Cultura popolare: consumare con responsabilità

– Friedrich Nietzsche! We cannot burn Friedrich Nietzsche; he was the most important thinker of 19th Century!

– Oh, please! Nietzsche was a chauvinist pig, who was in love with his sister.

– He was not a chauvinist pig.

– But he was in love with his sister.

Questo scambio di battute dal non memorabile The Day After Tomorrow (i personaggi, bloccati nella New York Public Library da un’apocalittica tempesta di neve, stanno discutendo su quali libri bruciare per tenersi al caldo) mi è tornato in mente per via del caso Weinstein e dell’effetto domino che ha scatenato.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a uno stillicidio di rivelazioni a proposito di attori, cantanti, comici, registi… e del modo in cui, a volte per decenni, hanno approfittato della propria posizione per molestare impunemente moltissime donne (ma non solo – si veda alla voce Kevin Spacey).

Uno degli aspetti più spinosi della discussione generata dal terremoto mediatico intorno alla questione è quello della “distinzione” che dovremmo fare tra la persona accusata di molestie e l’artista. A un estremo ci sono i radicali della separazione totale, che continuerebbero a difendere un genio creativo anche se venisse fuori che nel tempo libero ama bollire vivi cuccioli di panda; dall’altro i puristi che, scoperta una pecca magari non tremenda a proposito di un autore fino a quel momento apprezzato, danno immediatamente alle fiamme tutto quanto avevano in casa con quel nome sopra.

È una questione su cui personalmente mi arrovello da ben prima del caso Weinstein, non fosse altro perché nel corso degli anni ho subito più di una delusione nello scoprire cose poco piacevoli su alcuni dei miei autori preferiti (un’interessante carrellata di scrittori e scrittrici dall’indubbio talento la cui bussola morale decisamente non puntava il Nord la trovate qui). Fino a oggi avevo sempre concluso banalmente che l’artista e la persona non sono inseparabili, semplicemente perché ogni artista è una persona come tutte le altre (pur se più brava in quel determinato campo), e questo include l’avere imperfezioni, difetti, e idee bacate. Dove tracciare il limite era lasciato alla discrezionalità del singolo.

Le vicende degli ultimi mesi mi hanno costretta ad approfondire un po’ le mie riflessioni; perché in effetti la questione non è così semplice da poter essere risolta solo a livello individuale, ma credo richieda uno sguardo più ampio al sistema in cui “consumiamo” cultura.

Il (banale, lo so) punto di partenza è che operiamo in un sistema capitalistico anche nella fruizione di intrattenimento culturale in senso lato. La creazione e coltivazione di fanbase, in questo senso, è un potentissimo meccanismo di fidelizzazione del consumatore: chi si sente parte del gruppo dei “veri” fan di, poniamo, Star Wars, andrà religiosamente a vedere film dopo film della serie, accettando magari di pagare prezzi gonfiati per un biglietto di anteprima; acquisterà i gadget a tema; produrrà una marea di pubblicità gratuita discutendo della saga sui social o scrivendo fan fiction in tema.

Ora, di per sé il meccanismo non ha nulla di sbagliato: praticamente a tutti piace sentirsi parte di un gruppo con cui si condividono codici culturali e una passione. Ma ci sarà un motivo se il termine fan è un’abbreviazione di fanatic: il coinvolgimento emotivo suscitato da certe passioni può diventare eccessivo ed è questo uno dei motivi per cui, nel momento in cui un personaggio famoso viene accusato di un qualche reato, la reazione immediata e automatica di moltissimi fan è difenderlo a spada tratta indipendentemente dalle circostanze o dalla gravità dell’accusa.

Questo accade anche perché la delusione provata quando qualcuno si rivela imperfetto è direttamente proporzionale all’investimento emotivo che avevamo fatto in quella persona. La scoperta che qualcuno che ammiriamo ha volontariamente fatto del male ad altri mette in discussione la nostra capacità di giudizio e ci spinge a chiederci che cosa questa ammirazione dica di noi come persone. Questo contribuisce a spiegare perché spesso reagiamo male quando ci viene fatto notare che uno dei nostri idoli è “problematico” sotto alcuni aspetti.

Questo ragionamento è valido in termini generali; ma se lo applichiamo al caso specifico dello sfaccettato sistema di molestie che si sta rivelando nel mondo dello spettacolo, non possiamo fingere di non vederne un aspetto importantissimo: gli stessi uomini che per anni hanno abusato del proprio potere hanno prodotto film, musica, spettacoli… che hanno contribuito a plasmare il nostro sistema di idee. Esattamente un anno fa, un pezzo su The Atlantic illustrava i risultati di varie ricerche su come le rom-com tendano a normalizzare comportamenti di stalking; altri hanno fanno notare come i film che contengono scene di sesso etero in cui la donna è in posizione “ricevente” (p.e. cunnilingus) ricevono sistematicamente divieti per “minori di” più stringenti di quelli in cui a “ricevere” è l’uomo, come se ci fosse qualcosa di sconveniente. Nel suo intenso op-ed per il New York Times, Salma Hayek ha descritto in dettaglio le numerose pressioni fattele da Harvey Weinstein durante la lavorazione di Frieda per aggiungere scene di sesso saffico e nudità del tutto gratuite. E ancora: solo ieri ho scoperto che per anni Miramax ha acquistato i diritti di vari film girati in Asia per poi bloccarne l’uscita negli Stati Uniti, al tempo stesso impedendo ai distributori locali di esportarne i DVD originali. Non credo sapremo mai quanti validi “prodotti” culturali ci siamo persi a causa di questo modo di fare.

Per questo sono arrivata a trovare pilatesco il semplice dire “Non confondiamo l’individuo con l’artista”: perché, quando anche non si trattasse del caso forse limite di Woody Allen, in cui è l’artista per primo a mescolare continuamente le due parti di sé (il miglior commento che abbia mai letto in proposito suonava come “Praticamente ogni singolo film di Woody Allen è come quei biglietti che il serial killer manda alla polizia per prenderla in giro durante le indagini”), gli uomini recentemente smascherati come abusatori seriali hanno avuto per anni un’enorme influenza sulla cultura popolare; cultura popolare che, ci piaccia o no, contribuisce tantissimo a influenzare la nostra visione del mondo.

Avevo già abbandonato l’idea che all’individuo si debba perdonare tutto in nome del genio dell’artista (anche perché, come fa notare Glosswitch, in alcuni casi su quel presunto genio ci sarebbe pure da discutere); ma adesso credo anche che non sia più possibile nascondersi dietro a un “Teniamo separate le due cose e ognuno decida per sé”. Questi uomini hanno deciso per tanto, troppo tempo che forma dovesse avere il nostro intrattenimento, usando il successo artistico come scudo per evitare le conseguenze delle proprie azioni.

Non voglio assolutamente sostenere che dobbiano lanciarci in crociate retroattive, mettere all’indice decine di film e canzoni “contaminati”, e sentirci dei mostri se quei film e quelle canzoni ci hanno fatto ridere, commuovere, o semplicemente passare una bella serata. Ma credo che da questa vicenda potremmo trarre un’utile lezione sul come consumiamo cultura, esattamente come dalle frodi alimentari del passato abbiamo tratto utili lezioni sul che cosa cercare in etichetta, e come ripercorrere la filiera per essere ragionevolmente sicuri di stare “premiando” i produttori virtuosi. In altri termini, credo che potremmo imparare a essere consumatori di cultura (più) responsabili.

4 thoughts on “Cultura popolare: consumare con responsabilità

  1. Se limitiamo il discorso al cinema penso si possa dire che questo problema ci sia stato da sempre. Per esempio la regista Leni Riefenstahl è stata criticata per il suo rapporto con il nazionalsocialismo, per molti una colpa imperdonabile.

    Io comunque in generale sarei per limitare i “fan-atismi”, cioè vabbene apprezzare un artista ma non rendiamolo una divinità, ma so che per molti non è facile farlo.

    Il fatto che alcune scene siano più o meno accettate nei film ovviamente dipende molto dalla cultura, a volte tendiamo ad immaginare l’universo cinematografico come un grande monolito con idee condivise, ma in verità siamo spesso abbagliati dal cinema occidentale che la fa da padrone, condizionando il nostro modo di vedere. Una Hollywood araba genererebbe un’immagine molto diversa rispetto al cinema occidentale, ancor di più di quello che accade con il cinema coreano e giapponese.

    Sono molto d’accordo sul fatto che in diverse produzioni sia cinematografiche da teenagers sia televisive in teoria divertenti, certi atteggiamenti che vanno dalle molestie allo stupro siano a volte banalizzate, come se fossero cose che infondo possono succedere ma si superano e ci si può scherzare, quasi scherzi tra adolescenti. E’ una conseguenza di chi lavora nel cinema o è solo l’immagine della nostra società? O le due cose si influenzano a vicenda?

    Ciao 🙂

  2. Illuminante come sempre, grazie.
    Concordo piu’ o meno su tutto, ma secondo me manca un aspetto nella tua analisi (mi permetto, eh). L’opera d’arte prende vita propria, indipendente dall’artista. Le opere d’arte (ma anche di buon artigianato a volte) dicono cose fondamentali sulla natura umana, e “risuonano”. Questa risonanza o c’e’ o non c’e’, e’ completamente indipendente dall’artista, da chi e’ o chi fosse, e quali crimini abbia commesso.
    Secondo me il punto non e’ separare l’artista dalla persona, ma separare *l’opera d’arte* dall’artista E dalla persona. Nessuno di noi ha alcuna idea di chi fosse Omero, ma anche se fosse stato un serial killer l’Iliade e l’Odissea rimangono quello che sono.

    1. Oh, sono d’accordissimo. Il fatto è che per l’artista è impossibile mantenere il controllo assoluto della propria opera una volta che l’ha “partorita”, non fosse altro perché prima o poi passiamo tutti a miglior vita. Non credo che la risonanza, come dici tu, sia sempre completamente indipendente dall’artista (mi viene in mente, per esempio, quella sorta di aura che assume quasi sempre il lavoro di musicisti o attori morti giovani e in circostanze tragiche), ma è verissimo che – specie nel caso di opere di decenni o secoli fa – finisce per continuare a vivere di vita propria e assumere magari significati che neppure il suo creatore originale le aveva assegnato.

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