Di scienze politiche, serie B, e dilettanti a cinque stelle

Dopo l’iscrizione a Scienze Internazionali, corso di laurea gestito dalla Facoltà di Scienze Politiche, mi toccò sentire per almeno tre semestri abbondanti il ritornello “Ma come mai scienze politiche? Tu eri brava a scuola, perché fare una giurisprudenza di serie B?” servito a regolari intervalli da amici e conoscenti vari. All’epoca avevo ancora meno pazienza di adesso, ma ero anche educata e quindi invece di mandare a quel paese il simpaticone di turno mi limitavo a sorridere e fare spallucce.

Non ho intenzione di impelagarmi nell’annosa querelle sulle facoltà “veramente difficili” o meno; ho citato la cosa perché ogni tornata elettorale da quando è comparso sulla scena nazionale il Movimento 5 Stelle mi ci fa ripensare, e questo primo turno di amministrative 2017 non fa eccezione.

L’idea che scienze politiche sia una giurisprudenza di serie B è legata a quella che, in generale, l’attività politica non sia poi così difficile e chiunque ci si possa cimentare. In senso lato questo è anche vero – tenere un gazebo per la raccolta firme o volantinare in centro il sabato pomeriggio è piuttosto semplice – ma se parliamo del fare politica come lavoro il discorso cambia.

Con una semplificazione che farebbe inorridire più d’uno dei miei professori, la politica del XXI secolo è una roba complessa che richiede competenze specifiche e una formazione continua (del disclaimer non dovreste avere bisogno ma lo metto lo stesso: sto ovviamente parlando dell’idea di politica nel mondo iperuranio); i cittadini ne delegano l’esercizio ai propri rappresentanti perché questi se ne occupino a tempo pieno. In altre parole, non è una cosa che si possa fare nei ritagli di tempo, esclusivamente online, o senza un minimo di preparazione. Questo perché è un mestiere esattamente come la medicina, la panetteria, la musica, l’agricoltura o l’insegnamento; e a ognuno il suo mestiere.

Queste considerazioni (banali, lo so) mi tornano puntualmente in mente a ogni appuntamento elettorale perché ogni occasione di voto contribuisce a rendere più granitica una convizione che ho da quando i Cinque Stelle sono entrati in Parlamento: la colpa maggiore del M5S (e si noti che la lista è lunga e in continuo aggiornamento) è stata avvicinare alla politica decine e decine di persone impreparate, ignoranti e tuttavia profondamente convinte di non avere bisogno di alcuna formazione per poter esercitare il mestiere con successo. Quello che poi succede è sotto gli occhi di tutti: il M5S è forse la personificazione migliore del detto If you think it’s expensive to hire a professional, wait until you’ve hired an amateur.

Ecco, il problema in tutto ciò è che sembriamo non imparare nulla. Per la cronaca, non sono una grande fan dell’idea “Così almeno la gente tocca con mano” che viene espressa con malcelata Schadenfreude a proposito di ogni rovescio di ogni singola amministrazione grillina, Roma in primis. Non ci dovrebbe essere bisogno di assistere in prima persona alle ulteriori vicissitudini di una città già abbastanza disastrata per capire che il M5S non dovrebbe gestire nemmeno una fila alle Poste. Ma potremmo almeno imparare la lezione e applicarla a più ampio raggio, pretendendo più competenza in generale, esattamente come è nostro diritto pretenderla da tutti quelli che incrociamo per ragioni professionali. Altrimenti continueremo a ritrovarci con una politica, quella sì, di serie B.

Cialtronerie a cinque stelle: le proposte del M5S per l’Europa

Lo confesso, la pubblicazione del “Libro a 5 stelle dei cittadini per l’Europa” mi era clamorosamente sfuggita. Me ne sono accorta solo grazie agli sfottò a Luigi Di Maio, messo in imbarazzo dalla domanda di un giornalista stupito di vedersi presentare come “libro” quello che in realtà è poco più di un opuscolo di quindici pagine. A quel punto però mi ero incuriosita e da brava EU nerd sono andata a cercarmi l’opuscolo della discordia e me lo sono letto. Folks, meno male che sono solo quindici pagine.

Non ho idea di che cosa si prefigga esattamente il Movimento 5 Stelle con questo libercolo, ma se l’intenzione è quella di farne un programma d’azione serio, beh, auguri. I programmi di solito contengono anche qualche indicazione di come si intenda lavorare per raggiungere gli obiettivi prefissati, mentre questo documento ha più o meno lo spessore di una lettera a Babbo Natale: desideri su desideri, senza uno straccio di suggerimento su come realizzarli (molti dei desiderata, sia detto, sarebbero realizzabili solo con una bacchetta magica e molta fortuna). Il documento è diviso in sette aree tematiche. Vi propongo una selezione commentata delle perle che ho trovato qua e là.

Mercato unico e commercio: oltre a un massacro del concetto del principio di precauzione, il mio punto preferito è il becero protezionismo mascherato da tutela delle PMI.

Ogni decisione di politica commerciale, lesiva degli interessi delle piccole e medie imprese, dev’essere abbandonata [Ogni decisione? Fate prima a dire che non si può più decidere nulla]: bisogna intervenire per salvaguardare le eccellenze del Made-In dagli effetti negativi derivanti dall’importazione [Le eccellenze del made-in sono più che altro minacciate dalle imitazioni, e il Regolamento sulla sorveglianza del mercato interno che propone l’introduzione dell’indicazione d’origine obbligatoria, il famoso made-in appunto, non si occupa di prodotti alimentari, ma tant’è]. Vogliamo ridurre ai minimi termini l’importazione di prodotti concorrenti come l’olio tunisino, le arance marocchine, il grano ucraino e il riso asiatico [e il caffè di Starbucks? Secondo me gli americani si offendono se li lasciate fuori], sulla base della produzione europea e della capacità di assorbimento del mercato. Gli effetti degli accordi internazionali devono essere stimati tramite il confronto tra studi d’impatto a livello europeo, sviluppati da autorità indipendenti [Quali autorità indipendenti? La Commissione deve per legge condurre impact assessment per ogni proposta legislativa che intende presentare. Quale autorità indipendente dovrebbe rifare il lavoro?], e studi d’impatto a livello nazionale [Quindi il lavoro fatto dalla Commissione e dalla fantomatica autorità indipendente poi va rifatto una terza volta da ogni singolo Stato membro?], resi pubblici e diffusi ai cittadini degli Stati membri [È già così. È tutto online. Mai sentito parlare di ec.europa.eu?]

Economia e unione monetaria: non è il mio campo, per cui a differenza del M5S evito di pontificare. Mi limito a notare il geniale suggerimento di “prevedere una profonda revisione dei vincoli economici contenuti nei trattati e un ampio dibattito pubblico che si concluda solo con l’approvazione referendaria negli Stati membri”, proponendo in pratica di obbligarli tutti a convocare un referendum per approvare eventuali modifiche dei Trattati – anche quando il loro assetto costituzionale non preveda di procedere in questo modo. Tra quegli Stati, peraltro, c’è anche l’Italia. Ops.

Schengen, immigrazione: secondo il M5S, bisogna “lavorare sulle cause per prevenire il fenomeno degli sbarchi: sì all’embargo di armi [ma non volevano sostenere il made in Italy? Mah], no a operazioni di destabilizzazione in Medio Oriente e in Africa, sì alle sanzioni per le multinazionali che violano i diritti umani nei Paesi terzi [Mi sfugge in che modo il lodevole intento di costringere Nike a vigilare sulle condizioni dei lavoratori che fanno le sue scarpe in Bangladesh influenzi i corridoi umanitari nel Mediterraneo. Ma sarò miope io]. Segnaliamo anche il ritorno di fiamma della sciroccata proposta, mi pare originariamente avanzata da Di Battista, che la richiesta di asilo venga fatta “nel Paese di origine” del richiedente o, se proprio ciò non fosse possibile (mai provato a fare la coda in un ufficio in Somalia? Un disastro, guarda. Peggio delle Poste), in quello di transito. In chiusura di pagina, ovviamente, non ci facciamo mancare neppure l’odiosa strizzata d’occhio all’equazione immigrazione = rischio terrorismo.

Politica estera e di difesa: ammirate la poetica contrapposizione dei primi due paragrafi, che invocano rispettivamente la “[i]mmediata sospensione di tutti gli accordi e dei rimpatri verso i Paesi extra UE che violano i diritti umani”, e la “[r]imozione immediata delle sanzioni alla Russia”. Chi ha detto che Grillo non fa più il comico?

Budget europeo: questa sezione è forse la peggiore, e non è che la concorrenza non sia agguerrita. Il M5S pretende, nell’ordine:

Riduzione sostanziale del budget europeo con tagli drastici degli stipendi dei parlamentari, eliminando ogni forma di benefit e privilegio [Questa l’ho già sentita. E comunque visto quanto poco incidano sul totale, tagli anche drastici degli stipendi degli europarlamentari non porteranno sicuramente a una riduzione “sostanziale” del budget UE]. Eliminazione della tripla sede Bruxelles-Strasburgo-Lussemburgo [Se calcolate anche la sede della Corte di Giustizia, allora perché lasciare fuori quella della BCE a Francoforte?] e rimozione di tutte le agenzie europee non produttive [Chi decide quali siano “non produttive”? Con quali criteri? Mistero]. Abolizione dei finanziamenti destinati alla propaganda UE (moneta unica, propaganda contro la Russia, fake news e altro) [Grassetto aggiunto. Le fake news sarebbero propaganda UE? E “altro” che cosa copre? Le scie chimiche? I vaccini? Lo sbarco sulla Luna?].

Tenetevi forte, perché non abbiamo finito:

I fondi europei devono essere programmati sui veri bisogni del territorio e in sintonia con il programma di governo del Movimento 5 Stelle [Grassetto aggiunto. Cioè da Bruxelles la Commissione deve farvi approvare la destinazione dei fondi strutturali? Smetto di ridere nel 2020]. Vogliamo la trasparenza e la pianificazione pubblica dei bandi [Permettetemi di presentarvi TED].

Capacità di “decidere e indirizzare”: le virgolette sono nell’originale, credo perché loro per primi non sapevano bene quale dovesse essere il messaggio di questa sezione, che vi riporto in toto e che in effetti non è proprio chiarissima. Forse l’hanno chiamata così perché volevano una frase a effetto tipo “Servire e proteggere”. Vai a sapere.

L’Unione europea deve rimettere al centro del potere decisionale il cittadino incrementando la sua rappresentatività e democraticità. Le sue politiche non devono essere imposte dall’alto ma vagliate dalla volontà popolare, ampliando e rafforzando l’uso di tutti gli strumenti di democrazia diretta e partecipata di comprovata utilità [Quali? Il sacro blog?] Gli esempi di oggi dimostrano che quando i cittadini si sono potuti esprimere, molto spesso hanno bocciato le politiche dell’Unione [Molto spesso? Aspetto la lunga lista degli esempi in cui i cittadini, sulla base di ampi e informati dibattiti, hanno bocciato le politiche dell’Unione. Mi metto comoda]. Occorre maggiore trasparenza nel processo decisionale UE, in primo luogo per ciò che concerne il Consiglio, e una redistribuzione del potere tra le istituzioni: il Parlamento europeo, unica tra le istituzioni UE democraticamente eletta (Il Consiglio è formato da rappresentanti dei governi nazionali pure democraticamente eletti, ma okay. La Commissione non è eletta perché non si eleggono gli organi amministrativi. Quando avete votato l’ultima volta per rinnovare il vostro ufficio anagrafe di competenza? Appunto], è ancora troppo marginale nel processo decisionale [Certo. Infatti quella che si chiamava procedura di codecisione è stata ribattezzata “procedura legislativa ordinaria“, proprio per sottolineare il fatto che il processo legislativo UE ormai parta di default con il Parlamento sullo stesso piano del Consiglio. Marginalità a iosa].

Energia, materia e resilienza: potrei irriderli per il fatto di aver scritto “materia” laddove intendevano “materie prime”, dando al libercolo un certo qual sapore di trattato metafisico, ma non voglio infierire. Potrei anche notare come chi ha riletto questa pagina non si sia accorto della quantomena strana formulazione “Questa situazione pone tutti i cittadini europei in una condizione di estrema vulnerabilità, che mette a dura prova l’economia reale, la sicurezza, la prosperità di lungo periodo e l’assenza o meno di conflitti economici, bellici o tensioni sociali, all’interno come all’esterno del nostro territorio [grassetto aggiunto]”, ma non voglio infierire. Dove invece ho intenzione di infierire è sul patetico paragrafo di chiusura, che recita:

Vogliamo che i popoli europei convivano quindi come una reale comunità resiliente e pacifica, economicamente stabile e in grado di auto-mantenersi con una bassa intensità energetica e ridotte attività estrattive, ponendosi al di fuori dei conflitti per le risorse e delle responsabilità del cambiamento climatico.

Che in italiano corrente si traduce: vogliamo tornare all’età del baratto e non abbiamo capito che il cambiamento climatico non si ferma alla frontiera, come del resto non abbiamo capito tantissime altre cose. Ma non è una novità.

La quadratura del M5S

In uno dei suoi libri di enigmi e giochi matematici, Martin Gardner racconta la storia della polemica seicentesca tra il matematico John Wallis e Thomas Hobbes (sì, quello dell’homo homini lupus). Che cosa era successo? A un certo punto della propria vita Hobbes aveva scoperto la geometria e se ne era innamorato. Da neofita entusiasta si era lanciato sul problema della quadratura del cerchio, pubblicando anche diverse approssimazioni più o meno buone, che però pretendeva essere metodi validi per ottenere una quadratura esatta. I matematici dell’epoca avevano intuito che questo era impossibile, ma mancavano delle conoscenze necessarie a costruirne la dimostrazione (semplificando: soltanto nel secolo successivo si sarebbe ipotizzato che la quadratura esatta del cerchio è impossibile se π è un numero trascendente, cosa che a sua volta venne dimostrata solo nel 1882). Hobbes non la prese bene quando Wallis fece notare gli errori nella sua prima dimostrazione, e la disputa matematica diventò una polemica accademico-politica che si trascinò per decenni ed ebbe fine solo alla morte di Hobbes.

Ecco, da quando il M5S è apparso sulla scena politica italiana, questo aneddoto mi è tornato in mente più di una volta. Lasciamo per un attimo da parte i capoccia che sono evidentemente guidati da considerazioni di carattere squisitamente economico; e lasciamo da parte anche gli opportunisti che hanno visto nel M5S un (nuovo) ponte verso cariche e relative prebende, approfittando di una selezione all’ingresso pressoché inesistente. È la gran parte della base che mi ricorda proprio Hobbes: lo stesso ingenuo entusiasmo di chi scopre qualcosa, la stessa sprezzante superiorità di chi crede di essere arrivato per primo, la stessa incredulità (generata dall’ignoranza) di chi rifiuta di ammettere che altri si siano già confrontati con un dato problema.

Va detto che il primo punto non è necessariamente negativo, anzi: ben venga se nuovi cittadini che prima la ignoravano si avvicinano alla politica con entusiasmo. A questo però si deve accompagnare l’umiltà di voler imparare. In caso contrario, come è successo con il M5S (con sentiti ringraziamenti all’idea che la politica non sia roba da professionisti e che qualunque laureato all’università di Google possa cavarsela più che bene), è inevitabile prendere delle facciate.

Facciamo politica da secoli, bisogna essere decisamente ignoranti e arroganti per credere di avere inventato qualcosa di nuovo. Democrazia diretta? Già fatto. Voto online? Già provato. Fa quasi pena vedere il disorientamento della base M5S al contatto con la realtà; anzi, farebbe quasi pena, se non fosse per quella irritante e cieca fede nella propria diversità. La storia è costellata di innumerevoli esempi di democrazia diretta, tutti più o meno minati dagli stessi problemi; in base a che cosa esattamente il M5S pretendeva di riuscire là dove tutti gli altri avevano fallito? Di e-voting (e problemi legati allo stesso) si parla dai primissimi anni Duemila, ma nella narrativa a cinque stelle lo ha inventato il Movimento – salvo poi cadere dal pero quando ci si rende conto che le votazioni online hanno grossi problemi di trasparenza e certificazione del risultato.

La figuraccia rimediata a Bruxelles è solo l’ultima in ordine di tempo, ma ho la sensazione che non sarà l’ultima in assoluto: capita, quando invece di costruire su quello che già si sa si cerca di reinventare continuamente la ruota. O di quadrarla.

E quindi

Quindi Matteo decide di giocarsi tutto su un referendum, senza che ce ne fosse bisogno alcuno.

Quindi l’opposizione interna ed esterna al PD coglie la palla al balzo, com’era prevedibile aspettarsi in un Paese in cui fare politica “contro” è sempre stata la scorciatoia più gettonata.

Quindi Matteo, offeso, decide di non giocare più.

Quindi partono lai apocalittici da fine del mondo.

E quindi noi che abbiamo votato No sul merito della questione, poveri babbei, ci siamo svegliati traditori della Patria. A posto.

Indignarsi sempre, farcela mai

Funziona così:

– L’erosione dei diritti dei lavoratori prosegue, il panorama lavorativo continua a essere desolante, la gente si indigna…

– Bene! È ora di farci sentire. Non si può continuare così

– …contro gli immigrati che rubano il lavoro

 

– Un altro terremoto e migliaia di case crollate; del resto era prevedibile, in un Paese geologicamente instabile dove abbiamo costruito a caso per decenni, la gente ovviamente si indigna…

– Bene! Non possiamo più tollerare abusi edilizi e mancanza di strategie serie sulla gestione del territorio

– …contro gli immigrati in hotel, mentre gli sfollati stanno in tenda

 

– Questo inverno demografico è preoccupante, fare figli sembra essere diventato un lusso e la gente si indigna…

– Bene! Sarebbe anche ora di avere politiche di supporto alla natalità e genitorialità degne di un Paese civile

– … contro gli immigrati che pretendono di avere accesso agli assegni familiari e bonus bebè, e francamente che cosa vuoi che impari mio figlio in una classe dove metà dei bambini non è madrelingua?

 

Ad libitum. O, più precisamente, ad nauseam.

 

#FertilityDay, il prevedibile disastro di una strategia sconcertante

Brevissimo riassunto del pasticcio #FertilityDay: il Ministero della Salute ha pubblicato tempo fa un corposo (137 pagine) Piano Nazionale per la Fertilità che prevedeva tra l’altro una campagna di sensibilizzazione sul tema comprendente l’istituzione di una giornata della fertilità (il 22 settembre, se volete segnarvelo in agenda) con tanto di hashtag.

Di per sé l’idea non è neanche malvagia, la denatalità può effettivamente diventare un grosso problema ed è giustissimo in ogni caso migliorare la prevenzione delle patologie che possono danneggiare la fertilità (se non altro perché in genere hanno anche altre conseguenze ed è meglio evitarle a prescindere).

Il problema è il modo in cui la campagna è stata impostata. Delle terrificanti “cartoline” con immagini di clessidre biologiche (ma non era l’orologio?) e pantofoline avvolte da un nastro tricolore di Ventenniana memoria si è già parlato parecchio, quindi non mi ci soffermo. Sono andata però a leggermi il Piano, che mi ha suscitato non poche perplessità.

Il documento si apre con la sacrosanta considerazione che, trattandosi di strategia sviluppata dal Ministero della Salute, il suo focus è la Fertilità (sì, con la maiuscola, tipo divinità minore in un manualetto di mitologia greca) dal punto di vista medico. Argomenti più attinenti alla dimensione socio-culturale ed economica quali le misure di sostegno alla famiglia non verranno trattate.

Fin qui sarei anche d’accordo, il problema è che poi le considerazioni socio-culturali saltano fuori eccome, e non in maniera positiva. In altre parole, il Piano prende in esame la botte piena delle odierne difficoltà di conciliazione lavoro/famiglia per dare addosso a quegli egoisti dei millennial (non chiamati così perché gli estensori del documento non hanno evidentemente contezza del concetto), e si libera disinvoltamente dalla moglie ubriaca del dover proporre soluzioni concrete a quelle difficoltà nascondendosi dietro il “Non è di nostra competenza”.

Non sto ovviamente a riassumervi tutte le 137 pagine, anche perché la maggior parte sono dedicate a strategie e progetti strettamente medici su cui non posso esprimere un giudizio competente. Piccola selezione commentata.

Tra gli obiettivi del Piano ci sono:

4) Operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione.

5) Celebrare questa rivoluzione culturale istituendo il “Fertility Day”, Giornata Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”.

Quasi quasi vado a rileggere The Handmaid’s Tale per controllare che il punto 4 non l’abbiano preso da lì. Tralasciando il fatto che la fertilità (minuscola voluta) non è un “bisogno essenziale”, è preoccupante che un documento ufficiale promuova l’idea che il corpo delle persone, soprattutto donne, debba essere messo al servizio della società. Sull’infelicissima idea di usare l’espressione “rivoluzione culturale” mi taccio, come pure sull’idea di appuntare immaginarie medaglie sulle ovaie delle italiane.

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L’appello per la donazione delle fedi alla Patria il prossimo anno

In più punti del Piano si parla poi della necessità di migliorare la conoscenza alla fertilità nell’ambito di una più ampia strategia di educazione alla sessualità consapevole già dai 13-14 anni, coinvolgendo pediatri, MMG e ovviamente le famiglie. Lodevole sulla carta, ma non sarebbe infinitamente più efficiente e meno ipocrita sostenere finalmente con forza i programmi scolastici di educazione sessuale e alla diversità?

Proseguiamo: una delle “cartoline” usate nella campagna parla dei genitori giovani come maggiormente “creativi”, un concetto che torna anche nel Piano (misto a un po’ di millennial-bashing gratuito):

Si assiste, infatti, ad una pericolosa tendenza a rinviare questo momento [la prima gravidanza], in attesa proprio di una realizzazione/affermazione personale che si pensa possa essere ostacolata dal lavoro di cura dei figli [che si pensa, eh. Nella realtà non succede proprio mai mai mai]. La maternità, invece, sviluppa l’intelligenza creativa e rappresenta una straordinaria opportunità di crescita. L’organizzazione ingegnosa che serve a far quadrare il ritmo delle giornate di una mamma, la flessibilità necessaria a gestire gli imprevisti, la responsabilità e le scelte implicite nel lavoro di cura, le energie che quotidianamente mette in campo una madre sono competenze e potenziali ancora da esplorare e capire come incentivare e utilizzare al rientro al lavoro [grassetto aggiunto].

Sorvoliamo su quel “la maternità sviluppa l’intelligenza creativa” che ha più o meno lo stesso valore scientifico delle scie chimiche, e raccogliamoci in silenzio per un momento sulla totale assenza del coinvolgimento maschile nel far quadrare il ritmo delle giornate e nel mettere in campo energie. Sorry, dudes. Continuate pure a dare ditate di colore sulle pareti della caverna.

Se poi vi state chiedendo che cosa si intenda parlando delle competenze materne da utilizzare al rientro al lavoro, sappiate che gli autori del Piano deplorano come

il valore sociale della maternità non [sia] considerato un valore aggiunto nei curriculum lavorativi delle donne […] Il paradosso è che per esempio, un periodo di volontariato all’estero come coordinatore di un progetto di cooperazione per qualche mese, viene considerato e può fare la differenza nella valutazione professionale, mentre gravidanza, parto, allattamento e accudimento (per es. nel caso di figli con disabilità), non sono considerati altrettanto indicativi delle capacità organizzative e di relazione della stessa persona.

L’hanno scritto davvero. Non vedo l’ora che arrivi il momento in cui potrò cliccare Endorse su LinkedIn a tutte le mie amiche mamme premiandole per le loro competenze in “biberon”, “cambio pannolini” e “bagnetto”. Dovrebbe essere superfluo, ma ve lo dico lo stesso: non mi permetto di prendere in giro i genitori. È questa idea di professionalizzazione della maternità che merita solo di essere ricoperta di ridicolo.

Ancora un po’ di millennial-bashing, commentato direttamente nella citazione (grassetto aggiunto):

Da un punto di vista psicologico sembra diffuso un ripiegamento narcisistico [il narcisismo è una patologia ben precisa, ma perché dovrebbero saperlo? In fondo è solo il Ministero della Salute] sulla propria persona e sui propri progetti, inteso sia come investimento sulla realizzazione personale e professionale, sia come maggiore attenzione alle esigenze della sicurezza, con tendenza all’autosufficienza da un punto di vista economico e affettivo [il desiderio di guadagnarsi da vivere in autonomia è narcisistico. K] . Tale disposizione, spesso associata ad una persistenza di un’attitudine adolescenziale, facilitata dalla crisi economica [la crisi produce Peter Pan che però vogliono realizzarsi professionalmente ed essere indipendenti. Mi sta venendo mal di testa] e dalla perdita di valori e di identificazioni forti, si riflette sulla vita di coppia e porta a rinviare il momento della assunzione del ruolo genitoriale, con i compiti a questo legati. Nelle donne, in particolare, sono andati in crisi i modelli di identificazione tradizionali ed il maggiore impegno nel campo lavorativo e nel raggiungimento di una autonomia ed autosufficienza ha portato ad un aumento dei conflitti tra queste tendenze e quelle rivolte alla maternità [non ci sarebbe grande conflitto se il Paese vivesse nel XXI secolo ¯\_(ツ)_/¯]

Più avanti:

Le donne si trovano all’angolo, in quello che viene definito in psicologia ‘doppio legame’. Si tratta di una condizione entro la quale qualunque scelta fatta è una scelta sbagliata. La scelta della “non” maternità, appare, però, ancora di segno negativo, come se fosse meno libera e, quindi, quasi da giustificare (con la precarietà del lavoro, la mancanza di servizi per l’infanzia, la crisi economica ecc.). Ma qualsiasi scelta fatta avrà come conseguenza un senso di incompiuto [grassetto aggiunto].

No, imbecilli che per le virgole tirano i dadi. Ci sono anche persone che scelgono di non avere figli perché non li vogliono, e guess what? Non ci sentiamo affatto incompiuti per questo.

E’ [sic] utile ricordare che la “sessualità” non è un accessorio del nostro comportamento avulso ed enucleabile dalla funzione riproduttiva, a cui biologicamente è destinata.

Con tanti saluti alla comunità LGBT e a tutti quegli scienziati che si sgolano a spiegare che la sessualità umana avulsa ed enucleabile dalla funzione riproduttiva lo è eccome. Per inciso, mi sto ancora lambiccando il cervello per capire perché “sessualità” sia stato virgolettato. Qualche suggerimento?

Resistete, siamo in chiusura. Come ho detto non mi esprimo sulla validità delle strategie mediche individuate nel Piano; ma mi pare che i passi riportati dimostrino già ampiamente che dal punto di vista della comunicazione si sia mancato clamorosamente il bersaglio. E non basterà eventualmente “cambiare le cartoline”, come propone la ministra Lorenzin (a parte il fatto che sarebbe indice di sconcertante pressappochismo cambiare a cose fatte il contenuto di una campagna che si suppone essere stata approvata dopo ampie discussioni).

Se ci si fosse limitati a un documento più tecnico rivolto a operatori sanitari ed educatori ed eventualmente complementare a una strategia di supporto (economico, logistico…) alla genitorialità, probabilmente si sarebbe prodotto qualcosa di più valido. Invece il (condivisibile) intento di prevenzione è stato completamente nascosto dal disastro comunicativo di un messaggio antiquato, mal articolato, e in certi punti francamente offensivo; e non credo che cambiarlo a questo punto farà una gran differenza. Mettersi a correre non può compensare il fatto di essere partiti in una direzione decisamente sbagliata.

Poche idee e tutte confuse: Beatrice Lorenzin e le unioni civili

La nomina di Beatrice Lorenzin a Ministro della Salute aveva suscitato all’epoca non poche perplessità. Sarebbe forse ingeneroso fissarsi troppo sul fatto che la ministra abbia solo un diploma di maturità classica, visti anche i numerosi precedenti tra i titolari di dicasteri importanti. È vero però che la Lorenzin esperienza nel campo della sanità non ne aveva, e che i motivi per criticarla sul merito non sono mancati. Personalmente ho rivisto drasticamente al ribasso la mia opinione già non entusiasta a fine 2013, quando la ministra si è detta soddisfatta della relazione annuale sull’applicazione della 194, facendomi venire il dubbio che sugli occhi si fosse messa non le classiche fette ma direttamente un prosciutto intero. Suppongo che anche voi viviate nel mondo reale e non nella la la land dove la 194 verrebbe garantita in maniera efficace (Beatrix dixit), per cui non vi sto a spiegare dove e come (e quanto) sbagliasse. Né vale la pena di dilungarsi troppo sulla questione della prefazione a suo nome comparsa sul volume Elogio dell’omeopatia e poi ritirata in fretta e furia dopo le proteste del CICAP, non senza aver precisato che la prefazione stessa non era stata preventivamente autorizzata (mah).

Preferisco concentrarmi sul contributo di Beatrice al dibattito sulle unioni civili e in particolare sulla sua performance di qualche giorno fa in un videoforum organizzato da Repubblica. Il video dura poco più di mezz’ora ma se temete di non reggere non preoccupatevi, l’ho guardato per voi.

Si parte con un’introduzione volta a stabilire che Beatrice, bontà sua, non è affatto contraria alle unioni civili di per sé: il modello proposto dal DDL Cirinnà le va bene, perché “istituisce un istituto [bonjour Mme Lapalisse] diverso dal matrimonio”. Sottolineiamolo bene, in caso non si fosse capito: l’importante è non fare confusione tra il matrimonio, che è riservato alle persone serie, e le unioni civili. Però per carità, non saltatele subito addosso: è lei la prima a riconoscere che anche le coppie dello stesso sesso, “nel momento che si prendono un impegno”, hanno diritto a una certa serie di tutele (parentesi grammatical-stilistica: confesso di essere rimasta totalmente stregata dall’assoluta noncuranza con cui Beatrice mortifica il che relativo).

Qual è il problema allora? Secondo Bea, la legge non è stata scritta bene. Se fosse stata preparata meglio non ci sarebbe stato “l’equivoco” su stepchild adoption e adozioni gay. “Quale equivoco?”, starete pensando. L’uso di quell’oscuro termine inglese (mai fidarsi della perfida Albione) avrebbe permesso di nascondere quello che c’era nell’articolo 5, e che poi fortunatamente “si è scoperto” (testuale). Accidenti, e che mai si nasconde nell’articolo 5? Se lo leggi al contrario esce il demone del gender? Se lo avvicini a una candela scopri di aver sottoscritto in inchiostro simpatico l’acquisto di cento copie dell’Enciclopedia della Pastasciutta? Che diamine si nasconde nell’articolo 5?

Secondo la Lorenzin, un riconoscimento del diritto di accesso alla genitorialità e – rullo di tamburi – alla maternità surrogata. Lo so che state per dire che la GPA non c’entra una ceppa, ma siete duri di comprendonio. Per fortuna che c’è Beatrice a spiegarvi le cose: “La giurisprudenza non è un libro delle buone intenzioni [eh già], è dura lex sed lex [lo sappiamo che hai fatto il classico, Bea, tranquilla], nel momento che tu permetti [ecco, forse le elementari no]”, insomma al termine di questo sproloquio scopriamo che “il diavolo si nasconde nella grammatica [e se non altro ho capito perché la eviti come la peste] ma anche più nel diritto” [sarà in causa da anni con un vicino?].

Appurato che il vero significato dell’articolo 5 è permetterci di accedere alla maternità surrogata, la ministra procede a spiegarci di che cosa si tratti: “Digitiamo maternità surrogata in internet [non si digita “in internet”, Bea, ma lasciamo perdere] e vediamo che cosa esce [oddio, che cosa mai uscirà?], ci sono proprio i contratti”. Qui Bea tenta di spacciare per buone le sue personali stime sul ricorso alla GPA da parte di coppie etero e omosessuali, al che Laura Pertici si ribella e le fa presente che la stragrande maggioranza delle coppie interessate da questo discorso sono etero. Nessun problema, si batte in ritirata portando il discorso sul femminismo: “Ci siamo indignate su quello che viene fatto sul corpo delle donne per motivi religiosi [non so come mai ma ho il sospetto che tu non stia parlando dell’obiezione di coscienza sulla 194], sulla prostituzione [sex work, Bea… ma che te lo spiego a fare]” e insomma, si riesce a confondere le acque quel tanto che basta per riportare il discorso sul malefico articolo 5. La Pertici accenna timidamente che la questione della GPA andrebbe forse regolamentata, al che Bea le risponde beffarda che “Certo non lo può decidere una norma che invece dovrebbe fare un’altra cosa”. E su questo, sia detto, ha ragione da vendere: sarebbe come se la discussione di un DDL sulle unioni civili diventasse la scusa per parlare, che ne so, di piani di edilizia residenziale pubblica o di revisione dei criteri di assegnazione degli alloggi popolari. Oh wait.

Secondo Beatrice il vaso di Pandora dell’articolo 5 sarebbe anche inutile. Perché? Beh, perché per l’adozione del figlio del partner basterebbe fare ricorso al già esistente istituto dell’adozione speciale. E va detto, sottolinea la Lorenzin (mode Checco Zalone on), che quello delle adozioni è un tema “fortissimo”. Il nostro tema sono bambini e ragazzi, ripete tutta convinta. Io pensavo stessimo discutendo di unioni civili, ma evidentemente mi sbagliavo perché a Bea interessa parlare di tutto meno che di quello. E vai di utero in affitto.

Le viene fatto notare che in Canada e negli Stati Uniti la GPA è strettamente regolamentata ed è possibile anche come gesto altruistico. Macché, “nessuna lo fa gratis, lo fanno per pagarsi il mutuo [eh?]. Le faccio un esempio: in Russia [si parlava di Canada e Stati Uniti, Bea, ma pazienza. Immagino che tu abbia studiato geografia con Sarah Palin] ci sono questi contratti… e nel momento che il bambino nasce [ora la picchio con una matita blu]…”. Adesso tenetevi forte, perché “secondo la legge italiana le persone che sottoscrivono un contratto del genere non sono degne di fare i genitori”.

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Lo sproloquio si conclude con un lapsus freudiano da manuale in cui Bea parla di “una famiglia normale, [con] un papà e una mamma”, e si apre quindi alle domande dei lettori. Si parte con la classica ipotetica “Che faresti se avessi un figlio gay e un giorno ti dicesse di voler adottare il figlio del suo partner?” (En passant: io detesto questo genere di domande. Non è che dobbiamo interessarci di una questione così importante come i diritti fondamentali solo quando la cosa ci tocca direttamente. Ma okay, andiamo avanti).

Risposta: “Lo aiuterei a vivere bene questa sua condizione [permettimi di avere qualche dubbio in proposito], questa sua scelta [ecco appunto. Bea, l’omosessualità non è una scelta. Le basi, su]… questa fragilità in più [a parte l’abilismo da quattro soldi: essere gay non è di per sé una “fragilità”. Lo diventa grazie a gente come te]. Io a mio figlio non gliel’ho negato di avere una mamma e un papà [e quindi? C’è un vincolo di mandato familiare?]”.

Le domande successive ci permettono di scoprire che “avere un figlio non è un diritto, spesso è un dono” [Ah, gli evergreen che non mancano mai. Non so, vuoi parlarci anche della scomparsa delle mezze stagioni?] e che “forse l’unico limite che possiamo porre adesso è se riteniamo importante che il bambino abbia sia la figura della mamma che quella del papà” [no, non ho capito nemmeno io]. Bea ci informa poi delle meraviglie che ha compiuto con la legge sull’eterologa, “perché nel momento che fai il ministro [ora piango], lo fai di tutti”; e del fatto che il tema qui “non è quello della discriminazione [ah no?], chi stiamo discriminando, le coppie, o stiamo discriminando i bambini, c’è un problema oggettivo dei minori o no? [Certo che c’è, Bea, ma non quello che vorresti farci credere tu]”.

“Noi stiamo parlando che [va bene, ci rinuncio] purtroppo per come è stata scritta la norma si parla soltanto del figlio naturale. Nessuno capiva che cos’era questa stepchild adoption, un po’ per il nome, anche a pronunciarlo è difficile [e dai Bea], un po’ perché la norma è abbastanza criptica [rimanda a un’altra legge, Bea, bastava andare a controllare che cosa dicesse quell’altra legge. Bastava “digitare in internet” per cinque secondi] e quindi bisogna essere un giurista [come te?]”. Stralciare la stepchild adoption per occuparsi della questione in una specifica legge creerebbe forse il rischio di dimenticarsi del tema, azzarda Laura Pertici. No no no, insorge Bea: “Se c’è la volontà politica si fa tutto”. E finalmente, quasi alla fine di questo estenuante videoforum, mi trovo d’accordo con la ministra.

Se ci fosse la volontà politica, sarebbe stato presentato un DDL sul matrimonio egualitario. Se ci fosse la volontà politica, non avremmo dovuto assistere a un ostruzionismo patetico e a dibattiti in aula vergognosi per contenuto e forma. Se ci fosse la volontà politica, l’Italia avrebbe raggiunto il resto del mondo occidentale da tempo. Peccato che questa volontà ce l’abbiano realmente in pochi, mentre gli altri continuano a tergiversare. Oppure, come la Lorenzin, pensano che “fare il ministro di tutti” voglia dire semplicemente imporre la propria visione al resto del mondo. Se per di più è una visione ristretta e disinformata come la sua, siamo a posto.