Il provincialismo tutto italiano degli agiografi di Hugh Hefner

La morte del fondatore di Playboy Hugh Hefner è stata seguita da una caterva di pezzi (scritti da uomini, ma che ve lo dico a fare) che ne celebrano il contributo allo smantellamento del puritanesimo americano e alla liberazione del corpo femminile. “Rivoluzionario” è l’aggettivo più (ab)usato dai suoi inconsolabili agiografi.

Non mi dilungo a spiegare quanto e perché questa visione di Hefner come “autentico femminista” sia, per dirla con un altro recente defunto famoso, una boiata pazzesca. Se non avete fatto i compiti, qui, qui, e qui trovate degli agili bignami. Quello che mi ha stupita è stato notare ancora una volta l’insuperabile provincialismo degli opinionisti e giornalisti italiani (uomini, ma che ve lo dico a fare), che si sono sperticati in lodi nostalgiche per il-vecchio-Hugh-che-ha-cambiato-le-nostre-vite. E non pensate che non mi sia venuto in mente che tanta di quella nostalgia probabilmente non è per il de cuius in sé, bensì per i loro anni da giovane maschio italico a cui Playboy permetteva di sentirsi anticonformista e spregiudicato per la modica cifra di qualche millelire.

Questi articoli amarcord si soffermano in genere sulla rivoluzione dei costumi operata da Hefner e sul suo contributo alla libera espressione della sessualità femminile, non dimenticando di menzionare che le fortunate prescelte come conigliette si sono sempre prestate liberamente – e chi siamo noi per sindacare quelle scelte?

Il problema non è tanto il fatto che nessuna di queste cose sia vera, quanto l’assoluta incapacità delle supposte migliori penne italiche di rendersene conto. Rivoluzionario? Hefner ha semplicemente proposto un tipo di oggettificazione femminile diversa come stile da quella dello stereotipo Anni Cinquanta, ma che rinforzava il ruolo di subordinazione della donna esattamente nello stesso modo. Per non parlare dell’identificazione della “tipica” bellezza femminile con la ristretta categoria delle donne bianche, di preferenza bionde e in generale fatte con lo stampino, nettamente predominanti tra le copertine di Playboy. Non c’è assolutamente nulla di rivoluzionario nel (continuare a) presentare un certo tipo di corpo femminile solo ed esclusivamente attraverso la lente dell’immaginario maschile, per soddisfare un consumatore uomo.

Libera espressione della sessualità femminile e abbattimento dei tabù puritani? Se davvero si vuole parlare di sessualità femminile allora andrebbero affrontati anche argomenti che sulle pagine di Playboy non si sono mai visti, e di cui Hefner si è sempre guardato bene dal parlare:

The denial of female sexuality is real. The insistence that female sexual pleasure doesn’t matter is of huge political significance. Yet anyone who really cared about that wouldn’t focus on telling young, large-breasted women to loosen up and open their legs. They’d focus on issues that prevent women of all ages from having happy, healthy, fulfilling sex lives. Issues such as FGM, birth injuries, vaginismus, post-menopausal dryness, the neglect of female bodies in medical research, the misrepresentation of non-penetrative sex as “not real sex” […]. Of course Hefner had little time for such things. The reason why? Because, like all ageing playboys defending their right to fuck silent women, he was really the one with hang-ups about sex, the one so terrified of female sexual and reproductive power he had to sanitise it in glossy magazine shoots, reducing real, live women to airbrushed skin and compliance.

Tra parentesi, agli agiografi di Hefner dev’essere sfuggito che pure se il suo obiettivo fosse stato quello di liberare l’America dal puritanesimo delle origini, qualcosa dev’essere andato storto visto che, per dire, in circa metà degli Stati Uniti è ancora vietato prendere il sole in topless; le tette vanno bene se photoshoppate in copertina a uso e consumo maschile, non se una donna decide di farle abbronzare (e non fatemi parlare di chi ha bisogno dei sali se vede una donna allattare in pubblico, perché finisce male).

Infine, ho letto parecchi mettere le mani avanti in caso a qualche noiosa femminista venisse in mente di fargli notare quello di cui sopra, al grido di “Nessuno ha mai costretto le donne che nel corso degli anni sono diventate conigliette, nessuna è stata danneggiata”. Questo argomento è inesatto per almeno due motivi: primo, la coercizione non si esprime solamente con una costrizione fisica, ma spesso si manifesta in maniera molto più insidiosa con un rapporto di potere asimmetrico – esattamente quello che legava il magnate alle “sue” ragazze. E dubito che tutte le aspiranti conigliette, molte delle quali piuttosto giovani, sapessero in anticipo che vivere con Hefner avrebbe comportato abitare in una casa recintata con coprifuoco obbligatorio alle nove e divieto di invitare amici, girare in mezzo agli escrementi di cane, e non poter usare alcuna protezione durante i rapporti sessuali con il padrone di casa. Può essere davvero una libera scelta, quando non è neppure adeguatamente informata? (Tra parentesi, “libera scelta” è lo stesso mantra invocato nel caso ancora in corso delle giovani che il cantante R Kelly è stato accusato di avere sequestrato; magari sarebbe il caso di esaminarla un po’ più da vicino, questa libertà).

Ma anche se di libera scelta effettivamente si fosse trattato in ogni singolo caso (e dalle testimonianze di alcune delle ex conigliette credo si possa affermare senza troppi problemi che così non è), c’è un secondo motivo per cui l’argomento “Libera scelta nessun danno” è problematico: nessuno di noi vive in un vuoto pneumatico in cui le nostre scelte hanno effetto solo su noi stessi. La decisione di apparire al fianco di Hefner e sulle copertine di Playboy ha comunque avuto l’effetto di continuare a perpetuare stereotipi misogini e profondamente dannosi per le donne in generale, e non mi pare un concetto difficile da capire; eppure, chissà come mai, gli uomini che ho letto in questi giorni non ci sono arrivati. Viene quasi da pensare che non gli interessi andare al di là della copertina.

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Quando “la gente” fa del male alle persone

Fatto di cronaca numero uno: una donna condivide privatamente un video che la ritrae durante un rapporto orale. Il video viene diffuso senza il suo consenso e in seguito all’ondata di melma da cui viene travolta la donna si suicida.

Fatto di cronaca numero due: vari atleti italiani, con Alex Zanardi e Bebe Vio tra i nomi più in vista, si coprono di gloria e medaglie alle Paralimpiadi. Si tratta di due avvenimenti distantissimi l’uno dall’altro, eppure leggendone mi sono trovata a fare le stesse riflessioni.

Nel primo caso, alla notizia del suicidio ci siamo ritrovati su tutti i maggiori quotidiani italiani una serie di patetici articoli su “Come difendersi dalle inside del web”, una sorta di teoria della minigonna 2.0 per cui se ti presti a certe cose in fondo te la sei andata un po’ a cercare. Anche i pezzi in teoria più empatici (dopotutto stavolta c’è scappato il morto) hanno parlato di “errore” o “leggerezza”. Che questa sia solo la solita strisciante reazione di victim-blaming lo hanno già spiegato molto bene qui, quindi non mi dilungo sul punto. Solo un pezzo tra quelli che ho letto finora prova a interrogarsi sul vero nocciolo del problema, e cioè il fatto che se non stigmatizzassimo ancora le donne che hanno una vita sessuale indipendente non ci sarebbero reazioni così spropositate alla scoperta che una donna, appunto, conduce una vita sessuale indipendente.

La cosa mi ha fatto tornare in mente un articolo che ho letto qualche mese fa sulla storia del concetto di orologio biologico, originariamente inventato da ricercatori che studiavano i ritmi circadiani e poi distorto e passato a indicare il famigerato tic-tac che ricorda alle donne in carriera che non si può rimandare per sempre. L’autrice notava quanto la questione della genitorialità continui a rimanere inquadrata a livello di scelta individuale della donna, senza una riflessione più ampia sul contesto sociale (critica che è stata mossa, per esempio, anche al famigerato #FertilityDay proposto dal Ministero della Salute). Ed è proprio questa riflessione che mi sono trovata a fare in entrambi i casi di cui parlavo all’inizio.

Del fatto di cronaca numero uno si è già detto: inutile affannarci a parlare di educazione digitale per i singoli se non cerchiamo anche di smantellare la cultura patriarcale ancora dominante e vera responsabile della gogna (magari virtuale, ma dalle conseguenze ben tangibili) capace di distruggere la vita di chi ne è vittima.

Passiamo al fatto di cronaca numero due, che apparentemente non potrebbe essere più diverso; in questo caso parliamo di storie super positive, di quelle che ci fanno pure versare qualche lacrimuccia. Qui i problemi in realtà sono due ma uno, l’abilismo, meriterebbe una trattazione a parte quindi ne accenno soltanto e vi rimando a questo articolo in caso vogliate approfondire (TL;DR: i diversamente abili non esistono per fornirci ispirazione e grandiosi esempi di come non abbattersi di fronte alle avversità, sono persone complete indipendentemente dalla “funzione” che ci degniamo di assegnargli).

Ritorno invece sul discorso individuo/contesto: ho letto commenti entusiastici sulla forza d’animo e la volontà ferrea di chi, come Zanardi e Vio, è riuscito a superare un grave handicap fisico arrivando a coronare quel sogno dell’oro olimpico che per la stragrande maggioranza degli atleti resta irraggiungibile. Fermo restando che si tratta di risultati effettivamente eccezionali che meritano tutte le lodi di questi giorni, non sono del tutto sicura del contributo che daranno nella discussione a più lungo termine su come costruire una società veramente inclusiva.

In altri termini: Zanardo, Vio e in generale gli atleti paralimpici hanno potuto contare su un sistema di supporto anche economico che è invece drammaticamente assente per moltissime persone con disabilità. Se riduciamo la questione a quel famoso slogan per cui i limiti esistono soltanto nella nostra mente, gli exploit di Zanardi e Vio rischiano di diventare un’arma impropria con cui colpevolizzare chi “si piange addosso” senza considerare che magari, molto semplicemente, non ha accesso agli stessi mezzi e alla stessa rete di supporto.

Anche in questo caso, il problema si verifica perché perdiamo di vista il contesto e finiamo per imporre all’individuo il peso di affrontare e possibilmente superare da solo una determinata situazione, un’aspettativa irrealistica considerato che ci sono in gioco dinamiche non controllabili dai singoli.

Perché lo facciamo? Detta molto brutalmente: perché è facile, e noi pigri. Se consigliamo “Lo smartphone in camera da letto è meglio tenerlo spento”, poi non ci tocca interrogarci sui meccanismi per cui in troppi non si fanno problemi a buttare una donna in pasto alla folla; se ci entusiasmiamo sui progressi della medicina che ci permettono di congelare gli ovuli, non è necessario insistere perché le aziende si decidano a permettere finalmente soluzioni flessibili per le donne che lavorano; se condividiamo a ripetizione foto di supereroi sportivi con le loro protesi d’eccellenza, possiamo far scivolare fuori dalla nostra timeline quelle fastidiose notizie di studenti con disabilità a cui viene ripetutamente negato il diritto all’istruzione.

Non ho una soluzione definitiva per questa situazione: nelle parole di una persona intelligente che seguo su Twitter , “smettere di fare schifo è un lavoro durissimo”. Però credo che sia assolutamente necessario che ci diamo tutti una mossa, e anche alla svelta: altrimenti rischiamo che quello schifo finisca per travolgerci.

#FertilityDay, il prevedibile disastro di una strategia sconcertante

Brevissimo riassunto del pasticcio #FertilityDay: il Ministero della Salute ha pubblicato tempo fa un corposo (137 pagine) Piano Nazionale per la Fertilità che prevedeva tra l’altro una campagna di sensibilizzazione sul tema comprendente l’istituzione di una giornata della fertilità (il 22 settembre, se volete segnarvelo in agenda) con tanto di hashtag.

Di per sé l’idea non è neanche malvagia, la denatalità può effettivamente diventare un grosso problema ed è giustissimo in ogni caso migliorare la prevenzione delle patologie che possono danneggiare la fertilità (se non altro perché in genere hanno anche altre conseguenze ed è meglio evitarle a prescindere).

Il problema è il modo in cui la campagna è stata impostata. Delle terrificanti “cartoline” con immagini di clessidre biologiche (ma non era l’orologio?) e pantofoline avvolte da un nastro tricolore di Ventenniana memoria si è già parlato parecchio, quindi non mi ci soffermo. Sono andata però a leggermi il Piano, che mi ha suscitato non poche perplessità.

Il documento si apre con la sacrosanta considerazione che, trattandosi di strategia sviluppata dal Ministero della Salute, il suo focus è la Fertilità (sì, con la maiuscola, tipo divinità minore in un manualetto di mitologia greca) dal punto di vista medico. Argomenti più attinenti alla dimensione socio-culturale ed economica quali le misure di sostegno alla famiglia non verranno trattate.

Fin qui sarei anche d’accordo, il problema è che poi le considerazioni socio-culturali saltano fuori eccome, e non in maniera positiva. In altre parole, il Piano prende in esame la botte piena delle odierne difficoltà di conciliazione lavoro/famiglia per dare addosso a quegli egoisti dei millennial (non chiamati così perché gli estensori del documento non hanno evidentemente contezza del concetto), e si libera disinvoltamente dalla moglie ubriaca del dover proporre soluzioni concrete a quelle difficoltà nascondendosi dietro il “Non è di nostra competenza”.

Non sto ovviamente a riassumervi tutte le 137 pagine, anche perché la maggior parte sono dedicate a strategie e progetti strettamente medici su cui non posso esprimere un giudizio competente. Piccola selezione commentata.

Tra gli obiettivi del Piano ci sono:

4) Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione.

5) Celebrare questa rivoluzione culturale istituendo il “Fertility Day”, Giornata Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”.

Quasi quasi vado a rileggere The Handmaid’s Tale per controllare che il punto 4 non l’abbiano preso da lì. Tralasciando il fatto che la fertilità (minuscola voluta) non è un “bisogno essenziale”, è preoccupante che un documento ufficiale promuova l’idea che il corpo delle persone, soprattutto donne, debba essere messo al servizio della società. Sull’infelicissima idea di usare l’espressione “rivoluzione culturale” mi taccio, come pure sull’idea di appuntare immaginarie medaglie sulle ovaie delle italiane.

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L’appello per la donazione delle fedi alla Patria il prossimo anno

In più punti del Piano si parla poi della necessità di migliorare la conoscenza alla fertilità nell’ambito di una più ampia strategia di educazione alla sessualità consapevole già dai 13-14 anni, coinvolgendo pediatri, MMG e ovviamente le famiglie. Lodevole sulla carta, ma non sarebbe infinitamente più efficiente e meno ipocrita sostenere finalmente con forza i programmi scolastici di educazione sessuale e alla diversità?

Proseguiamo: una delle “cartoline” usate nella campagna parla dei genitori giovani come maggiormente “creativi”, un concetto che torna anche nel Piano (misto a un po’ di millennial-bashing gratuito):

Si assiste, infatti, ad una pericolosa tendenza a rinviare questo momento [la prima gravidanza], in attesa proprio di una realizzazione/affermazione personale che si pensa possa essere ostacolata dal lavoro di cura dei figli [che si pensa, eh. Nella realtà non succede proprio mai mai mai]. La maternità, invece, sviluppa l’intelligenza creativa e rappresenta una straordinaria opportunità di crescita. L’organizzazione ingegnosa che serve a far quadrare il ritmo delle giornate di una mamma, la flessibilità necessaria a gestire gli imprevisti, la responsabilità e le scelte implicite nel lavoro di cura, le energie che quotidianamente mette in campo una madre sono competenze e potenziali ancora da esplorare e capire come incentivare e utilizzare al rientro al lavoro [grassetto aggiunto].

Sorvoliamo su quel “la maternità sviluppa l’intelligenza creativa” che ha più o meno lo stesso valore scientifico delle scie chimiche, e raccogliamoci in silenzio per un momento sulla totale assenza del coinvolgimento maschile nel far quadrare il ritmo delle giornate e nel mettere in campo energie. Sorry, dudes. Continuate pure a dare ditate di colore sulle pareti della caverna.

Se poi vi state chiedendo che cosa si intenda parlando delle competenze materne da utilizzare al rientro al lavoro, sappiate che gli autori del Piano deplorano come

il valore sociale della maternità non [sia] considerato un valore aggiunto nei curriculum lavorativi delle donne […] Il paradosso è che per esempio, un periodo di volontariato all’estero come coordinatore di un progetto di cooperazione per qualche mese, viene considerato e può fare la differenza nella valutazione professionale, mentre gravidanza, parto, allattamento e accudimento (per es. nel caso di figli con disabilità), non sono considerati altrettanto indicativi delle capacità organizzative e di relazione della stessa persona.

L’hanno scritto davvero. Non vedo l’ora che arrivi il momento in cui potrò cliccare Endorse su LinkedIn a tutte le mie amiche mamme premiandole per le loro competenze in “biberon”, “cambio pannolini” e “bagnetto”. Dovrebbe essere superfluo, ma ve lo dico lo stesso: non mi permetto di prendere in giro i genitori. È questa idea di professionalizzazione della maternità che merita solo di essere ricoperta di ridicolo.

Ancora un po’ di millennial-bashing, commentato direttamente nella citazione (grassetto aggiunto):

Da un punto di vista psicologico sembra diffuso un ripiegamento narcisistico [il narcisismo è una patologia ben precisa, ma perché dovrebbero saperlo? In fondo è solo il Ministero della Salute] sulla propria persona e sui propri progetti, inteso sia come investimento sulla realizzazione personale e professionale, sia come maggiore attenzione alle esigenze della sicurezza, con tendenza all’autosufficienza da un punto di vista economico e affettivo [il desiderio di guadagnarsi da vivere in autonomia è narcisistico. K] . Tale disposizione, spesso associata ad una persistenza di un’attitudine adolescenziale, facilitata dalla crisi economica [la crisi produce Peter Pan che però vogliono realizzarsi professionalmente ed essere indipendenti. Mi sta venendo mal di testa] e dalla perdita di valori e di identificazioni forti, si riflette sulla vita di coppia e porta a rinviare il momento della assunzione del ruolo genitoriale, con i compiti a questo legati. Nelle donne, in particolare, sono andati in crisi i modelli di identificazione tradizionali ed il maggiore impegno nel campo lavorativo e nel raggiungimento di una autonomia ed autosufficienza ha portato ad un aumento dei conflitti tra queste tendenze e quelle rivolte alla maternità [non ci sarebbe grande conflitto se il Paese vivesse nel XXI secolo ¯\_(ツ)_/¯]

Più avanti:

Le donne si trovano all’angolo, in quello che viene definito in psicologia ‘doppio legame’. Si tratta di una condizione entro la quale qualunque scelta fatta è una scelta sbagliata. La scelta della “non” maternità, appare, però, ancora di segno negativo, come se fosse meno libera e, quindi, quasi da giustificare (con la precarietà del lavoro, la mancanza di servizi per l’infanzia, la crisi economica ecc.). Ma qualsiasi scelta fatta avrà come conseguenza un senso di incompiuto [grassetto aggiunto].

No, imbecilli che per le virgole tirano i dadi. Ci sono anche persone che scelgono di non avere figli perché non li vogliono, e guess what? Non ci sentiamo affatto incompiuti per questo.

E’ [sic] utile ricordare che la “sessualità” non è un accessorio del nostro comportamento avulso ed enucleabile dalla funzione riproduttiva, a cui biologicamente è destinata.

Con tanti saluti alla comunità LGBT e a tutti quegli scienziati che si sgolano a spiegare che la sessualità umana avulsa ed enucleabile dalla funzione riproduttiva lo è eccome. Per inciso, mi sto ancora lambiccando il cervello per capire perché “sessualità” sia stato virgolettato. Qualche suggerimento?

Resistete, siamo in chiusura. Come ho detto non mi esprimo sulla validità delle strategie mediche individuate nel Piano; ma mi pare che i passi riportati dimostrino già ampiamente che dal punto di vista della comunicazione si sia mancato clamorosamente il bersaglio. E non basterà eventualmente “cambiare le cartoline”, come propone la ministra Lorenzin (a parte il fatto che sarebbe indice di sconcertante pressappochismo cambiare a cose fatte il contenuto di una campagna che si suppone essere stata approvata dopo ampie discussioni).

Se ci si fosse limitati a un documento più tecnico rivolto a operatori sanitari ed educatori ed eventualmente complementare a una strategia di supporto (economico, logistico…) alla genitorialità, probabilmente si sarebbe prodotto qualcosa di più valido. Invece il (condivisibile) intento di prevenzione è stato completamente nascosto dal disastro comunicativo di un messaggio antiquato, mal articolato, e in certi punti francamente offensivo; e non credo che cambiarlo a questo punto farà una gran differenza. Mettersi a correre non può compensare il fatto di essere partiti in una direzione decisamente sbagliata.

Mascolinità tossica: perché gli stereotipi di genere non danneggiano solo le donne

“Un vero uomo…” completate a piacere, tanto avrete sentito la frase abbastanza volte da poter sicuramente pensare a diverse caratteristiche che rendono un uomo “autentico”. Questo insieme di tratti tipici degli uomini veri™ è sorprendentemente ristretto, rigido, e dannoso, da cui il nome di toxic masculinity o mascolinità tossica che si usa sempre più spesso per definirlo. Ma che cos’è esattamente la mascolinità tossica? E soprattutto, perché esiste?

Si tratta innanzitutto di una struttura, una costruzione “that casts men in very narrow emotional, social, and physical roles, and punishes them severely if they step outside those boundaries”. Charlie Glickman, educatore e autore che tiene corsi sulla socializzazione maschile, chiama questa struttura la “Act Like a Man Box“, con l’accento proprio sull’azione: un’altra importante caratteristica da notare è appunto il fatto che la mascolinità sia una performance, una recita continua in cui gli uomini sono chiamati a provare ancora e ancora di essere “veri”. Infine, i rapporti di potere all’interno della struttura possono variare: “the Box is hierarchical as well as performative, […] so each guy has to compete with the others in order not to be the one who’s outside the Box. And as each one’s performance becomes more vigorous, it forces the others to do the same” (questo aiuta a spiegare perché, tra l’altro, molestie e aggressioni rischino di degenerare più rapidamente quando gli uomini coinvolti sono in gruppo anziché da soli).

Per decenni questo approccio ha garantito agli uomini una serie di vantaggi a danno di chi non fa parte del club, in primis le donne: “the masculine mystique promises men success, power and admiration from others if they embrace their supposedly natural competitive drives and reject all forms of dependence”. L’uomo vero™ ha successo con le donne – quindi si pone aggressivamente nei loro confronti e non accetta un “no”; l’uomo vero™ è ovviamente etero – quindi fa di tutto per allontanare i sospetti di omosessualità e non si fa scrupoli ad adottare atteggiamenti apertamente omofobi; l’uomo vero™ va in palestra, beve, e consuma prodotti “da uomo” – un’idea che i pubblicitari hanno al tempo stesso assecondato e alimentato (il cosiddetto manvertisement).

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Ora, gli eccessi a cui arrivano certi uomini nello sforzo di assicurare una performance convincente sono effettivamente un po’ ridicoli – date un’occhiata all’hashtag #MasculinitySoFragile su Twitter per una collezione di prodotti bislacchi tipo le candele al bacon (giuro) e relativi commenti. Il problema è che i danni a lungo termine che questa gara senza fine provoca sono estremamente seri – altrimenti non staremmo parlando di mascolinità tossica.

Socializzazione e mascolinità

È solo intorno al secondo/terzo anno di età che iniziamo a prendere pienamente coscienza del mondo che ci circonda e dell’esistenza dei ruoli di genere. Neonati e bambini presentano tratti quali vulnerabilità, tendenza a esteriorizzare il dolore (in primis con il pianto), bisogno di contatto fisico con altri esseri umani… che la nostra società associa con la femminilità. Fin da piccoli, quindi, i bambini vengono incoraggiati a “non fare la femminuccia”: non correre dalla mamma se si sono fatti male, non piangere, non esitare a reagire in maniera aggressiva durante eventuali litigi con altri bambini.

In maniera anche più preoccupante, genitori e adulti in generale tendono a vedere nei bambini anche piccolissimi tratti “tipici” del loro genere anche quando questi non esistono, e a comportarsi di conseguenza: in diversi studi si è riscontrato che i genitori di neonati “imagined baby boys to be bigger and generally ‘stronger’. When a group of 204 adults was shown a video of the same baby crying and given differing information about the baby’s sex, they judged the ‘female’ baby to be scared, while the ‘male’ baby was described as ‘angry'”. Il risultato? “Differences in perception create correlating differences in the kind of parental caregiving newborn babies receive […] From the moment of birth, boys are spoken to less than girls, comforted less, nurtured less”.

Questo approccio continua durante il resto dell’infanzia e nell’adolescenza, con conseguenze fortemente negative nel lungo periodo. L’uomo vero™ non si lamenta di stare male: gli uomini aspettano effettivamente più a lungo delle donne prima di vedere un medico quando ne hanno bisogno e sono meno propensi a cercare aiuto per depressione e altri problemi mentali, al punto che sempre più ricercatori identificano in questo il fattore principale della loro minore aspettativa di vita: “The 10 years of difference in longevity between men and women turns out to have little to do with genes. Men die early because they do not take care of themselves”.

Il vero uomo™ protegge la propria reputazione a ogni costo: in combinazione con l’essere socializzati a imporsi sugli altri, se necessario con il ricorso alla forza fisica, questo atteggiamento è il maggiore responsabile della violenza maschile. Nelle parole di James Gilligan, già direttore del Center for the Study of Violence di Harvard: “I have yet to see a serious act of [male] violence that was not provoked by the experience of feeling shamed and humiliated, disrespected and ridiculed, and that did not represent the attempt to prevent or undo that ‘loss of face'”.

Il vero uomo™ ha successo sul lavoro e mantiene la famiglia: questo stereotipo è ancora così saldamente radicato che uno studio del 2013 ha scoperto che le coppie in cui la moglie iniziava a guadagnare più del marito avevano più probabilità delle altre di divorziare; inoltre, gli uomini finanziariamente dipendenti dalla compagna sono cinque volte più propensi a tradirla rispetto a quelli che guadagnano le stesse somme.

Uno stereotipo è per sempre

Soprattutto l’ultimo esempio che abbiamo visto dimostra molto bene lo scollamento tra aspettative e realtà che si può verificare in periodi di cambiamento culturale, quando la società muta più velocemente delle norme e degli stereotipi che la permeano. Non è certo un caso che molti uomini si sentano frustrati: da un lato vengono ancora spinti a conformarsi a rigidi standard che li derubano di parte delle capacità emotive e li limitano nell’espressione di sé; dall’altro, le ricompense promesse per la conformità all’idea di “autentica” mascolinità stentano a materializzarsi, per una semplice ragione: quegli stessi atteggiamenti che prima li avvantaggiavano in qualsiasi situazione, adesso in certi contesti non sono più adeguati. Per esempio, “while the compliance and docility […] still hold women back from top leadership positions in business and politics, those same traits do get rewarded in school. And in a world where educational achievement increasingly outweighs gender in the job market, that at least gets women in the door”.

Questa frustrazione spesso viene reindirizzata contro le donne in generale e il femminismo in particolare. Contro le donne, perché vengono ritenute la causa ultima che spinge gli uomini a comportarsi in una determinata maniera: “One of the most perversely fascinating aspects of toxic masculinity is how often women get blamed for systems, standards and beliefs that men put into place” (si pensi per esempio al mito secondo cui “le donne preferiscono i cattivi ragazzi”).

Il femminismo diventa poi un bersaglio naturale per chi confonde la critica alla mascolinità tossica con quella agli uomini tout court e, invece che interrogarsi su come risolvere il problema, preferisce biasimare chi ha portato l’attenzione su di esso. Ironicamente, in realtà sono proprio le femministe ad avere degli uomini una visione molto più positiva di quella dello standard patriarcale dell’uomo vero™, una specie di ominide che non riesce a controllarsi quando vede un paio di gambe, si esprime a grugniti e non sa articolare altre emozioni oltre alla rabbia.

Quando si dice che il patriarcato non danneggia solo le donne è esattamente a fenomeni del genere che ci si riferisce: per usare la metafora descritta all’inizio, la “scatola” non crea problemi solo a quegli uomini che ne sono esclusi (p.e. perché gay), ma anche a quelli che devono costantemente dimostrare il proprio diritto a rimanerci dentro. Ed è sintomatico di quanto radicato sia il concetto di “uomo vero” il fatto che lo si tiri in ballo anche quando si vogliono evocare aspetti di mascolinità positiva, per esempio dicendo che chi mette le mani addosso a una donna non è un uomo, o che un vero uomo non si vergogna di mostrare i propri sentimenti.

L’intento di promuovere questi comportamenti è sicuramente lodevole, ma non fa che perpetuare l’idea che esistano determinati requisiti da osservare per qualificarsi come uomo. In altre parole, si limita a modificare il contenuto della scatola, quando invece dovremmo cercare di liberarcene tout court. Sicuramente non è facile ignorare i condizionamenti esterni, specie quando continuano in una certa misura a portare dei vantaggi; ma nel lungo periodo, come abbiamo visto, si eviterebbero problemi ben maggiori.

#8marzo: parliamo (ancora) di quote rosa

Scrivere di femminismo per l’otto marzo è meno semplice di quanto sembri: ci sono talmente tanti argomenti da affrontare che davanti allo schermo ho finito per sentirmi come mio padre quando entra in un parcheggio semivuoto e va in tilt da troppa scelta. Per di più pare che chiunque si senta in dovere di fare una riflessione sulla giornata (seria, scherzosa o totalmente disinformata), per cui mi sono chiesta se fosse davvero necessario aggiungere la mia. Però, siccome scrivere per me è innanzitutto un modo di mettere ordine in testa, ho deciso di approfittarne per articolare qualche pensiero su un tema non di stretta attualità ma che continua a riemergere periodicamente: le quote rosa o, più precisamente, le obiezioni alle suddette.

Del tema, come dicevo, si discute da tempo e non credo sia necessario spiegare di che si tratti. Qui trovate un sito che elenca i vari tipi di gender quotas applicati nei sistemi elettorali di mezzo mondo e che contiene anche un’utile sezione FAQ per familiarizzarsi con il concetto.

Le obiezioni alle quote rosa, presentate per esempio in questo pezzo di Charlotte Matteini, sono sostanzialmente riassumibili così: imporre una certa percentuale di donne in liste elettorali/consigli di amministrazione/staff accademici eccetera sarebbe una sorta di sessismo rovesciato, non basato sul merito e offensivo per quelle donne effettivamente capaci che ce la farebbero semplicemente basandosi sulle proprie competenze. Questo trova eco nel famoso ritornello “Non è che non abbiamo considerato una donna per la posizione X: non abbiamo trovato candidate adatte”.

In astratto, questo ragionamento mi troverebbe d’accordo: proprio in quanto femminista sposo pienamente l’idea che le donne debbano essere giudicate esclusivamente per le proprie capacità, e rifiuto la narrativa del sesso intrinsecamente debole che ha bisogno di aiutini e stampelle.

Il problema è che anche il più brillante ragionamento teorico deve poi sottoporsi alla prova dei fatti: e nel mondo in cui le donne fanno politica e lavorano adesso, quello appena enunciato si rivela ingenuo e anche incompleto. Analizziamo uno dopo l’altro questi due aspetti.

Nulla che sia più ingiusto

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Source: Twitter

Questa immagine è molto popolare nelle discussioni online perché illustra efficacemente quello che succede quando si applica l’uguaglianza di trattamento ignorando le disparità delle situazioni di partenza (la famosa ingiustizia delle “parti uguali fra disuguali” di don Milani). E quando si tratta di valutare le competenze delle donne sul lavoro (inclusa l’attività politica), queste disparità persistono eccome. Il gender bias deriva “from the perceived mismatch between the ‘typical woman’ and the requirements of jobs that historically were held by men” e si articola in diversi modi: richiedere a una donna maggiori prove delle sue competenze rispetto a un uomo, ritenere che la maternità (ma non la paternità) faccia peggiorare le performance lavorative, aspettarsi che una donna eviti certi comportamenti stereotipicamente femminili (“Non si piange in ufficio!”), salvo poi accusarla di scimmiottare gli uomini.

L’aspetto forse più insidioso del gender bias è che è largamente inconscio (se volete valutare il vostro, un test interessante è disponibile qui), per cui anche in situazioni in cui ci illudiamo di essere del tutto obiettivi finiamo per rinforzare certi messaggi senza accorgercene. Inutile dire che questi messaggi non compaiono dal nulla una volta che una donna fa il proprio ingresso nel mercato del lavoro, ma vengono veicolati già da genitori e insegnanti ben prima di allora.

Lo studio “Leaning Out: Teen Girls and Gender Biases” ha documentato i pregiudizi contro le adolescenti cui vengano affidate posizioni di responsabilità, pregiudizi riscontrati nei loro coetanei maschi e femmine, ma anche in molti dei loro stessi genitori. Ricercatori israeliani hanno dimostrato che il bias degli insegnanti delle scuole elementari contribuisce ad allontanare le studentesse dai corsi avanzati di matematica e scienze, con un effetto a cascata sulle loro future scelte di carriera (una conseguenza non indifferente considerato che questo le allontana anche dai lavori di fascia retributiva medio-alta). Ironicamente, neppure le insegnanti sfuggono al pregiudizio, ottenendo sistematicamente valutazioni inferiori a quelle dei colleghi uomini anche per comportamenti identici (p.e. correggere i paper assegnati agli studenti nello stesso lasso di tempo).

Ma l’esempio per me più eclatante è quello dell’autrice Catherine Nichols, che ha provato a inviare il suo secondo libro a vari agenti sia con il suo vero nome che a nome di un inesistente George Leyer: il risultato? “I sent […] six queries. Within 24 hours George had five responses […]. For contrast, under my own name, the same letter and pages sent 50 times had netted me a total of two manuscript requests. […] I sent more. Total data: George sent out 50 queries, and had his manuscript requested 17 times. He is eight and a half times better than me at writing the same book [grassetto aggiunto]”.

Se son competenze, fioriranno… ma quando?

Mi soffermo solo molto brevemente sul fatto che il ragionamento di cui parlavo in apertura manchi di realismo anche in un altro modo: sembra cioè presupporre che ogni uomo in una determinata posizione l’abbia raggiunta esclusivamente grazie alle proprie capacità (perché chi le ha si fa strada no matter what, giusto?). Non credo valga la pena di dilungarsi sugli innumerevoli disastri ed esempi di incompetenza forniti da politici, economisti e industriali assortiti, né di citare uno per uno quei dirigenti a cui la poltrona è stata letteralmente creata su misura, magari per consolarli della classica “trombata” elettorale.

Vorrei ora passare all’altro problema a cui ho accennato, vale a dire l’incompletezza: soffermarsi solo sul merito e le competenze è sicuramente importante, ma non credo sia tutto.

È vero che, fortunatamente, ci sono già moltissime donne brillanti e intraprendenti che riescono a farsi strada nonostante tutto e contribuendo a smantellare poco per volta i pregiudizi di cui sopra, aprendo così la strada ad altre. Ma questo processo va ancora a rilento: secondo l’agenzia Women delle Nazioni Unite, al ritmo di cambiamento attuale ci vorranno altri cinquant’anni prima di raggiungere una completa parità di genere in politica. La domanda è: possiamo permetterci di aspettare così tanto? I benefici di una maggiore diversità in plancia di comando sono ormai ampiamente dimostrati: se nonostante questo governi e compagnie restano riluttanti ad attuare strategie per reclutare più donne (e minoranze in generale), le quote rappresentano una valida alternativa per spingere sull’acceleratore.

Bisogna anche tenere presente il potente effetto che i modelli hanno sulle scelte delle persone: è miope dire che le donne siano meno interessate alla politica o all’ingegneria sulla semplice base del fatto che quasi nessuna bambina sceglie l’una o l’altra quando le viene chiesto che cosa voglia fare da grande. Se non vedono in quei ruoli nessuno in cui possano identificarsi, è abbastanza ovvio che non ci pensino. Non parliamo poi della bambina che effettivamente risponde di voler fare il pilota, e si sente rispondere che è un lavoro da maschi.

Concludendo: sarei felicissima di vivere in un mondo dove le persone vengono valutate esclusivamente sulla base delle proprie capacità e l’appartenenza di genere (così come l’etnia, l’orientamento sessuale o la religione) non gioca alcun ruolo. E so che ci arriveremo, che ci sono segnali incoraggianti in questo senso, e che siamo sulla strada giusta. Però sono anche sufficientemente realista da sapere che non siamo ancora arrivati e che continuiamo a procedere troppo lentamente: quindi, in questa parte del viaggio, ben vengano le quote rosa. Più facciamo buon uso degli strumenti che abbiamo a disposizione per raggiungere la piena parità, e prima potremo smettere di usarli.

Poche idee e tutte confuse: Beatrice Lorenzin e le unioni civili

La nomina di Beatrice Lorenzin a Ministro della Salute aveva suscitato all’epoca non poche perplessità. Sarebbe forse ingeneroso fissarsi troppo sul fatto che la ministra abbia solo un diploma di maturità classica, visti anche i numerosi precedenti tra i titolari di dicasteri importanti. È vero però che la Lorenzin esperienza nel campo della sanità non ne aveva, e che i motivi per criticarla sul merito non sono mancati. Personalmente ho rivisto drasticamente al ribasso la mia opinione già non entusiasta a fine 2013, quando la ministra si è detta soddisfatta della relazione annuale sull’applicazione della 194, facendomi venire il dubbio che sugli occhi si fosse messa non le classiche fette ma direttamente un prosciutto intero. Suppongo che anche voi viviate nel mondo reale e non nella la la land dove la 194 verrebbe garantita in maniera efficace (Beatrix dixit), per cui non vi sto a spiegare dove e come (e quanto) sbagliasse. Né vale la pena di dilungarsi troppo sulla questione della prefazione a suo nome comparsa sul volume Elogio dell’omeopatia e poi ritirata in fretta e furia dopo le proteste del CICAP, non senza aver precisato che la prefazione stessa non era stata preventivamente autorizzata (mah).

Preferisco concentrarmi sul contributo di Beatrice al dibattito sulle unioni civili e in particolare sulla sua performance di qualche giorno fa in un videoforum organizzato da Repubblica. Il video dura poco più di mezz’ora ma se temete di non reggere non preoccupatevi, l’ho guardato per voi.

Si parte con un’introduzione volta a stabilire che Beatrice, bontà sua, non è affatto contraria alle unioni civili di per sé: il modello proposto dal DDL Cirinnà le va bene, perché “istituisce un istituto [bonjour Mme Lapalisse] diverso dal matrimonio”. Sottolineiamolo bene, in caso non si fosse capito: l’importante è non fare confusione tra il matrimonio, che è riservato alle persone serie, e le unioni civili. Però per carità, non saltatele subito addosso: è lei la prima a riconoscere che anche le coppie dello stesso sesso, “nel momento che si prendono un impegno”, hanno diritto a una certa serie di tutele (parentesi grammatical-stilistica: confesso di essere rimasta totalmente stregata dall’assoluta noncuranza con cui Beatrice mortifica il che relativo).

Qual è il problema allora? Secondo Bea, la legge non è stata scritta bene. Se fosse stata preparata meglio non ci sarebbe stato “l’equivoco” su stepchild adoption e adozioni gay. “Quale equivoco?”, starete pensando. L’uso di quell’oscuro termine inglese (mai fidarsi della perfida Albione) avrebbe permesso di nascondere quello che c’era nell’articolo 5, e che poi fortunatamente “si è scoperto” (testuale). Accidenti, e che mai si nasconde nell’articolo 5? Se lo leggi al contrario esce il demone del gender? Se lo avvicini a una candela scopri di aver sottoscritto in inchiostro simpatico l’acquisto di cento copie dell’Enciclopedia della Pastasciutta? Che diamine si nasconde nell’articolo 5?

Secondo la Lorenzin, un riconoscimento del diritto di accesso alla genitorialità e – rullo di tamburi – alla maternità surrogata. Lo so che state per dire che la GPA non c’entra una ceppa, ma siete duri di comprendonio. Per fortuna che c’è Beatrice a spiegarvi le cose: “La giurisprudenza non è un libro delle buone intenzioni [eh già], è dura lex sed lex [lo sappiamo che hai fatto il classico, Bea, tranquilla], nel momento che tu permetti [ecco, forse le elementari no]”, insomma al termine di questo sproloquio scopriamo che “il diavolo si nasconde nella grammatica [e se non altro ho capito perché la eviti come la peste] ma anche più nel diritto” [sarà in causa da anni con un vicino?].

Appurato che il vero significato dell’articolo 5 è permetterci di accedere alla maternità surrogata, la ministra procede a spiegarci di che cosa si tratti: “Digitiamo maternità surrogata in internet [non si digita “in internet”, Bea, ma lasciamo perdere] e vediamo che cosa esce [oddio, che cosa mai uscirà?], ci sono proprio i contratti”. Qui Bea tenta di spacciare per buone le sue personali stime sul ricorso alla GPA da parte di coppie etero e omosessuali, al che Laura Pertici si ribella e le fa presente che la stragrande maggioranza delle coppie interessate da questo discorso sono etero. Nessun problema, si batte in ritirata portando il discorso sul femminismo: “Ci siamo indignate su quello che viene fatto sul corpo delle donne per motivi religiosi [non so come mai ma ho il sospetto che tu non stia parlando dell’obiezione di coscienza sulla 194], sulla prostituzione [sex work, Bea… ma che te lo spiego a fare]” e insomma, si riesce a confondere le acque quel tanto che basta per riportare il discorso sul malefico articolo 5. La Pertici accenna timidamente che la questione della GPA andrebbe forse regolamentata, al che Bea le risponde beffarda che “Certo non lo può decidere una norma che invece dovrebbe fare un’altra cosa”. E su questo, sia detto, ha ragione da vendere: sarebbe come se la discussione di un DDL sulle unioni civili diventasse la scusa per parlare, che ne so, di piani di edilizia residenziale pubblica o di revisione dei criteri di assegnazione degli alloggi popolari. Oh wait.

Secondo Beatrice il vaso di Pandora dell’articolo 5 sarebbe anche inutile. Perché? Beh, perché per l’adozione del figlio del partner basterebbe fare ricorso al già esistente istituto dell’adozione speciale. E va detto, sottolinea la Lorenzin (mode Checco Zalone on), che quello delle adozioni è un tema “fortissimo”. Il nostro tema sono bambini e ragazzi, ripete tutta convinta. Io pensavo stessimo discutendo di unioni civili, ma evidentemente mi sbagliavo perché a Bea interessa parlare di tutto meno che di quello. E vai di utero in affitto.

Le viene fatto notare che in Canada e negli Stati Uniti la GPA è strettamente regolamentata ed è possibile anche come gesto altruistico. Macché, “nessuna lo fa gratis, lo fanno per pagarsi il mutuo [eh?]. Le faccio un esempio: in Russia [si parlava di Canada e Stati Uniti, Bea, ma pazienza. Immagino che tu abbia studiato geografia con Sarah Palin] ci sono questi contratti… e nel momento che il bambino nasce [ora la picchio con una matita blu]…”. Adesso tenetevi forte, perché “secondo la legge italiana le persone che sottoscrivono un contratto del genere non sono degne di fare i genitori”.

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Source: giphy.com

 

Lo sproloquio si conclude con un lapsus freudiano da manuale in cui Bea parla di “una famiglia normale, [con] un papà e una mamma”, e si apre quindi alle domande dei lettori. Si parte con la classica ipotetica “Che faresti se avessi un figlio gay e un giorno ti dicesse di voler adottare il figlio del suo partner?” (En passant: io detesto questo genere di domande. Non è che dobbiamo interessarci di una questione così importante come i diritti fondamentali solo quando la cosa ci tocca direttamente. Ma okay, andiamo avanti).

Risposta: “Lo aiuterei a vivere bene questa sua condizione [permettimi di avere qualche dubbio in proposito], questa sua scelta [ecco appunto. Bea, l’omosessualità non è una scelta. Le basi, su]… questa fragilità in più [a parte l’abilismo da quattro soldi: essere gay non è di per sé una “fragilità”. Lo diventa grazie a gente come te]. Io a mio figlio non gliel’ho negato di avere una mamma e un papà [e quindi? C’è un vincolo di mandato familiare?]”.

Le domande successive ci permettono di scoprire che “avere un figlio non è un diritto, spesso è un dono” [Ah, gli evergreen che non mancano mai. Non so, vuoi parlarci anche della scomparsa delle mezze stagioni?] e che “forse l’unico limite che possiamo porre adesso è se riteniamo importante che il bambino abbia sia la figura della mamma che quella del papà” [no, non ho capito nemmeno io]. Bea ci informa poi delle meraviglie che ha compiuto con la legge sull’eterologa, “perché nel momento che fai il ministro [ora piango], lo fai di tutti”; e del fatto che il tema qui “non è quello della discriminazione [ah no?], chi stiamo discriminando, le coppie, o stiamo discriminando i bambini, c’è un problema oggettivo dei minori o no? [Certo che c’è, Bea, ma non quello che vorresti farci credere tu]”.

“Noi stiamo parlando che [va bene, ci rinuncio] purtroppo per come è stata scritta la norma si parla soltanto del figlio naturale. Nessuno capiva che cos’era questa stepchild adoption, un po’ per il nome, anche a pronunciarlo è difficile [e dai Bea], un po’ perché la norma è abbastanza criptica [rimanda a un’altra legge, Bea, bastava andare a controllare che cosa dicesse quell’altra legge. Bastava “digitare in internet” per cinque secondi] e quindi bisogna essere un giurista [come te?]”. Stralciare la stepchild adoption per occuparsi della questione in una specifica legge creerebbe forse il rischio di dimenticarsi del tema, azzarda Laura Pertici. No no no, insorge Bea: “Se c’è la volontà politica si fa tutto”. E finalmente, quasi alla fine di questo estenuante videoforum, mi trovo d’accordo con la ministra.

Se ci fosse la volontà politica, sarebbe stato presentato un DDL sul matrimonio egualitario. Se ci fosse la volontà politica, non avremmo dovuto assistere a un ostruzionismo patetico e a dibattiti in aula vergognosi per contenuto e forma. Se ci fosse la volontà politica, l’Italia avrebbe raggiunto il resto del mondo occidentale da tempo. Peccato che questa volontà ce l’abbiano realmente in pochi, mentre gli altri continuano a tergiversare. Oppure, come la Lorenzin, pensano che “fare il ministro di tutti” voglia dire semplicemente imporre la propria visione al resto del mondo. Se per di più è una visione ristretta e disinformata come la sua, siamo a posto.

Voti (di laurea) alle donne! Di declino demografico e istruzione femminile

Qualche giorno fa Il Foglio ha pubblicato un articoletto a firma Camillo Langone intitolato “Perché la laurea delle donne è una causa del declino demografico”. Il pezzo è abbastanza breve da poterlo riportare integralmente:

Ai padri con figlie in età da università. Anche lo storico americano Steven Mintz, professore dell’Università del Texas e autore di “The prime of life. A history of modern adulthood”, vede nella laurea una causa del declino demografico: “Il rallentamento dell’economia e la crescita dell’importanza attribuita a una buona formazione universitaria fa sì che sempre più giovani ritardino il matrimonio o scelgano di non sposarsi”. Non solo in Italia, dunque, ma nell’intero Occidente l’istruzione universitaria di massa, che sposta troppo in avanti la scelta di riprodursi, si configura come un pericolo per la sopravvivenza della società. Oltre che per la trasmissione dell’onomastica famigliare e del dna genitoriale. I padri ci pensino bene prima di mandare all’università le figlie (Mintz parla dei figli in generale ma siccome la fertilità maschile si conserva più a lungo il problema è innanzitutto femminile): commetterebbero un gesto antisociale.

La mia prima reazione dopo aver letto è stata di incredulità: The Prime Of Life è stato pubblicato ad aprile 2015 e il concetto di transizione demografica è noto fin dagli Anni Cinquanta. Perché Langone si sveglia solo adesso? Forse perché ha trovato solo ora il modo di distorcere una teoria ampiamente verificata per ammantare di pseudo-scientificità la trita idea che far studiare le donne sia una perdita di tempo e un danno per la comunità.

La teoria della transizione demografica

Con transizione demografica (TD) si intende il processo per cui una società passa da una condizione di elevati tassi di natalità e mortalità ad una di natalità e mortalità basse. Questo processo viene innescato dall’evoluzione della società stessa dallo stato pre-industriale a quello industrializzato. Esistono leggere variazioni della teoria della TD; quella classica divide il processo in quattro fasi.

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TD – Fase 1

Prima fase: società pre-industriale. In questo tipo di società i figli sono una risorsa indispensabile per il sostentamento della famiglia (specialmente dei genitori quando non saranno più autosufficienti); l’istruzione è riservata alle classi agiate e il costo di allevare figli è relativamente basso; la contraccezione è poco diffusa e, laddove usata, non sempre efficace. Tutti questi fattori contribuiscono a mantenere elevata la natalità. Al tempo stesso anche la mortalità, infantile e non, resta piuttosto elevata e il tasso complessivo di crescita della popolazione rimane quindi abbastanza basso.

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TD – Fase 2

Seconda fase: la società pre-industriale conosce un periodo di modernizzazione che si manifesta in maniera più immediata con la caduta repentina del tasso di mortalità. Il motivo è abbastanza intuitivo: l’introduzione di tecniche agricole moderne fa aumentare la disponibilità di cibo, mentre il maggiore accesso a cure mediche e il miglioramento generale delle condizioni sanitarie fanno diminuire rapidamente la mortalità. Il tasso di natalità invece continua a rimanere alto e si verifica quindi una rapida crescita della popolazione.

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TD – Fase 3

Terza fase: l’accesso all’istruzione di base viene esteso a tutta la popolazione, bambine incluse. Contemporaneamente, il valore del lavoro minorile diminuisce (non ultimo perché reso illegale prima di una determinata età) e iniziano a essere introdotti sistemi pensionistici che rendono gli anziani in certa misura indipendenti dal supporto dei figli. I contraccettivi diventano più accessibili e affidabili. Anche il tasso di natalità dunque inizia a diminuire e la crescita complessiva della popolazione rallenta.

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TD – Fase 4

Quarta fase: il processo di transizione giunge al termine. I tassi di natalità e mortalità, che hanno conosciuto una riduzione sfasata, si stabilizzano e tornano in equilibrio.

Com’è ovvio, quello appena descritto è un modello generale che può subire variazioni. In particolare per il caso che stiamo considerando va detto che in alcune società il tasso di natalità può cadere al di sotto del replacement level o indice di sostituzione, vale a dire quel valore di 2,1 figli per donna che occorre per mantenere costante la popolazione. Tra queste società come è noto vi sono il Giappone, la Corea del Sud e l’Italia, il che rende la questione degli incentivi alla natalità particolarmente urgente per il nostro Paese.

Secondo Langone la soluzione è abbastanza semplice: basta rimandare le donne nella cucina da cui sono venute, ed ecco che inizieranno di nuovo a sfornare marmocchi. Trovo abbastanza ilare lo sfacciato cherry-picking con cui cita Steven Mintz a sostegno della propria tesi, relegando però tra parentesi il fatto che l’analisi di quest’ultimo in realtà non faccia differenze tra i sessi; il problema di fondo comunque è un altro e cioè il fatto che, se si vuole trovare una soluzione al problema della bassa natalità, la strada da prendere è esattamente opposta a quella indicata da Langone.

Mentre i Paesi dell’Europa centrale e meridionale sono entrati in quello che viene chiamato un “inverno demografico”, Francia e Scandinavia continuano a godere di alti tassi di natalità. Secondo l’INED, l’istituto francese per gli studi demografici, la ragione sta nella maggiore flessibilità dei concetti di maternità e famiglia in questi Paesi. In Giappone, una donna che voglia mantenere una relazione deve essere pronta ad accettare il “pacchetto completo”: matrimonio, obbedienza al marito, avere figli e smettere di lavorare per occuparsene, prendersi cura dei suoceri. Questo modello “tutto o niente” è molto simile a quello prevalente nell’Europa meridionale e non credo ci sia da stupirsi del fatto che stia stretto a un numero sempre crescente di donne.

Inversamente, in Francia e Scandinavia l’approccio è molto più rilassato: “In these countries the family norm is much more flexible, with late marriages, reconstituted families, single parents, much more frequent births outside marriage and divorces than further south”. Per fare un esempio, Francia, Svezia e Norvegia hanno tutte una percentuale di nascite fuori dal matrimonio superiore al 50%. Altra condizione fondamentale per sostenere la natalità è, sorpresa sorpresa, la parità di genere:

The principle of gender equality and the necessary corollary of women being free to work are the key factors in this family model that emerged at the end of the 20th century. Yet in the 1960s-70s advocates of traditional family values claimed that the birthrate would be the first thing to suffer from this trend. Fifty years on it seems they were mistaken: fertility in Europe is higher in countries where women go out to work, lower in those where they generally stay at home. “Women’s freedom of decision is essential to this system,” [INED demographer Laurent Toulemon] asserts [grassetto aggiunto].

Morale della favola: caro Camillo, la prossima volta che vuoi lamentarti del fatto di essere nato nell’epoca sbagliata non stare a perdere tempo ammantando i tuoi lai di finte considerazioni scientifiche, tanto la misoginia si vede lo stesso. E non è per niente un bello spettacolo.