Stupido è…

Non mi sfugge che nell’essere delusi dagli altri c’è sempre una buona misura di egocentrismo: se ti comporti in un modo che non mi piace devo ammettere di aver fatto un errore di giudizio, e personalmente a me la cosa rode sempre parecchio.

Come saprete, negli ultimi due giorni si è sparsa la notizia di richieste a vari CAF italiani da parte di persone che volevano presentare domanda per il famigerato “reddito di cittadinanza” menzionato fino alla nausea dal M5S durante la campagna elettorale. Ecco, nel mio piccolo sono rimasta malissimo a vedere il mio feed su Twitter riempirsi di commenti ilari sui boccaloni e/o nullafacenti che ci sono cascati, con tanto di finti facsimile di moduli. Mi rendo perfettamente conto che la mia delusione sta al grande ordine delle cose come un granello di sabbia al pianeta Marte, ma quello che ho visto mi ha disgustata e preoccupata per due motivi che vanno oltre la mia opinione personale.

Motivo numero uno, il disprezzo per la povertà, su cui non mi soffermo perché il mio pensiero è già stato sintetizzato efficacemente da altri. Motivo numero due, la cattiveria del tutto gratuita verso “gli stupidi” che hanno abboccato all’unicorno elettorale.

Anche se non sembra, viviamo in un’epoca che glorifica l’intelligenza e non ci facciamo scrupolo alcuno a stigmatizzare chi non ne ha; gli stupidi sono rimasti praticamente l’unica categoria di persone che nessuno ha problemi a prendere in giro. Tendiamo anche a far coincidere l’intelligenza con i metodi che ci siamo inventati per cercare di misurarla: test per il QI e titoli di studio. L’inghippo sta nel fatto che, sostanzialmente, questo significa che la stupidità è funzione praticamente diretta della povertà e dello scarso accesso a un buon sistema educativo fin dalla primissima infanzia.

stupidity_poverty

In altri termini, quando prendiamo in giro la stupidità altrui non facciamo altro che stigmatizzare il fatto che ci sia chi non ha avuto le stesse nostre opportunità. E dal momento che né i mezzi finanziari della famiglia in cui nasciamo, né la qualità dell’istruzione (soprattutto elementare) che riceviamo, dipendono da noi… a che titolo esattamente ci sentiamo superiori a una persona “stupida”?

È anche per questo che, come ho scritto in passato, l’atteggiamento di esperti come Roberto Burioni mi fa partire i cinque minuti: perché prendere in giro qualcuno che ne sa o ne capisce di meno può anche farci sentire più intelligenti, ma a parte quello, mettetevelo bene in testa, non sortisce effetto alcuno sulla sua condotta – quando non ha addirittura la conseguenza di renderlo ancora più fermo nelle proprie convinzioni: perché mai qualcuno dovrebbe abbandonare un partito in cui bene o male si ritrova per votarne uno i cui sostenitori lo trattano da deficiente? Nelle parole del giornalista Conor Friedesdorf, “people are never less likely to change, to convert to new ways of thinking or acting, than when it means joining the ranks of their denouncers”.

Capisco benissimo la delusione e la rabbia per un risultato elettorale che sono la prima a trovare terrificante; e capisco benissimo anche chi dica di sentirsi migliore di un elettore della Lega o del M5S già solo per la scelta fatta in cabina elettorale. Ma la croce sulla scheda non ci dà licenza di presa in giro gratuita, né ci esenta dal comportarci meglio di chi vogliamo criticare (tra l’altro, non è che nel caso specifico manchino motivi di critica più che validi). Stupido è chi lo stupido fa; ma chi dello stupido ride, e altro non fa, non è che sia poi tanto più furbo.

Advertisements

La parola con la R

La settimana scorsa uno dei Buongiorno di Mattia Feltri ha provocato un polverone per via di un’infelicissima frase sul fatto che ormai di fascismo in Italia non rischia di morire più nessuno, “se non qualche immigrato”. Sommerso di critiche, il feltrino (copyright una persona intelligente che seguo su Twitter) ha postato una piccatissima risposta che ho visto solo con un paio di giorni di ritardo. So bene che in piena tragedia post-elettorale “le priorità sono altre”, ma credo valga la pena di prendersi cinque minuti per rileggerla, questa risposta; anche perché, visti appunto i risultati elettorali, ho idea che parecchi ne condividano l’impostazione.

feltri_fascismoSi parte subito con un chilometro di mani avanti: nella testa di Feltri Jr la frase era “lampante”: soltanto gli immigrati rischiano, come a Macerata. Io non sono una giornalista di grido ma due domande me le sono fatte: uno, se si voleva essere certi che la frase non venisse fraintesa, non bastava articolarla meglio nel passaggio dalla testa alla carta e citare esplicitamente il caso di Macerata? Se ti ha “capito male” la maggioranza dei lettori, come minimo non stai facendo bene il tuo lavoro. Due, se anche il fraintendimento fosse negli occhi di chi legge, non è che questa pezza sia tanto meglio del buco, e non solo perché non è vero che le aggressioni fasciste degli ultimi anni abbiano preso di mira solo migranti; ma perché anche formulata in quel modo si presta alla stessa identica interpretazione della frase originale. Chi avesse davvero voluto attirare l’attenzione sul fatto che la categoria migranti sia sulla carta più a rischio di altre avrebbe potuto semplicemente scrivere che il pericolo è soprattutto per quel gruppo che è comunque già vulnerabile per altri motivi.

La prossima parte è quella da leggere attentamente, perché è qui che si compie il numero di giocoleria verbale: un’orda di commentatori anonimi aggredisce virtualmente il feltrino per quella frase, dandogli del razzista “senza conoscerlo”. Avete visto il trucco? No? Riguardiamolo al rallentatore: le reazioni di chi si è indignato erano rivolte alla frase incriminata; ma il feltrino con abile mossa ne fa un attacco personale, spostando la conversazione da quello che ha fatto a quello che è. E quando la domanda si trasforma da “Lo specifico atto è razzista?” a “Tizio è razzista?” la discussione è fondamentalmente morta, perché è impossibile andare a vedere che cosa effettivamente ci sia nella testa di una persona; ma, e questo è il punto, non penso ci si debba ostinare su questo. Se una persona sposa idee razziste, non è un mio problema fino a quando rimangono confinate nel suo cranio: il problema nasce quando quelle idee ne guidano, per dirla con la formula del catechismo, pensieri, parole, opere e omissioni. Per dirla chiaramente, a me quello che pensa Feltri Jr dell’influenza dei geni sul ritmo nel sangue e la velocità nella corsa non importa una ceppa; quello che mi importa, e molto, è che abbia usato la sua seguitissima piattaforma per esprimere un pensiero facilmente leggibile come “gli italiani veri sono al sicuro quindi del fascismo non dobbiamo preoccuparci poi tanto”: quello sì che è razzista, accidenti.

Una nota di Schadenfreude a margine: anche il feltrino sembra essere preda dello stesso malessere da social che affligge altri suoi illustri colleghi, i quali ancora non si capacitano del fatto che praticamente chiunque con una connessione internet possa raggiungerli e permettersi di interloquire con loro. Ora, premesso che: la rimozione delle barriere fisiche rende la comunicazione virtuale sicuramente più “selvatica” di quella faccia a faccia; e che il problema dell’harassment online è reale e serissimo (ne ho scritto qui); a me questi alti lai dei pilastri (…) del giornalismo italico fanno sempre molto ridere, a partire dagli strali contro l’anonimato che tradiscono una notevole ignoranza sui meccanismi delle interazioni online. Senza voler usare l’esempio estremo di persone che vivono sotto regimi repressivi e per le quali l’anonimato è condizione assolutamente necessaria per potersi esprimere liberamente senza rischi per la propria incolumità, è indubbio che solo una piccolissima parte di noi potrebbe esprimersi così apertamente su diversi temi se non potesse restare anonima. E sarebbe un peccato, perché moltissimi producono contenuti interessanti che arricchiscono chi ha la fortuna di poterli leggere, ascoltare, guardare. Quello che sfugge ai Feltri e Mentana della situazione è che “metterci la faccia” per il resto del mondo funziona in maniera opposta rispetto alla loro: quando lo fa un giornalista noto non solo la cosa conferisce automaticamente un certo peso a quello che dice, ma è proprio quella faccia a metterlo al riparo dalle conseguenze che potrebbe subire Maria Rossi, impiegata, se dicesse le stesse cose. La maggior parte di noi non è pagata per esprimere le proprie opinioni e quando lo facciamo ci esponiamo per così dire senza rete, in senso letterale: non abbiamo le spalle coperte da social media manager, uffici legali, editori, produttori, e amici dal nome di peso disponibili a spenderlo per sostenerci se diciamo qualcosa di scomodo che però va detto. E prima di lamentarsi dell’insostenibile “odio della rete”, i giornalisti italiani dovrebbero provare a gestire per una settimana il profilo Twitter di una femminista nera, o di un attivista per i diritti dei transgender; poi magari ne riparliamo.

Ho scritto questo post a cavallo dei due giorni successivi alle elezioni e credo che a proposito di razzismo ci sarà, purtroppo, ancora parecchio da dire e scrivere nei prossimi mesi. Mi limito a constatare che, a meno di 48 ore dal voto, ho già visto moltissimi elettori di destra colpiti da “sindrome di Feltri” e cioè indignatissimi all’idea di poter essere chiamati razzisti “solo per come hanno votato”. Credo che dovremmo stare molto attenti a non permettergli di spostare la discussione sui loro cuoricini infranti, ma continuare a concentrarci sul fatto che hanno votato per partiti i cui programmi sono chiaramente discriminatori – o perché li condividevano, o perché altre parti di quei programmi erano così allettanti da infischiarsene altamente del resto del mondo; e che per questo sono e saranno corresponsabili delle ingiustizie che quei partiti compiranno ora che ne hanno l’occasione. Se sono i primi ad agire senza minimamente preoccuparsi del prossimo, non possono pretendere che il resto di noi assecondi i loro bronci da bambino egoista.

Who’s who again? A non-serious guide to the Italian general election

March 4 is D-Day! We vote! No, not that vote. The other one. Italian general election (yes, I know, it’s not a snap election this time! How very unusual, huh?). So who is running this time? Loads of parties, as usual. If you’re geeky or insomniac enough and want to learn more, you’re in the right place. Buckle in.

Parties already represented in the outgoing Parliament

The center-right coalition:

Forza Italia: yes, Silvio is back. Technically he isn’t, he’s barred from public office (long story), but FI is his creature and wouldn’t go anywhere without his brand (and $$$). He is still promising the world and a pony, but tries to look a tad more responsible than the M5S – more on that below – so you can still have the world, but not choose the colour of your pony. [Now, I know this is totally irrelevant as a political point but I have to say it at least once: Silvio is now positively scary to look at. Seriously: he can’t move his facial muscles anymore. It’s a bit like a male Cher with more fake tan]. Okay, back to serious (…) analysis of the manifesto: if you have ever followed Italian elections before you know that FI generally promises tax cuts for pretty much everyone, leaving to others the pesky details of how it’s going to actually make them work in practice.

TL;DR: still appealing to old people, which in Italy means a large potential constituency, plus by now it should be clear to everyone that we’ll only get rid of Silvio if and when the next Highlander finds him. And even then, I’m not so sure (mark my words, he’ll draw large crowds at his funeral – 99% of those present will be there only to make sure he is actually dead).

Lega Nord: a bunch of Islamophobic Putin groupies headed by Matteo Salvini, Marine Le Pen’s pal in the EU Parliament, where he only shows up to collect his check and to ask embarrassingly stupid conspiracy theory questions on chemtrails (yes, really). The neo-fascist who shot six migrants in Macerata earlier this month stood as a Lega candidate for local office last year, but you won’t hear them mention this. Their manifesto is a mix of populist and impractical economic reforms and, of course, heavy immigration restriction/border control measures. Projected to do well at the polls and maybe even improve on their 2013 results, and this says a lot on the state of the country.

TL;DR: repellent and hence politically fashionable at the moment. God help us.

Fratelli d’Italia: I take it very personally that one of the few parties headed by a woman is a neo-fascist one. I haven’t actually bothered reading their manifesto because they are unvotable by default, but I do know it takes at least one page straight from the original Fascist Party book and proposes the introduction of economic support for patriotic Italian women making good Italian Babies™ for the Nation. If you’ll excuse me a second [retching sounds]. Where were we? Oh yes, free creches and kindergartens, and a tougher immigration policy too, cela va de soi.

TL;DR: fascists. Should not even be allowed to run, and yet.

Noi con l’Italia: a collection of centre-right political mummies who for whatever reason do not feel at home in any of the above, and felt they needed their own party. Probably closest to FI. Not worth any more of mine or your time.

TL;DR: see above.

The center-left coalition:

Partito Democratico: Matteo Renzi’s toy, which he seems to have broken, perhaps irreparably. Its five years in government have not been a total disaster, but there is only so much you can fix in that time when problems have been dragging for decades and you don’t even try hard. Their manifesto intends to keep building on what done so far, with a sprinkle of populist ideas such as a new €80 child benefit. Renzi has been uncharacteristically quiet and on the sidelines during the campaign so far, and it was reported in Brussels that he might be toying with the idea of becoming a candidate for the Commission president job next year. Intriguingly, something was also going on (IT) with the legal ownership of the PD logo last year, which commentators say might imply he’s preparing for a split.

TL;DR: the BAU scenario. Nothing thrilling, but not even the very worst that could happen (as an aside, I’m so effing tired of reasoning in terms of the least bad option).

Insieme: I have no idea who they are, but recognized the logo from the long-forgotten Green Party. Apparently there is still one.

TL;DR: see above.

Civica Popolare: the result of one of those endless party splinterings typical of Italian politics, headed by the catastrophically inept former Health minister Beatrice Lorenzin – a particulary rash-inducing specimen of ultra-Catholic, self-hating woman. Yes, I know, I thought this was the center-left coalition too. Life is too short to read their manifesto.

TL;DR: see above.

+Europa: headed by former EU Commissioner Emma Bonino, its manifesto is an odd mix of promising social measures and disconcerting market-will-rule-itself ideas. Probably pointless to discuss any of those in detail, since Bonino has quite never managed to translate her popularity into votes.

TL;DR: in a more advanced country it might be a group to reckon with. But we are not discussing a more advanced country.

Parties going it alone:

Five Star Movement: the Frankenstein of late tech entrepreneur Gianroberto Casaleggio and hasn’t-been-funny-for-a-decade stand-up comedian Beppe Grillo. Ostensibly a bottom-up protest movement later turned into a party, it was the main surprise of the 2013 GE (picture Pennywise jumping out of your closet: that kind of surprise). At the time a lot of people, including yours truly, naively thought that maybe their being in Parliament for five years would call their bluff. I look back now and shake my head at that lost innocence. If you try to make sense of the M5S by assuming it works like a standard political party, you’re wasting your time. The organization platform is a clever money-making machine managed by the Casaleggio family business, and the small group with decision-making power in it has never had any serious, coherent political ideas to implement. Unfortunately the penny hasn’t dropped yet for the thousands of activists who still delude themselves that they will change the world or at least Italy. In what ways, they don’t know for sure. Oh yes, I almost forgot: because the M5S is basically an empty box with no ideology or consistent programme, for its fanbase it has turned out to be a lot like the Mirror of Erised. And it seems to have quite a similar effect too. They do have a manifesto, of course, several parts of which turned out (IT) to have been copy/pasted from Wikipedia, assorted articles, and even political opponents’ speeches. It’s about 600 pages (!) of waffle which for obscure reasons activated the memory area in my brain where Ségolène Royal’s 2007 manifesto is stored, covered in cobwebs: I see some nice ideas in it, but how are you going to implement any of them without bankrupting the country? Spoiler: you can’t.

TL;DR: a worse than useless bunch of dilettantes. Avoid like the plague.

Liberi e Uguali: a micro-coalition of three small left parties, each the result of – you guessed it – successive splits from the PD. Made the mistake of appointing former judge and Senate President Pietro Grasso as its leader instead of going for Laura Boldrini, best described as living proof of that Charlotte Whitton quote. They run on a good left-wing manifesto, the only one I’ve read so far which explicitly includes measures to tackle LGBT discrimination and VAW. Of course, anything more than the desks of the opposition is unattainable, because Italy.

TL;DR: we can’t have nice things.

Partito repubblicano – ALA: a duo of micro-parties whose roots can be traced back to the anti-monarchical, liberal movements of XIX century Italy. Today, their eight-page manifesto dedicates three incensed paragraphs to target practice on the Bolkenstein Directive. Go figure.

TL;DR: I can’t believe I spent some time reading this manifesto, and then some more writing about it. What’s wrong with me?

Parties with no MPs in the outgoing Parliament – and most likely the incoming too

Potere al popolo: I only heard about them a couple of weeks ago, and don’t honestly think more than 5% of the voters has. Left-wing.

Partito comunista: the splinter of the original Italian Communist Party with legal ownership of the logo, and hence the only one who can still use it. Not that it will do them any good.

Per una sinistra rivoluzionaria – Partito comunista dei lavoratori: the splinter of the original Italian Communist Party without legal ownership of the logo. Not that it will make any difference.

Casapound: fascists, the garbage-fire level. Excuse me while I pour bleach all over this page.

Italia agli italiani: more garbage-fire level fascists. More bleach.

Destre unite: I think I may have run out of bleach.

Blocco nazionale: a pro-monarchy party for the vintage voter.

Popolo della famiglia: ultra-Catholic homophobes. Anyone got some bleach?

Rinascimento: I have no idea who they are, but their party logo includes that Adam-God hands detail from Michelangelo’s Sistine Chapel fresco. Classy.

Lista del popolo: ditto, but on their logo is a dude riding a white horse. Maybe they field Prince Charming candidates.

Popolo partite IVA: a single-item party for the “VAT people”, i.e. the self–employed. The Venn diagram of their voters and that of tax evaders is almost a circle I don’t want to be sued.

10 volte meglio: “10 times better” than what and whom?

SIAMO – Libertà di cura: anti-vaxxers.

Democrazia cristiana: in a distant geological era, the first Italian party. Some people really don’t know when it’s time to retire.

Valore umano: they propose halving the duration of the standard work day from 8 to 4 hours, leaving the original salary unchanged. Do they field any candidates in my constituency?

Stato moderno solidale: when your term paper assignment is drafting a mockup manifesto for an imaginary party and you leave it until the night before the deadline.

Italia nel cuore: I refuse to read anything about a party whose logo is a big red heart.

Regional parties

Südtiroler Volkspartei: only runs in the German-speaking region of Trentino-Alto Adige. Autonomists, but adagio e rallentando. A bit haughty and not particularly liked in the rest of the country. Lovely mountains though.

Autodeterminatzione: only runs in Sardinia. That ‘tz’ in the name should be a proud reminder that the island keeps its own dialect alive, but it annoyingly looks like they don’t know what F7 is for.

Grande Nord: quite pointlessly runs in the Northern League strongholds.

Fronte friulano and Patto per l’autonomia: how did anyone think it would be a good idea to come up with two competing autonomist parties in a region with a population of a little over a million?

Italians abroad: there are 5 million of us and four parties of/for expats, because of course duplicating efforts is so totally effective. Movimento MAIE is the main one, if you live in Latin America you can also choose between UNITAL and USEI (I don’t, so I can’t be bothered to check what those acronyms mean), and then there is the fascinatingly-named Free Flights to Italy. Where do I sign? [Update 22 February: some digging has been made abour FFtI and what came up (IT) is odd at best and downright unsettling at worst. It seems the “party” is an empty shell registered as a not-for-profit by a shady man whose whereabouts and activities are unknown. I have questions now about how FFtI ended up on my ballot paper]

Quello che ho imparato dalla discussione sullo ius soli

Non molto, a dire la verità.

Ho imparato che il PD ha calendarizzato il DDL alla fine di una legislatura durata il tempo regolamentare, salvo poi stringersi nelle spalle e scoprire che il tema era “delicato” ed era necessario “prendersi il tempo” di discuterne per bene per non forzare le cose.

Ho imparato con sorpresa che approvare un provvedimento di elementare civiltà a poche settimane dalle elezioni avrebbe fornito materiale alle destre e scoraggiato potenziali elettori moderati. Come mai chi si facesse eventualmente spaventare dall’approvazione della legge sullo Ius soli venga considerato un potenziale elettore di sinistra non l’ho ancora capito, né ho capito perché l’elettore moderato tendente a destra dovrebbe mai scegliere un partito che ne rincorre altri quando può votare direttamente uno degli originali; ma sarò sicuramente io che non ci arrivo.

Non ho imparato, perché dopo un paio di mesi dopo le ultime elezioni era già chiaro praticamente a chiunque, che il Movimento Cinque Stelle è peggio che inutile e che non si può mai fare affidamento sui voti dei suoi eletti (alle anime candide che questo non l’avevano ancora afferrato e che sono riuscite a cadere dal pero anche stavolta direi solo che spero gli sia piaciuta la vacanza su Marte in cui erano evidentemente impegnati durante il voto finale sulle unioni civili).

Ho avuto triste conferma del fatto che troppa della gente che sta in Parlamento ha la decenza, il senso di responsabilità, e la dignità di un’ameba; che per troppi dei militanti non c’è differenza tra aula e stadio quando si tratta di sostenere i propri colori; e che alcuni sedicenti leader non hanno ancora compreso che la parte richiede appunto di saper guidare, non seguire gli umori della folla e sparire nel momento del bisogno, distanziandosi strategicamente da ciò che sembra non piacere ai sondaggi.

In effetti, come dicevo, non ho imparato granché.

Il principio di precauzione e la libertà di espressione dei fascisti

Non entro nello specifico della discussione tecnica sul DDL Fiano, il suo rapporto con le leggi Scelba e Mancino, e l’attuale grado di effettiva applicazione delle suddette; né mi soffermo sulle polemiche da quattro soldi a proposito dell’atteggiamento scivoloso del M5S sulla questione (breve parentesi per chi ancora si facesse illusioni: il M5S è un’azienda travestita da movimento politico ma incapace di funzionare come tale per precisa volontà dei capoccia e reale incapacità della base. Punto. Piantatela di stupirvi di ogni manifestazione della loro inutilità come se fosse la più grande sorpresa politica dell’ultimo secolo).

Quello che mi interessa e mi preoccupa, invece, sono gli alti lai dei cultori della libertà-di-espressione™, quelli grossolanamente riassumibili in “Vietare la libera espressione ai fascisti è fascista”. Allora.

Come ho già avuto occasione di scrivere (parte 1 e 2), non sono una fan della censura facile, preventiva e indiscriminata. Le idee bacate è sempre meglio trascinarle alla luce del sole, dove la loro bruttezza appare evidente a tutti o quasi. Ma qui stiamo parlando di una ben precisa ide(ologi)a e di un ben preciso Paese, e pontificare di libertà di espressione in astratto senza calare il dibattito nello specifico contesto è un’omissione grave.

Tutti conosciamo o dovremmo conoscere la storia italiana e il ruolo che in essa ha giocato il fascismo; dovremmo altresì conoscere i punti cardine dell’ideologia fascista, e il modo in cui la loro applicazione ha privato una grandissima fetta di cittadini italiani dei loro diritti più basilari. Nella discussione in corso sulla libertà-di-espressione™ è sempre in primo piano il dovere dello Stato di mettere i propri cittadini in condizione di formarsi liberamente opinioni e dare loro voce senza temere arbitrarie ritorsioni. Ma si tace sorprendentemente su un altro dovere statale, quello di garantire la loro sicurezza e incolumità. E basta googlare “aggressione (neo)fascista” per rendersi conto che ancora oggi troppe persone vengono private della loro sicurezza (per non parlare dell’incolumità fisica) da nostalgici del Ventennio. Dov’è la tutela statale dei loro diritti?

Chi mastica d’Europa conoscerà il concetto di principio di precauzione, a cui si deve ispirare il legislatore chiamato a regolamentare materie su cui la comunità scientifica non ha ancora dati quantitativamente sufficienti a raggiungere una conclusione definitiva e condivisa; in tal caso, e finché non ci saranno dati più solidi a disposizione, si preferisce sempre l’approccio più conservativo onde tutelare la salute dei cittadini. Per dirla in maniera meno altisonante, nel dubbio si va con i piedi di piombo.

Nel caso del fascismo, sinceramente, mi chiedo di quale principio di precauzione potremmo mai avere ancora bisogno: sappiamo benissimo come sia andata a finire la prima volta e sappiamo anche meglio di allora quanto siano infondate quelle ipotesi di nazionalismo, superiorità razziale e ipermascolinità su cui poggia l’ideologia fascista. Nel frattempo abbiamo anche imparato che la violenza fisica non scaturisce dal nulla ma viene incoraggiata o meno dall’ambiente e dalla cultura prevalente; il linguaggio non solo gioca un ruolo importantissimo nella formazione di questa cultura ma, né più né meno, influenza anche la nostra percezione del mondo.

Per cui, se diciamo di voler difendere la libertà-di-espressione™ dei fascisti, dobbiamo anche accettare che di fatto stiamo dando loro la possibilità di continuare impunemente a intimidire e privare dei propri diritti altre persone. Stiamo dicendo a migranti, minoranze religiose, comunità LGBT e disabili: “Sorry, lo so che dicono che non sei un essere umano e un cittadino a pieno titolo, ma devi arrangiarti da solo. Io resto neutrale”. Solo che, per dirla con l’arcivescovo Desmond Tutu, uno che di privazioni di diritti ne sa qualcosa, “If you are neutral in situations of injustice, you have chosen the side of the oppressor”.

Di scienze politiche, serie B, e dilettanti a cinque stelle

Dopo l’iscrizione a Scienze Internazionali, corso di laurea gestito dalla Facoltà di Scienze Politiche, mi toccò sentire per almeno tre semestri abbondanti il ritornello “Ma come mai scienze politiche? Tu eri brava a scuola, perché fare una giurisprudenza di serie B?” servito a regolari intervalli da amici e conoscenti vari. All’epoca avevo ancora meno pazienza di adesso, ma ero anche educata e quindi invece di mandare a quel paese il simpaticone di turno mi limitavo a sorridere e fare spallucce.

Non ho intenzione di impelagarmi nell’annosa querelle sulle facoltà “veramente difficili” o meno; ho citato la cosa perché ogni tornata elettorale da quando è comparso sulla scena nazionale il Movimento 5 Stelle mi ci fa ripensare, e questo primo turno di amministrative 2017 non fa eccezione.

L’idea che scienze politiche sia una giurisprudenza di serie B è legata a quella che, in generale, l’attività politica non sia poi così difficile e chiunque ci si possa cimentare. In senso lato questo è anche vero – tenere un gazebo per la raccolta firme o volantinare in centro il sabato pomeriggio è piuttosto semplice – ma se parliamo del fare politica come lavoro il discorso cambia.

Con una semplificazione che farebbe inorridire più d’uno dei miei professori, la politica del XXI secolo è una roba complessa che richiede competenze specifiche e una formazione continua (del disclaimer non dovreste avere bisogno ma lo metto lo stesso: sto ovviamente parlando dell’idea di politica nel mondo iperuranio); i cittadini ne delegano l’esercizio ai propri rappresentanti perché questi se ne occupino a tempo pieno. In altre parole, non è una cosa che si possa fare nei ritagli di tempo, esclusivamente online, o senza un minimo di preparazione. Questo perché è un mestiere esattamente come la medicina, la panetteria, la musica, l’agricoltura o l’insegnamento; e a ognuno il suo mestiere.

Queste considerazioni (banali, lo so) mi tornano puntualmente in mente a ogni appuntamento elettorale perché ogni occasione di voto contribuisce a rendere più granitica una convizione che ho da quando i Cinque Stelle sono entrati in Parlamento: la colpa maggiore del M5S (e si noti che la lista è lunga e in continuo aggiornamento) è stata avvicinare alla politica decine e decine di persone impreparate, ignoranti e tuttavia profondamente convinte di non avere bisogno di alcuna formazione per poter esercitare il mestiere con successo. Quello che poi succede è sotto gli occhi di tutti: il M5S è forse la personificazione migliore del detto If you think it’s expensive to hire a professional, wait until you’ve hired an amateur.

Ecco, il problema in tutto ciò è che sembriamo non imparare nulla. Per la cronaca, non sono una grande fan dell’idea “Così almeno la gente tocca con mano” che viene espressa con malcelata Schadenfreude a proposito di ogni rovescio di ogni singola amministrazione grillina, Roma in primis. Non ci dovrebbe essere bisogno di assistere in prima persona alle ulteriori vicissitudini di una città già abbastanza disastrata per capire che il M5S non dovrebbe gestire nemmeno una fila alle Poste. Ma potremmo almeno imparare la lezione e applicarla a più ampio raggio, pretendendo più competenza in generale, esattamente come è nostro diritto pretenderla da tutti quelli che incrociamo per ragioni professionali. Altrimenti continueremo a ritrovarci con una politica, quella sì, di serie B.

Cialtronerie a cinque stelle: le proposte del M5S per l’Europa

Lo confesso, la pubblicazione del “Libro a 5 stelle dei cittadini per l’Europa” mi era clamorosamente sfuggita. Me ne sono accorta solo grazie agli sfottò a Luigi Di Maio, messo in imbarazzo dalla domanda di un giornalista stupito di vedersi presentare come “libro” quello che in realtà è poco più di un opuscolo di quindici pagine. A quel punto però mi ero incuriosita e da brava EU nerd sono andata a cercarmi l’opuscolo della discordia e me lo sono letto. Folks, meno male che sono solo quindici pagine.

Non ho idea di che cosa si prefigga esattamente il Movimento 5 Stelle con questo libercolo, ma se l’intenzione è quella di farne un programma d’azione serio, beh, auguri. I programmi di solito contengono anche qualche indicazione di come si intenda lavorare per raggiungere gli obiettivi prefissati, mentre questo documento ha più o meno lo spessore di una lettera a Babbo Natale: desideri su desideri, senza uno straccio di suggerimento su come realizzarli (molti dei desiderata, sia detto, sarebbero realizzabili solo con una bacchetta magica e molta fortuna). Il documento è diviso in sette aree tematiche. Vi propongo una selezione commentata delle perle che ho trovato qua e là.

Mercato unico e commercio: oltre a un massacro del concetto del principio di precauzione, il mio punto preferito è il becero protezionismo mascherato da tutela delle PMI.

Ogni decisione di politica commerciale, lesiva degli interessi delle piccole e medie imprese, dev’essere abbandonata [Ogni decisione? Fate prima a dire che non si può più decidere nulla]: bisogna intervenire per salvaguardare le eccellenze del Made-In dagli effetti negativi derivanti dall’importazione [Le eccellenze del made-in sono più che altro minacciate dalle imitazioni, e il Regolamento sulla sorveglianza del mercato interno che propone l’introduzione dell’indicazione d’origine obbligatoria, il famoso made-in appunto, non si occupa di prodotti alimentari, ma tant’è]. Vogliamo ridurre ai minimi termini l’importazione di prodotti concorrenti come l’olio tunisino, le arance marocchine, il grano ucraino e il riso asiatico [e il caffè di Starbucks? Secondo me gli americani si offendono se li lasciate fuori], sulla base della produzione europea e della capacità di assorbimento del mercato. Gli effetti degli accordi internazionali devono essere stimati tramite il confronto tra studi d’impatto a livello europeo, sviluppati da autorità indipendenti [Quali autorità indipendenti? La Commissione deve per legge condurre impact assessment per ogni proposta legislativa che intende presentare. Quale autorità indipendente dovrebbe rifare il lavoro?], e studi d’impatto a livello nazionale [Quindi il lavoro fatto dalla Commissione e dalla fantomatica autorità indipendente poi va rifatto una terza volta da ogni singolo Stato membro?], resi pubblici e diffusi ai cittadini degli Stati membri [È già così. È tutto online. Mai sentito parlare di ec.europa.eu?]

Economia e unione monetaria: non è il mio campo, per cui a differenza del M5S evito di pontificare. Mi limito a notare il geniale suggerimento di “prevedere una profonda revisione dei vincoli economici contenuti nei trattati e un ampio dibattito pubblico che si concluda solo con l’approvazione referendaria negli Stati membri”, proponendo in pratica di obbligarli tutti a convocare un referendum per approvare eventuali modifiche dei Trattati – anche quando il loro assetto costituzionale non preveda di procedere in questo modo. Tra quegli Stati, peraltro, c’è anche l’Italia. Ops.

Schengen, immigrazione: secondo il M5S, bisogna “lavorare sulle cause per prevenire il fenomeno degli sbarchi: sì all’embargo di armi [ma non volevano sostenere il made in Italy? Mah], no a operazioni di destabilizzazione in Medio Oriente e in Africa, sì alle sanzioni per le multinazionali che violano i diritti umani nei Paesi terzi [Mi sfugge in che modo il lodevole intento di costringere Nike a vigilare sulle condizioni dei lavoratori che fanno le sue scarpe in Bangladesh influenzi i corridoi umanitari nel Mediterraneo. Ma sarò miope io]. Segnaliamo anche il ritorno di fiamma della sciroccata proposta, mi pare originariamente avanzata da Di Battista, che la richiesta di asilo venga fatta “nel Paese di origine” del richiedente o, se proprio ciò non fosse possibile (mai provato a fare la coda in un ufficio in Somalia? Un disastro, guarda. Peggio delle Poste), in quello di transito. In chiusura di pagina, ovviamente, non ci facciamo mancare neppure l’odiosa strizzata d’occhio all’equazione immigrazione = rischio terrorismo.

Politica estera e di difesa: ammirate la poetica contrapposizione dei primi due paragrafi, che invocano rispettivamente la “[i]mmediata sospensione di tutti gli accordi e dei rimpatri verso i Paesi extra UE che violano i diritti umani”, e la “[r]imozione immediata delle sanzioni alla Russia”. Chi ha detto che Grillo non fa più il comico?

Budget europeo: questa sezione è forse la peggiore, e non è che la concorrenza non sia agguerrita. Il M5S pretende, nell’ordine:

Riduzione sostanziale del budget europeo con tagli drastici degli stipendi dei parlamentari, eliminando ogni forma di benefit e privilegio [Questa l’ho già sentita. E comunque visto quanto poco incidano sul totale, tagli anche drastici degli stipendi degli europarlamentari non porteranno sicuramente a una riduzione “sostanziale” del budget UE]. Eliminazione della tripla sede Bruxelles-Strasburgo-Lussemburgo [Se calcolate anche la sede della Corte di Giustizia, allora perché lasciare fuori quella della BCE a Francoforte?] e rimozione di tutte le agenzie europee non produttive [Chi decide quali siano “non produttive”? Con quali criteri? Mistero]. Abolizione dei finanziamenti destinati alla propaganda UE (moneta unica, propaganda contro la Russia, fake news e altro) [Grassetto aggiunto. Le fake news sarebbero propaganda UE? E “altro” che cosa copre? Le scie chimiche? I vaccini? Lo sbarco sulla Luna?].

Tenetevi forte, perché non abbiamo finito:

I fondi europei devono essere programmati sui veri bisogni del territorio e in sintonia con il programma di governo del Movimento 5 Stelle [Grassetto aggiunto. Cioè da Bruxelles la Commissione deve farvi approvare la destinazione dei fondi strutturali? Smetto di ridere nel 2020]. Vogliamo la trasparenza e la pianificazione pubblica dei bandi [Permettetemi di presentarvi TED].

Capacità di “decidere e indirizzare”: le virgolette sono nell’originale, credo perché loro per primi non sapevano bene quale dovesse essere il messaggio di questa sezione, che vi riporto in toto e che in effetti non è proprio chiarissima. Forse l’hanno chiamata così perché volevano una frase a effetto tipo “Servire e proteggere”. Vai a sapere.

L’Unione europea deve rimettere al centro del potere decisionale il cittadino incrementando la sua rappresentatività e democraticità. Le sue politiche non devono essere imposte dall’alto ma vagliate dalla volontà popolare, ampliando e rafforzando l’uso di tutti gli strumenti di democrazia diretta e partecipata di comprovata utilità [Quali? Il sacro blog?] Gli esempi di oggi dimostrano che quando i cittadini si sono potuti esprimere, molto spesso hanno bocciato le politiche dell’Unione [Molto spesso? Aspetto la lunga lista degli esempi in cui i cittadini, sulla base di ampi e informati dibattiti, hanno bocciato le politiche dell’Unione. Mi metto comoda]. Occorre maggiore trasparenza nel processo decisionale UE, in primo luogo per ciò che concerne il Consiglio, e una redistribuzione del potere tra le istituzioni: il Parlamento europeo, unica tra le istituzioni UE democraticamente eletta (Il Consiglio è formato da rappresentanti dei governi nazionali pure democraticamente eletti, ma okay. La Commissione non è eletta perché non si eleggono gli organi amministrativi. Quando avete votato l’ultima volta per rinnovare il vostro ufficio anagrafe di competenza? Appunto], è ancora troppo marginale nel processo decisionale [Certo. Infatti quella che si chiamava procedura di codecisione è stata ribattezzata “procedura legislativa ordinaria“, proprio per sottolineare il fatto che il processo legislativo UE ormai parta di default con il Parlamento sullo stesso piano del Consiglio. Marginalità a iosa].

Energia, materia e resilienza: potrei irriderli per il fatto di aver scritto “materia” laddove intendevano “materie prime”, dando al libercolo un certo qual sapore di trattato metafisico, ma non voglio infierire. Potrei anche notare come chi ha riletto questa pagina non si sia accorto della quantomena strana formulazione “Questa situazione pone tutti i cittadini europei in una condizione di estrema vulnerabilità, che mette a dura prova l’economia reale, la sicurezza, la prosperità di lungo periodo e l’assenza o meno di conflitti economici, bellici o tensioni sociali, all’interno come all’esterno del nostro territorio [grassetto aggiunto]”, ma non voglio infierire. Dove invece ho intenzione di infierire è sul patetico paragrafo di chiusura, che recita:

Vogliamo che i popoli europei convivano quindi come una reale comunità resiliente e pacifica, economicamente stabile e in grado di auto-mantenersi con una bassa intensità energetica e ridotte attività estrattive, ponendosi al di fuori dei conflitti per le risorse e delle responsabilità del cambiamento climatico.

Che in italiano corrente si traduce: vogliamo tornare all’età del baratto e non abbiamo capito che il cambiamento climatico non si ferma alla frontiera, come del resto non abbiamo capito tantissime altre cose. Ma non è una novità.