La parola con la R

La settimana scorsa uno dei Buongiorno di Mattia Feltri ha provocato un polverone per via di un’infelicissima frase sul fatto che ormai di fascismo in Italia non rischia di morire più nessuno, “se non qualche immigrato”. Sommerso di critiche, il feltrino (copyright una persona intelligente che seguo su Twitter) ha postato una piccatissima risposta che ho visto solo con un paio di giorni di ritardo. So bene che in piena tragedia post-elettorale “le priorità sono altre”, ma credo valga la pena di prendersi cinque minuti per rileggerla, questa risposta; anche perché, visti appunto i risultati elettorali, ho idea che parecchi ne condividano l’impostazione.

feltri_fascismoSi parte subito con un chilometro di mani avanti: nella testa di Feltri Jr la frase era “lampante”: soltanto gli immigrati rischiano, come a Macerata. Io non sono una giornalista di grido ma due domande me le sono fatte: uno, se si voleva essere certi che la frase non venisse fraintesa, non bastava articolarla meglio nel passaggio dalla testa alla carta e citare esplicitamente il caso di Macerata? Se ti ha “capito male” la maggioranza dei lettori, come minimo non stai facendo bene il tuo lavoro. Due, se anche il fraintendimento fosse negli occhi di chi legge, non è che questa pezza sia tanto meglio del buco, e non solo perché non è vero che le aggressioni fasciste degli ultimi anni abbiano preso di mira solo migranti; ma perché anche formulata in quel modo si presta alla stessa identica interpretazione della frase originale. Chi avesse davvero voluto attirare l’attenzione sul fatto che la categoria migranti sia sulla carta più a rischio di altre avrebbe potuto semplicemente scrivere che il pericolo è soprattutto per quel gruppo che è comunque già vulnerabile per altri motivi.

La prossima parte è quella da leggere attentamente, perché è qui che si compie il numero di giocoleria verbale: un’orda di commentatori anonimi aggredisce virtualmente il feltrino per quella frase, dandogli del razzista “senza conoscerlo”. Avete visto il trucco? No? Riguardiamolo al rallentatore: le reazioni di chi si è indignato erano rivolte alla frase incriminata; ma il feltrino con abile mossa ne fa un attacco personale, spostando la conversazione da quello che ha fatto a quello che è. E quando la domanda si trasforma da “Lo specifico atto è razzista?” a “Tizio è razzista?” la discussione è fondamentalmente morta, perché è impossibile andare a vedere che cosa effettivamente ci sia nella testa di una persona; ma, e questo è il punto, non penso ci si debba ostinare su questo. Se una persona sposa idee razziste, non è un mio problema fino a quando rimangono confinate nel suo cranio: il problema nasce quando quelle idee ne guidano, per dirla con la formula del catechismo, pensieri, parole, opere e omissioni. Per dirla chiaramente, a me quello che pensa Feltri Jr dell’influenza dei geni sul ritmo nel sangue e la velocità nella corsa non importa una ceppa; quello che mi importa, e molto, è che abbia usato la sua seguitissima piattaforma per esprimere un pensiero facilmente leggibile come “gli italiani veri sono al sicuro quindi del fascismo non dobbiamo preoccuparci poi tanto”: quello sì che è razzista, accidenti.

Una nota di Schadenfreude a margine: anche il feltrino sembra essere preda dello stesso malessere da social che affligge altri suoi illustri colleghi, i quali ancora non si capacitano del fatto che praticamente chiunque con una connessione internet possa raggiungerli e permettersi di interloquire con loro. Ora, premesso che: la rimozione delle barriere fisiche rende la comunicazione virtuale sicuramente più “selvatica” di quella faccia a faccia; e che il problema dell’harassment online è reale e serissimo (ne ho scritto qui); a me questi alti lai dei pilastri (…) del giornalismo italico fanno sempre molto ridere, a partire dagli strali contro l’anonimato che tradiscono una notevole ignoranza sui meccanismi delle interazioni online. Senza voler usare l’esempio estremo di persone che vivono sotto regimi repressivi e per le quali l’anonimato è condizione assolutamente necessaria per potersi esprimere liberamente senza rischi per la propria incolumità, è indubbio che solo una piccolissima parte di noi potrebbe esprimersi così apertamente su diversi temi se non potesse restare anonima. E sarebbe un peccato, perché moltissimi producono contenuti interessanti che arricchiscono chi ha la fortuna di poterli leggere, ascoltare, guardare. Quello che sfugge ai Feltri e Mentana della situazione è che “metterci la faccia” per il resto del mondo funziona in maniera opposta rispetto alla loro: quando lo fa un giornalista noto non solo la cosa conferisce automaticamente un certo peso a quello che dice, ma è proprio quella faccia a metterlo al riparo dalle conseguenze che potrebbe subire Maria Rossi, impiegata, se dicesse le stesse cose. La maggior parte di noi non è pagata per esprimere le proprie opinioni e quando lo facciamo ci esponiamo per così dire senza rete, in senso letterale: non abbiamo le spalle coperte da social media manager, uffici legali, editori, produttori, e amici dal nome di peso disponibili a spenderlo per sostenerci se diciamo qualcosa di scomodo che però va detto. E prima di lamentarsi dell’insostenibile “odio della rete”, i giornalisti italiani dovrebbero provare a gestire per una settimana il profilo Twitter di una femminista nera, o di un attivista per i diritti dei transgender; poi magari ne riparliamo.

Ho scritto questo post a cavallo dei due giorni successivi alle elezioni e credo che a proposito di razzismo ci sarà, purtroppo, ancora parecchio da dire e scrivere nei prossimi mesi. Mi limito a constatare che, a meno di 48 ore dal voto, ho già visto moltissimi elettori di destra colpiti da “sindrome di Feltri” e cioè indignatissimi all’idea di poter essere chiamati razzisti “solo per come hanno votato”. Credo che dovremmo stare molto attenti a non permettergli di spostare la discussione sui loro cuoricini infranti, ma continuare a concentrarci sul fatto che hanno votato per partiti i cui programmi sono chiaramente discriminatori – o perché li condividevano, o perché altre parti di quei programmi erano così allettanti da infischiarsene altamente del resto del mondo; e che per questo sono e saranno corresponsabili delle ingiustizie che quei partiti compiranno ora che ne hanno l’occasione. Se sono i primi ad agire senza minimamente preoccuparsi del prossimo, non possono pretendere che il resto di noi assecondi i loro bronci da bambino egoista.

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Dacci oggi la nostra melma quotidiana

Una di quelle giornate in cui la cronaca ti rovescia addosso così tanta melma da rischiare di soffocarti.

Una ragazza abbandonata in overdose viene usata per giustificare: una tentata strage razzista; un peloso discorso sulla necessità di “ridiscutere l’immigrazione”; una serie di vergognose uscite da campagna elettorale; un coro di sentenze sputate da chi ha avuto l’immensa fortuna di non trovarsi mai neppure di striscio ad avere a che fare con una dipendenza.

Si scopre che il corpo di quella stessa ragazza su cui stanno banchettando orde di sciacalli tra i peggiori mai visti ha subito un’ennesima, evitabile violenza poco prima di morire. Non che la riconosceremo come tale: diremo che non c’è stata costrizione fisica, che c’è stato un passaggio di denaro a sanare tutto, come se noi femministe non ci sgolassimo da anni a spiegare che è l’abuso di una posizione di vantaggio a rendere tale uno stupro.

Una seconda ragazza viene uccisa da un uomo, e i giornali si affrettano a servirci una carrellata delle sue foto e a informarci del fatto che fosse “problematica”, con un “passato difficile”. Perché fateci caso, le donne vittima di violenza spesso hanno un passato, una sorta di marchio di Caino che le rende in qualche modo responsabili di quello che loro accade. E, morendo, rinunciano a ogni diritto alla privacy: le loro foto, i video, i post su Facebook vengono serviti come contorno al banchetto degli sciacalli.

I media italiani, che da decenni contribuiscono a distorcere la realtà dell’immigrazione con inchieste, titoli, servizi apocalittici, confondono ancora la libertà di espressione con il diritto a un megafono, e offrono spazi a fascionazisti che si ostinano a non riconoscere e trattare come tali, giustificando l’inseguimento di ascolti e click con l’impellente “necessità” di un dibattito equilibrato. E pazienza se non abbiamo ancora imparato che la piena umanità di determinate categorie di persone non può, non deve, essere oggetto di dibattito. Pazienza anche se gli stessi media si autoesentano dall’obbligo di equilibrio che pretendono di imporre agli altri, continuando a usare quella neo-lingua vigliacca per cui la nazionalità dell’accusato di un reato è sempre specificata fin dal primissimo lancio di agenzia, ma solo nel caso in cui abbia passaporto del Sud del mondo e pelle non chiarissima.

Domani, ovviamente, ci sarà un altro carico di melma. Ci saranno le giustificazioni, le spiegazioni, i “chiarimenti” del perché di certi articoli che mai avrebbero dovuto essere scritti né tantomeno pubblicati, le non-scuse degli scribacchini che si diranno dispiaciuti (loro) se li abbiamo fraintesi (noi). E comincio a temere sul serio che, un giorno, tutta questa melma ci sommergerà per davvero.

Doctor Who e diversità: breve analisi dell’homo lagnosus

L’annuncio che il tredicesimo Doctor Who dell’omonima serie BBC sarà interpretato da Jodie Whittaker ha fatto uscire allo scoperto moltissimi esemplari di homo lagnosus, quegli uomini insicuri incapaci di rassegnarsi all’idea che la cultura popolare si apra alle donne e alla diversità in generale. L’ultima volta che avevo letto piagnistei di questa intensità era stato per il reboot al femminile di Ghostbusters, a proposito del quale ricordo ancora la perla “Mi ha rovinato l’infanzia” (retroattivamente, si presume. Passategli un fazzoletto).

Ora, dal momento che siamo nel XXI secolo e persino l’homo lagnosus si rende conto di non poter più semplicemente dire “Donne? Blah!”, di solito ricorre a uno o più dei seguenti pseudo-argomenti, grazie ai quali possiamo identificare tre sottogruppi di lagnosus.

Lagnosus a politicamente correcto impositus

Questo tipo di lagnosus ama denunciare le “forzature” a suo avviso frutto di quella deriva del politicamente corretto che sembra essere diventata una piaga diffusa della nostra società; una cosa affascinante se si pensa che in effetti quello di politicamente corretto è un concetto inesistente inventato dalla destra americana negli anni Novanta, il che ne fa probabilmente uno degli straw men di maggior successo della storia.

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La sezione commenti del Daily Mail, fonte sicura di grandi soddisfazioni

Ma non divaghiamo: secondo il lagnosus impositus, questa “invasione” di personaggi femminili in film, serie televisive e persino (sacrilegio!) videogiochi altro non sarebbe che una forzatura autoimpostasi da produttori pusillanimi che ritengono di dover dare un contentino alle femministe per quieto vivere. La particolare ottusità di questo lagnosus gli impedisce di cogliere l’enorme potenziale di ampliamento del pubblico che un cast e storie maggiormente diversificate (sto parlando anche di personaggi di colore, LGBT, minoranze assortite) portano con sé; ma soprattutto gli impedisce di rendersi conto che il ragionamento va fatto esattamente al contrario, e che la diversificazione finalmente in atto va a correggere le distorsioni per cui la cultura popolare e l’intrattenimento sono stati e continuano a essere dominati da bianchi, in stragrande maggioranza uomini.

Distorsioni per cui si è sempre ritenuto normale che le parti chiave siano di default affidate agli uomini, e che basti un personaggio femminile buttato lì a riequilibrare le cose; per cui si considera naturale che una bambina si appassioni e si identifichi con eroi maschili, ma assolutamente preoccupante che un bambino voglia leggere Piccole donne; per cui non facciamo nemmeno caso a come il 50% circa del genere umano abbia appena il 27% dei dialoghi sullo schermo. Quella è la forzatura.

Lagnosus penuriae meriti suspiciosus

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Source: Facebook. Ovviamente

Particolarmente viscido, questo lagnosus millanta velleità di meritocrazia e insinua il dubbio che una donna selezionata per un particolare ruolo lo abbia ottenuto proprio grazie al suo essere donna, consentendo così ai produttori pusillanimi di cui sopra di presentarsi come campioni di progressismo e passando avanti a colleghi uomini più bravi di lei.

Essendo ignorante oltre che viscido, il suspiciosus non ha contezza di quel fenomeno chiamato unconscious bias e di cui ho scritto qui. TL;DR: è dimostrato fino alla nausea che tutti noi tendiamo inconsciamente a percepire una donna come meno esperta e abile rispetto a un uomo, un nero rispetto a un bianco, una persona sovrappeso rispetto a una magra, eccetera eccetera.

Di conseguenza insinuare che la selezione di una donna sia favorita dal suo genere e indipendente dal merito è innanzitutto miope, perché molto probabilmente non si stanno valutando pienamente le sue competenze; e pure fuorviante, perché sembra basarsi sull’assunto che, invece, quando un uomo ottiene un determinato lavoro è sempre per una scelta basata su un’obiettiva e accurata valutazione delle sue competenze (*cough* Trump *cough cough cough*).

Lagnosus litteratus historicis cum ambitionibus

Questo lagnosus si specializza di solito nel difendere la selezione di attori e personaggi che gli assomiglino e in cui si possa ritrovare senza troppo sforzo (cioè maschi bianchi) ammantandola con una presunta preoccupazione per il rispetto della verità storica e del canone di una saga.

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Accidenti, lettore del Daily Mail, a te non la si fa

È forse inutile sottolineare che l’accuratezza delle ricostruzioni e la fedeltà al materiale originale non siano mai una sua preoccupazione quando la “licenza poetica” è la scelta di un’attrice bianca per interpretare il personaggio di un anime o di un attore pure bianco per il ruolo di Otello (sic). Ma non appena si ventila l’ipotesi di un attore nero per il ruolo di James Bond, o attori di colore lamentano l’esclusione dai casting di qualsiasi opera ambientata in epoche storiche, ecco che il litteratus si riscopre professore e si lancia a spada tratta in difesa dell’accuratezza storica. In un certo senso va invidiato il suo totale sprezzo per il ridicolo, visto che della storia reale non ha poi una gran conoscenza; per tacere della sua cecità selettiva di fronte a inesattezze ben più evidenti e sulle quali misteriosamente tace (la mia preferita all time: le depilazioni perfette di tutte i personaggi femminili in serie TV e film ambientati dalla Roma antica agli Anni Venti. Adorabili).

E non finisce qui…

A qualsiasi sottogruppo appartengano, tutti i lagnosi sono accomunati da quel tratto noto come incoerentia selectiva; una caratteristica che li spinge a rispondere “È solo un (tele)film/gioco, non prendertela troppo!” quando sentono una donna lamentarsi della scarsa presenza femminile nella cultura popolare, salvo esplodere come piccoli fuochi d’artificio capricciosi quando a essere “contaminato” dalla suddetta presenza femminile è il loro telefilm o videogioco del cuore.

In realtà in questo secondo caso hanno anche un minimo di ragione: non è mai “solo” un telefilm. Specialmente in un’epoca iperconnessa e globalizzata, la cultura di massa è un potentissimo veicolo di idee e contribuisce tantissimo a plasmare le nostre aspettative sul posto che ci spetta nel mondo; proprio per questa ragione è fondamentale che ciascuno di noi possa ritrovarsi nelle storie che vengono raccontate e nei personaggi che le animano. Fino a oggi, alla stragrande maggioranza di noi è stato richiesto di immedesimarsi in storie e personaggi non necessariamente vicini a noi e alle nostre esperienze di vita vissuta: una sorta di esercizio di empatia che non è poi francamente così terribile. Esattamente come ci siamo riusciti noi, ci possono benissimo riuscire anche i lagnosi di tutte le latitudini; anche perché, purtroppo per loro, il mondo continua a girare.

Il principio di precauzione e la libertà di espressione dei fascisti

Non entro nello specifico della discussione tecnica sul DDL Fiano, il suo rapporto con le leggi Scelba e Mancino, e l’attuale grado di effettiva applicazione delle suddette; né mi soffermo sulle polemiche da quattro soldi a proposito dell’atteggiamento scivoloso del M5S sulla questione (breve parentesi per chi ancora si facesse illusioni: il M5S è un’azienda travestita da movimento politico ma incapace di funzionare come tale per precisa volontà dei capoccia e reale incapacità della base. Punto. Piantatela di stupirvi di ogni manifestazione della loro inutilità come se fosse la più grande sorpresa politica dell’ultimo secolo).

Quello che mi interessa e mi preoccupa, invece, sono gli alti lai dei cultori della libertà-di-espressione™, quelli grossolanamente riassumibili in “Vietare la libera espressione ai fascisti è fascista”. Allora.

Come ho già avuto occasione di scrivere (parte 1 e 2), non sono una fan della censura facile, preventiva e indiscriminata. Le idee bacate è sempre meglio trascinarle alla luce del sole, dove la loro bruttezza appare evidente a tutti o quasi. Ma qui stiamo parlando di una ben precisa ide(ologi)a e di un ben preciso Paese, e pontificare di libertà di espressione in astratto senza calare il dibattito nello specifico contesto è un’omissione grave.

Tutti conosciamo o dovremmo conoscere la storia italiana e il ruolo che in essa ha giocato il fascismo; dovremmo altresì conoscere i punti cardine dell’ideologia fascista, e il modo in cui la loro applicazione ha privato una grandissima fetta di cittadini italiani dei loro diritti più basilari. Nella discussione in corso sulla libertà-di-espressione™ è sempre in primo piano il dovere dello Stato di mettere i propri cittadini in condizione di formarsi liberamente opinioni e dare loro voce senza temere arbitrarie ritorsioni. Ma si tace sorprendentemente su un altro dovere statale, quello di garantire la loro sicurezza e incolumità. E basta googlare “aggressione (neo)fascista” per rendersi conto che ancora oggi troppe persone vengono private della loro sicurezza (per non parlare dell’incolumità fisica) da nostalgici del Ventennio. Dov’è la tutela statale dei loro diritti?

Chi mastica d’Europa conoscerà il concetto di principio di precauzione, a cui si deve ispirare il legislatore chiamato a regolamentare materie su cui la comunità scientifica non ha ancora dati quantitativamente sufficienti a raggiungere una conclusione definitiva e condivisa; in tal caso, e finché non ci saranno dati più solidi a disposizione, si preferisce sempre l’approccio più conservativo onde tutelare la salute dei cittadini. Per dirla in maniera meno altisonante, nel dubbio si va con i piedi di piombo.

Nel caso del fascismo, sinceramente, mi chiedo di quale principio di precauzione potremmo mai avere ancora bisogno: sappiamo benissimo come sia andata a finire la prima volta e sappiamo anche meglio di allora quanto siano infondate quelle ipotesi di nazionalismo, superiorità razziale e ipermascolinità su cui poggia l’ideologia fascista. Nel frattempo abbiamo anche imparato che la violenza fisica non scaturisce dal nulla ma viene incoraggiata o meno dall’ambiente e dalla cultura prevalente; il linguaggio non solo gioca un ruolo importantissimo nella formazione di questa cultura ma, né più né meno, influenza anche la nostra percezione del mondo.

Per cui, se diciamo di voler difendere la libertà-di-espressione™ dei fascisti, dobbiamo anche accettare che di fatto stiamo dando loro la possibilità di continuare impunemente a intimidire e privare dei propri diritti altre persone. Stiamo dicendo a migranti, minoranze religiose, comunità LGBT e disabili: “Sorry, lo so che dicono che non sei un essere umano e un cittadino a pieno titolo, ma devi arrangiarti da solo. Io resto neutrale”. Solo che, per dirla con l’arcivescovo Desmond Tutu, uno che di privazioni di diritti ne sa qualcosa, “If you are neutral in situations of injustice, you have chosen the side of the oppressor”.

Di Oscar e miopia culturale

Premesso che: non ho visto tutti i film nominati all’Oscar come miglior pellicola; tra quelli che ho visto, avrei votato Hidden Figures prima di Moonlight, e Moonlight prima di La La Land; la mia opinione in materia conta molto poco; premesso tutto ciò insomma, devo ancora leggere un commento da media ed esperti del settore italiani che non tiri in ballo Trump e i valori liberali di Hollywood per spiegare il trionfo di Moonlight.

In sintesi, i pezzi che ho letto sull’argomento sono tutti più o meno una variante sul tema “L’Academy fa vincere la statuetta a Moonlight per mandare un messaggio alla nuova amministrazione USA”. Proprio a nessuno è venuto in mente il problematico sottinteso di quest’idea?

Tralasciamo il fatto che, se l’Oscar a Moonlight fosse un segnale di censura e protesta contro Trump, allora quello a Casey Affleck potrebbe essere letto come un segnale di approvazione e incoraggiamento allo stesso Trump sulla questione delle molestie sessuali. Il punto è che riducendone la vittoria a “segnale”, di fatto si negano il valore artistico di Moonlight e il suo modo di affrontare un tema complesso e delicato come l’omosessualità nella comunità afroamericana (un buon commento che approfondisce questi punti lo trovate qui). Si insinua cioè che un film diretto e interpretato da neri, che si concentra sulla vita di personaggi di colore, non potrebbe mai e poi mai vincere un riconoscimento importante come l’Oscar se non grazie alla spinta di circostanze esterne.

Se alla Casa Bianca ci fosse Hillary Clinton, o se questa fosse l’edizione 2016 degli Academy Awards, Moonlight avrebbe comunque pienamente meritato il suo Oscar. Voler spiegare a tutti i costi il suo successo esclusivamente in termini di uso politico dello stesso è un atteggiamento paternalista e intriso di un razzismo neanche troppo strisciante. Quella di Moonlight non è la vittoria del politically correct, è la vittoria di un bel film. Un film che per via delle circostanze si è trovato a competere in un anno particolare e che lo ha caricato di un significato aggiuntivo, ma che sa benissimo reggersi sulle proprie gambe anche da solo.

Indignarsi sempre, farcela mai

Funziona così:

– L’erosione dei diritti dei lavoratori prosegue, il panorama lavorativo continua a essere desolante, la gente si indigna…

– Bene! È ora di farci sentire. Non si può continuare così

– …contro gli immigrati che rubano il lavoro

 

– Un altro terremoto e migliaia di case crollate; del resto era prevedibile, in un Paese geologicamente instabile dove abbiamo costruito a caso per decenni, la gente ovviamente si indigna…

– Bene! Non possiamo più tollerare abusi edilizi e mancanza di strategie serie sulla gestione del territorio

– …contro gli immigrati in hotel, mentre gli sfollati stanno in tenda

 

– Questo inverno demografico è preoccupante, fare figli sembra essere diventato un lusso e la gente si indigna…

– Bene! Sarebbe anche ora di avere politiche di supporto alla natalità e genitorialità degne di un Paese civile

– … contro gli immigrati che pretendono di avere accesso agli assegni familiari e bonus bebè, e francamente che cosa vuoi che impari mio figlio in una classe dove metà dei bambini non è madrelingua?

 

Ad libitum. O, più precisamente, ad nauseam.

 

Non è “solo” la rete: riflessioni sulla cyberviolenza

Per E., che si è confidata con me.

Non mi ha mai convinta fino in fondo l’idea di chiamarlo cyberbullismo: lo trovo un termine ingannevole, che resta associato nella testa di molti ad atti tutto sommato goliardici e legati alla fase adolescenziale, che ci lasciamo alle spalle una volta diventati adulti. Trovo che il termine inglese online abuse catturi meglio la natura più seria del fenomeno.

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Source: Reddit

Che si parli di bullismo o abuse, però, nell’immaginario collettivo fa ancora ben presa l’idea che quello che accade in rete alla rete rimanga confinato, tanto è vero che per indicare quello che succede offline di solito viene usato l’acronimo IRL (in real life). Eppure, ammesso che questo sia mai stato vero, non lo è più da tempo. Quando una persona diventa bersaglio di attacchi online, quel fiume di insulti può tracimare facilmente nel mondo “reale”, con conseguenze decisamente tangibili e spesso tragiche. Anche senza arrivare a gesti estremi, la vita “vera” può diventare decisamente difficile per le vittime di persecuzioni online. Nel 2014 un gruppo di associazioni statunitensi ha condotto un sondaggio su vittime di bullismo e molestie online: quasi il 30% degli intervistati ha detto di aver preso sul serio le minacce alla propria vita, e il 20% ha ammesso di avere paura di uscire di casa. Il problema è particolarmente sentito dalle donne, come ha spiegato molto bene la giornalista Amanda Hess nel resoconto delle minacce e offese di cui è stata ripetutamente bersaglio negli ultimi anni, con pesanti ripercussioni sulla vita personale e sul lavoro:

Abusers tend to operate anonymously, or under pseudonyms. But the women they target often write on professional platforms, under their given names, and in the context of their real lives. Victims don’t have the luxury of separating themselves from the crime. When it comes to online threats, “one person is feeling the reality of the Internet very viscerally: the person who is being threatened,” says Jurgenson [sociologo esperto di social media]. “It’s a lot easier for the person who made the threat—and the person who is investigating the threat—to believe that what’s happening on the Internet isn’t real” [grassetto aggiunto]

Va bene, si dirà, ma non tutte le situazioni sono così estreme. I casi in cui qualcuno ti odia talmente tanto per quello che hai scritto da simulare una finta presa di ostaggi e mandare una squadra SWAT a casa di tua madre restano fortunatamente pochi. Nella stragrande maggioranza dei casi, il vecchio detto “Don’t feed the trolls” resta valido.

Credo che questo possa ancora valere per i troll “tradizionali”, che hanno come scopo quello di disturbare gli scambi online senza l’intento di nuocere direttamente alle persone con cui si trovano a interagire. Ma qui parliamo di comportamenti ben più gravi: la ricercatrice Emma Jane “refuses to use the word ‘trolling’ to describe this behaviour when it starts online; she calls it cyberviolence, acknowledging its tacit relationship with the violence its language justifies”. E se anche la violenza verbale in rete non viene messa in pratica offline, questo non giustifica il fatto di tollerarla o rassegnarcisi: i social network, le sezioni commenti delle pubblicazioni online, i forum di discussione… sono e restano spazi pubblici, e come tali soggetti alle regole basilari di convivenza. Offendere o minacciare una persona non è accettabile nel mondo fisico e inaccettabile resta anche in quello virtuale.

Nel caso di internet, poi, c’è per così dire un’aggravante: “The promise of the early internet was that it would liberate us from our bodies, and all the oppressions associated with prejudice. We’d communicate soul to soul, and get to know each other as people, rather than judging each other based on gender or race [grassetto aggiunto]”. Per chi è già vittima di bullismo e discriminazione offline è anche peggio vedere riprodotte quelle stesse dinamiche nello spazio virtuale in cui ognuno, in teoria, può essere ciò che vuole e dimenticare o nascondere ciò che lo rende “diverso” e isolato nella vita di tutti i giorni.

Chi sono i “cattivi” dall’altra parte dello schermo? È dimostrato che certi tratti negativi della personalità (tendenza alla manipolazione, narcisismo, mancanza di empatia, sadismo) sono positivamente correlati con comportamenti abusivi online. Tuttavia credo che sarebbe sbagliato dedurne che chiunque insulti e perseguiti una persona in rete sia uno psicopatico, e non solo perché statisticamente improbabile; ma soprattutto perché continuare a pensare che dietro a certe tastiere possa esserci solo un disadattato che vive nel seminterrato dei suoi genitori e seziona gattini prima di andare a dormire ci impedisce di riconoscere che anche noi, noi persone “normali” e ben inserite nella società, possiamo essere parte del problema. O che possano esserlo i nostri amici, colleghi e familiari. Del resto basta seguire le discussioni che si scatenano in certe occasioni per constatare che neanche le “brave persone” si fanno troppe remore a lasciarsi andare a commenti di una violenza incredibile. Perché accade questo?

There’s no point in blaming the internet for this. All the technology has done is to reveal a deeply unpleasant truth: when you remove the social constraints on behaviour that operate in the offline world, then a darker side of human nature emerges snarling into the light.

Spesso tendiamo a confondere l’assenza delle social constraints con l’anonimato che la rete ci può garantire. Tuttavia, pur se le due cose sono strettamente collegate, quello che davvero incoraggia la violenza online è la mancanza di accountability. Il termine, che sarà familiare agli scienziati politici, indica un principio di responsabilità e potrebbe essere tradotto grosso modo come “(essere chiamati a) rispondere delle proprie azioni”. Moltissime delle persone che ricoprono di insulti personaggi pubblici e non sono felici di farlo mettendoci la faccia e il proprio nome: ma che succederebbe se gli venisse davvero chiesto conto di quello che hanno scritto? Il progetto brasiliano Racismo virtual, consequências reais si propone di fare esattamente questo: gli attivisti impegnati nella campagna rintracciano chi abbia postato commenti razzisti su Facebook e riportano il contenuto di questi su cartelloni pubblicitari nel quartiere dove abita la persona in questione, dopo averne pixelato nome e volto. L’idea infatti non è quella di mettere il “colpevole” alla gogna, bensì di mostrare come azioni virtuali possano avere conseguenze decisamente tangibili. Lo hanno scoperto a proprie spese anche l’uomo che ha insultato la giornalista Clementine Ford sulla di lei pagina Facebook ed è stato licenziato dopo che il post era stato inoltrato ai suoi datori di lavoro; e i due inglesi condannati a una pena in carcere dopo aver minacciato via Twitter l’autrice e attivista Caroline Criado-Perez.

Basterà questo a risolvere la situazione? Ovviamente no. Non possiamo tutti trasformarci in giustizieri del web, e in molti casi è tanto più semplice limitarsi a bloccare i molestatori, laddove sia possibile, e/o ignorarli. Le varie piattaforme online stanno prendendo coscienza delle dimensioni del problema e, con tempi di risposta differenti, anche diversi Paesi si stanno rendendo conto della necessità di darsi strumenti per affrontare soprattutto i risvolti penali della violenza online; ma non ci possiamo aspettare che l’intervento “dall’alto” elimini completamente il fenomeno.

C’è anche un altro motivo per cui agire solo a livello della rete non ha senso, e cioè il fatto che la violenza online di solito non inventa ma riproduce schemi importati nel mondo virtuale da quello fisico: quando una donna viene sommersa di commenti osceni il problema di base sta nel sessismo e nella misoginia, non in internet; e quando a una persona di colore si dà della scimmia o un omosessuale viene pesantemente insultato, il problema di base sta nel razzismo e nell’omofobia, non nell’anonimato online.

Il quadro non è dei più confortanti, lo so (c’è un motivo se questo post non l’ho intitolato “Raggio di sole”). Credo però che il fatto stesso che del problema si parli sempre di più e che le reazioni comincino ad arrivare siano segnali positivi. Credo anche che dobbiamo sforzarci di inquadrare correttamente la situazione: consigliare semplicemente a una vittima di bullismo o violenza online “Ignorali e andranno via” serve forse a darci la sensazione di essere stati utili, ma è una falsa soluzione. Non è compito di chi viene aggredito cercare di evitare di diventare un bersaglio. La responsabilità resta di chi, per un motivo o per l’altro, sceglie di aggredire. E, online come offline, è chi non rispetta le regole che dovrebbe cambiare modo di fare. Oppure andarsene.