Il consenso, questo sconosciuto. O no?

Questo non è un post su commissione, ma quasi; nel senso che dopo la recente sentenza della Cassazione sull’applicabilità o meno di una determinata aggravante in un caso di stupro si è tornato a discutere dell’inadeguatezza della legge italiana sulla violenza sessuale, soprattutto per quanto riguarda il concetto di consenso. Una persona che seguo su Twitter mi ha chiesto se avessi mai scritto un post in proposito e mi sono resa conto che, pur avendone accennato, non ne avevo mai parlato in dettaglio sul blog; quindi grazie a Renzo per avermici fatto pensare (nel tono della professoressa di latino a cui il secchione del primo banco ha appena fatto notare che quella versione l’ha già data per compito la settimana scorsa).

E dunque, il consenso. Questo concetto apparentemente banale che distingue un rapporto sessuale da uno stupro, e che nel momento in cui ho messo mano alla tastiera mi ha fatto pensare a quello che S. Agostino diceva del tempo (non nel senso di meteo), perché nel momento in cui inizi a pensarci attentamente ti rendi conto che no, non è poi così banale.

Tanto per cominciare, non siamo neppure d’accordo su come si debba esprimerlo: nella prima fase delle campagne contro la violenza sessuale si è posto l’accento sul modello “negativo”, quello del “No significa no”; ma i critici di questo approccio hanno fatto notare che di fatto può essere interpretato come silenzio-assenso, un’idea particolarmente pericolosa in tutti quei casi in cui una delle persone coinvolte non sia in grado di esprimere chiaramente un no. Quando si menziona questo problema la maggior parte di noi pensa immediatamente al caso della persona ubriaca o drogata, ma gli avvenimenti del 2017 e il movimento #MeToo hanno fornito un ampio campionario di casi ugualmente problematici ma che finora avevamo quasi sempre relegato alla zona grigia del “Difficile decidere”. Mi riferisco ai casi in cui la vittima di molestie o stupro si trova nella posizione di dipendere lavorativamente e/o economicamente da chi abusa di lei o in cui, anche senza un chiaro legame economico, una delle parti è in una formale posizione di sottomissione all’altra. La legge italiana, inadeguata quanto si vuole, se non altro riconosce (timidamente) le possibili implicazioni di una situazione del genere nel disciplinare l’età del consenso, che sale da 14 a 16 anni qualora il partner del minore ricopra un ruolo che gli permetta di esercitare un certo ascendente nei suoi confronti, p.e. quando ne è l’insegnante.

A ben vedere però anche in questi casi non solo un no può rivelarsi estremamente difficile o del tutto impossibile da esprimere: non è facilissmo neanche essere certi al cento per cento che un sì sia effettivamente libero e convinto. Anche per questo motivo una certa parte del movimento femminista ha supportato l’adozione del modello di consenso c.d. “entusiasta“, in cui un sì non è necessariamente un valido indicatore di assenso a meno che non sia espresso in un certo modo. Neppure questo modello è esente da critiche (soprattutto da parte dei/delle sex worker), ma credo si possa dire che abbiamo raggiunto se non altro un accordo sui fondamentali: il consenso dev’essere validamente e liberamente espresso.

Tutto a posto quindi? Nemmeno per sogno (credo di averlo già scritto, c’è un motivo se questo blog non l’ho chiamato Raggi di sole); perché se da un lato c’è qualcuno che deve dare il proprio consenso, dall’altro c’è qualcuno che lo deve ricevere, capire, e rispettare: ed è qui in realtà che i problemi cominciano.

È sorprendente e preoccupante constatare quanti uomini sostengano ancora di non essere in grado di capire quando una donna sta dicendo di no. In parte questo è il risultato di condizionamenti culturali, come il mito dell’impossibilità di capire che cosa pensino veramente quelle strane creature che in fondo rappresentano soltanto metà del genere umano; il sistema asimmetrico di potere che rende difficile quando non addirittura pericoloso per una donna rifiutare un’avance in determinate circostanze, costringendoci a fingere per mascherare la sensazione di disagio quando veniamo infastidite (un buon thread in proposito qui); e l’idea dura a morire che ai ruoli di genere corrispondano precisi compiti nell’iniziare un approccio romantico, con l’uomo a inseguire e la donna a rifiutarsi almeno in un primo momento, perché a cedere subito sembrerebbe “una facile”. L’ovvia conseguenza è che un uomo si senta non solo autorizzato ma in qualche modo incoraggiato a ignorare un no; ed è qui che nasce a mio avviso quella profonda incomprensione che ha portato molti uomini, all’apice della discussione su #MeToo, a lamentarsi che ormai non si può più neanche flirtare: perché mentre le donne in generale tendono a interpretare il flirt come un tastare il terreno con una persona con cui è assodato esserci reciproco interesse, molti uomini lo vedono come il processo per convincere una donna non interessata che in realtà no, dai, non lo sai ancora ma ti piaccio.

Parlando specificamente di sesso, c’è un’ulteriore dimensione da considerare, ovvero l’idea che la comunicazione soprattutto verbale sia in qualche modo in antitesi con l’erotismo; o che, per dirla in maniera raffinata, un continuo blablabla te lo faccia ammosciare. Ora, è verissimo che una sessione di attività ginnica da camera non sia il momento migliore per dimostrare di avere una memoria prodigiosa recitando le vite dei filosofi uzbeki del XVI secolo; ma il sesso della vita reale non è quello da film in cui magicamente il lui e la lei di turno si strappano i vestiti di dosso, piombano sul letto, si rivoltano per un po’ e hanno orgasmi simultanei senza mai pronunciare una sola parola. Nella vita reale un minimo di comunicazione logistica è necessario e assicurarsi che la/e persona/e con cui ci si sta divertendo si stia/no, appunto, ancora divertendo fa parte di questa comunicazione di base. Sottolineo l’ancora perché un ulteriore aspetto del concetto di consenso che trovo non venga discusso abbastanza è che non viene espresso liberamente e validamente una volta per tutte, ma può essere ritirato in qualsiasi momento. Uno dei migliori riassunti del dibattito che abbia mai letto partiva proprio da questo punto e diceva più o meno: “Prova a infilargli un dito su per il cxxo senza preavviso mentre lo state facendo e noterai che capisce benissimo che cosa significhi ritirare il consenso”.

Anche in una sfera tanto privata come quella sessuale ovviamente scontiamo il peso di una marea di condizionamenti socio-culturali: le donne spesso sono riluttanti a dare indicazioni esplicite su ciò che (non) ci piace, in parte perché lo slut shaming è sempre dietro l’angolo e in parte perché ci viene inculcato che uno dei nostri compiti a letto è rassicurare il partner sulla sua prestazione (vedasi anche alla voce simulazione dell’orgasmo). Chiaro che la cosa non incoraggia un franco “Questo non mi piace, fermiamoci un attimo”.

Ciò detto, resto del parere che non diventiamo misteriosamente incapaci di comunicare in maniera selettiva e che in generale gli uomini siano perfettamente in grado di essere proattivi, verificare il consenso di una donna a ogni stadio dell’interazione, e rispettare l’eventuale scelta di sospenderlo. Il che ci lascia ovviamente a concludere che chi molesta o stupra non lo fa perché ha male interpretato un messaggio, ma perché lo ha ignorato, e questo vale anche per la famosa zona grigia degli atteggiamenti “male interpretati”: per esempio, gli uomini che si lamentano di avere paura di fare “un innocuo complimento” a una collega sanno capire benissimo se quel complimento è effettivamente tale o meno. Basta chiedergli se lo farebbero anche a un uomo.

Ci sono speranze? L’ottimista in me (sì, ce n’è una, anche se ben nascosta) direbbe che ne abbiamo eccome: in fondo è quasi tutta questione di educazione e i risultati ottenuti da quei Paesi che hanno introdotto un esauriente curriculum di educazione sessuale e alle relazioni sono alquanto incoraggianti. Ma guardando al desolante panorama politico italiano di questo periodo non ho molte ragioni per essere ottimista, perché dal tono e dal contenuto del dibattito è chiaro che ci stiamo muovendo praticamente nella direzione opposta a quella in cui dovremmo andare. Se progresso ci sarà, non sarà per mano di chi avrebbe i mezzi per accelerarlo e sostenerlo dall’alto, ma verrà dal basso; e tutti noi dobbiamo cercare di fare la nostra parte.

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Aborto e filosofia – Precisazioni

Riassunto delle ultime puntate: ho scritto un post sull’ennesimo attacco ai diritti delle donne, un blogger insoddisfatto dal suddetto ha scritto una replica a cui mi ha invitata a rispondere, cosa che ho fatto qui. Oggi ha postato un’ulteriore risposta, che onestamente mi ha lasciata perplessa perché non capisco se sia stata scritta in malafede o semplicemente senza avere compreso il senso dei miei post precedenti. Faccio qui un paio di precisazioni, e con questo chiudo il trittico di post sull’argomento.

Nel primo scambio avuto con questo blogger ho ragionato partendo dal presupposto che condividessimo l’idea di base, e cioè: l’aborto è una procedura medica a cui ogni donna deve poter accedere senza problemi in seguito a una libera scelta che non deve giustificare a nessuno. Invece mi rendo conto che il mio interlocutore approccia il discorso in maniera diversa, il che è interessante: perché se da una rapida scorsa al suo blog mi pare di capire che sia ateo e antireligioso, il suo discorso sull’aborto resta inquadrato nel frame imposto dalla dottrina cattolica – il che la dice lunga su quanto il nostro pensiero debba ancora liberarsi da certi condizionamenti.

In particolare, scrive: “[S]iccome il feto viene considerato una persona, dopo 90 giorni il suo diritto alla vita ha la precedenza sul diritto della madre all’autodeterminazione. […] In conclusione, che cos’è una persona? Ovvero: da quale momento in poi e perché un essere umano deve godere del diritto prioritario alla vita, tanto da prevalere sul diritto alla libertà di altri esseri umani?”. Ecco, queste frasi derivano dal dogma cattolico per cui la vita inizia al concepimento e in base al quale la discussione sull’aborto che ha portato alla stesura della 194 è stata e ahimè viene tuttora impostata in termini di presunto diritto alla vita vs diritto all’autodeterminazione. L’autore risolve questo supposto conflitto assumendo che, in Italia, il secondo venga meno dopo 90 giorni perché questo dice la legge.

Il fatto è che questa posizione l’avevo già ampiamente rigettata nei miei post precedenti (nonché in ogni occasione in cui ho scritto di aborto): il (presunto) diritto alla vita del feto non rileva, perché nessuno di noi ha diritto a usare il corpo di un’altra persona senza consenso – il che fra l’altro è il motivo per cui la donazione di tessuti e organi si fa solo dietro consenso, e lo stupro è reato (per approfondire consiglio la lettura di Judith Jarvis Thomson, in particolare il famoso esempio del violinista). Continuare a parlare di “diritto prioritario alla vita” che prevarrebbe addirittura su quello “alla libertà di altri esseri umani” è possibile, come dicevo all’inizio, solo se in malafede o per scarsa comprensione del testo.

Approcciare la questione dell’accesso sicuro all’aborto come un dibattito filosofico su opposti diritti significa di fatto accettare una premessa di derivazione cattolica. Il femminismo inquadra invece giustamente la questione come una di diritto fondamentale all’autodeterminazione e alla salute riproduttiva. È per questo che non ho intenzione di proseguire oltre lo scambio con la persona in questione (come del resto rifiuto un “dibattito” che non può essere tale con gli anti-choicers): perché spostare il focus del discorso dai diritti fondamentali delle donne per farsi paladini di una categoria di terzi* significa negare l’importanza di quei diritti e non riconoscere che non possono essere oggetto di dibattiti in astratto. E non sono tenuta ad avere pazienza con chi pensa che la mia piena umanità sia solo un’interessante disputa filosofica.

 

*Come fa notare la filosofa Kate Manne nel recente Down girl: the logic of misogyny, è molto conveniente per i difensori dei “diritti” del feto farsi portatori degli interessi di una categoria di esseri non senzienti che non possono smentire alcuno dei loro argomenti. Consiglio caldamente la lettura del libro, che non tratta solo di aborto ma di diritti delle donne in maniera più ampia.

Diritto all’aborto – Non lasciamoci distrarre dalla retorica anti-choice

Questa settimana a Roma è comparso un poster gigante con la foto di un embrione corredata da didascalie quali “Questo eri tu a undici settimane, i tuoi organi erano già formati… e sei qui [musica drammatica] perché tua mamma non ti ha abortito [bam bam bam]”. Il poster, commissionato dall’associazione anti-choice ProVita, ha scatenato parecchie polemiche; e devo confessare di essere rimasta insoddisfatta dal modo in cui i pro-choicers hanno risposto finora. Credo che dobbiamo e possiamo fare meglio, perché ci lasciamo abbindolare ancora da trappole retoriche che dovremmo invece avere imparato a evitare da tempo.

Il senso di colpa: inevitabilmente, una delle proteste più immediate è stata “Quel poster alimenta il senso di colpa di chi si è trovata costretta ad abortire, non ci pensate a quelle donne?”. Certo che ci pensano, fratello. Lo scopo ultimo di quel poster è esattamente quello di far sentire in colpa le donne che abbiano esercitato la propria autonomia riproduttiva, e ricattare moralmente in anticipo quelle che un giorno si potrebbero trovare nella stessa situazione (cioè grossomodo tutte noi). Far notare la pelosità della cosa significa sostanzialmente congratulare ProVita sulla riuscita della sua campagna del terrore. Ma, e qui andiamo su terreno delicato, non dobbiamo per forza inquadrare la cosa in quest’ottica. Quando si cerca di smontare un argomento è importante non permettere alla controparte di decidere quale sia il frame di riferimento: in questo caso, parlando di senso di colpa accettiamo automaticamente la premessa di ProVita che l’aborto sia un atto orribile per sua stessa natura, e che qualsiasi donna ne abbia uno lo faccia perché senza alternative e ci perda il sonno ogni notte per il resto della sua vita. Ma se facessimo un passo indietro vedremmo che questa idea è in gran parte una conseguenza del modo stesso in cui impostiamo il dibattito. Nessuno vuole ovviamente negare il fatto che la decisione di rimuovere un embrione dal proprio corpo richieda più deliberazioni di quella di mettersi a dieta; ma esercitare il diritto all’autodeterminazione di per sé non dovrebbe essere tanto controverso. Quello che rende la decisione di ricorrere a un’IVG più difficile è proprio il contesto in cui chi la prende viene ostacolata, stigmatizzata e colpevolizzata a ogni passo, e questo nonostante tutte le ricerche puntino decisamente nella direzione opposta – se trattato come la normale procedura medica che è, di per sé l’aborto non lascerebbe alcun trauma indelebile.

No: “E le poverette che hanno dovuto abortire e ci pensano già tutti i giorni? Come si sentiranno in colpa a vedere quel poster!”.

Sì: “Complimenti per la campagna splatter, ma qualsiasi donna ha diritto di prendere la decisione se abortire o meno senza interferenze, e ha diritto ad appoggio e rispetto dopo averla presa, specie se è stata difficile”.

I casi particolari: questo è, lo confesso, un argomento che mi irrita particolarmente. In ogni discussione sull’aborto c’è sempre un pro-choice che tira fuori con le migliori intenzioni del mondo la donna rimasta incinta dopo uno stupro o quella che vive quasi in mezzo a una strada e non saprebbe come sfamare un figlio. Lo dico senza tanti giri di parole: è un pessimo argomento. Uno dei principi della retorica è quello per cui, quando si intenda smontare una posizione della controparte, lo si debba fare attaccandone la versione “completa” e più robusta, in modo da toglierla di mezzo definitivamente. Se iniziamo dai casi particolari e dalle eccezioni, invece (la ragazzina troppo giovane per avere figli, la vittima di stupro), lasciamo sostanzialmente inalterato l’argomento centrale, quando addirittura non finiamo per rinforzarlo; perché dire “Ma in caso di stupro dovrebbe essere permesso” si legge facilmente come “In generale no”. Ribadiamolo ancora perché mi pare che ce ne sia bisogno: essere pro-choice significa supportare il diritto di ogni donna (che ci stia simpatica o no) all’accesso all’aborto sicuro, indipendentemente dal fatto di essere d’accordo con lei sui motivi per cui lo sceglie.

No: “Non puoi opporti all’aborto anche in caso di X!”.

Sì: “Non puoi opporti alla libertà di scelta, e le ragioni per cui una donna decide di abortire non sono fatti tuoi. Mai”.

I falsi scientifici: su questo punto sono combattuta. È sicuramente vero che molte delle campagne anti-choice sono incentrate sull’uso di immagini da film horror di serie Z, con bambolotti sanguinolenti spacciati per embrioni di otto settimane, e che il clamoroso falso scientifico non possa essere lasciato passare. Ma sono abbastanza scettica sull’opportunità di perderci troppo tempo, perché lo scopo di quelle immagini non è divulgare o fare (dis)informazione, bensì provocare una reazione emotiva. Penso che un compromesso accettabile possa essere quello di far notare il falso e riportare poi l’attenzione sul fulcro del ragionamento: il punto non è la velocità a cui crescono le unghie di un embrione, ma il fatto che, finché è in utero e quindi tecnicamente parassita di un altro corpo, è la persona che possiede quest’ultimo a decidere se vuole metterlo a disposizione o meno.

No: “Quello non è un embrione a undici settimane, quello è un feto di otto mesi!”.

Sì: “Wow, congratulazioni, il tuo Photoshop vincerà sicuramente un premio al prossimo concorso Falsi scientifici alla Dario Argento. Peccato che non modifichi minimamente la situazione: l’embrione/feto, come del resto ciascuno di noi già nati, non ha alcun diritto a utilizzare il corpo di un’altra persona senza consenso”.

In Italia siamo ancora al Medioevo: per quanto riguarda i diritti delle donne questo è vero, verissimo. Ma se fate attenzione vedrete che i diritti riproduttivi sono sotto attacco ovunque: negli Stati Uniti, dove un’ondata di leggi restrittive sta rendendo praticamente impossibile non solo l’accesso all’aborto sicuro, ma anche agli anticoncezionali; in Polonia, dove le conquiste degli ultimi anni sono state cancellate su richiesta dei vescovi locali; in Germania, dove ancora non è stata abrogata la legge degli anni Trenta che rende perseguibile il semplice fornire informazioni sull’IVG; in Irlanda, dove il 25 maggio si voterà sulla possibile abrogazione dell’ottavo emendamento della Costituzione, prima tappa verso l’ahimè niente affatto scontato riconoscimento della piena umanità di metà della popolazione; e sto citando solo i casi più recenti o più noti. Penso che anche per questo sia importante inquadrare il fenomeno degli anti-choicers per quello che è: una sacca di fanatica resistenza all’emancipazione della donna, i cui argomenti restano sostanzialmente gli stessi da Paese a Paese; un gruppo di persone che nascondono l’odio per le donne dietro un presunto interesse alla difesa “della vita” (intesa solo come concepimento). È importantissimo che non gli lasciamo imporre la loro distorta visione delle cose. Il diritto all’aborto sicuro va difeso e riaffermato perché, molto semplicemente, le donne sono esseri umani, e disporre liberamente del nostro corpo è uno dei nostri diritti fondamentali.

Finali rovesciati e dibattiti mancati: il femminismo di Carmen

Eppure a me sarebbe piaciuto discutere del finale cambiato di Carmen. Se il sindaco Nardella non ne avesse twittato, molto probabilmente ne avrebbero parlato solo i melomani divisi dall’eterno dibattito purismo-contro-innovazione. L’uscita di Nardella, sicuramente astuta quanto a tempistica e tema, ha in un certo senso precluso in partenza uno scambio serio, visto che avversari e sostenitori se ne sono inevitabilmente impadroniti per attaccarla o difenderla indipendentemente dal merito; così da un lato abbiamo scoperto molti insospettabili fautori della fedeltà all’opera originale sempre e comunque (mi divertirebbe molto vedere le loro facce nello scoprire che Il lago dei cigni praticamente non ha un finale universalmente riconosciuto, e che lo stesso libretto originale di Carmen non è sfuggito a rimaneggiamenti anche pesanti); dall’altro abbiamo letto plausi entusiasti quanto ingiustificati alla coraggiosa scelta di rivisitare un’opera “in chiave femminista”. Ed è di appunto questo che mi sarebbe piaciuto discutere.

Sento parlare spesso di arte “femminista” e mi piacerebbe chiedere a chi lo fa in base a quali criteri decide se apporre il bollino o meno. Perché mi pare che quasi sempre il discrimine sia la presenza di una donna in ruoli importanti (autrice, regista) o del mitico “personaggio femminile forte”, cioè una donna che ha atteggiamenti stereotipicamente maschili (non piange, si veste di pelle, sa fare a pugni, eccetera eccetera). Mi spiace essere la solita precisina rovina-tutto, ma quello non ne fa automaticamente un lavoro femminista; e, a ben guardare, non è nemmeno il nocciolo della questione.

Il punto non è se una determinata opera d’arte sia o no “femminista”: affrontare la questione in questi termini è riduttivo e trasforma un dibattito potenzialmente molto interessante in una discussione sterile, perché a ben guardare si troverà sempre qualcosa che non soddisfa i misteriosi criteri per assegnare il bollino (non fosse altro perché non ci siamo ancora messi d’accordo sui suddetti). Il punto è che cosa il femminismo possa dirci su una determinata opera quando lo usiamo come lente interpretativa.

È un film che conferma gli stereotipi sulle donne a caccia di un marito per non dover lavorare? Una canzone che denuncia la violenza domestica? È un libro con una protagonista appartenente a una minoranza etnica che mostra gli effetti dell’intersezione tra sessismo e razzismo? Un lavoro teatrale che mette in scena il problema dell’oggettificazione del corpo femminile? Cerca di demolire i luoghi comuni sui ruoli di genere o contribuisce a perpetuarli? Mostra modelli alternativi ai rapporti uomo-donna ingabbiati dalle norme obsolete del patriarcato, o le sue eroine sono le stesse ritrite svenevoli dell’epoca vittoriana?

Queste sono le domande interessanti che avremmo potuto porci a proposito di Carmen e del suo finale rovesciato. Ha senso dire che la protagonista di un’opera bandita da Parigi per anni per “immoralità”, una donna che cerca di vivere liberamente i propri sentimenti, ha bisogno di uccidere per non essere vittima? E d’altro canto, ha senso ridicolizzare a prescindere una storia in cui una donna riesce finalmente a sfuggire alla violenza maschile e il suo valore simbolico per tutte quelle che invece non hanno ottenuto giustizia dopo una molestia, un’aggressione, una discriminazione? Ricordo ancora la scarica di adrenalina e il senso di “Ah! Finalmente” delle scene finali di Enough (un film che non ha fatto la storia del cinema né lo meritava), in cui la protagonista dopo aver cercato invano per un’ora e mezza di sfuggire al marito violento gli tende un agguato a casa e lo pesta come un pinolo. L’ho preso come un incoraggiamento a farmi giustizia da sola? Chiaro che no. Ho trovato confortante l’idea che ogni tanto, da qualche parte, un uomo violento paghi le conseguenze dei propri abusi? HELL YES.

È davvero un peccato che con Carmen abbiamo solo sfiorato questi temi senza approfondirli; in un certo senso, è un buon esempio di quello che non va con il discorso sui diritti delle donne in Italia. Saltiamo da un episodio all’altro senza collegarli, senza sforzarci di vedere e capire il quadro nella sua interezza: a quel punto è logico che al massimo riusciamo a cambiare solo il finale di un’opera. Nella vita reale, neppure quello.

Qualcosa sta cambiando? Riflessioni un po’ stanche sulle molestie sessuali

Le ultime settimane sono state un susseguirsi di rivelazioni a proposito di molestie perpetrate da produttori, attori, politici, comici… sembra che una diga sia crollata e che ovunque ci giriamo salti fuori un nome illustre. Per quanto felice possa essere di vedere finalmente esposti uomini che hanno abusato del proprio potere in questo modo e per così tanto tempo, molte delle conversazioni che ho avuto o a cui ho assistito in merito mi hanno lasciata parecchio scoraggiata. È uno di quei momenti in cui mi pare che stiamo girando in tondo, che proprio quando avremmo finalmente un’occasione per cambiare le cose in meglio continuino a saltare fuori riflessi che dovremmo aver abbandonato da tempo. Una carrellata.

Perché proprio ora? Perché tutte/i insieme?

Questa reazione complottista mi farebbe anche ridere pensando alle scie chimiche, se non fosse che l’ho sentita pure da persone intelligenti e genuinamente convinte di essere anti-sessiste. Il fatto è questo: primo, in tutte le storie che stanno venendo fuori a proposito di Harvey Weinstein, Kevin Spacey, Louis C.K., parlamentari britannici assortiti… le vittime non stanno parlando ora per la prima volta. Varie persone vicine ai perpetratori hanno ammesso di essere a conoscenza di quello che succedeva, e di essersi sostanzialmente girate dall’altra parte. Secondo, se si parla di cultura dello stupro non è per caso: quando si normalizzano l’oggettificazione della donna e l’idea che un corpo femminile in uno spazio pubblico sia più o meno liberamente accessibile (“È solo un pizzicotto”, “Quante storie per un abbraccio”), è difficile per una donna vittima di molestie, specie se giovane, realizzare subito e pienamente quanto le è accaduto; non parliamo poi di trovare la forza per parlarne pubblicamente. Ed è per questo che – terzo – le denunce stanno arrivando a grappoli: perché quando qualcuna finalmente fa il primo passo, decine di altre donne realizzano finalmente di non essere sole. E pure in quel caso non è per niente facile.

Che cosa ci guadagnano?

Altro commento che mi ha fatto cascare le braccia. Mi devono spiegare che accidenti di vantaggio ci sia mai a denunciare uno stupro. Sento alcuni dire che “adesso otterrà inviti in televisione, rilascerà interviste, sarà al centro dell’attenzione” e mi viene da dire “Ma vi sentite parlare?”. Non credo sia chiaro a queste persone che tipo di attenzione stanno ricevendo le donne e gli uomini che hanno denunciato le violenze subite: la loro vita privata data in pasto al pubblico, una tonnellata di melma gratuita, minacce assortite. Pensate davvero che ci siano donne che si svegliano una mattina e decidono “Ma sì, dai, mi lancio nell’occhio del ciclone per un po’ di fama”? Che pensano seriamente di fare i soldi legando per sempre la prime dieci pagine dei risultati di Google con il loro nome a “violentata da Tizio”? Per favore.

Vite rovinate

Varianti del commento precedente includono “Non si può rovinare la vita di qualcuno con accuse non provate” e “Se davvero hai subito violenza la devi denunciare in tribunale, non in TV”. Allora. Chi ancora pensa che lo standard di presunzione di innocenza applicato nei tribunali debba funzionare in maniera identica anche fuori può andare a leggersi questo; chi crede che denunciare uno stupro sia un’ineluttabile responsabilità invece questo. Qui vorrei limitarmi a far notare che fino a oggi uomini famosi rovinati da false accuse di stupro non se ne vedono, e che anzi si verifica esattamente il contrario: Woody Allen, Bill Cosby, Casey Affleck vi dicono nulla? Uno dei commenti al caso Weinstein che mi hanno colpita di più è quello degli insider di Hollywood che si sono detti scioccati dal fatto che stavolta le accuse vengano prese sul serio e abbiano conseguenze concrete: come a dire che finora le cose andavano in maniera alquanto differente.

Anche per questo è futile lamentarsi del fatto che molte donne non denuncino: tralasciando per un attimo l’importantissimo fattore della paura di perdere il lavoro ed essere bollata a vita come una che crea problemi, parlare spesso non ha alcuna conseguenza per il colpevole. Nel caso delle molestie subite dalle dipendenti di parlamentari Tory di Westminster, pare che le denunce note al Whips Office siano state usate esclusivamente per tenere in riga quei deputati altrimenti riluttanti a seguire una certa linea di voto. Pensate che una donna indecisa se segnalare o meno una molestia si sentirà incoraggiata da un atteggiamento dal genere? Nemmeno io.

I tempi sono cambiati, c’è chi sbaglia senza capirlo

Nel caso di uomini di una certa età o di denunce per fatti risalenti magari a vent’anni fa, si è tentati di essere indulgenti: “Eh, ma una mano sul ginocchio della segretaria all’epoca la mettevano tutti, inutile mettere in croce qualcuno per una cosa che era ampiamente accettata”. Questo commento mi ricorda tanto il “Non si può giudicare la storia con gli standard odierni” che molti tirano fuori quando si parla di eredità del colonialismo, schiavitù, e statue di Cristoforo Colombo. Posizione apparentemente impeccabile, non si può ragionare in maniera retroattiva; il problema è che funziona solo perché prendiamo in considerazione esclusivamente gli standard del gruppo che domina la narrativa e che scrive la storia. Le donne molestate quindici o vent’anni fa sapevano benissimo che la mano sul sedere quando arrivavano a tiro era sbagliata; gli schiavi delle romantiche piantagioni di Rossella O’Hara sapevano benissimo che possedere esseri umani era sbagliato; gli indigeni cacciati dalle proprie terre e sterminati a migliaia sapevano benissimo che la violenza dei coloni europei era sbagliata. Solo che non avevano abbastanza voce per protestare. È questo a essere cambiato: le molestie sono sempre state inaccettabili, ma solo ora le donne hanno abbastanza visibilità da dire “Basta” con qualche probabilità di successo.

Sempre a proposito di storia, spesso si dice che gli ultimi colpi di coda di una dittatura siano i più sanguinosi, e può benissimo darsi che qualcosa stia cambiando davvero e che la resistenza al cambiamento avrà vita breve. Ma ora come ora non riesco a essere ottimista.

 

Il provincialismo tutto italiano degli agiografi di Hugh Hefner

La morte del fondatore di Playboy Hugh Hefner è stata seguita da una caterva di pezzi (scritti da uomini, ma che ve lo dico a fare) che ne celebrano il contributo allo smantellamento del puritanesimo americano e alla liberazione del corpo femminile. “Rivoluzionario” è l’aggettivo più (ab)usato dai suoi inconsolabili agiografi.

Non mi dilungo a spiegare quanto e perché questa visione di Hefner come “autentico femminista” sia, per dirla con un altro recente defunto famoso, una boiata pazzesca. Se non avete fatto i compiti, qui, qui, e qui trovate degli agili bignami. Quello che mi ha stupita è stato notare ancora una volta l’insuperabile provincialismo degli opinionisti e giornalisti italiani (uomini, ma che ve lo dico a fare), che si sono sperticati in lodi nostalgiche per il-vecchio-Hugh-che-ha-cambiato-le-nostre-vite. E non pensate che non mi sia venuto in mente che tanta di quella nostalgia probabilmente non è per il de cuius in sé, bensì per i loro anni da giovane maschio italico a cui Playboy permetteva di sentirsi anticonformista e spregiudicato per la modica cifra di qualche millelire.

Questi articoli amarcord si soffermano in genere sulla rivoluzione dei costumi operata da Hefner e sul suo contributo alla libera espressione della sessualità femminile, non dimenticando di menzionare che le fortunate prescelte come conigliette si sono sempre prestate liberamente – e chi siamo noi per sindacare quelle scelte?

Il problema non è tanto il fatto che nessuna di queste cose sia vera, quanto l’assoluta incapacità delle supposte migliori penne italiche di rendersene conto. Rivoluzionario? Hefner ha semplicemente proposto un tipo di oggettificazione femminile diversa come stile da quella dello stereotipo Anni Cinquanta, ma che rinforzava il ruolo di subordinazione della donna esattamente nello stesso modo. Per non parlare dell’identificazione della “tipica” bellezza femminile con la ristretta categoria delle donne bianche, di preferenza bionde e in generale fatte con lo stampino, nettamente predominanti tra le copertine di Playboy. Non c’è assolutamente nulla di rivoluzionario nel (continuare a) presentare un certo tipo di corpo femminile solo ed esclusivamente attraverso la lente dell’immaginario maschile, per soddisfare un consumatore uomo.

Libera espressione della sessualità femminile e abbattimento dei tabù puritani? Se davvero si vuole parlare di sessualità femminile allora andrebbero affrontati anche argomenti che sulle pagine di Playboy non si sono mai visti, e di cui Hefner si è sempre guardato bene dal parlare:

The denial of female sexuality is real. The insistence that female sexual pleasure doesn’t matter is of huge political significance. Yet anyone who really cared about that wouldn’t focus on telling young, large-breasted women to loosen up and open their legs. They’d focus on issues that prevent women of all ages from having happy, healthy, fulfilling sex lives. Issues such as FGM, birth injuries, vaginismus, post-menopausal dryness, the neglect of female bodies in medical research, the misrepresentation of non-penetrative sex as “not real sex” […]. Of course Hefner had little time for such things. The reason why? Because, like all ageing playboys defending their right to fuck silent women, he was really the one with hang-ups about sex, the one so terrified of female sexual and reproductive power he had to sanitise it in glossy magazine shoots, reducing real, live women to airbrushed skin and compliance.

Tra parentesi, agli agiografi di Hefner dev’essere sfuggito che pure se il suo obiettivo fosse stato quello di liberare l’America dal puritanesimo delle origini, qualcosa dev’essere andato storto visto che, per dire, in circa metà degli Stati Uniti è ancora vietato prendere il sole in topless; le tette vanno bene se photoshoppate in copertina a uso e consumo maschile, non se una donna decide di farle abbronzare (e non fatemi parlare di chi ha bisogno dei sali se vede una donna allattare in pubblico, perché finisce male).

Infine, ho letto parecchi mettere le mani avanti in caso a qualche noiosa femminista venisse in mente di fargli notare quello di cui sopra, al grido di “Nessuno ha mai costretto le donne che nel corso degli anni sono diventate conigliette, nessuna è stata danneggiata”. Questo argomento è inesatto per almeno due motivi: primo, la coercizione non si esprime solamente con una costrizione fisica, ma spesso si manifesta in maniera molto più insidiosa con un rapporto di potere asimmetrico – esattamente quello che legava il magnate alle “sue” ragazze. E dubito che tutte le aspiranti conigliette, molte delle quali piuttosto giovani, sapessero in anticipo che vivere con Hefner avrebbe comportato abitare in una casa recintata con coprifuoco obbligatorio alle nove e divieto di invitare amici, girare in mezzo agli escrementi di cane, e non poter usare alcuna protezione durante i rapporti sessuali con il padrone di casa. Può essere davvero una libera scelta, quando non è neppure adeguatamente informata? (Tra parentesi, “libera scelta” è lo stesso mantra invocato nel caso ancora in corso delle giovani che il cantante R Kelly è stato accusato di avere sequestrato; magari sarebbe il caso di esaminarla un po’ più da vicino, questa libertà).

Ma anche se di libera scelta effettivamente si fosse trattato in ogni singolo caso (e dalle testimonianze di alcune delle ex conigliette credo si possa affermare senza troppi problemi che così non è), c’è un secondo motivo per cui l’argomento “Libera scelta nessun danno” è problematico: nessuno di noi vive in un vuoto pneumatico in cui le nostre scelte hanno effetto solo su noi stessi. La decisione di apparire al fianco di Hefner e sulle copertine di Playboy ha comunque avuto l’effetto di continuare a perpetuare stereotipi misogini e profondamente dannosi per le donne in generale, e non mi pare un concetto difficile da capire; eppure, chissà come mai, gli uomini che ho letto in questi giorni non ci sono arrivati. Viene quasi da pensare che non gli interessi andare al di là della copertina.

Doctor Who e diversità: breve analisi dell’homo lagnosus

L’annuncio che il tredicesimo Doctor Who dell’omonima serie BBC sarà interpretato da Jodie Whittaker ha fatto uscire allo scoperto moltissimi esemplari di homo lagnosus, quegli uomini insicuri incapaci di rassegnarsi all’idea che la cultura popolare si apra alle donne e alla diversità in generale. L’ultima volta che avevo letto piagnistei di questa intensità era stato per il reboot al femminile di Ghostbusters, a proposito del quale ricordo ancora la perla “Mi ha rovinato l’infanzia” (retroattivamente, si presume. Passategli un fazzoletto).

Ora, dal momento che siamo nel XXI secolo e persino l’homo lagnosus si rende conto di non poter più semplicemente dire “Donne? Blah!”, di solito ricorre a uno o più dei seguenti pseudo-argomenti, grazie ai quali possiamo identificare tre sottogruppi di lagnosus.

Lagnosus a politicamente correcto impositus

Questo tipo di lagnosus ama denunciare le “forzature” a suo avviso frutto di quella deriva del politicamente corretto che sembra essere diventata una piaga diffusa della nostra società; una cosa affascinante se si pensa che in effetti quello di politicamente corretto è un concetto inesistente inventato dalla destra americana negli anni Novanta, il che ne fa probabilmente uno degli straw men di maggior successo della storia.

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La sezione commenti del Daily Mail, fonte sicura di grandi soddisfazioni

Ma non divaghiamo: secondo il lagnosus impositus, questa “invasione” di personaggi femminili in film, serie televisive e persino (sacrilegio!) videogiochi altro non sarebbe che una forzatura autoimpostasi da produttori pusillanimi che ritengono di dover dare un contentino alle femministe per quieto vivere. La particolare ottusità di questo lagnosus gli impedisce di cogliere l’enorme potenziale di ampliamento del pubblico che un cast e storie maggiormente diversificate (sto parlando anche di personaggi di colore, LGBT, minoranze assortite) portano con sé; ma soprattutto gli impedisce di rendersi conto che il ragionamento va fatto esattamente al contrario, e che la diversificazione finalmente in atto va a correggere le distorsioni per cui la cultura popolare e l’intrattenimento sono stati e continuano a essere dominati da bianchi, in stragrande maggioranza uomini.

Distorsioni per cui si è sempre ritenuto normale che le parti chiave siano di default affidate agli uomini, e che basti un personaggio femminile buttato lì a riequilibrare le cose; per cui si considera naturale che una bambina si appassioni e si identifichi con eroi maschili, ma assolutamente preoccupante che un bambino voglia leggere Piccole donne; per cui non facciamo nemmeno caso a come il 50% circa del genere umano abbia appena il 27% dei dialoghi sullo schermo. Quella è la forzatura.

Lagnosus penuriae meriti suspiciosus

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Source: Facebook. Ovviamente

Particolarmente viscido, questo lagnosus millanta velleità di meritocrazia e insinua il dubbio che una donna selezionata per un particolare ruolo lo abbia ottenuto proprio grazie al suo essere donna, consentendo così ai produttori pusillanimi di cui sopra di presentarsi come campioni di progressismo e passando avanti a colleghi uomini più bravi di lei.

Essendo ignorante oltre che viscido, il suspiciosus non ha contezza di quel fenomeno chiamato unconscious bias e di cui ho scritto qui. TL;DR: è dimostrato fino alla nausea che tutti noi tendiamo inconsciamente a percepire una donna come meno esperta e abile rispetto a un uomo, un nero rispetto a un bianco, una persona sovrappeso rispetto a una magra, eccetera eccetera.

Di conseguenza insinuare che la selezione di una donna sia favorita dal suo genere e indipendente dal merito è innanzitutto miope, perché molto probabilmente non si stanno valutando pienamente le sue competenze; e pure fuorviante, perché sembra basarsi sull’assunto che, invece, quando un uomo ottiene un determinato lavoro è sempre per una scelta basata su un’obiettiva e accurata valutazione delle sue competenze (*cough* Trump *cough cough cough*).

Lagnosus litteratus historicis cum ambitionibus

Questo lagnosus si specializza di solito nel difendere la selezione di attori e personaggi che gli assomiglino e in cui si possa ritrovare senza troppo sforzo (cioè maschi bianchi) ammantandola con una presunta preoccupazione per il rispetto della verità storica e del canone di una saga.

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Accidenti, lettore del Daily Mail, a te non la si fa

È forse inutile sottolineare che l’accuratezza delle ricostruzioni e la fedeltà al materiale originale non siano mai una sua preoccupazione quando la “licenza poetica” è la scelta di un’attrice bianca per interpretare il personaggio di un anime o di un attore pure bianco per il ruolo di Otello (sic). Ma non appena si ventila l’ipotesi di un attore nero per il ruolo di James Bond, o attori di colore lamentano l’esclusione dai casting di qualsiasi opera ambientata in epoche storiche, ecco che il litteratus si riscopre professore e si lancia a spada tratta in difesa dell’accuratezza storica. In un certo senso va invidiato il suo totale sprezzo per il ridicolo, visto che della storia reale non ha poi una gran conoscenza; per tacere della sua cecità selettiva di fronte a inesattezze ben più evidenti e sulle quali misteriosamente tace (la mia preferita all time: le depilazioni perfette di tutte i personaggi femminili in serie TV e film ambientati dalla Roma antica agli Anni Venti. Adorabili).

E non finisce qui…

A qualsiasi sottogruppo appartengano, tutti i lagnosi sono accomunati da quel tratto noto come incoerentia selectiva; una caratteristica che li spinge a rispondere “È solo un (tele)film/gioco, non prendertela troppo!” quando sentono una donna lamentarsi della scarsa presenza femminile nella cultura popolare, salvo esplodere come piccoli fuochi d’artificio capricciosi quando a essere “contaminato” dalla suddetta presenza femminile è il loro telefilm o videogioco del cuore.

In realtà in questo secondo caso hanno anche un minimo di ragione: non è mai “solo” un telefilm. Specialmente in un’epoca iperconnessa e globalizzata, la cultura di massa è un potentissimo veicolo di idee e contribuisce tantissimo a plasmare le nostre aspettative sul posto che ci spetta nel mondo; proprio per questa ragione è fondamentale che ciascuno di noi possa ritrovarsi nelle storie che vengono raccontate e nei personaggi che le animano. Fino a oggi, alla stragrande maggioranza di noi è stato richiesto di immedesimarsi in storie e personaggi non necessariamente vicini a noi e alle nostre esperienze di vita vissuta: una sorta di esercizio di empatia che non è poi francamente così terribile. Esattamente come ci siamo riusciti noi, ci possono benissimo riuscire anche i lagnosi di tutte le latitudini; anche perché, purtroppo per loro, il mondo continua a girare.