Il consenso, questo sconosciuto. O no?

Questo non è un post su commissione, ma quasi; nel senso che dopo la recente sentenza della Cassazione sull’applicabilità o meno di una determinata aggravante in un caso di stupro si è tornato a discutere dell’inadeguatezza della legge italiana sulla violenza sessuale, soprattutto per quanto riguarda il concetto di consenso. Una persona che seguo su Twitter mi ha chiesto se avessi mai scritto un post in proposito e mi sono resa conto che, pur avendone accennato, non ne avevo mai parlato in dettaglio sul blog; quindi grazie a Renzo per avermici fatto pensare (nel tono della professoressa di latino a cui il secchione del primo banco ha appena fatto notare che quella versione l’ha già data per compito la settimana scorsa).

E dunque, il consenso. Questo concetto apparentemente banale che distingue un rapporto sessuale da uno stupro, e che nel momento in cui ho messo mano alla tastiera mi ha fatto pensare a quello che S. Agostino diceva del tempo (non nel senso di meteo), perché nel momento in cui inizi a pensarci attentamente ti rendi conto che no, non è poi così banale.

Tanto per cominciare, non siamo neppure d’accordo su come si debba esprimerlo: nella prima fase delle campagne contro la violenza sessuale si è posto l’accento sul modello “negativo”, quello del “No significa no”; ma i critici di questo approccio hanno fatto notare che di fatto può essere interpretato come silenzio-assenso, un’idea particolarmente pericolosa in tutti quei casi in cui una delle persone coinvolte non sia in grado di esprimere chiaramente un no. Quando si menziona questo problema la maggior parte di noi pensa immediatamente al caso della persona ubriaca o drogata, ma gli avvenimenti del 2017 e il movimento #MeToo hanno fornito un ampio campionario di casi ugualmente problematici ma che finora avevamo quasi sempre relegato alla zona grigia del “Difficile decidere”. Mi riferisco ai casi in cui la vittima di molestie o stupro si trova nella posizione di dipendere lavorativamente e/o economicamente da chi abusa di lei o in cui, anche senza un chiaro legame economico, una delle parti è in una formale posizione di sottomissione all’altra. La legge italiana, inadeguata quanto si vuole, se non altro riconosce (timidamente) le possibili implicazioni di una situazione del genere nel disciplinare l’età del consenso, che sale da 14 a 16 anni qualora il partner del minore ricopra un ruolo che gli permetta di esercitare un certo ascendente nei suoi confronti, p.e. quando ne è l’insegnante.

A ben vedere però anche in questi casi non solo un no può rivelarsi estremamente difficile o del tutto impossibile da esprimere: non è facilissmo neanche essere certi al cento per cento che un sì sia effettivamente libero e convinto. Anche per questo motivo una certa parte del movimento femminista ha supportato l’adozione del modello di consenso c.d. “entusiasta“, in cui un sì non è necessariamente un valido indicatore di assenso a meno che non sia espresso in un certo modo. Neppure questo modello è esente da critiche (soprattutto da parte dei/delle sex worker), ma credo si possa dire che abbiamo raggiunto se non altro un accordo sui fondamentali: il consenso dev’essere validamente e liberamente espresso.

Tutto a posto quindi? Nemmeno per sogno (credo di averlo già scritto, c’è un motivo se questo blog non l’ho chiamato Raggi di sole); perché se da un lato c’è qualcuno che deve dare il proprio consenso, dall’altro c’è qualcuno che lo deve ricevere, capire, e rispettare: ed è qui in realtà che i problemi cominciano.

È sorprendente e preoccupante constatare quanti uomini sostengano ancora di non essere in grado di capire quando una donna sta dicendo di no. In parte questo è il risultato di condizionamenti culturali, come il mito dell’impossibilità di capire che cosa pensino veramente quelle strane creature che in fondo rappresentano soltanto metà del genere umano; il sistema asimmetrico di potere che rende difficile quando non addirittura pericoloso per una donna rifiutare un’avance in determinate circostanze, costringendoci a fingere per mascherare la sensazione di disagio quando veniamo infastidite (un buon thread in proposito qui); e l’idea dura a morire che ai ruoli di genere corrispondano precisi compiti nell’iniziare un approccio romantico, con l’uomo a inseguire e la donna a rifiutarsi almeno in un primo momento, perché a cedere subito sembrerebbe “una facile”. L’ovvia conseguenza è che un uomo si senta non solo autorizzato ma in qualche modo incoraggiato a ignorare un no; ed è qui che nasce a mio avviso quella profonda incomprensione che ha portato molti uomini, all’apice della discussione su #MeToo, a lamentarsi che ormai non si può più neanche flirtare: perché mentre le donne in generale tendono a interpretare il flirt come un tastare il terreno con una persona con cui è assodato esserci reciproco interesse, molti uomini lo vedono come il processo per convincere una donna non interessata che in realtà no, dai, non lo sai ancora ma ti piaccio.

Parlando specificamente di sesso, c’è un’ulteriore dimensione da considerare, ovvero l’idea che la comunicazione soprattutto verbale sia in qualche modo in antitesi con l’erotismo; o che, per dirla in maniera raffinata, un continuo blablabla te lo faccia ammosciare. Ora, è verissimo che una sessione di attività ginnica da camera non sia il momento migliore per dimostrare di avere una memoria prodigiosa recitando le vite dei filosofi uzbeki del XVI secolo; ma il sesso della vita reale non è quello da film in cui magicamente il lui e la lei di turno si strappano i vestiti di dosso, piombano sul letto, si rivoltano per un po’ e hanno orgasmi simultanei senza mai pronunciare una sola parola. Nella vita reale un minimo di comunicazione logistica è necessario e assicurarsi che la/e persona/e con cui ci si sta divertendo si stia/no, appunto, ancora divertendo fa parte di questa comunicazione di base. Sottolineo l’ancora perché un ulteriore aspetto del concetto di consenso che trovo non venga discusso abbastanza è che non viene espresso liberamente e validamente una volta per tutte, ma può essere ritirato in qualsiasi momento. Uno dei migliori riassunti del dibattito che abbia mai letto partiva proprio da questo punto e diceva più o meno: “Prova a infilargli un dito su per il cxxo senza preavviso mentre lo state facendo e noterai che capisce benissimo che cosa significhi ritirare il consenso”.

Anche in una sfera tanto privata come quella sessuale ovviamente scontiamo il peso di una marea di condizionamenti socio-culturali: le donne spesso sono riluttanti a dare indicazioni esplicite su ciò che (non) ci piace, in parte perché lo slut shaming è sempre dietro l’angolo e in parte perché ci viene inculcato che uno dei nostri compiti a letto è rassicurare il partner sulla sua prestazione (vedasi anche alla voce simulazione dell’orgasmo). Chiaro che la cosa non incoraggia un franco “Questo non mi piace, fermiamoci un attimo”.

Ciò detto, resto del parere che non diventiamo misteriosamente incapaci di comunicare in maniera selettiva e che in generale gli uomini siano perfettamente in grado di essere proattivi, verificare il consenso di una donna a ogni stadio dell’interazione, e rispettare l’eventuale scelta di sospenderlo. Il che ci lascia ovviamente a concludere che chi molesta o stupra non lo fa perché ha male interpretato un messaggio, ma perché lo ha ignorato, e questo vale anche per la famosa zona grigia degli atteggiamenti “male interpretati”: per esempio, gli uomini che si lamentano di avere paura di fare “un innocuo complimento” a una collega sanno capire benissimo se quel complimento è effettivamente tale o meno. Basta chiedergli se lo farebbero anche a un uomo.

Ci sono speranze? L’ottimista in me (sì, ce n’è una, anche se ben nascosta) direbbe che ne abbiamo eccome: in fondo è quasi tutta questione di educazione e i risultati ottenuti da quei Paesi che hanno introdotto un esauriente curriculum di educazione sessuale e alle relazioni sono alquanto incoraggianti. Ma guardando al desolante panorama politico italiano di questo periodo non ho molte ragioni per essere ottimista, perché dal tono e dal contenuto del dibattito è chiaro che ci stiamo muovendo praticamente nella direzione opposta a quella in cui dovremmo andare. Se progresso ci sarà, non sarà per mano di chi avrebbe i mezzi per accelerarlo e sostenerlo dall’alto, ma verrà dal basso; e tutti noi dobbiamo cercare di fare la nostra parte.

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Stupido è…

Non mi sfugge che nell’essere delusi dagli altri c’è sempre una buona misura di egocentrismo: se ti comporti in un modo che non mi piace devo ammettere di aver fatto un errore di giudizio, e personalmente a me la cosa rode sempre parecchio.

Come saprete, negli ultimi due giorni si è sparsa la notizia di richieste a vari CAF italiani da parte di persone che volevano presentare domanda per il famigerato “reddito di cittadinanza” menzionato fino alla nausea dal M5S durante la campagna elettorale. Ecco, nel mio piccolo sono rimasta malissimo a vedere il mio feed su Twitter riempirsi di commenti ilari sui boccaloni e/o nullafacenti che ci sono cascati, con tanto di finti facsimile di moduli. Mi rendo perfettamente conto che la mia delusione sta al grande ordine delle cose come un granello di sabbia al pianeta Marte, ma quello che ho visto mi ha disgustata e preoccupata per due motivi che vanno oltre la mia opinione personale.

Motivo numero uno, il disprezzo per la povertà, su cui non mi soffermo perché il mio pensiero è già stato sintetizzato efficacemente da altri. Motivo numero due, la cattiveria del tutto gratuita verso “gli stupidi” che hanno abboccato all’unicorno elettorale.

Anche se non sembra, viviamo in un’epoca che glorifica l’intelligenza e non ci facciamo scrupolo alcuno a stigmatizzare chi non ne ha; gli stupidi sono rimasti praticamente l’unica categoria di persone che nessuno ha problemi a prendere in giro. Tendiamo anche a far coincidere l’intelligenza con i metodi che ci siamo inventati per cercare di misurarla: test per il QI e titoli di studio. L’inghippo sta nel fatto che, sostanzialmente, questo significa che la stupidità è funzione praticamente diretta della povertà e dello scarso accesso a un buon sistema educativo fin dalla primissima infanzia.

stupidity_poverty

In altri termini, quando prendiamo in giro la stupidità altrui non facciamo altro che stigmatizzare il fatto che ci sia chi non ha avuto le stesse nostre opportunità. E dal momento che né i mezzi finanziari della famiglia in cui nasciamo, né la qualità dell’istruzione (soprattutto elementare) che riceviamo, dipendono da noi… a che titolo esattamente ci sentiamo superiori a una persona “stupida”?

È anche per questo che, come ho scritto in passato, l’atteggiamento di esperti come Roberto Burioni mi fa partire i cinque minuti: perché prendere in giro qualcuno che ne sa o ne capisce di meno può anche farci sentire più intelligenti, ma a parte quello, mettetevelo bene in testa, non sortisce effetto alcuno sulla sua condotta – quando non ha addirittura la conseguenza di renderlo ancora più fermo nelle proprie convinzioni: perché mai qualcuno dovrebbe abbandonare un partito in cui bene o male si ritrova per votarne uno i cui sostenitori lo trattano da deficiente? Nelle parole del giornalista Conor Friedesdorf, “people are never less likely to change, to convert to new ways of thinking or acting, than when it means joining the ranks of their denouncers”.

Capisco benissimo la delusione e la rabbia per un risultato elettorale che sono la prima a trovare terrificante; e capisco benissimo anche chi dica di sentirsi migliore di un elettore della Lega o del M5S già solo per la scelta fatta in cabina elettorale. Ma la croce sulla scheda non ci dà licenza di presa in giro gratuita, né ci esenta dal comportarci meglio di chi vogliamo criticare (tra l’altro, non è che nel caso specifico manchino motivi di critica più che validi). Stupido è chi lo stupido fa; ma chi dello stupido ride, e altro non fa, non è che sia poi tanto più furbo.

La parola con la R

La settimana scorsa uno dei Buongiorno di Mattia Feltri ha provocato un polverone per via di un’infelicissima frase sul fatto che ormai di fascismo in Italia non rischia di morire più nessuno, “se non qualche immigrato”. Sommerso di critiche, il feltrino (copyright una persona intelligente che seguo su Twitter) ha postato una piccatissima risposta che ho visto solo con un paio di giorni di ritardo. So bene che in piena tragedia post-elettorale “le priorità sono altre”, ma credo valga la pena di prendersi cinque minuti per rileggerla, questa risposta; anche perché, visti appunto i risultati elettorali, ho idea che parecchi ne condividano l’impostazione.

feltri_fascismoSi parte subito con un chilometro di mani avanti: nella testa di Feltri Jr la frase era “lampante”: soltanto gli immigrati rischiano, come a Macerata. Io non sono una giornalista di grido ma due domande me le sono fatte: uno, se si voleva essere certi che la frase non venisse fraintesa, non bastava articolarla meglio nel passaggio dalla testa alla carta e citare esplicitamente il caso di Macerata? Se ti ha “capito male” la maggioranza dei lettori, come minimo non stai facendo bene il tuo lavoro. Due, se anche il fraintendimento fosse negli occhi di chi legge, non è che questa pezza sia tanto meglio del buco, e non solo perché non è vero che le aggressioni fasciste degli ultimi anni abbiano preso di mira solo migranti; ma perché anche formulata in quel modo si presta alla stessa identica interpretazione della frase originale. Chi avesse davvero voluto attirare l’attenzione sul fatto che la categoria migranti sia sulla carta più a rischio di altre avrebbe potuto semplicemente scrivere che il pericolo è soprattutto per quel gruppo che è comunque già vulnerabile per altri motivi.

La prossima parte è quella da leggere attentamente, perché è qui che si compie il numero di giocoleria verbale: un’orda di commentatori anonimi aggredisce virtualmente il feltrino per quella frase, dandogli del razzista “senza conoscerlo”. Avete visto il trucco? No? Riguardiamolo al rallentatore: le reazioni di chi si è indignato erano rivolte alla frase incriminata; ma il feltrino con abile mossa ne fa un attacco personale, spostando la conversazione da quello che ha fatto a quello che è. E quando la domanda si trasforma da “Lo specifico atto è razzista?” a “Tizio è razzista?” la discussione è fondamentalmente morta, perché è impossibile andare a vedere che cosa effettivamente ci sia nella testa di una persona; ma, e questo è il punto, non penso ci si debba ostinare su questo. Se una persona sposa idee razziste, non è un mio problema fino a quando rimangono confinate nel suo cranio: il problema nasce quando quelle idee ne guidano, per dirla con la formula del catechismo, pensieri, parole, opere e omissioni. Per dirla chiaramente, a me quello che pensa Feltri Jr dell’influenza dei geni sul ritmo nel sangue e la velocità nella corsa non importa una ceppa; quello che mi importa, e molto, è che abbia usato la sua seguitissima piattaforma per esprimere un pensiero facilmente leggibile come “gli italiani veri sono al sicuro quindi del fascismo non dobbiamo preoccuparci poi tanto”: quello sì che è razzista, accidenti.

Una nota di Schadenfreude a margine: anche il feltrino sembra essere preda dello stesso malessere da social che affligge altri suoi illustri colleghi, i quali ancora non si capacitano del fatto che praticamente chiunque con una connessione internet possa raggiungerli e permettersi di interloquire con loro. Ora, premesso che: la rimozione delle barriere fisiche rende la comunicazione virtuale sicuramente più “selvatica” di quella faccia a faccia; e che il problema dell’harassment online è reale e serissimo (ne ho scritto qui); a me questi alti lai dei pilastri (…) del giornalismo italico fanno sempre molto ridere, a partire dagli strali contro l’anonimato che tradiscono una notevole ignoranza sui meccanismi delle interazioni online. Senza voler usare l’esempio estremo di persone che vivono sotto regimi repressivi e per le quali l’anonimato è condizione assolutamente necessaria per potersi esprimere liberamente senza rischi per la propria incolumità, è indubbio che solo una piccolissima parte di noi potrebbe esprimersi così apertamente su diversi temi se non potesse restare anonima. E sarebbe un peccato, perché moltissimi producono contenuti interessanti che arricchiscono chi ha la fortuna di poterli leggere, ascoltare, guardare. Quello che sfugge ai Feltri e Mentana della situazione è che “metterci la faccia” per il resto del mondo funziona in maniera opposta rispetto alla loro: quando lo fa un giornalista noto non solo la cosa conferisce automaticamente un certo peso a quello che dice, ma è proprio quella faccia a metterlo al riparo dalle conseguenze che potrebbe subire Maria Rossi, impiegata, se dicesse le stesse cose. La maggior parte di noi non è pagata per esprimere le proprie opinioni e quando lo facciamo ci esponiamo per così dire senza rete, in senso letterale: non abbiamo le spalle coperte da social media manager, uffici legali, editori, produttori, e amici dal nome di peso disponibili a spenderlo per sostenerci se diciamo qualcosa di scomodo che però va detto. E prima di lamentarsi dell’insostenibile “odio della rete”, i giornalisti italiani dovrebbero provare a gestire per una settimana il profilo Twitter di una femminista nera, o di un attivista per i diritti dei transgender; poi magari ne riparliamo.

Ho scritto questo post a cavallo dei due giorni successivi alle elezioni e credo che a proposito di razzismo ci sarà, purtroppo, ancora parecchio da dire e scrivere nei prossimi mesi. Mi limito a constatare che, a meno di 48 ore dal voto, ho già visto moltissimi elettori di destra colpiti da “sindrome di Feltri” e cioè indignatissimi all’idea di poter essere chiamati razzisti “solo per come hanno votato”. Credo che dovremmo stare molto attenti a non permettergli di spostare la discussione sui loro cuoricini infranti, ma continuare a concentrarci sul fatto che hanno votato per partiti i cui programmi sono chiaramente discriminatori – o perché li condividevano, o perché altre parti di quei programmi erano così allettanti da infischiarsene altamente del resto del mondo; e che per questo sono e saranno corresponsabili delle ingiustizie che quei partiti compiranno ora che ne hanno l’occasione. Se sono i primi ad agire senza minimamente preoccuparsi del prossimo, non possono pretendere che il resto di noi assecondi i loro bronci da bambino egoista.

Dacci oggi la nostra melma quotidiana

Una di quelle giornate in cui la cronaca ti rovescia addosso così tanta melma da rischiare di soffocarti.

Una ragazza abbandonata in overdose viene usata per giustificare: una tentata strage razzista; un peloso discorso sulla necessità di “ridiscutere l’immigrazione”; una serie di vergognose uscite da campagna elettorale; un coro di sentenze sputate da chi ha avuto l’immensa fortuna di non trovarsi mai neppure di striscio ad avere a che fare con una dipendenza.

Si scopre che il corpo di quella stessa ragazza su cui stanno banchettando orde di sciacalli tra i peggiori mai visti ha subito un’ennesima, evitabile violenza poco prima di morire. Non che la riconosceremo come tale: diremo che non c’è stata costrizione fisica, che c’è stato un passaggio di denaro a sanare tutto, come se noi femministe non ci sgolassimo da anni a spiegare che è l’abuso di una posizione di vantaggio a rendere tale uno stupro.

Una seconda ragazza viene uccisa da un uomo, e i giornali si affrettano a servirci una carrellata delle sue foto e a informarci del fatto che fosse “problematica”, con un “passato difficile”. Perché fateci caso, le donne vittima di violenza spesso hanno un passato, una sorta di marchio di Caino che le rende in qualche modo responsabili di quello che loro accade. E, morendo, rinunciano a ogni diritto alla privacy: le loro foto, i video, i post su Facebook vengono serviti come contorno al banchetto degli sciacalli.

I media italiani, che da decenni contribuiscono a distorcere la realtà dell’immigrazione con inchieste, titoli, servizi apocalittici, confondono ancora la libertà di espressione con il diritto a un megafono, e offrono spazi a fascionazisti che si ostinano a non riconoscere e trattare come tali, giustificando l’inseguimento di ascolti e click con l’impellente “necessità” di un dibattito equilibrato. E pazienza se non abbiamo ancora imparato che la piena umanità di determinate categorie di persone non può, non deve, essere oggetto di dibattito. Pazienza anche se gli stessi media si autoesentano dall’obbligo di equilibrio che pretendono di imporre agli altri, continuando a usare quella neo-lingua vigliacca per cui la nazionalità dell’accusato di un reato è sempre specificata fin dal primissimo lancio di agenzia, ma solo nel caso in cui abbia passaporto del Sud del mondo e pelle non chiarissima.

Domani, ovviamente, ci sarà un altro carico di melma. Ci saranno le giustificazioni, le spiegazioni, i “chiarimenti” del perché di certi articoli che mai avrebbero dovuto essere scritti né tantomeno pubblicati, le non-scuse degli scribacchini che si diranno dispiaciuti (loro) se li abbiamo fraintesi (noi). E comincio a temere sul serio che, un giorno, tutta questa melma ci sommergerà per davvero.

Meno sciocchezze sull’Europa? Un’occhiata al programma elettorale del centrodestra

Ieri mi è capitato sott’occhio un tweet di Gianni Alemanno con una serie di punti chiave del programma elettorale del centrodestra per i rapporti con l’Europa: centrodx europauna vera chicca nell’arte di sembrare risoluti e propositivi (“Meno vincoli dall’Europa!”) senza effettivamente proporre alcunché di fattibile. E mi sono detta che sarebbe stato un peccato lasciarla senza commento.

1. No alle politiche di austerità. E fin qui va bene, applausi, lo dicono in tanti da tempo. Certo ci sarebbe da spiegare come le si vogliono cambiare, e che cosa si propone per la modifica del Patto di Crescita e Stabilità, ma non faremo i pignoli.

2. No alle regolamentazioni eccessive che ostacolano lo sviluppo. Un grande evergreen che viene regolarmente tirato fuori dagli euroscettici di tutte le latitudini; peccato che poi, quando gli si chiede di fornire anche solo un esempio di legge europea “eccessiva” che abbia concretamente ostacolato una qualche occasione di sviluppo, facciano sempre la faccia di quel mio compagno di liceo che si presentava a scuola una volta alla settimana e si mostrava sempre molto stupito nell’apprendere che sì, a domanda del professore ci si aspettava che fosse in grado di fornire una risposta sensata. Nel caso degli euroscettici nostrani, non gli viene mai in mente che lo sviluppo italiano sia ostacolato da mancanza di investimenti in istruzione e ricerca; specifiche caratteristiche del tessuto produttivo, formato in stragrande maggioranza da micro e piccole imprese con tutte le difficoltà che una taglia ridotta comporta; tempi burocratici e giudiziari infiniti; amministrazione obsoleta e non digitalizzata; no, secondo loro il problema principale sono le regolamentazioni eccessive di Bruxelles – che cosa ne pensino del fatto che Paesi come la Germania riescano benissimo a produrre, esportare e crescere non è dato saperlo.

3. Revisione dei trattati europei. Altro grande, immancabile evergreen. La farò breve: sono decenni che sento discutere di revisione dei trattati, e solo da due categorie di persone: quelle che studiano l’argomento di mestiere, e che effettivamente parlano con cognizione di causa e sono anche perfettamente consce del fatto che l’operazione sarebbe giuridicamente complessa e politicamente difficile, e sostanzialmente si fermano all’aspetto teorico del dibattito; e quelli che viceversa non saprebbero neppure accoppiare le principali istituzioni con la rispettiva sede, ma sono appassionatamente convinti del fatto che “questa Europa” non funzioni, e che si debbano cambiarne le regole. Come, non glielo chiedete: non ne hanno la più pallida idea, e a pensarci bene non sono nemmeno appassionatamente convinti. Hanno solo usmato che “Cambiare l’Europa” suona bene, piace a un sacco di gente, ed è un buono slogan che viene bene praticamente per qualsiasi tornata elettorale comprese le condominiali.

4. Più politica, meno burocrazia in Europa. Vedi punto 3: un altro slogan che il cittadino medio italiano, cresciuto a pane e odio della burocrazia (nazionale), non può che sottoscrivere praticamente in automatico. Peccato che la politica, intesa come capacità di fare lobbying sui temi di interesse nazionale, negli ultimi anni sia stata meno efficace – non serve necessariamente più politica, si dovrebbe iniziare a farla meglio. E peccato che, come ho accennato, in fatto di burocrazia l’Italia dovrebbe urgentemente riordinare casa propria prima di invocare tagli al peraltro sovrastimato red tape di Bruxelles.

5. Riduzione del surplus dei versamenti annuali italiani al bilancio UE. Immagino che qualcuno nel comitato elettorale del centrodestra abbia recentemente rivisto il biopic su Margaret Thatcher e abbia pensato fosse una buona idea inserire nel programma una variazione di I want back my money. Forse però avrebbero dovuto informarlo del fatto che il “surplus” è dovuto anche al fatto che l’Italia si è sempre data in ritardissimo gli strumenti per la gestione dei fondi strutturali, ragion per cui la fetta più consistente del flusso di denaro che potrebbe “tornare” a Roma spesso rimane bloccata fino quasi alla fine del ciclo di spesa. Sulle frodi di falsi progetti messi in piedi per rubare soldi alla Commissione, e sui fondi spesi in follie buone solo a creare consensi per amministratorucoli locali, mi taccio per vergogna.

6. Prevalenza della nostra Costituzione sul diritto comunitario, sul modello tedesco (recupero di sovranità). Questo è un altro di quegli argomenti che di solito vengono discussi con cognizione di causa solo quando restano confinati nell’ambito di discussioni accademico-giuristiche, per svuotarsi completamente di significato quando li recupera l’agita-popolo di turno. Perché, partendo dalla fine, “recupero di sovranità” nel mondo globalizzato e iperconnesso del XXI secolo non vuol dire più quasi una ceppa. “Sul modello tedesco” qui credo significhi semplicemente che, finito di rivedere The Iron Lady, l’incaricato del programma elettorale di cui sopra abbia googlato “Diritto UE + Costituzione” e poi cliccato su uno degli articoli a proposito delle discussioni della Corte Costituzionale tedesca, qualche anno fa chiamata a pronunciarsi appunto sulla costituzionalità delle misure adottate per tenere a galla l’Eurozona durante la crisi finanziaria. Indipendentemente dalla posizione di principio che si abbia sulla gerarchia delle fonti di diritto, il dettaglio sfuggito all’autore di questo punto è che il dibattito nel corso degli anni si è evoluto con la giurisprudenza: vale a dire che proclamare a gran voce la prevalenza della Costituzione sul diritto comunitario non ha alcun effetto pratico, se non in caso di eventuale, improbabile conflitto tra una norma adottata a livello UE e una qualche disposizione della Costituzione italiana. Fino a quel momento, stiamo e staremo parlando di aria fritta.

7. Tutela in ogni sede degli interessi italiani a partire dalla sicurezza del risparmio e dalla tutela del Made in Italy, con particolare riguardo alle tipicità delle produzioni agricole e dell’agroalimentare. Si sono tenuti il meglio per ultimo. Notate la deliziosa contraddizione tra “tutela del Made in Italy” (e cioè l’annosa questione sull’etichettatura obbligatoria dei prodotti non alimentari, ripeto non alimentari, che si trascina da almeno due Commissioni e che l’Italia, per quanto ci riprovi ostinatamente a ogni giro, non riesce a far passare)… e “con particolare riguardo alle tipicità delle produzioni agricole e dell’agroalimentare”. Che, come sappiamo (e come saprebbe anche l’estensore del programma se avesse smesso per un momento di smanettare a caso su internet mentre rivedeva vecchi film), sono già tutelati da etichettature DOP, DOC, e DOCG. In ogni caso vi consiglio di tenere un occhio sull’ultimissima alzata d’ingegno italiana in questo campo, l’obbligo di etichettatura “di origine” per riso e pasta (e forse in futuro per altri prodotti) che l’Italia ha unilateralmente introdotto alla fine dell’anno scorso, e sembra scordandosi pure di avvisare la Commissione. Incidentalmente, questa bella pensata che forse ci costerà l’ennesima procedura d’infrazione si applica solo ai produttori italiani: attendo che mi si spieghi in che modo rifilargli un obbligo burocratico aggiuntivo ne tuteli gli interessi, ma mi metto comoda perché credo che attenderò a lungo.

TL;DR: le misure proposte dal centrodestra sull’Europa variano da infattibili a prive di significato a peggio che inutili. Il che, da quello che ho capito, le mette perfettamente in linea con il resto del programma.

Quello che ho imparato dalla discussione sullo ius soli

Non molto, a dire la verità.

Ho imparato che il PD ha calendarizzato il DDL alla fine di una legislatura durata il tempo regolamentare, salvo poi stringersi nelle spalle e scoprire che il tema era “delicato” ed era necessario “prendersi il tempo” di discuterne per bene per non forzare le cose.

Ho imparato con sorpresa che approvare un provvedimento di elementare civiltà a poche settimane dalle elezioni avrebbe fornito materiale alle destre e scoraggiato potenziali elettori moderati. Come mai chi si facesse eventualmente spaventare dall’approvazione della legge sullo Ius soli venga considerato un potenziale elettore di sinistra non l’ho ancora capito, né ho capito perché l’elettore moderato tendente a destra dovrebbe mai scegliere un partito che ne rincorre altri quando può votare direttamente uno degli originali; ma sarò sicuramente io che non ci arrivo.

Non ho imparato, perché dopo un paio di mesi dopo le ultime elezioni era già chiaro praticamente a chiunque, che il Movimento Cinque Stelle è peggio che inutile e che non si può mai fare affidamento sui voti dei suoi eletti (alle anime candide che questo non l’avevano ancora afferrato e che sono riuscite a cadere dal pero anche stavolta direi solo che spero gli sia piaciuta la vacanza su Marte in cui erano evidentemente impegnati durante il voto finale sulle unioni civili).

Ho avuto triste conferma del fatto che troppa della gente che sta in Parlamento ha la decenza, il senso di responsabilità, e la dignità di un’ameba; che per troppi dei militanti non c’è differenza tra aula e stadio quando si tratta di sostenere i propri colori; e che alcuni sedicenti leader non hanno ancora compreso che la parte richiede appunto di saper guidare, non seguire gli umori della folla e sparire nel momento del bisogno, distanziandosi strategicamente da ciò che sembra non piacere ai sondaggi.

In effetti, come dicevo, non ho imparato granché.

Il principio di precauzione e la libertà di espressione dei fascisti

Non entro nello specifico della discussione tecnica sul DDL Fiano, il suo rapporto con le leggi Scelba e Mancino, e l’attuale grado di effettiva applicazione delle suddette; né mi soffermo sulle polemiche da quattro soldi a proposito dell’atteggiamento scivoloso del M5S sulla questione (breve parentesi per chi ancora si facesse illusioni: il M5S è un’azienda travestita da movimento politico ma incapace di funzionare come tale per precisa volontà dei capoccia e reale incapacità della base. Punto. Piantatela di stupirvi di ogni manifestazione della loro inutilità come se fosse la più grande sorpresa politica dell’ultimo secolo).

Quello che mi interessa e mi preoccupa, invece, sono gli alti lai dei cultori della libertà-di-espressione™, quelli grossolanamente riassumibili in “Vietare la libera espressione ai fascisti è fascista”. Allora.

Come ho già avuto occasione di scrivere (parte 1 e 2), non sono una fan della censura facile, preventiva e indiscriminata. Le idee bacate è sempre meglio trascinarle alla luce del sole, dove la loro bruttezza appare evidente a tutti o quasi. Ma qui stiamo parlando di una ben precisa ide(ologi)a e di un ben preciso Paese, e pontificare di libertà di espressione in astratto senza calare il dibattito nello specifico contesto è un’omissione grave.

Tutti conosciamo o dovremmo conoscere la storia italiana e il ruolo che in essa ha giocato il fascismo; dovremmo altresì conoscere i punti cardine dell’ideologia fascista, e il modo in cui la loro applicazione ha privato una grandissima fetta di cittadini italiani dei loro diritti più basilari. Nella discussione in corso sulla libertà-di-espressione™ è sempre in primo piano il dovere dello Stato di mettere i propri cittadini in condizione di formarsi liberamente opinioni e dare loro voce senza temere arbitrarie ritorsioni. Ma si tace sorprendentemente su un altro dovere statale, quello di garantire la loro sicurezza e incolumità. E basta googlare “aggressione (neo)fascista” per rendersi conto che ancora oggi troppe persone vengono private della loro sicurezza (per non parlare dell’incolumità fisica) da nostalgici del Ventennio. Dov’è la tutela statale dei loro diritti?

Chi mastica d’Europa conoscerà il concetto di principio di precauzione, a cui si deve ispirare il legislatore chiamato a regolamentare materie su cui la comunità scientifica non ha ancora dati quantitativamente sufficienti a raggiungere una conclusione definitiva e condivisa; in tal caso, e finché non ci saranno dati più solidi a disposizione, si preferisce sempre l’approccio più conservativo onde tutelare la salute dei cittadini. Per dirla in maniera meno altisonante, nel dubbio si va con i piedi di piombo.

Nel caso del fascismo, sinceramente, mi chiedo di quale principio di precauzione potremmo mai avere ancora bisogno: sappiamo benissimo come sia andata a finire la prima volta e sappiamo anche meglio di allora quanto siano infondate quelle ipotesi di nazionalismo, superiorità razziale e ipermascolinità su cui poggia l’ideologia fascista. Nel frattempo abbiamo anche imparato che la violenza fisica non scaturisce dal nulla ma viene incoraggiata o meno dall’ambiente e dalla cultura prevalente; il linguaggio non solo gioca un ruolo importantissimo nella formazione di questa cultura ma, né più né meno, influenza anche la nostra percezione del mondo.

Per cui, se diciamo di voler difendere la libertà-di-espressione™ dei fascisti, dobbiamo anche accettare che di fatto stiamo dando loro la possibilità di continuare impunemente a intimidire e privare dei propri diritti altre persone. Stiamo dicendo a migranti, minoranze religiose, comunità LGBT e disabili: “Sorry, lo so che dicono che non sei un essere umano e un cittadino a pieno titolo, ma devi arrangiarti da solo. Io resto neutrale”. Solo che, per dirla con l’arcivescovo Desmond Tutu, uno che di privazioni di diritti ne sa qualcosa, “If you are neutral in situations of injustice, you have chosen the side of the oppressor”.