Il provincialismo tutto italiano degli agiografi di Hugh Hefner

La morte del fondatore di Playboy Hugh Hefner è stata seguita da una caterva di pezzi (scritti da uomini, ma che ve lo dico a fare) che ne celebrano il contributo allo smantellamento del puritanesimo americano e alla liberazione del corpo femminile. “Rivoluzionario” è l’aggettivo più (ab)usato dai suoi inconsolabili agiografi.

Non mi dilungo a spiegare quanto e perché questa visione di Hefner come “autentico femminista” sia, per dirla con un altro recente defunto famoso, una boiata pazzesca. Se non avete fatto i compiti, qui, qui, e qui trovate degli agili bignami. Quello che mi ha stupita è stato notare ancora una volta l’insuperabile provincialismo degli opinionisti e giornalisti italiani (uomini, ma che ve lo dico a fare), che si sono sperticati in lodi nostalgiche per il-vecchio-Hugh-che-ha-cambiato-le-nostre-vite. E non pensate che non mi sia venuto in mente che tanta di quella nostalgia probabilmente non è per il de cuius in sé, bensì per i loro anni da giovane maschio italico a cui Playboy permetteva di sentirsi anticonformista e spregiudicato per la modica cifra di qualche millelire.

Questi articoli amarcord si soffermano in genere sulla rivoluzione dei costumi operata da Hefner e sul suo contributo alla libera espressione della sessualità femminile, non dimenticando di menzionare che le fortunate prescelte come conigliette si sono sempre prestate liberamente – e chi siamo noi per sindacare quelle scelte?

Il problema non è tanto il fatto che nessuna di queste cose sia vera, quanto l’assoluta incapacità delle supposte migliori penne italiche di rendersene conto. Rivoluzionario? Hefner ha semplicemente proposto un tipo di oggettificazione femminile diversa come stile da quella dello stereotipo Anni Cinquanta, ma che rinforzava il ruolo di subordinazione della donna esattamente nello stesso modo. Per non parlare dell’identificazione della “tipica” bellezza femminile con la ristretta categoria delle donne bianche, di preferenza bionde e in generale fatte con lo stampino, nettamente predominanti tra le copertine di Playboy. Non c’è assolutamente nulla di rivoluzionario nel (continuare a) presentare un certo tipo di corpo femminile solo ed esclusivamente attraverso la lente dell’immaginario maschile, per soddisfare un consumatore uomo.

Libera espressione della sessualità femminile e abbattimento dei tabù puritani? Se davvero si vuole parlare di sessualità femminile allora andrebbero affrontati anche argomenti che sulle pagine di Playboy non si sono mai visti, e di cui Hefner si è sempre guardato bene dal parlare:

The denial of female sexuality is real. The insistence that female sexual pleasure doesn’t matter is of huge political significance. Yet anyone who really cared about that wouldn’t focus on telling young, large-breasted women to loosen up and open their legs. They’d focus on issues that prevent women of all ages from having happy, healthy, fulfilling sex lives. Issues such as FGM, birth injuries, vaginismus, post-menopausal dryness, the neglect of female bodies in medical research, the misrepresentation of non-penetrative sex as “not real sex” […]. Of course Hefner had little time for such things. The reason why? Because, like all ageing playboys defending their right to fuck silent women, he was really the one with hang-ups about sex, the one so terrified of female sexual and reproductive power he had to sanitise it in glossy magazine shoots, reducing real, live women to airbrushed skin and compliance.

Tra parentesi, agli agiografi di Hefner dev’essere sfuggito che pure se il suo obiettivo fosse stato quello di liberare l’America dal puritanesimo delle origini, qualcosa dev’essere andato storto visto che, per dire, in circa metà degli Stati Uniti è ancora vietato prendere il sole in topless; le tette vanno bene se photoshoppate in copertina a uso e consumo maschile, non se una donna decide di farle abbronzare (e non fatemi parlare di chi ha bisogno dei sali se vede una donna allattare in pubblico, perché finisce male).

Infine, ho letto parecchi mettere le mani avanti in caso a qualche noiosa femminista venisse in mente di fargli notare quello di cui sopra, al grido di “Nessuno ha mai costretto le donne che nel corso degli anni sono diventate conigliette, nessuna è stata danneggiata”. Questo argomento è inesatto per almeno due motivi: primo, la coercizione non si esprime solamente con una costrizione fisica, ma spesso si manifesta in maniera molto più insidiosa con un rapporto di potere asimmetrico – esattamente quello che legava il magnate alle “sue” ragazze. E dubito che tutte le aspiranti conigliette, molte delle quali piuttosto giovani, sapessero in anticipo che vivere con Hefner avrebbe comportato abitare in una casa recintata con coprifuoco obbligatorio alle nove e divieto di invitare amici, girare in mezzo agli escrementi di cane, e non poter usare alcuna protezione durante i rapporti sessuali con il padrone di casa. Può essere davvero una libera scelta, quando non è neppure adeguatamente informata? (Tra parentesi, “libera scelta” è lo stesso mantra invocato nel caso ancora in corso delle giovani che il cantante R Kelly è stato accusato di avere sequestrato; magari sarebbe il caso di esaminarla un po’ più da vicino, questa libertà).

Ma anche se di libera scelta effettivamente si fosse trattato in ogni singolo caso (e dalle testimonianze di alcune delle ex conigliette credo si possa affermare senza troppi problemi che così non è), c’è un secondo motivo per cui l’argomento “Libera scelta nessun danno” è problematico: nessuno di noi vive in un vuoto pneumatico in cui le nostre scelte hanno effetto solo su noi stessi. La decisione di apparire al fianco di Hefner e sulle copertine di Playboy ha comunque avuto l’effetto di continuare a perpetuare stereotipi misogini e profondamente dannosi per le donne in generale, e non mi pare un concetto difficile da capire; eppure, chissà come mai, gli uomini che ho letto in questi giorni non ci sono arrivati. Viene quasi da pensare che non gli interessi andare al di là della copertina.

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Emigrati italiani. Appunti dall’estero

Piccolo racconto da libro Cuore: il mio bisnonno è emigrato negli Stati Uniti ai primi del Novecento. Si è fatto tutta la trafila: traversata in terza classe pregando di non colare a picco, sbarco a Ellis Island con il terrore di essere rimandato indietro perché al funzionario dell’immigrazione quel giorno girava così, ricominciare da zero a Little Italy facendo qualsiasi lavoro capitasse a tiro (uno dei preferiti? Andare a recuperare la spazzatura nei ristoranti à la page di New York, che all’epoca usavano ancora argenteria autentica: lui ritirava i sacchi dell’immondizia e li passava in rassegna, a volte recuperava una forchetta).

Bene, direte voi tra un fazzoletto e l’altro. Ma perché ci rifili questa storia? Me l’ha fatta tornare in mente questo speciale del Corriere che invita gli italici cervelli in fuga e i loro genitori a condividere le rispettive storie strappalacrime di emigrazione; una volta finito di alzare gli occhi al cielo, ho pensato le seguenti cose.

Primo: ma per favore. Non si può raccontare l’emigrazione dei gggiovani-incompresi-che-l’Italia-non-merita con gli stessi toni lacrimevoli delle vicende dei nostri avi, semplicemente perché ci sono differenze abissali. Il mio bisnonno si è sciroppato un viaggio rischioso per finire in un posto di cui non parlava la lingua e non conosceva assolutamente nulla, in cui gli italiani non erano visti esattamente con simpatia, e senza praticamente alcuna qualifica se non la voglia di lavorare; e non mi dilungo sulla difficoltà di mantenere i contatti con la famiglia. Gli italiani all’estero oggi? In media arriviamo in posti di cui sappiamo già la lingua o in cui possiamo cavarcela con un po’ di inglese, abbiamo un titolo di studio, volendo possiamo parlare con chi abbiamo lasciato in Italia anche tutte le sere, e chi di noi sta in Europa in genere ha accesso facile a una rotta low-cost.

Secondo: trovo sconcertante (e voglio essere gentile) l’idea di uno speciale sull’emigrazione che non provi a fare un confronto con quell’emigrazione che in Italia trova la propria destinazione anziché il punto di partenza. Perché salta immediatamente all’occhio che gli italiani all’estero sono in grandissima parte persone privilegiate: abbiamo potuto studiare e laurearci e abbiamo alle spalle una famiglia che ci ha supportati e probabilmente sostenuti economicamente quando accettavamo stage sottopagati perché era l’unico modo di rimpolpare il CV. Molti di noi, anche se su questo in genere si glissa perché stona con la vulgata del-giovane-incompreso-e-costretto-a-gettare-la-spugna, stanno all’estero perché ci si trovano bene, e non perché abbiano dovuto fuggire da un Paese che non riconosceva i loro talenti. In altre parole, siamo all’estero perché lo abbiamo liberamente scelto, e abbiamo potuto permetterci di farlo. Non spendere neppure una parola per mettere tutto questo in relazione con chi in Italia invece ci arriva in fuga da situazioni disperate, per notare la differenza tra expat e migrant, mi sembra un’omissione piuttosto grave.

Terzo: sicuramente sono io che penso male. Ma a me le “inchieste” che il Corriere propone da un po’ di tempo a questa parte sembrano un ottimo esempio di subappalto del lavoro giornalistico al lettore. Come per quelle fotogallery composte esclusivamente da screenshot di materiale saccheggiato dai social, l’unica cosa che devono fare in redazione è dare il calcio d’inizio: raccontateci la vostra storia. E noi, obbedienti, gli forniamo il materiale per generare clic, per poter dire in cambio “Mi hanno citato sul giornale!”. Tutto rigorosamente gratis. Com’era quella cosa dello sfruttamento che ci costringe a emigrare?

Di istruzione, (ancora) vaccini, e superiorità a buon mercato

Un anno e mezzo fa ho scritto un post sul fenomeno per cui questioni scientifiche come l’indispensabilità dei vaccini che pensavamo chiuse da tempo vengano inaspettatamente riaperte, con la complicazione ulteriore rappresentata dal fatto che stavolta anche le voci di persone non qualificate finiscono sullo stesso piano di quelle degli esperti (i quali giustamente, nel loro piccolo, si incaxxano).

In quel post facevo notare come sia ormai ampiamente dimostrato che purtroppo la logica e i dati scientifici di per sé non sono necessariamente sufficienti a far cambiare idea a qualcuno. Un paio di mesi fa ho ripreso l’argomento a proposito appunto dello specifico caso dei vaccini, che nel frattempo in Italia è parecchio degenerato.

Ho poi ripensato alla questione anche perché nel frattempo c’è stata una mezza tempesta social innescata da Matteo Salvini, il quale dopo aver litigato con Feltrinelli per motivi che mi sfuggono ma che non intendo approfondire ha dichiarato che avrebbe boicottato le librerie del gruppo, attirandosi una marea di lazzi. Qual è il collegamento, dite voi? Io ne vedo due: una sorta di “liberi tutti” per quanto riguarda i toni, e un buon esempio di effetto Dunning-Kruger.

Senza stare a ripetere tutto quello che ho già avuto occasione di scrivere, nel caso vaccini (ma anche in generale) mi urta moltissimo chi crede che avere ragione nel merito lo esenti dal rispettare i requisiti basilari di educazione e si permette quindi di dare simpaticamente del deficiente a destra e a manca. Se le idee non godono assolutamente di un presunzione di rispetto, le persone sì e quando a non averlo è un professionista lo trovo ancora più grave, perché mi sembra meschino abusare della propria posizione per farsi gioco delle persone e delle loro ansie. Specie quando, e questo è il punto, quelle ansie sono frutto di un’ignoranza non necessariamente cercata, ma più banalmente prodotta da circostanze su cui non abbiamo un gran controllo.

È verissimo che molti degli antivaccinisti sono persone con una buona cultura (il che in genere li rende ancora più ostinati, ne ho scritto nel mio primo post sull’argomento); ma è anche vero che non tutti hanno avuto la possibilità di studiare né la fortuna di nascere in una famiglia che valorizzasse la cultura e avesse i mezzi per coltivarla. C’è una letteratura sterminata su quanto forte e duratura nel tempo sia l’influenza sui risultati scolastici del crescere in famiglie che possono permettersi di investire in istruzione; e dal momento che non scegliamo dove nascere, trovo che astenersi dal ridicolizzare gratuitamente chi la stessa fortuna non l’ha avuta sia il minimo sindacale (come pure mettere a profitto quella stessa fortuna che a noi invece è toccata, ma di questo parliamo magari un’altra volta).

Quindi, per passare dai vaccini a Salvini, si può anche scherzare su quello 0% di diminuzione del fatturato che il segretario della Lega potrebbe causare a Feltrinelli: Salvini appartiene a tutti i gruppi con una qualche forma di privilegio (uomo, bianco, etero, benestante, non disabile), ha accesso a moltissime risorse e fondamentalmente nessuna scusa che giustifichi la sua ignoranza. Ma per una gran parte del suo elettorato non è affatto così, fondamentalmente per motivi economici: e quando scherniamo la scarsa attitudine alla lettura di una persona che non ha proseguito gli studi oltre la scuola dell’obbligo, di fatto stiamo schernendo la sua povertà o il suo essere nata in una famiglia che non le ha dato modo di approfondire la propria formazione. Non so a voi, ma a me la cosa suona semplicemente come un tentativo di vincere facile e sentirsi migliori senza dover fare troppi sforzi.

Dicevo anche dell’effetto Dunning-Kruger, quella tendenza (volendo ipersemplificare) a sovrastimare le proprie capacità cognitive e minimizzare o non cogliere del tutto i propri errori. Ecco, a me pare che molti di quelli che ho letto insultare allegramente genitori antivaccinisti e leghisti non amanti della lettura ci siano cascati in pieno.

Senza voler pretendere di essere l’unica ad aver fatto notare la cosa, nei miei post ho citato diversi articoli e studi che dimostrano come spesso attaccare frontalmente chi si è convinto a torto o a ragione di una determinata cosa non solo non gli farà cambiare idea, ma anzi lo convincerà ancora più fermamente di essere nel giusto. Quando ho sollevato il punto nelle discussioni che ho avuto su Twitter e offline, spesso mi sono sentita rispondere con una variazione di “Capisco quello che dici ma continuerò comunque a dare dei cretini ai genitori che non vogliono far vaccinare i figli”. Hellooo? E questo atteggiamento in che cosa ti renderebbe più intelligente di loro? Ti ho spiegato perché si tratta di una strategia deleteria, ti ho portato fonti a sostegno di quello che dico, se davvero fossi razionale e logico come dici di essere dovresti adattare il tuo modo di fare sulla base di queste nuove informazioni. Il fatto che tu faccia spallucce e tiri dritto per la tua strada mi fa nascere quantomeno il sospetto che alla fine per te conti il poter dare dello stupido a qualcuno e sentirti superiore, senza effettivamente interrogarti sul modo migliore di fargli notare e correggere il suo errore.

Stessa cosa per il discorso della lettura: secondo i dati più recenti gli italiani che non leggono neppure un libro all’anno sono il 60% della popolazione, in grandissima parte uomini. Statisticamente è lecito supporre che tra chi ho letto fare battute su Salvini e Feltrinelli ci sia pure qualcuno che appartiene a questo gruppo (sì, significa pensare male; ma come ben sapete, spesso…). Ma anche se così non fosse, fare meglio di chi non legge mai è un’asticella decisamente bassa; che diamine, basta leggere un libro all’anno per salire di categoria. Se poi quel libro è il ricettario respiriano, l’Harmony allegato a Grazia di Ferragosto o Gli extraterrestri e l’origine della civiltà, scusate ma non vedo molta differenza con il non leggere per niente.

Essendomi impelagata fin troppe volte in estenuanti discussioni con antiabortisti, antivaccinisti, anti-LGBT, anti-UE e compagnia brutta (mi mancano i terrapiattisti, ma non dubito di riuscire a smarcare presto anche questa casella), so perfettamente quanto possa essere frustrante sapere di avere ragione da vendere e continuare a sbattere su un muro di illogicità e malafede. Ma, sapendo anche che non serve assolutamente a niente, possiamo almeno evitare di sbroccare e attaccare il nostro interlocutore sul personale? Non sono una grande fan delle cause perse e sono la prima ad ammettere di avere la miccia cortissima: se entrare in una discussione può servire solo a farmi venire un attacco di bile, non ci entro e basta. Poi è ovvio, ognuno di noi interagisce con gli altri come meglio crede. Dico solo che sentirsi soddisfatti della propria intelligenza e cultura perché ci permettono di dare del mentecatto a destra e a manca su un social non mi sembra poi questo gran uso delle suddette.

Autoritarismo sui vaccini? Pesiamo le parole

I litigi sull’argomento vaccini continuano, rinfocolati dall’annuncio del Consiglio dei ministri su una stretta dell’obbligo vaccinale per l’iscrizione a scuola. La cosa ha provocato una marea di commenti indignati da parte di persone che, pur non mettendo direttamente in discussione l’efficacia dei vaccini (ma anzi in certi casi ammettendo apertamente di non voler discutere l’aspetto scientifico della faccenda), si sono lamentati di quella che vedono come un’intollerabile restrizione della libertà di scelta, parlando addirittura di svolta autoritaria.

Ho letto molte reazioni indignate a questa posizione, riassumibili nel classico “La libertà finisce dove inizia quella degli altri”; è una formula che non amo particolarmente perché rimanda a un’idea tra contrapposizioni di diritti che assomiglia a un gioco a somma zero, ma capisco chi la usa.

Quello che secondo me sfugge ai libertari della scelta a tutti i costi, però, è un altro punto: non viviamo un un vuoto pneumatico ma in una società complessa e interdipendente dove abbiamo diritti e responsabilità. E non tutte le scelte sono uguali. Il caso dei vaccini è (a questo punto mi viene da dire purtroppo) un esempio perfetto di come la scienza possa sabotare se stessa, riuscendo a sconfiggere un problema in maniera tanto efficace che ci dimentichiamo della sua gravità, e finiamo per ritenere opzionale quella stessa scienza che ci permette di cullarci nella sicurezza che ci ha fatto acquisire. La scelta di non vaccinare sembra avere sulla carta lo stesso peso di quella di vaccinare: ma così non è.

Non vaccinare i propri figli non mette a rischio solo loro ma anche tutte quelle persone che hanno bisogno di sfruttare l’immunità di gregge. Ed è qui che casca l’asino dell’autoritarismo: quel famoso contratto sociale si basa sul principio per cui la sovranità popolare va impiegata per perseguire l’interesse generale. E nel caso dei vaccini, l’interesse generale è che tutti quelli che possono continuino a usarli: sì, tutti. La terra non è piatta. Se apro la mano, la matita finisce per terra. Chiunque possa farlo deve vaccinarsi.

Chi si lamenta di imposizioni o paternalismo statale ignora o finge di ignorare che lo Stato in quanto espressione e organizzazione della sovranità popolare agisce con l’obiettivo dell’interesse generale di cui si diceva prima. All’individuo che si vaccina viene richiesto un impegno minimo che porta benefici immensi alla comunità. Chi si ostina a negarlo si nasconde dietro la pretesa di voler difendere la libertà di scelta come se tutte le scelte possibili in questo caso fossero equivalenti. L’unico -ismo, qui, è il loro e inizia con “ego”.

Il dibattito sui vaccini: perché avere ragione non basta

Grazie a E. e Chiara per gli spunti di riflessione.

Di vaccini e anti-vaccinisti si è già discusso fino alla nausea, e non ho intenzione di ripetere quanto detto da centinaia di persone molto più preparate di me sul merito della questione. Ho solo una considerazione personale da fare su come la discutiamo.

I toni usati contro i genitori che decidono di non far vaccinare i figli sono in generale durissimi, e capisco perfettamente l’esasperazione di chi, sapendo di essere nel giusto, si trova davanti a un muro di gomma che non ha ragione di esistere; ma sarebbe il caso di accettare che con questo approccio facciamo più male che altro.

Innanzitutto, come ho già avuto occasione di scrivere, quando cerchiamo di far cambiare idea a qualcuno non possiamo contare solo sulla logica e sui dati scientifici, ancorché inoppugnabili: le persone non si comportano come l’uomo razionale dei libri di economia, che ragiona come un computer, agisce sulla base delle informazioni che possiede e prende sempre la strada che gli permette di massimizzare il proprio utile. Siamo animali sociali che provano emozioni, ed entrambe queste componenti giocano un ruolo importantissimo nel nostro processo decisionale.

Secondo, la paura “dei vaccini” è più correttamente una paura delle conseguenze che si crede possano comportare, e la causa scatenante di quelle paure non ha nulla di così sbagliato: è semplicemente un’altra declinazione del naturalissimo desiderio di un genitore di proteggere i propri figli. Certo, una declinazione errata e non giustificabile, esattamente come quella di volerli “proteggere” da scene di baci gay in prima serata, ma che non spariranno semplicemente perché le abbiamo liquidate con un “Siete dei deficienti”.

Terzo, cercare di modificare un comportamento altrui mediante shaming non è una strategia efficace: per esempio, è ormai dimostrato che stigmatizzare e prendere in giro le persone sovrappeso non solo non le incita affatto a seguire una dieta, ma peggiora addirittura le cose. Ed è abbastanza intuitivo che con i vaccini questo può avere conseguenze a lungo termine al di là del caso specifico: se un genitore che esprime dubbi in merito si sente dare del cretino dal pediatra, è probabile che la volta successiva invece che al medico preferirà chiedere a Google o a forumterapeutidellacquafresca.truffa.com; o magari cambierà direttamente pediatra e finirà per affidare i propri figli a un ciarlatano.

Infine, una parola proprio sul ruolo del medico: come faceva notare un’altra persona intelligente che seguo su Twitter, il successo di “terapie” tipo l’omeopatia si spiega anche con il cambiamento nel rapporto medico-paziente, che negli ultimi anni si è in un certo senso deteriorato: i pazienti lamentano la mancanza di ascolto, di empatia, se vogliamo di umanità da parte dei professionisti della medicina. Chiaro che quando emerge un modello alternativo la tentazione di affidarcisi è forte; specie se il medico “ufficiale” non manca solamente di disponibilità all’ascolto, ma di rispetto ed educazione tout court. E si noti che, proprio in quanto professionista, in questo campo il medico è tenuto a uno standard di comportamento ancora più elevato di quello dell’uomo della strada.

Invece leggo sui social commenti entusiasti per l’approccio di medici tipo Roberto Burioni, che non si fanno scrupoli a insultare anche pesantemente i propri interlocutori. Non metto certo in dubbio che abbiano ragione da vendere sul merito; ma forse dovrebbero (e dovremmo tutti) fermarci a riflettere sul fatto che avere ragione non serve a niente, se non si fa nemmeno lo sforzo di comunicare in maniera efficace con chi ci sta di fronte; e di ricordare che, se le idee non godono di un automatico diritto al rispetto, le persone sì.

Dando i numeri sulle unioni civili

Ieri Repubblica ha pubblicato un articolo che credo fosse intitolato La frenata delle unioni civili, poi a quanto pare modificato in Unioni civili: finora 2.800 sì (al momento in cui scrivo l’URL del pezzo riporta ancora il titolo originale), in cui fornisce un’anteprima dei dati finora disponibili e che saranno ufficializzati a giorni sulle unioni civili. Il pezzo, che già nel primo paragrafo parla senza mezzi termini di flop, è riassumibile in: la comunità LGBT ha fatto il diavolo a quattro per avere le unioni civili e adesso che le hanno non le usano, soprattutto al Sud (sulla nota geografica torniamo fra poco). Dopo mezza giornata si era già sollevato abbastanza polverone da costringere la redazione a pubblicare un trafiletto di non-scuse il cui contenuto è grosso modo: ci dispiace per quelli che hanno interpretato male, noi abbiamo da sempre sostenuto questa legge importante e volevamo solo mostrare attraverso le cifre la sua evoluzione dall’entrata in vigore.

Personalmente avevo già voglia di lanciare il telefono dopo aver letto l’articolo originale, ma questa pseudo-spiegazione mi ha fatto imbestialire ancora di più, e non tanto per la solite finte scuse passivo-aggressive (per quanto, visto che ci siamo, apriamo una parentesi: ci si scusa di una cosa che abbiamo fatto, non dei sentimenti che questa ha suscitato. Quindi no a “Mi dispiace se ti fa male il ginocchio”, sì a “Scusa se ti ho dato un calcio”; no a “Ci dispiace per quelli che hanno frainteso”, sì a “Scusate se abbiamo pubblicato un pezzo scritto con i piedi che ha offeso la stragrande maggioranza di quelli che lo hanno letto”. Visto? Non è difficile. Chiusa la parentesi).

Dicevo, se ho trovato il trafiletto ancora peggio del pezzo originale non è tanto per la trita combinazione non-scuse più formula magica Ho-tanti-amici-gay (qui in versione Abbiamo-sempre-sostenuto-la-battaglia-delle-unioni-civili), quanto per la giustificazione frettolosamente messa in piedi: perché se davvero l’intento fosse stato quello di “raccontare” l’applicazione di una legge dopo la sua entrata in vigore, beh, le cose avrebbero dovuto essere fatte in maniera decisamente diversa.

Se ci avete fatto caso, quando l’Istat (o chi per esso) rende noti dati statistici su famiglie, matrimoni e natalità, questi sono sempre accompagnati da un’analisi sociologica e spesso anche da un’intervista a un/a responsabile dello studio, con lo scopo di interpretare e spiegare i dati stessi. Nell’articolo di Repubblica quest’analisi è quasi completamente assente, con l’eccezione di un paragrafo verso la fine in cui si tocca en passant il discorso dell’omofobia, e solo in riferimento ai dati del Meridione, che però potrebbero essere anche spiegati dal fatto che forse al Sud “non ci sono proprio persone dello stesso sesso che vogliono unirsi ufficialmente” (sic).

Un articolo che avesse voluto analizzare seriamente la questione avrebbe dovuto come minimo menzionare questi fattori: uno, in Italia il problema dell’omofobia non è liquidabile dietro a un “magari” ma pesa sicuramente tantissimo; due, i decreti attuativi della legge in questione sono arrivati con abbastanza ritardo da far sospettare la melina del ministro allora competente, e a tutt’oggi non sono pienamente applicati (ricordate le storie di coppie relegate a celebrare l’unione civile in un ripostiglio?), per cui è quantomeno prematuro dare giudizi così tranchant sulla sua applicazione; tre, sposarsi o comunque mettere su casa e famiglia costa, e una marea di coppie non lo possono fare perché non riuscirebbero a far quadrare i conti. E visto che questo fattore è sempre, sempre, sempre menzionato in tutti gli apocalittici articoli sulla “crisi del matrimonio” e i tassi di natalità in picchiata, la sua omissione qui è quantomeno sospetta.

La legge sulle unioni civili mira a estendere il potenziale accesso a un diritto, non a imporre modifiche al comportamento delle persone: tanto per fare un raffronto con un altro provvedimento che ha più o meno la stessa età, raccogliere dati sulle vittime di incidenti stradali mortali ha senso se si vuole valutare l’efficacia dissuasoria del reato di omicidio stradale, che è stato introdotto con lo scopo ben preciso di spingere le persone a comportarsi in un certo modo quando sono alla guida. Ma introdurre la possibilità per le coppie dello stesso sesso di contrarre unione civile non implica in alcun modo che queste debbano farlo per fornire alla legge una ragione di esistere. Come su divorzio, aborto o eutanasia, in questo caso la norma serve a far sì che chi vuole/ne ha bisogno possa usufruire di un determinato diritto, e quindi la cosa importante è che questa opzione sia presente nell’ordinamento giuridico e accessibile all’atto pratico, indipendentemente da quante persone poi vi fanno ricorso.

Fornire le cifre relative alle unioni civili avrebbe avuto un senso se lo si fosse fatto con una premessa di questo genere: a giorni saranno resi noti i primi dati ufficiali sull’applicazione della legge Cirinnà, ve li riportiamo pur sottolineando che la legge in questione non è ancora a pieno regime e che questi numeri hanno in ogni caso un valore limitato. La cosa fondamentale è che la norma esista e questi dati ci possono aiutare a capire se e come la sua applicazione debba essere migliorata.

Ecco, se il pezzo di Repubblica si fosse aperto in questo modo, non ci sarebbe stato nulla da ridire; ma parlare gratuitamente di flop senza neppure tentare di capire in buona fede le ragioni dietro quei numeri arbitrariamente definiti bassi smentisce qualunque pretesa di voler “tastare il polso” alla legge e capirne “il senso e la portata”. L’unica cosa che abbiamo capito, e non per la prima volta, è che sul funzionamento di base dei diritti civili dobbiamo ancora imparare i fondamentali.

L’irresistibile tentazione del “Non sono… ma”

Dell’incoerenza tra fatti e dichiarazioni ho parlato brevemente tempo fa in un post dedicato ad altro argomento, ma mi è capitato di ripensarci nelle ultime settimane in occasione di discussioni che ho avuto in prima persona o a cui ho assistito, in particolare su Twitter. L’ultima in ordine di tempo è quella ancora in corso sul servizio dedicato da Report al vaccino contro l’HPV (del servizio in sé e di Report in generale hanno già scritto benissimo altri, quindi salto a piè pari il riassunto).

La reazione del conduttore del programma, come da copione, conteneva il classico “Noi non siamo antivaccinisti [ma]” e sarò ingenua io, ma non riesco a capire perché ancora si tiri fuori questa pseudo-difesa. Già il fatto che uno dei commenti più frequenti sia stato “‘Non sono antivaccinista ma’ is the new ‘Ho tanti amici gay'” dovrebbe dirla tutta.

Per qualche strano motivo invece continuiamo a pensare che quello che dicono politici, giornalisti, personaggi famosi… abbia il misterioso potere di annullare o far pesare di meno quello che fanno, quando dovrebbe essere esattamente il contrario. Tanto per essere chiari: non sto dicendo che quello che esce dalla bocca di una persona con un certo seguito non sia importante, anzi. Semplicemente, non può cancellare le sue azioni.

Per cui che tu dica di essere a favore dei vaccini mi interessa un po’ meno di zero, se poi mandi in onda mezz’ora di accuse imprecisate e basate su interviste a personaggi dubbi dalle credenziali scientifiche nulle o non esattamente impeccabili. Non trovo rilevante che tu ripeta “Il tema del servizio era la farmacovigilanza”, se poi il pezzo in sé parla d’altro (per tutti quelli che si sono accodati: se vuoi davvero realizzare un servizio sulla farmacovigilanza, basta parlare di come si svolge l’iter ricerca – sperimentazione – processo di approvazione – immissione sul mercato, e di quale sia il processo decisionale negli organi di controllo preposti. E guarda un po’, tutto questo lo si può fare senza mai nominare uno specifico farmaco, né tantomeno un vaccino). Non mi affannerò a leggere i tuoi tweet e comunicati su Facebook il giorno dopo, quando ormai il danno è fatto.

“Non sono X” non è una formula magica dai poteri retroattivi; invece di affannarsi a ripetere di non essere antivaccinisti/omofobi/razzisti/eccetera, non sarebbe meglio cercare di dimostrarlo nei fatti? Domanda retorica, lo so. Ci lasciamo tutti tentare dalle scorciatoie.