicare dalle reazioni su contraccezione maschile e congedo di paternità, una mentalità ancora ben radicata e dura a morire. Sigh.

L’anonimato geniale: Elena Ferrante e il diritto a restare nascosti

Dei dubbi suscitati dall’anonimato di Elena Ferrante ai tempi è stato scritto parecchio. Sostanzialmente le obiezioni erano riconducibili a due categorie: uno, questa scelta viola in certo modo il “patto” tra scrittore e lettori, impedendo ai secondi di interpretare il lavoro del primo anche alla luce della sua storia personale; due, la scelta di non mostrarsi sarebbe stata dettata da una ben studiata strategia di marketing.

Si può essere d’accordo o meno con una o entrambe queste posizioni. Personalmente mi ritrovo fino a un certo punto nella prima – lo studio della letteratura ha lasciato in tutti noi una certa impostazione scolastica per cui studiare e comprendere l’autore serve ad apprezzarne meglio l’opera. Negli anni però ho imparato anche quanto i libri scritti bene si reggano da soli sulle proprie gambe; e soprattutto, complici un paio di cocenti disillusioni, ho capito che il talento artistico non si accompagna necessariamente alle qualità che ci rendono esseri umani decenti, e che si può essere un artista meraviglioso e al tempo stesso la persona più meschina del pianeta: e ho il terrore che scoprire la seconda mi impedisca di continuare ad apprezzare il primo. È per questo motivo che, tra l’altro, mi sono sempre rifiutata di partecipare a festival letterari e incontri con gli autori: e se poi viene fuori che è odiosa? Se non mi piace la sua voce? Come faccio adesso a impedire al mio cervello di associare quella risata irritante ai suoi libri? E se non riesco più a prendere in mano i suoi libri perché ho scoperto che è antipatico?  

Il secondo motivo l’ho sempre trovato abbastanza irrilevante: c’è un mercato anche per i libri, e risponde a ben precise regole. Pretendere che chi cerca di vivere di scrittura (cinema, disegno, musica…) debba in qualche modo nutrirsi d’aria e creare solo per il piacere artistico e al massimo la gloria è nel migliore dei casi ingenuo. Se la strategia di promozione di un determinato autore non ci piace, basta esercitare il più classico diritto del consumatore e non scegliere quel prodotto.

Dopo tutta questa pappardella mi scuso, perché in realtà quello che volevo dire delle obiezioni all’anonimato di Elena Ferrante è: si può essere d’accordo o meno con una o entrambe queste posizioni, ma questo non dà a nessuno il diritto di andare a scavare nella privacy di una donna in nome di non si sa bene che cosa. Come nota questo autore su Twitter, la mania di conoscere vita morte e miracoli di uno scrittore è abbastanza recente e ormai tendiamo a confonderla con un inalienabile diritto del pubblico a “sapere”: il personaggio rinuncia alla propria privacy in cambio della fama che gli tributiamo. Il piccolissimo particolare nel caso di Elena Ferrante è che questa fama non è mai stata richiesta, e il diritto alla privacy riaffermato in svariate occasioni.

Che cosa succede invece? Proviamo a vederla nei suoi elementi essenziali: una donna chiede ripetutamente di essere lasciata in pace. Un uomo decide di poter tranquillamente ignorare questa richiesta, va a rovistare tra dichiarazioni dei redditi e altri documenti personali, e dà altrettanto tranquillamente la malcapitata in pasto al pubblico. In parole povere, si tratta dell’ennesimo caso in cui un uomo passa senza problemi sopra al “no” di una donna; altre annotazioni interessanti sul ruolo giocato dal sesso della persona coinvolta sono illustrate in questo commento – io mi limito a notare che per esempio nel caso di Bansky, dietro a cui praticamente tutto il mondo ipotizza si celi un uomo, la scelta dell’anonimato è stata tutto sommato rispettata (e le diverse ricerche condotte in merito hanno avuto più che altro l’effetto di confondere le acque).

Non so di quale istanza superiore abbia ritenuto di farsi portatore il giornalista in questione. Ma non credo che abbiamo un diritto di accesso illimitato alle vite altrui, anche quando appartengono a persone che ne vivono parte in pubblico. Ciascuno di noi ha facoltà di decidere dove tracciare la linea, di condividere quello che sente di poter condividere e di tenere privato il resto. E dovremmo tutti rispettare questa volontà – soprattutto quando è stata espressa chiaramente e senza possibilità di equivoci.

Quando “la gente” fa del male alle persone

Fatto di cronaca numero uno: una donna condivide privatamente un video che la ritrae durante un rapporto orale. Il video viene diffuso senza il suo consenso e in seguito all’ondata di melma da cui viene travolta la donna si suicida.

Fatto di cronaca numero due: vari atleti italiani, con Alex Zanardi e Bebe Vio tra i nomi più in vista, si coprono di gloria e medaglie alle Paralimpiadi. Si tratta di due avvenimenti distantissimi l’uno dall’altro, eppure leggendone mi sono trovata a fare le stesse riflessioni.

Nel primo caso, alla notizia del suicidio ci siamo ritrovati su tutti i maggiori quotidiani italiani una serie di patetici articoli su “Come difendersi dalle inside del web”, una sorta di teoria della minigonna 2.0 per cui se ti presti a certe cose in fondo te la sei andata un po’ a cercare. Anche i pezzi in teoria più empatici (dopotutto stavolta c’è scappato il morto) hanno parlato di “errore” o “leggerezza”. Che questa sia solo la solita strisciante reazione di victim-blaming lo hanno già spiegato molto bene qui, quindi non mi dilungo sul punto. Solo un pezzo tra quelli che ho letto finora prova a interrogarsi sul vero nocciolo del problema, e cioè il fatto che se non stigmatizzassimo ancora le donne che hanno una vita sessuale indipendente non ci sarebbero reazioni così spropositate alla scoperta che una donna, appunto, conduce una vita sessuale indipendente.

La cosa mi ha fatto tornare in mente un articolo che ho letto qualche mese fa sulla storia del concetto di orologio biologico, originariamente inventato da ricercatori che studiavano i ritmi circadiani e poi distorto e passato a indicare il famigerato tic-tac che ricorda alle donne in carriera che non si può rimandare per sempre. L’autrice notava quanto la questione della genitorialità continui a rimanere inquadrata a livello di scelta individuale della donna, senza una riflessione più ampia sul contesto sociale (critica che è stata mossa, per esempio, anche al famigerato #FertilityDay proposto dal Ministero della Salute). Ed è proprio questa riflessione che mi sono trovata a fare in entrambi i casi di cui parlavo all’inizio.

Del fatto di cronaca numero uno si è già detto: inutile affannarci a parlare di educazione digitale per i singoli se non cerchiamo anche di smantellare la cultura patriarcale ancora dominante e vera responsabile della gogna (magari virtuale, ma dalle conseguenze ben tangibili) capace di distruggere la vita di chi ne è vittima.

Passiamo al fatto di cronaca numero due, che apparentemente non potrebbe essere più diverso; in questo caso parliamo di storie super positive, di quelle che ci fanno pure versare qualche lacrimuccia. Qui i problemi in realtà sono due ma uno, l’abilismo, meriterebbe una trattazione a parte quindi ne accenno soltanto e vi rimando a questo articolo in caso vogliate approfondire (TL;DR: i diversamente abili non esistono per fornirci ispirazione e grandiosi esempi di come non abbattersi di fronte alle avversità, sono persone complete indipendentemente dalla “funzione” che ci degniamo di assegnargli).

Ritorno invece sul discorso individuo/contesto: ho letto commenti entusiastici sulla forza d’animo e la volontà ferrea di chi, come Zanardi e Vio, è riuscito a superare un grave handicap fisico arrivando a coronare quel sogno dell’oro olimpico che per la stragrande maggioranza degli atleti resta irraggiungibile. Fermo restando che si tratta di risultati effettivamente eccezionali che meritano tutte le lodi di questi giorni, non sono del tutto sicura del contributo che daranno nella discussione a più lungo termine su come costruire una società veramente inclusiva.

In altri termini: Zanardo, Vio e in generale gli atleti paralimpici hanno potuto contare su un sistema di supporto anche economico che è invece drammaticamente assente per moltissime persone con disabilità. Se riduciamo la questione a quel famoso slogan per cui i limiti esistono soltanto nella nostra mente, gli exploit di Zanardi e Vio rischiano di diventare un’arma impropria con cui colpevolizzare chi “si piange addosso” senza considerare che magari, molto semplicemente, non ha accesso agli stessi mezzi e alla stessa rete di supporto.

Anche in questo caso, il problema si verifica perché perdiamo di vista il contesto e finiamo per imporre all’individuo il peso di affrontare e possibilmente superare da solo una determinata situazione, un’aspettativa irrealistica considerato che ci sono in gioco dinamiche non controllabili dai singoli.

Perché lo facciamo? Detta molto brutalmente: perché è facile, e noi pigri. Se consigliamo “Lo smartphone in camera da letto è meglio tenerlo spento”, poi non ci tocca interrogarci sui meccanismi per cui in troppi non si fanno problemi a buttare una donna in pasto alla folla; se ci entusiasmiamo sui progressi della medicina che ci permettono di congelare gli ovuli, non è necessario insistere perché le aziende si decidano a permettere finalmente soluzioni flessibili per le donne che lavorano; se condividiamo a ripetizione foto di supereroi sportivi con le loro protesi d’eccellenza, possiamo far scivolare fuori dalla nostra timeline quelle fastidiose notizie di studenti con disabilità a cui viene ripetutamente negato il diritto all’istruzione.

Non ho una soluzione definitiva per questa situazione: nelle parole di una persona intelligente che seguo su Twitter , “smettere di fare schifo è un lavoro durissimo”. Però credo che sia assolutamente necessario che ci diamo tutti una mossa, e anche alla svelta: altrimenti rischiamo che quello schifo finisca per travolgerci.