Quando “la gente” fa del male alle persone

Fatto di cronaca numero uno: una donna condivide privatamente un video che la ritrae durante un rapporto orale. Il video viene diffuso senza il suo consenso e in seguito all’ondata di melma da cui viene travolta la donna si suicida.

Fatto di cronaca numero due: vari atleti italiani, con Alex Zanardi e Bebe Vio tra i nomi più in vista, si coprono di gloria e medaglie alle Paralimpiadi. Si tratta di due avvenimenti distantissimi l’uno dall’altro, eppure leggendone mi sono trovata a fare le stesse riflessioni.

Nel primo caso, alla notizia del suicidio ci siamo ritrovati su tutti i maggiori quotidiani italiani una serie di patetici articoli su “Come difendersi dalle inside del web”, una sorta di teoria della minigonna 2.0 per cui se ti presti a certe cose in fondo te la sei andata un po’ a cercare. Anche i pezzi in teoria più empatici (dopotutto stavolta c’è scappato il morto) hanno parlato di “errore” o “leggerezza”. Che questa sia solo la solita strisciante reazione di victim-blaming lo hanno già spiegato molto bene qui, quindi non mi dilungo sul punto. Solo un pezzo tra quelli che ho letto finora prova a interrogarsi sul vero nocciolo del problema, e cioè il fatto che se non stigmatizzassimo ancora le donne che hanno una vita sessuale indipendente non ci sarebbero reazioni così spropositate alla scoperta che una donna, appunto, conduce una vita sessuale indipendente.

La cosa mi ha fatto tornare in mente un articolo che ho letto qualche mese fa sulla storia del concetto di orologio biologico, originariamente inventato da ricercatori che studiavano i ritmi circadiani e poi distorto e passato a indicare il famigerato tic-tac che ricorda alle donne in carriera che non si può rimandare per sempre. L’autrice notava quanto la questione della genitorialità continui a rimanere inquadrata a livello di scelta individuale della donna, senza una riflessione più ampia sul contesto sociale (critica che è stata mossa, per esempio, anche al famigerato #FertilityDay proposto dal Ministero della Salute). Ed è proprio questa riflessione che mi sono trovata a fare in entrambi i casi di cui parlavo all’inizio.

Del fatto di cronaca numero uno si è già detto: inutile affannarci a parlare di educazione digitale per i singoli se non cerchiamo anche di smantellare la cultura patriarcale ancora dominante e vera responsabile della gogna (magari virtuale, ma dalle conseguenze ben tangibili) capace di distruggere la vita di chi ne è vittima.

Passiamo al fatto di cronaca numero due, che apparentemente non potrebbe essere più diverso; in questo caso parliamo di storie super positive, di quelle che ci fanno pure versare qualche lacrimuccia. Qui i problemi in realtà sono due ma uno, l’abilismo, meriterebbe una trattazione a parte quindi ne accenno soltanto e vi rimando a questo articolo in caso vogliate approfondire (TL;DR: i diversamente abili non esistono per fornirci ispirazione e grandiosi esempi di come non abbattersi di fronte alle avversità, sono persone complete indipendentemente dalla “funzione” che ci degniamo di assegnargli).

Ritorno invece sul discorso individuo/contesto: ho letto commenti entusiastici sulla forza d’animo e la volontà ferrea di chi, come Zanardi e Vio, è riuscito a superare un grave handicap fisico arrivando a coronare quel sogno dell’oro olimpico che per la stragrande maggioranza degli atleti resta irraggiungibile. Fermo restando che si tratta di risultati effettivamente eccezionali che meritano tutte le lodi di questi giorni, non sono del tutto sicura del contributo che daranno nella discussione a più lungo termine su come costruire una società veramente inclusiva.

In altri termini: Zanardo, Vio e in generale gli atleti paralimpici hanno potuto contare su un sistema di supporto anche economico che è invece drammaticamente assente per moltissime persone con disabilità. Se riduciamo la questione a quel famoso slogan per cui i limiti esistono soltanto nella nostra mente, gli exploit di Zanardi e Vio rischiano di diventare un’arma impropria con cui colpevolizzare chi “si piange addosso” senza considerare che magari, molto semplicemente, non ha accesso agli stessi mezzi e alla stessa rete di supporto.

Anche in questo caso, il problema si verifica perché perdiamo di vista il contesto e finiamo per imporre all’individuo il peso di affrontare e possibilmente superare da solo una determinata situazione, un’aspettativa irrealistica considerato che ci sono in gioco dinamiche non controllabili dai singoli.

Perché lo facciamo? Detta molto brutalmente: perché è facile, e noi pigri. Se consigliamo “Lo smartphone in camera da letto è meglio tenerlo spento”, poi non ci tocca interrogarci sui meccanismi per cui in troppi non si fanno problemi a buttare una donna in pasto alla folla; se ci entusiasmiamo sui progressi della medicina che ci permettono di congelare gli ovuli, non è necessario insistere perché le aziende si decidano a permettere finalmente soluzioni flessibili per le donne che lavorano; se condividiamo a ripetizione foto di supereroi sportivi con le loro protesi d’eccellenza, possiamo far scivolare fuori dalla nostra timeline quelle fastidiose notizie di studenti con disabilità a cui viene ripetutamente negato il diritto all’istruzione.

Non ho una soluzione definitiva per questa situazione: nelle parole di una persona intelligente che seguo su Twitter , “smettere di fare schifo è un lavoro durissimo”. Però credo che sia assolutamente necessario che ci diamo tutti una mossa, e anche alla svelta: altrimenti rischiamo che quello schifo finisca per travolgerci.

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