Il principio di precauzione e la libertà di espressione dei fascisti

Non entro nello specifico della discussione tecnica sul DDL Fiano, il suo rapporto con le leggi Scelba e Mancino, e l’attuale grado di effettiva applicazione delle suddette; né mi soffermo sulle polemiche da quattro soldi a proposito dell’atteggiamento scivoloso del M5S sulla questione (breve parentesi per chi ancora si facesse illusioni: il M5S è un’azienda travestita da movimento politico ma incapace di funzionare come tale per precisa volontà dei capoccia e reale incapacità della base. Punto. Piantatela di stupirvi di ogni manifestazione della loro inutilità come se fosse la più grande sorpresa politica dell’ultimo secolo).

Quello che mi interessa e mi preoccupa, invece, sono gli alti lai dei cultori della libertà-di-espressione™, quelli grossolanamente riassumibili in “Vietare la libera espressione ai fascisti è fascista”. Allora.

Come ho già avuto occasione di scrivere (parte 1 e 2), non sono una fan della censura facile, preventiva e indiscriminata. Le idee bacate è sempre meglio trascinarle alla luce del sole, dove la loro bruttezza appare evidente a tutti o quasi. Ma qui stiamo parlando di una ben precisa ide(ologi)a e di un ben preciso Paese, e pontificare di libertà di espressione in astratto senza calare il dibattito nello specifico contesto è un’omissione grave.

Tutti conosciamo o dovremmo conoscere la storia italiana e il ruolo che in essa ha giocato il fascismo; dovremmo altresì conoscere i punti cardine dell’ideologia fascista, e il modo in cui la loro applicazione ha privato una grandissima fetta di cittadini italiani dei loro diritti più basilari. Nella discussione in corso sulla libertà-di-espressione™ è sempre in primo piano il dovere dello Stato di mettere i propri cittadini in condizione di formarsi liberamente opinioni e dare loro voce senza temere arbitrarie ritorsioni. Ma si tace sorprendentemente su un altro dovere statale, quello di garantire la loro sicurezza e incolumità. E basta googlare “aggressione (neo)fascista” per rendersi conto che ancora oggi troppe persone vengono private della loro sicurezza (per non parlare dell’incolumità fisica) da nostalgici del Ventennio. Dov’è la tutela statale dei loro diritti?

Chi mastica d’Europa conoscerà il concetto di principio di precauzione, a cui si deve ispirare il legislatore chiamato a regolamentare materie su cui la comunità scientifica non ha ancora dati quantitativamente sufficienti a raggiungere una conclusione definitiva e condivisa; in tal caso, e finché non ci saranno dati più solidi a disposizione, si preferisce sempre l’approccio più conservativo onde tutelare la salute dei cittadini. Per dirla in maniera meno altisonante, nel dubbio si va con i piedi di piombo.

Nel caso del fascismo, sinceramente, mi chiedo di quale principio di precauzione potremmo mai avere ancora bisogno: sappiamo benissimo come sia andata a finire la prima volta e sappiamo anche meglio di allora quanto siano infondate quelle ipotesi di nazionalismo, superiorità razziale e ipermascolinità su cui poggia l’ideologia fascista. Nel frattempo abbiamo anche imparato che la violenza fisica non scaturisce dal nulla ma viene incoraggiata o meno dall’ambiente e dalla cultura prevalente; il linguaggio non solo gioca un ruolo importantissimo nella formazione di questa cultura ma, né più né meno, influenza anche la nostra percezione del mondo.

Per cui, se diciamo di voler difendere la libertà-di-espressione™ dei fascisti, dobbiamo anche accettare che di fatto stiamo dando loro la possibilità di continuare impunemente a intimidire e privare dei propri diritti altre persone. Stiamo dicendo a migranti, minoranze religiose, comunità LGBT e disabili: “Sorry, lo so che dicono che non sei un essere umano e un cittadino a pieno titolo, ma devi arrangiarti da solo. Io resto neutrale”. Solo che, per dirla con l’arcivescovo Desmond Tutu, uno che di privazioni di diritti ne sa qualcosa, “If you are neutral in situations of injustice, you have chosen the side of the oppressor”.

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Di scienze politiche, serie B, e dilettanti a cinque stelle

Dopo l’iscrizione a Scienze Internazionali, corso di laurea gestito dalla Facoltà di Scienze Politiche, mi toccò sentire per almeno tre semestri abbondanti il ritornello “Ma come mai scienze politiche? Tu eri brava a scuola, perché fare una giurisprudenza di serie B?” servito a regolari intervalli da amici e conoscenti vari. All’epoca avevo ancora meno pazienza di adesso, ma ero anche educata e quindi invece di mandare a quel paese il simpaticone di turno mi limitavo a sorridere e fare spallucce.

Non ho intenzione di impelagarmi nell’annosa querelle sulle facoltà “veramente difficili” o meno; ho citato la cosa perché ogni tornata elettorale da quando è comparso sulla scena nazionale il Movimento 5 Stelle mi ci fa ripensare, e questo primo turno di amministrative 2017 non fa eccezione.

L’idea che scienze politiche sia una giurisprudenza di serie B è legata a quella che, in generale, l’attività politica non sia poi così difficile e chiunque ci si possa cimentare. In senso lato questo è anche vero – tenere un gazebo per la raccolta firme o volantinare in centro il sabato pomeriggio è piuttosto semplice – ma se parliamo del fare politica come lavoro il discorso cambia.

Con una semplificazione che farebbe inorridire più d’uno dei miei professori, la politica del XXI secolo è una roba complessa che richiede competenze specifiche e una formazione continua (del disclaimer non dovreste avere bisogno ma lo metto lo stesso: sto ovviamente parlando dell’idea di politica nel mondo iperuranio); i cittadini ne delegano l’esercizio ai propri rappresentanti perché questi se ne occupino a tempo pieno. In altre parole, non è una cosa che si possa fare nei ritagli di tempo, esclusivamente online, o senza un minimo di preparazione. Questo perché è un mestiere esattamente come la medicina, la panetteria, la musica, l’agricoltura o l’insegnamento; e a ognuno il suo mestiere.

Queste considerazioni (banali, lo so) mi tornano puntualmente in mente a ogni appuntamento elettorale perché ogni occasione di voto contribuisce a rendere più granitica una convizione che ho da quando i Cinque Stelle sono entrati in Parlamento: la colpa maggiore del M5S (e si noti che la lista è lunga e in continuo aggiornamento) è stata avvicinare alla politica decine e decine di persone impreparate, ignoranti e tuttavia profondamente convinte di non avere bisogno di alcuna formazione per poter esercitare il mestiere con successo. Quello che poi succede è sotto gli occhi di tutti: il M5S è forse la personificazione migliore del detto If you think it’s expensive to hire a professional, wait until you’ve hired an amateur.

Ecco, il problema in tutto ciò è che sembriamo non imparare nulla. Per la cronaca, non sono una grande fan dell’idea “Così almeno la gente tocca con mano” che viene espressa con malcelata Schadenfreude a proposito di ogni rovescio di ogni singola amministrazione grillina, Roma in primis. Non ci dovrebbe essere bisogno di assistere in prima persona alle ulteriori vicissitudini di una città già abbastanza disastrata per capire che il M5S non dovrebbe gestire nemmeno una fila alle Poste. Ma potremmo almeno imparare la lezione e applicarla a più ampio raggio, pretendendo più competenza in generale, esattamente come è nostro diritto pretenderla da tutti quelli che incrociamo per ragioni professionali. Altrimenti continueremo a ritrovarci con una politica, quella sì, di serie B.

Autoritarismo sui vaccini? Pesiamo le parole

I litigi sull’argomento vaccini continuano, rinfocolati dall’annuncio del Consiglio dei ministri su una stretta dell’obbligo vaccinale per l’iscrizione a scuola. La cosa ha provocato una marea di commenti indignati da parte di persone che, pur non mettendo direttamente in discussione l’efficacia dei vaccini (ma anzi in certi casi ammettendo apertamente di non voler discutere l’aspetto scientifico della faccenda), si sono lamentati di quella che vedono come un’intollerabile restrizione della libertà di scelta, parlando addirittura di svolta autoritaria.

Ho letto molte reazioni indignate a questa posizione, riassumibili nel classico “La libertà finisce dove inizia quella degli altri”; è una formula che non amo particolarmente perché rimanda a un’idea tra contrapposizioni di diritti che assomiglia a un gioco a somma zero, ma capisco chi la usa.

Quello che secondo me sfugge ai libertari della scelta a tutti i costi, però, è un altro punto: non viviamo un un vuoto pneumatico ma in una società complessa e interdipendente dove abbiamo diritti e responsabilità. E non tutte le scelte sono uguali. Il caso dei vaccini è (a questo punto mi viene da dire purtroppo) un esempio perfetto di come la scienza possa sabotare se stessa, riuscendo a sconfiggere un problema in maniera tanto efficace che ci dimentichiamo della sua gravità, e finiamo per ritenere opzionale quella stessa scienza che ci permette di cullarci nella sicurezza che ci ha fatto acquisire. La scelta di non vaccinare sembra avere sulla carta lo stesso peso di quella di vaccinare: ma così non è.

Non vaccinare i propri figli non mette a rischio solo loro ma anche tutte quelle persone che hanno bisogno di sfruttare l’immunità di gregge. Ed è qui che casca l’asino dell’autoritarismo: quel famoso contratto sociale si basa sul principio per cui la sovranità popolare va impiegata per perseguire l’interesse generale. E nel caso dei vaccini, l’interesse generale è che tutti quelli che possono continuino a usarli: sì, tutti. La terra non è piatta. Se apro la mano, la matita finisce per terra. Chiunque possa farlo deve vaccinarsi.

Chi si lamenta di imposizioni o paternalismo statale ignora o finge di ignorare che lo Stato in quanto espressione e organizzazione della sovranità popolare agisce con l’obiettivo dell’interesse generale di cui si diceva prima. All’individuo che si vaccina viene richiesto un impegno minimo che porta benefici immensi alla comunità. Chi si ostina a negarlo si nasconde dietro la pretesa di voler difendere la libertà di scelta come se tutte le scelte possibili in questo caso fossero equivalenti. L’unico -ismo, qui, è il loro e inizia con “ego”.

Dando i numeri sulle unioni civili

Ieri Repubblica ha pubblicato un articolo che credo fosse intitolato La frenata delle unioni civili, poi a quanto pare modificato in Unioni civili: finora 2.800 sì (al momento in cui scrivo l’URL del pezzo riporta ancora il titolo originale), in cui fornisce un’anteprima dei dati finora disponibili e che saranno ufficializzati a giorni sulle unioni civili. Il pezzo, che già nel primo paragrafo parla senza mezzi termini di flop, è riassumibile in: la comunità LGBT ha fatto il diavolo a quattro per avere le unioni civili e adesso che le hanno non le usano, soprattutto al Sud (sulla nota geografica torniamo fra poco). Dopo mezza giornata si era già sollevato abbastanza polverone da costringere la redazione a pubblicare un trafiletto di non-scuse il cui contenuto è grosso modo: ci dispiace per quelli che hanno interpretato male, noi abbiamo da sempre sostenuto questa legge importante e volevamo solo mostrare attraverso le cifre la sua evoluzione dall’entrata in vigore.

Personalmente avevo già voglia di lanciare il telefono dopo aver letto l’articolo originale, ma questa pseudo-spiegazione mi ha fatto imbestialire ancora di più, e non tanto per la solite finte scuse passivo-aggressive (per quanto, visto che ci siamo, apriamo una parentesi: ci si scusa di una cosa che abbiamo fatto, non dei sentimenti che questa ha suscitato. Quindi no a “Mi dispiace se ti fa male il ginocchio”, sì a “Scusa se ti ho dato un calcio”; no a “Ci dispiace per quelli che hanno frainteso”, sì a “Scusate se abbiamo pubblicato un pezzo scritto con i piedi che ha offeso la stragrande maggioranza di quelli che lo hanno letto”. Visto? Non è difficile. Chiusa la parentesi).

Dicevo, se ho trovato il trafiletto ancora peggio del pezzo originale non è tanto per la trita combinazione non-scuse più formula magica Ho-tanti-amici-gay (qui in versione Abbiamo-sempre-sostenuto-la-battaglia-delle-unioni-civili), quanto per la giustificazione frettolosamente messa in piedi: perché se davvero l’intento fosse stato quello di “raccontare” l’applicazione di una legge dopo la sua entrata in vigore, beh, le cose avrebbero dovuto essere fatte in maniera decisamente diversa.

Se ci avete fatto caso, quando l’Istat (o chi per esso) rende noti dati statistici su famiglie, matrimoni e natalità, questi sono sempre accompagnati da un’analisi sociologica e spesso anche da un’intervista a un/a responsabile dello studio, con lo scopo di interpretare e spiegare i dati stessi. Nell’articolo di Repubblica quest’analisi è quasi completamente assente, con l’eccezione di un paragrafo verso la fine in cui si tocca en passant il discorso dell’omofobia, e solo in riferimento ai dati del Meridione, che però potrebbero essere anche spiegati dal fatto che forse al Sud “non ci sono proprio persone dello stesso sesso che vogliono unirsi ufficialmente” (sic).

Un articolo che avesse voluto analizzare seriamente la questione avrebbe dovuto come minimo menzionare questi fattori: uno, in Italia il problema dell’omofobia non è liquidabile dietro a un “magari” ma pesa sicuramente tantissimo; due, i decreti attuativi della legge in questione sono arrivati con abbastanza ritardo da far sospettare la melina del ministro allora competente, e a tutt’oggi non sono pienamente applicati (ricordate le storie di coppie relegate a celebrare l’unione civile in un ripostiglio?), per cui è quantomeno prematuro dare giudizi così tranchant sulla sua applicazione; tre, sposarsi o comunque mettere su casa e famiglia costa, e una marea di coppie non lo possono fare perché non riuscirebbero a far quadrare i conti. E visto che questo fattore è sempre, sempre, sempre menzionato in tutti gli apocalittici articoli sulla “crisi del matrimonio” e i tassi di natalità in picchiata, la sua omissione qui è quantomeno sospetta.

La legge sulle unioni civili mira a estendere il potenziale accesso a un diritto, non a imporre modifiche al comportamento delle persone: tanto per fare un raffronto con un altro provvedimento che ha più o meno la stessa età, raccogliere dati sulle vittime di incidenti stradali mortali ha senso se si vuole valutare l’efficacia dissuasoria del reato di omicidio stradale, che è stato introdotto con lo scopo ben preciso di spingere le persone a comportarsi in un certo modo quando sono alla guida. Ma introdurre la possibilità per le coppie dello stesso sesso di contrarre unione civile non implica in alcun modo che queste debbano farlo per fornire alla legge una ragione di esistere. Come su divorzio, aborto o eutanasia, in questo caso la norma serve a far sì che chi vuole/ne ha bisogno possa usufruire di un determinato diritto, e quindi la cosa importante è che questa opzione sia presente nell’ordinamento giuridico e accessibile all’atto pratico, indipendentemente da quante persone poi vi fanno ricorso.

Fornire le cifre relative alle unioni civili avrebbe avuto un senso se lo si fosse fatto con una premessa di questo genere: a giorni saranno resi noti i primi dati ufficiali sull’applicazione della legge Cirinnà, ve li riportiamo pur sottolineando che la legge in questione non è ancora a pieno regime e che questi numeri hanno in ogni caso un valore limitato. La cosa fondamentale è che la norma esista e questi dati ci possono aiutare a capire se e come la sua applicazione debba essere migliorata.

Ecco, se il pezzo di Repubblica si fosse aperto in questo modo, non ci sarebbe stato nulla da ridire; ma parlare gratuitamente di flop senza neppure tentare di capire in buona fede le ragioni dietro quei numeri arbitrariamente definiti bassi smentisce qualunque pretesa di voler “tastare il polso” alla legge e capirne “il senso e la portata”. L’unica cosa che abbiamo capito, e non per la prima volta, è che sul funzionamento di base dei diritti civili dobbiamo ancora imparare i fondamentali.

Cialtronerie a cinque stelle: le proposte del M5S per l’Europa

Lo confesso, la pubblicazione del “Libro a 5 stelle dei cittadini per l’Europa” mi era clamorosamente sfuggita. Me ne sono accorta solo grazie agli sfottò a Luigi Di Maio, messo in imbarazzo dalla domanda di un giornalista stupito di vedersi presentare come “libro” quello che in realtà è poco più di un opuscolo di quindici pagine. A quel punto però mi ero incuriosita e da brava EU nerd sono andata a cercarmi l’opuscolo della discordia e me lo sono letto. Folks, meno male che sono solo quindici pagine.

Non ho idea di che cosa si prefigga esattamente il Movimento 5 Stelle con questo libercolo, ma se l’intenzione è quella di farne un programma d’azione serio, beh, auguri. I programmi di solito contengono anche qualche indicazione di come si intenda lavorare per raggiungere gli obiettivi prefissati, mentre questo documento ha più o meno lo spessore di una lettera a Babbo Natale: desideri su desideri, senza uno straccio di suggerimento su come realizzarli (molti dei desiderata, sia detto, sarebbero realizzabili solo con una bacchetta magica e molta fortuna). Il documento è diviso in sette aree tematiche. Vi propongo una selezione commentata delle perle che ho trovato qua e là.

Mercato unico e commercio: oltre a un massacro del concetto del principio di precauzione, il mio punto preferito è il becero protezionismo mascherato da tutela delle PMI.

Ogni decisione di politica commerciale, lesiva degli interessi delle piccole e medie imprese, dev’essere abbandonata [Ogni decisione? Fate prima a dire che non si può più decidere nulla]: bisogna intervenire per salvaguardare le eccellenze del Made-In dagli effetti negativi derivanti dall’importazione [Le eccellenze del made-in sono più che altro minacciate dalle imitazioni, e il Regolamento sulla sorveglianza del mercato interno che propone l’introduzione dell’indicazione d’origine obbligatoria, il famoso made-in appunto, non si occupa di prodotti alimentari, ma tant’è]. Vogliamo ridurre ai minimi termini l’importazione di prodotti concorrenti come l’olio tunisino, le arance marocchine, il grano ucraino e il riso asiatico [e il caffè di Starbucks? Secondo me gli americani si offendono se li lasciate fuori], sulla base della produzione europea e della capacità di assorbimento del mercato. Gli effetti degli accordi internazionali devono essere stimati tramite il confronto tra studi d’impatto a livello europeo, sviluppati da autorità indipendenti [Quali autorità indipendenti? La Commissione deve per legge condurre impact assessment per ogni proposta legislativa che intende presentare. Quale autorità indipendente dovrebbe rifare il lavoro?], e studi d’impatto a livello nazionale [Quindi il lavoro fatto dalla Commissione e dalla fantomatica autorità indipendente poi va rifatto una terza volta da ogni singolo Stato membro?], resi pubblici e diffusi ai cittadini degli Stati membri [È già così. È tutto online. Mai sentito parlare di ec.europa.eu?]

Economia e unione monetaria: non è il mio campo, per cui a differenza del M5S evito di pontificare. Mi limito a notare il geniale suggerimento di “prevedere una profonda revisione dei vincoli economici contenuti nei trattati e un ampio dibattito pubblico che si concluda solo con l’approvazione referendaria negli Stati membri”, proponendo in pratica di obbligarli tutti a convocare un referendum per approvare eventuali modifiche dei Trattati – anche quando il loro assetto costituzionale non preveda di procedere in questo modo. Tra quegli Stati, peraltro, c’è anche l’Italia. Ops.

Schengen, immigrazione: secondo il M5S, bisogna “lavorare sulle cause per prevenire il fenomeno degli sbarchi: sì all’embargo di armi [ma non volevano sostenere il made in Italy? Mah], no a operazioni di destabilizzazione in Medio Oriente e in Africa, sì alle sanzioni per le multinazionali che violano i diritti umani nei Paesi terzi [Mi sfugge in che modo il lodevole intento di costringere Nike a vigilare sulle condizioni dei lavoratori che fanno le sue scarpe in Bangladesh influenzi i corridoi umanitari nel Mediterraneo. Ma sarò miope io]. Segnaliamo anche il ritorno di fiamma della sciroccata proposta, mi pare originariamente avanzata da Di Battista, che la richiesta di asilo venga fatta “nel Paese di origine” del richiedente o, se proprio ciò non fosse possibile (mai provato a fare la coda in un ufficio in Somalia? Un disastro, guarda. Peggio delle Poste), in quello di transito. In chiusura di pagina, ovviamente, non ci facciamo mancare neppure l’odiosa strizzata d’occhio all’equazione immigrazione = rischio terrorismo.

Politica estera e di difesa: ammirate la poetica contrapposizione dei primi due paragrafi, che invocano rispettivamente la “[i]mmediata sospensione di tutti gli accordi e dei rimpatri verso i Paesi extra UE che violano i diritti umani”, e la “[r]imozione immediata delle sanzioni alla Russia”. Chi ha detto che Grillo non fa più il comico?

Budget europeo: questa sezione è forse la peggiore, e non è che la concorrenza non sia agguerrita. Il M5S pretende, nell’ordine:

Riduzione sostanziale del budget europeo con tagli drastici degli stipendi dei parlamentari, eliminando ogni forma di benefit e privilegio [Questa l’ho già sentita. E comunque visto quanto poco incidano sul totale, tagli anche drastici degli stipendi degli europarlamentari non porteranno sicuramente a una riduzione “sostanziale” del budget UE]. Eliminazione della tripla sede Bruxelles-Strasburgo-Lussemburgo [Se calcolate anche la sede della Corte di Giustizia, allora perché lasciare fuori quella della BCE a Francoforte?] e rimozione di tutte le agenzie europee non produttive [Chi decide quali siano “non produttive”? Con quali criteri? Mistero]. Abolizione dei finanziamenti destinati alla propaganda UE (moneta unica, propaganda contro la Russia, fake news e altro) [Grassetto aggiunto. Le fake news sarebbero propaganda UE? E “altro” che cosa copre? Le scie chimiche? I vaccini? Lo sbarco sulla Luna?].

Tenetevi forte, perché non abbiamo finito:

I fondi europei devono essere programmati sui veri bisogni del territorio e in sintonia con il programma di governo del Movimento 5 Stelle [Grassetto aggiunto. Cioè da Bruxelles la Commissione deve farvi approvare la destinazione dei fondi strutturali? Smetto di ridere nel 2020]. Vogliamo la trasparenza e la pianificazione pubblica dei bandi [Permettetemi di presentarvi TED].

Capacità di “decidere e indirizzare”: le virgolette sono nell’originale, credo perché loro per primi non sapevano bene quale dovesse essere il messaggio di questa sezione, che vi riporto in toto e che in effetti non è proprio chiarissima. Forse l’hanno chiamata così perché volevano una frase a effetto tipo “Servire e proteggere”. Vai a sapere.

L’Unione europea deve rimettere al centro del potere decisionale il cittadino incrementando la sua rappresentatività e democraticità. Le sue politiche non devono essere imposte dall’alto ma vagliate dalla volontà popolare, ampliando e rafforzando l’uso di tutti gli strumenti di democrazia diretta e partecipata di comprovata utilità [Quali? Il sacro blog?] Gli esempi di oggi dimostrano che quando i cittadini si sono potuti esprimere, molto spesso hanno bocciato le politiche dell’Unione [Molto spesso? Aspetto la lunga lista degli esempi in cui i cittadini, sulla base di ampi e informati dibattiti, hanno bocciato le politiche dell’Unione. Mi metto comoda]. Occorre maggiore trasparenza nel processo decisionale UE, in primo luogo per ciò che concerne il Consiglio, e una redistribuzione del potere tra le istituzioni: il Parlamento europeo, unica tra le istituzioni UE democraticamente eletta (Il Consiglio è formato da rappresentanti dei governi nazionali pure democraticamente eletti, ma okay. La Commissione non è eletta perché non si eleggono gli organi amministrativi. Quando avete votato l’ultima volta per rinnovare il vostro ufficio anagrafe di competenza? Appunto], è ancora troppo marginale nel processo decisionale [Certo. Infatti quella che si chiamava procedura di codecisione è stata ribattezzata “procedura legislativa ordinaria“, proprio per sottolineare il fatto che il processo legislativo UE ormai parta di default con il Parlamento sullo stesso piano del Consiglio. Marginalità a iosa].

Energia, materia e resilienza: potrei irriderli per il fatto di aver scritto “materia” laddove intendevano “materie prime”, dando al libercolo un certo qual sapore di trattato metafisico, ma non voglio infierire. Potrei anche notare come chi ha riletto questa pagina non si sia accorto della quantomena strana formulazione “Questa situazione pone tutti i cittadini europei in una condizione di estrema vulnerabilità, che mette a dura prova l’economia reale, la sicurezza, la prosperità di lungo periodo e l’assenza o meno di conflitti economici, bellici o tensioni sociali, all’interno come all’esterno del nostro territorio [grassetto aggiunto]”, ma non voglio infierire. Dove invece ho intenzione di infierire è sul patetico paragrafo di chiusura, che recita:

Vogliamo che i popoli europei convivano quindi come una reale comunità resiliente e pacifica, economicamente stabile e in grado di auto-mantenersi con una bassa intensità energetica e ridotte attività estrattive, ponendosi al di fuori dei conflitti per le risorse e delle responsabilità del cambiamento climatico.

Che in italiano corrente si traduce: vogliamo tornare all’età del baratto e non abbiamo capito che il cambiamento climatico non si ferma alla frontiera, come del resto non abbiamo capito tantissime altre cose. Ma non è una novità.

Di Oscar e miopia culturale

Premesso che: non ho visto tutti i film nominati all’Oscar come miglior pellicola; tra quelli che ho visto, avrei votato Hidden Figures prima di Moonlight, e Moonlight prima di La La Land; la mia opinione in materia conta molto poco; premesso tutto ciò insomma, devo ancora leggere un commento da media ed esperti del settore italiani che non tiri in ballo Trump e i valori liberali di Hollywood per spiegare il trionfo di Moonlight.

In sintesi, i pezzi che ho letto sull’argomento sono tutti più o meno una variante sul tema “L’Academy fa vincere la statuetta a Moonlight per mandare un messaggio alla nuova amministrazione USA”. Proprio a nessuno è venuto in mente il problematico sottinteso di quest’idea?

Tralasciamo il fatto che, se l’Oscar a Moonlight fosse un segnale di censura e protesta contro Trump, allora quello a Casey Affleck potrebbe essere letto come un segnale di approvazione e incoraggiamento allo stesso Trump sulla questione delle molestie sessuali. Il punto è che riducendone la vittoria a “segnale”, di fatto si negano il valore artistico di Moonlight e il suo modo di affrontare un tema complesso e delicato come l’omosessualità nella comunità afroamericana (un buon commento che approfondisce questi punti lo trovate qui). Si insinua cioè che un film diretto e interpretato da neri, che si concentra sulla vita di personaggi di colore, non potrebbe mai e poi mai vincere un riconoscimento importante come l’Oscar se non grazie alla spinta di circostanze esterne.

Se alla Casa Bianca ci fosse Hillary Clinton, o se questa fosse l’edizione 2016 degli Academy Awards, Moonlight avrebbe comunque pienamente meritato il suo Oscar. Voler spiegare a tutti i costi il suo successo esclusivamente in termini di uso politico dello stesso è un atteggiamento paternalista e intriso di un razzismo neanche troppo strisciante. Quella di Moonlight non è la vittoria del politically correct, è la vittoria di un bel film. Un film che per via delle circostanze si è trovato a competere in un anno particolare e che lo ha caricato di un significato aggiuntivo, ma che sa benissimo reggersi sulle proprie gambe anche da solo.

La pigrizia di Beppe: perché diversità fa davvero rima con qualità

beppegrillo

L’ultimo spettacolo (comizio?) di Beppe Grillo contiene il frammento riportato qui, in cui il padre-padrone del M5S riesce, nell’ordine, a: confondere travestiti e transgender; lamentarsi perché non si può più offendere impunemente alcuna delle due categorie; ridurre la questione dell’identità di genere e della transizione a un impianto penieno; ripetere il trito stereotipo della donna che parla troppo; banalizzare lo stupro; e già che c’è, offendere le sex worker. Non male, in meno di ottanta parole.

Del perché questo estratto dello spettacolo (arringa?) sia estremamente problematico si è già parlato altrove, e francamente se uno non ci arriva da solo non credo di poter fare alcunché per lui. Vorrei solo far notare una cosa banalissima: nulla in quel paragrafo fa ridere. Nulla.

Non ci vuole una laurea per capire che, se di lavoro fai il comico (tribuno?), non è una gran mossa usare pezzi che non fanno ridere. O meglio, che finalmente non fanno più ridere nessuno. A questo punto di solito c’è qualcuno che alza gli occhi al cielo e parla di dittatura del politicamente corretto, come se fosse un fenomeno reale; ma il punto è, molto più semplicemente, che l’evoluzione del costume richiede anche un’evoluzione del materiale di scena; e un comico incapace di rinnovarsi, che si ripiega su materiale vecchio e si lamenta quando gli si fa notare che il resto del mondo si sta evolvendo, non è (più) un bravo comico ma un mestierante impigrito. Certo poi ci sarebbe da discutere sulla permanenza di Grillo nella categoria comici, ma è un altro discorso.

Questo episodio secondo me dimostra molto bene un paradosso della discussione sulla diversità: quando si parla di “aprire” alle minoranze e migliorare l’inclusività e la diversità di un’organizzazione (che sia un’azienda, un parlamento o il cast di un film), c’è sempre qualcuno che obietta: “Non si può reclutare solo in base a questo, si finirebbe per abbassare gli standard!”. Lasciamo perdere il fatto che questa obiezione ignora totalmente il problema degli unconscious bias (di cui ho scritto qui) e distorce volutamente la questione (non ci si propone di reclutare solo in base a una determinata caratteristica); il punto è che aprendo a punti di vista e stili diversi, i vecchi modi di fare vengono esposti a nuovi concorrenti e se non sono in grado di migliorarsi finiscono per esserne superati. Quindi in realtà una maggiore diversità, ben lungi dall’abbassare gli standard, ha esattamente l’effetto contrario e cioè alzare il livello per chi precedentemente non doveva fare alcuno sforzo speciale.

Capisco che questa possa essere una brutta notizia per chi si è adagiato sugli allori, abituato da anni a fare il minimo sindacale per mancanza di concorrenza; ma se è capace di reinventarsi e continuare a proporre materiale di qualità non dovrebbe avere difficoltà a restare sulla breccia. Dopotutto, come amano ripeterci i paladini della meritocrazia, chi ha le capacità la strada la trova sempre.