Il provincialismo tutto italiano degli agiografi di Hugh Hefner

La morte del fondatore di Playboy Hugh Hefner è stata seguita da una caterva di pezzi (scritti da uomini, ma che ve lo dico a fare) che ne celebrano il contributo allo smantellamento del puritanesimo americano e alla liberazione del corpo femminile. “Rivoluzionario” è l’aggettivo più (ab)usato dai suoi inconsolabili agiografi.

Non mi dilungo a spiegare quanto e perché questa visione di Hefner come “autentico femminista” sia, per dirla con un altro recente defunto famoso, una boiata pazzesca. Se non avete fatto i compiti, qui, qui, e qui trovate degli agili bignami. Quello che mi ha stupita è stato notare ancora una volta l’insuperabile provincialismo degli opinionisti e giornalisti italiani (uomini, ma che ve lo dico a fare), che si sono sperticati in lodi nostalgiche per il-vecchio-Hugh-che-ha-cambiato-le-nostre-vite. E non pensate che non mi sia venuto in mente che tanta di quella nostalgia probabilmente non è per il de cuius in sé, bensì per i loro anni da giovane maschio italico a cui Playboy permetteva di sentirsi anticonformista e spregiudicato per la modica cifra di qualche millelire.

Questi articoli amarcord si soffermano in genere sulla rivoluzione dei costumi operata da Hefner e sul suo contributo alla libera espressione della sessualità femminile, non dimenticando di menzionare che le fortunate prescelte come conigliette si sono sempre prestate liberamente – e chi siamo noi per sindacare quelle scelte?

Il problema non è tanto il fatto che nessuna di queste cose sia vera, quanto l’assoluta incapacità delle supposte migliori penne italiche di rendersene conto. Rivoluzionario? Hefner ha semplicemente proposto un tipo di oggettificazione femminile diversa come stile da quella dello stereotipo Anni Cinquanta, ma che rinforzava il ruolo di subordinazione della donna esattamente nello stesso modo. Per non parlare dell’identificazione della “tipica” bellezza femminile con la ristretta categoria delle donne bianche, di preferenza bionde e in generale fatte con lo stampino, nettamente predominanti tra le copertine di Playboy. Non c’è assolutamente nulla di rivoluzionario nel (continuare a) presentare un certo tipo di corpo femminile solo ed esclusivamente attraverso la lente dell’immaginario maschile, per soddisfare un consumatore uomo.

Libera espressione della sessualità femminile e abbattimento dei tabù puritani? Se davvero si vuole parlare di sessualità femminile allora andrebbero affrontati anche argomenti che sulle pagine di Playboy non si sono mai visti, e di cui Hefner si è sempre guardato bene dal parlare:

The denial of female sexuality is real. The insistence that female sexual pleasure doesn’t matter is of huge political significance. Yet anyone who really cared about that wouldn’t focus on telling young, large-breasted women to loosen up and open their legs. They’d focus on issues that prevent women of all ages from having happy, healthy, fulfilling sex lives. Issues such as FGM, birth injuries, vaginismus, post-menopausal dryness, the neglect of female bodies in medical research, the misrepresentation of non-penetrative sex as “not real sex” […]. Of course Hefner had little time for such things. The reason why? Because, like all ageing playboys defending their right to fuck silent women, he was really the one with hang-ups about sex, the one so terrified of female sexual and reproductive power he had to sanitise it in glossy magazine shoots, reducing real, live women to airbrushed skin and compliance.

Tra parentesi, agli agiografi di Hefner dev’essere sfuggito che pure se il suo obiettivo fosse stato quello di liberare l’America dal puritanesimo delle origini, qualcosa dev’essere andato storto visto che, per dire, in circa metà degli Stati Uniti è ancora vietato prendere il sole in topless; le tette vanno bene se photoshoppate in copertina a uso e consumo maschile, non se una donna decide di farle abbronzare (e non fatemi parlare di chi ha bisogno dei sali se vede una donna allattare in pubblico, perché finisce male).

Infine, ho letto parecchi mettere le mani avanti in caso a qualche noiosa femminista venisse in mente di fargli notare quello di cui sopra, al grido di “Nessuno ha mai costretto le donne che nel corso degli anni sono diventate conigliette, nessuna è stata danneggiata”. Questo argomento è inesatto per almeno due motivi: primo, la coercizione non si esprime solamente con una costrizione fisica, ma spesso si manifesta in maniera molto più insidiosa con un rapporto di potere asimmetrico – esattamente quello che legava il magnate alle “sue” ragazze. E dubito che tutte le aspiranti conigliette, molte delle quali piuttosto giovani, sapessero in anticipo che vivere con Hefner avrebbe comportato abitare in una casa recintata con coprifuoco obbligatorio alle nove e divieto di invitare amici, girare in mezzo agli escrementi di cane, e non poter usare alcuna protezione durante i rapporti sessuali con il padrone di casa. Può essere davvero una libera scelta, quando non è neppure adeguatamente informata? (Tra parentesi, “libera scelta” è lo stesso mantra invocato nel caso ancora in corso delle giovani che il cantante R Kelly è stato accusato di avere sequestrato; magari sarebbe il caso di esaminarla un po’ più da vicino, questa libertà).

Ma anche se di libera scelta effettivamente si fosse trattato in ogni singolo caso (e dalle testimonianze di alcune delle ex conigliette credo si possa affermare senza troppi problemi che così non è), c’è un secondo motivo per cui l’argomento “Libera scelta nessun danno” è problematico: nessuno di noi vive in un vuoto pneumatico in cui le nostre scelte hanno effetto solo su noi stessi. La decisione di apparire al fianco di Hefner e sulle copertine di Playboy ha comunque avuto l’effetto di continuare a perpetuare stereotipi misogini e profondamente dannosi per le donne in generale, e non mi pare un concetto difficile da capire; eppure, chissà come mai, gli uomini che ho letto in questi giorni non ci sono arrivati. Viene quasi da pensare che non gli interessi andare al di là della copertina.

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Doctor Who e diversità: breve analisi dell’homo lagnosus

L’annuncio che il tredicesimo Doctor Who dell’omonima serie BBC sarà interpretato da Jodie Whittaker ha fatto uscire allo scoperto moltissimi esemplari di homo lagnosus, quegli uomini insicuri incapaci di rassegnarsi all’idea che la cultura popolare si apra alle donne e alla diversità in generale. L’ultima volta che avevo letto piagnistei di questa intensità era stato per il reboot al femminile di Ghostbusters, a proposito del quale ricordo ancora la perla “Mi ha rovinato l’infanzia” (retroattivamente, si presume. Passategli un fazzoletto).

Ora, dal momento che siamo nel XXI secolo e persino l’homo lagnosus si rende conto di non poter più semplicemente dire “Donne? Blah!”, di solito ricorre a uno o più dei seguenti pseudo-argomenti, grazie ai quali possiamo identificare tre sottogruppi di lagnosus.

Lagnosus a politicamente correcto impositus

Questo tipo di lagnosus ama denunciare le “forzature” a suo avviso frutto di quella deriva del politicamente corretto che sembra essere diventata una piaga diffusa della nostra società; una cosa affascinante se si pensa che in effetti quello di politicamente corretto è un concetto inesistente inventato dalla destra americana negli anni Novanta, il che ne fa probabilmente uno degli straw men di maggior successo della storia.

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La sezione commenti del Daily Mail, fonte sicura di grandi soddisfazioni

Ma non divaghiamo: secondo il lagnosus impositus, questa “invasione” di personaggi femminili in film, serie televisive e persino (sacrilegio!) videogiochi altro non sarebbe che una forzatura autoimpostasi da produttori pusillanimi che ritengono di dover dare un contentino alle femministe per quieto vivere. La particolare ottusità di questo lagnosus gli impedisce di cogliere l’enorme potenziale di ampliamento del pubblico che un cast e storie maggiormente diversificate (sto parlando anche di personaggi di colore, LGBT, minoranze assortite) portano con sé; ma soprattutto gli impedisce di rendersi conto che il ragionamento va fatto esattamente al contrario, e che la diversificazione finalmente in atto va a correggere le distorsioni per cui la cultura popolare e l’intrattenimento sono stati e continuano a essere dominati da bianchi, in stragrande maggioranza uomini.

Distorsioni per cui si è sempre ritenuto normale che le parti chiave siano di default affidate agli uomini, e che basti un personaggio femminile buttato lì a riequilibrare le cose; per cui si considera naturale che una bambina si appassioni e si identifichi con eroi maschili, ma assolutamente preoccupante che un bambino voglia leggere Piccole donne; per cui non facciamo nemmeno caso a come il 50% circa del genere umano abbia appena il 27% dei dialoghi sullo schermo. Quella è la forzatura.

Lagnosus penuriae meriti suspiciosus

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Source: Facebook. Ovviamente

Particolarmente viscido, questo lagnosus millanta velleità di meritocrazia e insinua il dubbio che una donna selezionata per un particolare ruolo lo abbia ottenuto proprio grazie al suo essere donna, consentendo così ai produttori pusillanimi di cui sopra di presentarsi come campioni di progressismo e passando avanti a colleghi uomini più bravi di lei.

Essendo ignorante oltre che viscido, il suspiciosus non ha contezza di quel fenomeno chiamato unconscious bias e di cui ho scritto qui. TL;DR: è dimostrato fino alla nausea che tutti noi tendiamo inconsciamente a percepire una donna come meno esperta e abile rispetto a un uomo, un nero rispetto a un bianco, una persona sovrappeso rispetto a una magra, eccetera eccetera.

Di conseguenza insinuare che la selezione di una donna sia favorita dal suo genere e indipendente dal merito è innanzitutto miope, perché molto probabilmente non si stanno valutando pienamente le sue competenze; e pure fuorviante, perché sembra basarsi sull’assunto che, invece, quando un uomo ottiene un determinato lavoro è sempre per una scelta basata su un’obiettiva e accurata valutazione delle sue competenze (*cough* Trump *cough cough cough*).

Lagnosus litteratus historicis cum ambitionibus

Questo lagnosus si specializza di solito nel difendere la selezione di attori e personaggi che gli assomiglino e in cui si possa ritrovare senza troppo sforzo (cioè maschi bianchi) ammantandola con una presunta preoccupazione per il rispetto della verità storica e del canone di una saga.

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Accidenti, lettore del Daily Mail, a te non la si fa

È forse inutile sottolineare che l’accuratezza delle ricostruzioni e la fedeltà al materiale originale non siano mai una sua preoccupazione quando la “licenza poetica” è la scelta di un’attrice bianca per interpretare il personaggio di un anime o di un attore pure bianco per il ruolo di Otello (sic). Ma non appena si ventila l’ipotesi di un attore nero per il ruolo di James Bond, o attori di colore lamentano l’esclusione dai casting di qualsiasi opera ambientata in epoche storiche, ecco che il litteratus si riscopre professore e si lancia a spada tratta in difesa dell’accuratezza storica. In un certo senso va invidiato il suo totale sprezzo per il ridicolo, visto che della storia reale non ha poi una gran conoscenza; per tacere della sua cecità selettiva di fronte a inesattezze ben più evidenti e sulle quali misteriosamente tace (la mia preferita all time: le depilazioni perfette di tutte i personaggi femminili in serie TV e film ambientati dalla Roma antica agli Anni Venti. Adorabili).

E non finisce qui…

A qualsiasi sottogruppo appartengano, tutti i lagnosi sono accomunati da quel tratto noto come incoerentia selectiva; una caratteristica che li spinge a rispondere “È solo un (tele)film/gioco, non prendertela troppo!” quando sentono una donna lamentarsi della scarsa presenza femminile nella cultura popolare, salvo esplodere come piccoli fuochi d’artificio capricciosi quando a essere “contaminato” dalla suddetta presenza femminile è il loro telefilm o videogioco del cuore.

In realtà in questo secondo caso hanno anche un minimo di ragione: non è mai “solo” un telefilm. Specialmente in un’epoca iperconnessa e globalizzata, la cultura di massa è un potentissimo veicolo di idee e contribuisce tantissimo a plasmare le nostre aspettative sul posto che ci spetta nel mondo; proprio per questa ragione è fondamentale che ciascuno di noi possa ritrovarsi nelle storie che vengono raccontate e nei personaggi che le animano. Fino a oggi, alla stragrande maggioranza di noi è stato richiesto di immedesimarsi in storie e personaggi non necessariamente vicini a noi e alle nostre esperienze di vita vissuta: una sorta di esercizio di empatia che non è poi francamente così terribile. Esattamente come ci siamo riusciti noi, ci possono benissimo riuscire anche i lagnosi di tutte le latitudini; anche perché, purtroppo per loro, il mondo continua a girare.

Femminismo (puntini sulle i)

Anche quest’anno per l’otto marzo avrei potuto propinarvi uno dei miei post classici – dopotutto non è che manchino gli argomenti quando si parla di diritti delle donne; ma ultimamente il modo in cui affrontiamo questo discorso in generale mi rende sempre più insofferente. Per cui invece del post ragionato e documentato, mi spiace, vi beccate lo sfogo.

Sono sempre stata una grande sostenitrice dell’idea che si dovrebbe parlare solo di ciò che si conosce almeno un minimo; dell’idea che nessuno ha diritto alla propria opinione punto, bensì a un’opinione informata. Salvo improvvise conversioni sulla via di Damasco, su questo blog non troverete mai post che trattano di fisica quantistica, uncinetto, cricket, cucina congolese o musica tibetana, per una ragione semplicissima: non ne so una beata ceppa.

Il femminismo è allo stesso tempo un’ideologia e un movimento politico-sociale: come tutte le ideologie, come tutti i movimenti, non è monolitico ma sfaccettato e complesso. La voluta incomprensione del pensiero e delle rivendicazioni femministe da parte di chi vi si oppone è vecchia quanto il movimento stesso, e non c’è da stupirsene. Quello dello straw man è un giochino retorico piuttosto comodo usato in un gran numero di discussioni a proposito degli argomenti più disparati, non solo nel dibattito sul femminismo.

Quello a cui mi rendo conto di essere sempre più intollerante, invece, sono la pigrizia e la superficialità di chi di femminismo parla senza cognizione di causa; e sono tantissimi. A ben vedere è significativo il fatto stesso che questo accada – come dice il nome stesso, è roba da donne, quindi non può essere granché complicata e chiunque può dire la sua. Oltretutto è risaputo che da sole non sapremmo trovare nemmeno l’acqua in mare, per cui ben vengano quegli uomini così volenterosi da aiutarci a farlo funzionare, questo femminismo (nota: non sto dicendo che gli uomini non abbiano spazio alcuno nel movimento femminista. È anche questo un discorso complesso che merita un post dedicato).

Cari parlatori-di-femminismo-a-vanvera, ho una brutta notizia per voi: la vostra opinione non serve a niente e non interessa a nessuno. Se non avete ben chiara nemmeno la distinzione tra prima, seconda e terza ondata, se non conoscete la differenza tra feminism e womanism, se non sapete citare neppure un paio di autrici femministe senza usare Google e soprattutto se non le avete mai lette… tacete. Insistendo per darci il vostro punto di vista su argomenti su cui siete completamente disinformati, non solo non aggiungete nulla di nuovo o utile al dibattito; ma contribuite anche a creare un fastidiosissimo rumore di fondo che disturba la discussione e toglie spazio a voci già abbastanza marginalizzate.

Adesso la buona notizia: questo stato di cose non è permanente. Se volete imparare qualcosa sul femminismo ci sono tonnellate di articoli, libri, blog e risorse varie, moltissime delle quali accessibili gratuitamente. Siccome è l’otto marzo e mi sento generosa, vi do un paio di suggerimenti per iniziare: Laura Mango (meglio nota come La Giovane Libraia dell’omonimo blog) ha postato tempo fa un interessante percorso di lettura sul femminismo; per chi se la cava con l’inglese c’è Everyday Feminism (a volte un po’ un’insalata di temi, ma utile punto di partenza); e se siete già abbastanza rodati e volete approfondire determinati temi, tra le mie blogger preferite ci sono Angry Black Lady, Bailey Poland e Marina S. Buona Giornata della Donna.

she's someone
(Source: nerdyfeminist.com)

 

“Troppe donne”: tragicomiche proposte sulla parità di genere

Stamattina La Stampa ha lanciato la rubrica “È sempre l’8 marzo”, che si propone di esplorare temi legati alla parità di genere, immagino sulla falsariga del tremendo “La 27a ora” del Corriere. L’idea di per sé mi pare interessante, ragion per cui mi fiondo subito sui primissimi articoli, e vado a cascare su un pezzo a firma Francesca Sforza, intitolato “Nella scuola italiana ci sono troppe donne!” (per la serie: l’importante è partire bene). Siccome non ho ancora capito che da quello che promette bile devo girare alla larga, me lo sono letta tutto; per fortuna non è lungo e può essere commentato in toto. Tenetevi forte.

C’è sempre qualcosa che non funziona nelle situazioni lavorative in cui un genere prevale sull’altro in modo numericamente prepotente. Si creano squilibri, dissesti e danni nel lungo termine.

Su questo siamo d’accordissimo. E immagino che in una rubrica sulla parità di genere sarà facile trovare un buon esempio di un settore a netta preponderanza maschile.

Immaginate un ambiente di lavoro in cui un solo genere occupa dall’82 al 96 per cento dei posti di lavoro disponibili. [Non ho bisogno di immaginarlo, Francesca. Lo vedo già tutti i giorni]. Vogliamo dirlo forte e chiaro?  [Sì, sì, diciamolo forte e chiaro: è uno scandalo]. Nella scuola italiana ci sono troppe donne. [Quello “sbonk” è la mia mascella che impatta il pavimento]. La peculiarità dell’eccessiva femminilizzazione si concentra negli anni della materna e della primaria, continua nella scuola secondaria (dove le donne occupano un buon 65 per cento delle cattedre) per poi diradare negli insegnamenti universitari, dove le percentuali si rovesciano bruscamente, tanto che in un ateneo nobile come quello della Normale di Pisa hanno dovuto modificare il regolamento interno per far entrare qualche donna (“una situazione davvero imbarazzante”, l’aveva definita il rettore).

Okay, cerchiamo di mettere un paio di puntini sulle i. Questa “eccessiva femminilizzazione” non è una peculiarità piovuta da chissà dove, è il risultato di un’evoluzione storica ben precisa. Agli albori della scuola italiana i maestri erano in maggioranza uomini, poi la carriera scolastica è stata una delle (poche) concesse alle donne che volevano lavorare. L’accesso all’università è un altro discorso. Qui si comincia a fare sul serio, l’università non è roba da donne: troppo complessa, troppo intensiva. E poi ce le vedi a sopravvivere in una facoltà di fisica o di ingegneria, con tutta quella matematica? Per carità.

Le cause sono note: stipendi inadeguati, scarso appeal sociale, ridotte possibilità di avanzamenti di carriera, soddisfazioni e riconoscimenti relegati all’ambito della propria coscienza o comunque iscrivibili nella categoria del fatto privato.

Le cause saranno anche note, ma da come sono descritte qui non sembra. Perché detta così sembra che gli stipendi nella scuola dell’obbligo siano bassi per caso, e che noi donne, cretine, ci ostiniamo a scegliere professioni che pagano poco. Il fatto è che il rapporto di causa-effetto qui ha funzionato esattamente al contrario. Finché a farlo erano soprattutto uomini, il lavoro di maestro aveva un salario dignitoso: ma dal momento che molte delle prime donne a farlo portavano a casa il secondo stipendio della famiglia, ecco che fin dall’inizio sono state pagate meno dei loro colleghi, perché di paga uguale apparentemente non avevano bisogno. Segue circolo vizioso reclutamento donne che si possono pagare meno – stipendi che restano mediamente bassi – fuga degli uomini verso settori più remunerativi – salario insegnanti che resta inchiodato a livelli poco attraenti.

Ma a essere più preoccupanti sono forse gli effetti: che cosa succede a lungo andare in una società in cui i modelli cognitivi e la trasmissione del sapere avviene in modo tanto unidirezionale?

Tralasciamo il fatto che con doppio soggetto il verbo va al plurale. La domanda qui è: ma che accidenti stai dicendo?

Si è ragionato abbastanza sulle conseguenze di un maternage che si prolunga ben oltre gli anni del nido e dell’asilo, spingendosi fino alle elementari e spesso anche per il ciclo delle medie? Capita spesso, soprattutto alle madri dei maschi, di sentirsi dire che “il bambino è irrequieto, non sa stare fermo, si muove in continuazione”, e si trascura il fatto che – a differenza delle bambine, per le quali stare sedute a disegnare e ritagliare non rappresenta uno sforzo, ma una condizione piuttosto naturale – in molti casi i maschi hanno bisogno di un approccio più fisico alle cose, soprattutto nelle fasi del primo apprendimento.

Gira che ti rigira sempre lì andiamo a cascare, sulla presunta differenza di comportamento tra bambini e bambine. Quindi il problema non è tanto il fatto di avere molte maestre, ma una loro certa incapacità a sviluppare il proprio materiale didattico in modo da assecondare presunte caratteristiche tipicamente maschili.

Ti racconto delle mie elementari, Francesca: eravamo trenta, divisi più o meno 50/50 tra femmine e maschi; e un approccio “più fisico” alle cose, come dici tu, sarebbe stato impossibile semplicemente perché trenta bambini in una stanza o li tieni seduti o diventano ingestibili. E, miracolosamente, tutti i miei compagni maschi sono arrivati indenni alla licenza elementare senza traumi. Tra l’altro vorrei che mi spiegassi che tipo di approccio “fisico” proporresti per studiare la grammatica italiana o gli affluenti del Po, ma lasciamo stare (tra parentesi, io detestavo ritagliare e sono sempre stata una schiappa totale in disegno, ma giocavo discretamente a pallamano).

Programmi e attività si sono strutturati da decenni per rispondere a esigenze più femminili che maschili, col risultato che i bambini – in assenza di figure adulte (anche) maschili con cui rapportarsi – accumulano negli anni più frustrazioni, più fragilità (mancano dati nazionali, ma gli Uffici regionali che hanno redatto dei report parlano di un’incidenza dei disturbi scolastici molto maggiore nei maschi che nelle femmine).

Cerchiamo di filtrare un attimo questo minestrone di temi: programmi e attività sono strutturati in modo da rispondere alle esigenze delle leggi della fisica e della cronica mancanza di spazi adeguati della scuola italiana. Aggiungerei anche che se i programmi fossero strutturati per rispondere a esigenze più femminili forse gli studenti saprebbero citare qualche personaggio storico o scienziata in più oltre a Giovanna d’Arco e Marie Curie, ma non voglio infierire. Quello dell’assenza di figure di riferimento è un discorso diverso e complesso che non riguarda solo la scuola e mi sembra quantomeno azzardato indicarlo come unica causa delle fragilità degli studenti maschi, senza neppure interrogarsi sul ruolo della famiglia e dei nostri ancora troppo resistenti stereotipi di mascolinità.

Il portato di questo bagaglio, a un certo punto, si rovescia nella collettività, con risultati anche quelli noti: scarsa presenza di donne nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, nei luoghi di responsabilità, nelle stanze dei bottoni.

Fammi capire un attimo, stiamo dicendo che la scarsa presenza di donne in CdA, luoghi di responsabilità e stanze dei bottoni è una conseguenza del fatto che ci siano troppe maestre nella scuole elementare? Really?

Escludendo che si tratti di un caso [infatti non lo è], di un incantesimo [idem], o di una vendetta di genere consumata freddissima [ma sei hai appena finito di dire esattamente questo!], forse bisognerebbe interrogarsi su quanto pesi, nella formazione prima e nella vita lavorativa poi, l’assenza di una sana mescolanza dei generi. Almeno oggi, che non è l’8 marzo.

Tantissimo, pesa. Tantissimo. Praticamente qualsiasi organizzazione internazionale pubblica rapporto su rapporto evidenziando le conseguenze sociali ed economiche dell’ancora scarsa presenza femminile in università, lavoro e politica. Per quanto mi sforzi di ricordare, però, nessuno si è sognato di dire che il nocciolo del problema sono le troppe maestre nella scuola italiana. Almeno fino a oggi, che non è l’8 marzo.

Appunto su “uomini veri” e violenza

Trovo scoraggiante che si debba ancora puntualizzarlo, ma tant’è: definire “mostro” o “non un (vero) uomo” chi aggredisce, stupra, uccide una donna… non solo non ha senso ma è controproducente.

Dell’assurdità del concetto di “uomo vero™” ho già scritto, ma forse avrei dovuto soffermarmi anche sulla sua dannosità. Perché dicendo “I veri uomini non si comportano così”, di fatto creiamo una categoria a parte di “cattivi” senza volto a cui addossiamo tutta la responsabilità di atti di violenza, senza compiere il passo successivo e cioè interrogarci sul contesto che rende possibile determinati comportamenti (aiutino: inizia per p- e finisce per -atriarcato).

Chiaro che, non fatto questo passo successivo, poi non facciamo nemmeno quello seguente, vale a dire agire e cambiare i nostri comportamenti quotidiani. Parlare di “non (veri) uomini” è troppo comodo, consente a tutti noi e in primis agli uomini (sì, tutti gli uomini) di distanziarci dal problema senza interrogarci su come contribuiamo ad alimentarlo.

Un esempio recente (nonché di uno squallore estremo) di come la misoginia non sia appannaggio esclusivo dei “mostri” viene dai vari gruppi FB in cui centinaia di uomini postano foto di partner, amiche o ignare sconosciute a uso e consumo delle fantasie masturbatorie del gruppo stesso. I follower di queste pagine non sono seviziatori di gattini o nerd solitari che non lasciano la propria camera dal 2008: sono uomini normali. I nostri amici, parenti, colleghi.

Forse è il caso di toglierci il prosciutto dagli occhi: per usare un termine tecnico, la misoginia non è un bug del sistema, è una sua basic feature. Continuare a offrirci scusanti non cambierà questa realtà.

Riproduzione e genitorialità, il fardello che resta non condiviso

Sui media italiani è passata quasi in sordina la notizia che la sperimentazione di un contraccettivo ormonale maschile è stata interrotta dopo che alcuni partecipanti si erano lamentati di effetti collaterali ritenuti troppo pesanti dal panel che ha deciso di mettere fine ai test. Gli effetti in questione erano sbalzi d’umore, depressione, dolore nella zona della puntura (si tratta di un farmaco assunto mediante un’iniezione mensile), e alterazione della libido. Chiunque abbia letto il bugiardino di un qualsiasi analogo contraccettivo femminile non può fare a meno di rilevare l’incoerenza della decisione: sul mercato sono attualmente in vendita prodotti che annoverano tra i possibili effetti collaterali tutti quelli citati sopra, più emicrania, crampi, infezioni, nausea, cisti ovariche, sanguinamento prolungato, sepsi e perforazione dell’utero (yes, really). Tutti questi contraccettivi sono stati testati e per ciascuno di essi si è ritenuto che i rischi collaterali fossero comunque giustificati dallo scopo ultimo (cioè l’efficacia contraccettiva). In questo trial invece è bastato che alcuni effetti indesiderati venissero riscontrati in una minoranza di partecipanti perché l’intera ricerca venisse bloccata.

Come è stato fatto notare, al di là del rinunciare praticamente in partenza a un contraccettivo potenzialmente molto efficace, la decisione dimostra quanto ci sia ancora da fare a livello di educazione: la contraccezione è considerata responsabilità quasi solo delle donne, e se comporta rischi per la salute ci si aspetta che siamo comunque più pronte a farcene carico.

Se invece che di contraccezione si parla di maternità il discorso non cambia: sempre di questi giorni è la notizia (stavolta italiana e quindi in risalto sui media nostrani) che il presidente dell’INPS si è dichiarato a favore dell’introduzione di un congedo di paternità obbligatorio, della durata di quindici giorni. Di tutti i ridicoli alti lai che ho letto in reazione alla proposta, la palma va senza dubbio a “E dove sta la libertà di scelta”?

Tanto per capirci: quindici giorni di congedo obbligatorio restano pochi, ma mi rendo conto che stiamo parlando dell’Italia dove a quanto pare le cose vanno fatte sempre per gradi e con tempi geologici. Forse un giorno capiremo anche noi che: uno, allevare i figli è compito di entrambi i genitori, e non è giusto privare i padri della possibilità di condividere i primi mesi di vita dei propri bambini e le madri di un aiuto che dovrebbe potersi dare per scontato; due, il congedo di paternità obbligatorio non dovrebbe essere una misura isolata ma uno strumento inscritto in una più ampia strategia di promozione dell’effettiva parità di genere. Questo perché se il congedo lo prendono entrambi i genitori indipendentemente dal sesso viene a cadere uno dei bias impliciti che favoriscono gli uomini sul mercato del lavoro (ed è soprattutto per questo motivo che quindici giorni, come dicevo prima, sono pochi).

È significativo che il discorso della libertà di scelta salti fuori solo ora che si parla di uomini. Se ci interessasse davvero dovremmo sentirne parlare molto più spesso, per esempio quando si ragiona di asili nido aziendali, formule di part-time efficaci o telelavoro. Ma dal momento che – assenti o presenti – tutto quello che concerne i figli è considerato ancora di competenza quasi esclusivamente femminile (tranne quando si tratti di dar loro il proprio cognome), ecco che la libertà di scelta passa in secondo piano, e pazienza se una donna finisce per dover lasciare il lavoro per mancanza di alternative. “Li hai voluti i figli? Adesso te li gestisci!”, questa sembra essere ancora la mentalità prevalente; e, a giudicare dalle reazioni su contraccezione maschile e congedo di paternità, una mentalità ancora ben radicata e dura a morire. Sigh.

Il fatto è questo

Spogliato di ogni retorica e delle circostanze specifiche di ogni singolo caso, il fatto è questo: solo dove l’accesso all’aborto sicuro è legale e pienamente garantito, le donne sono considerate esseri umani completi e cittadine a pieno titolo.

In tutti gli altri casi – quando l’intero reparto obietta, quando vieni abbandonata a procedura iniziata, quando non alzano un dito in caso di complicazioni… in tutti gli altri casi il fatto di essere incinta ti trasforma automaticamente in un oggetto.

Ti guardano e vedono solo un’incubatrice, uno strumento senza autonomia personale. E perché mai dovresti averla, in effetti? Gli strumenti sono fatti per essere usati, e non è che domandiamo la loro opinione in merito. Non chiediamo a un paio di forbici se le stiamo stringendo troppo, a un divano se lo stiamo schiacciando, a un bicchiere se gli dispiaccia rompersi.

Se sei incinta in un Paese dove l’accesso all’aborto sicuro non è garantito sei come quel paio di forbici, quel divano, quel bicchiere. Chiunque si sentirà autorizzato a dirti quel che devi o non devi fare, perché il tuo corpo non ti appartiene più, è solo uno strumento. E nessuno si sentirà in colpa per averlo rotto.