Dacci oggi la nostra melma quotidiana

Una di quelle giornate in cui la cronaca ti rovescia addosso così tanta melma da rischiare di soffocarti.

Una ragazza abbandonata in overdose viene usata per giustificare: una tentata strage razzista; un peloso discorso sulla necessità di “ridiscutere l’immigrazione”; una serie di vergognose uscite da campagna elettorale; un coro di sentenze sputate da chi ha avuto l’immensa fortuna di non trovarsi mai neppure di striscio ad avere a che fare con una dipendenza.

Si scopre che il corpo di quella stessa ragazza su cui stanno banchettando orde di sciacalli tra i peggiori mai visti ha subito un’ennesima, evitabile violenza poco prima di morire. Non che la riconosceremo come tale: diremo che non c’è stata costrizione fisica, che c’è stato un passaggio di denaro a sanare tutto, come se noi femministe non ci sgolassimo da anni a spiegare che è l’abuso di una posizione di vantaggio a rendere tale uno stupro.

Una seconda ragazza viene uccisa da un uomo, e i giornali si affrettano a servirci una carrellata delle sue foto e a informarci del fatto che fosse “problematica”, con un “passato difficile”. Perché fateci caso, le donne vittima di violenza spesso hanno un passato, una sorta di marchio di Caino che le rende in qualche modo responsabili di quello che loro accade. E, morendo, rinunciano a ogni diritto alla privacy: le loro foto, i video, i post su Facebook vengono serviti come contorno al banchetto degli sciacalli.

I media italiani, che da decenni contribuiscono a distorcere la realtà dell’immigrazione con inchieste, titoli, servizi apocalittici, confondono ancora la libertà di espressione con il diritto a un megafono, e offrono spazi a fascionazisti che si ostinano a non riconoscere e trattare come tali, giustificando l’inseguimento di ascolti e click con l’impellente “necessità” di un dibattito equilibrato. E pazienza se non abbiamo ancora imparato che la piena umanità di determinate categorie di persone non può, non deve, essere oggetto di dibattito. Pazienza anche se gli stessi media si autoesentano dall’obbligo di equilibrio che pretendono di imporre agli altri, continuando a usare quella neo-lingua vigliacca per cui la nazionalità dell’accusato di un reato è sempre specificata fin dal primissimo lancio di agenzia, ma solo nel caso in cui abbia passaporto del Sud del mondo e pelle non chiarissima.

Domani, ovviamente, ci sarà un altro carico di melma. Ci saranno le giustificazioni, le spiegazioni, i “chiarimenti” del perché di certi articoli che mai avrebbero dovuto essere scritti né tantomeno pubblicati, le non-scuse degli scribacchini che si diranno dispiaciuti (loro) se li abbiamo fraintesi (noi). E comincio a temere sul serio che, un giorno, tutta questa melma ci sommergerà per davvero.

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Meno sciocchezze sull’Europa? Un’occhiata al programma elettorale del centrodestra

Ieri mi è capitato sott’occhio un tweet di Gianni Alemanno con una serie di punti chiave del programma elettorale del centrodestra per i rapporti con l’Europa: centrodx europauna vera chicca nell’arte di sembrare risoluti e propositivi (“Meno vincoli dall’Europa!”) senza effettivamente proporre alcunché di fattibile. E mi sono detta che sarebbe stato un peccato lasciarla senza commento.

1. No alle politiche di austerità. E fin qui va bene, applausi, lo dicono in tanti da tempo. Certo ci sarebbe da spiegare come le si vogliono cambiare, e che cosa si propone per la modifica del Patto di Crescita e Stabilità, ma non faremo i pignoli.

2. No alle regolamentazioni eccessive che ostacolano lo sviluppo. Un grande evergreen che viene regolarmente tirato fuori dagli euroscettici di tutte le latitudini; peccato che poi, quando gli si chiede di fornire anche solo un esempio di legge europea “eccessiva” che abbia concretamente ostacolato una qualche occasione di sviluppo, facciano sempre la faccia di quel mio compagno di liceo che si presentava a scuola una volta alla settimana e si mostrava sempre molto stupito nell’apprendere che sì, a domanda del professore ci si aspettava che fosse in grado di fornire una risposta sensata. Nel caso degli euroscettici nostrani, non gli viene mai in mente che lo sviluppo italiano sia ostacolato da mancanza di investimenti in istruzione e ricerca; specifiche caratteristiche del tessuto produttivo, formato in stragrande maggioranza da micro e piccole imprese con tutte le difficoltà che una taglia ridotta comporta; tempi burocratici e giudiziari infiniti; amministrazione obsoleta e non digitalizzata; no, secondo loro il problema principale sono le regolamentazioni eccessive di Bruxelles – che cosa ne pensino del fatto che Paesi come la Germania riescano benissimo a produrre, esportare e crescere non è dato saperlo.

3. Revisione dei trattati europei. Altro grande, immancabile evergreen. La farò breve: sono decenni che sento discutere di revisione dei trattati, e solo da due categorie di persone: quelle che studiano l’argomento di mestiere, e che effettivamente parlano con cognizione di causa e sono anche perfettamente consce del fatto che l’operazione sarebbe giuridicamente complessa e politicamente difficile, e sostanzialmente si fermano all’aspetto teorico del dibattito; e quelli che viceversa non saprebbero neppure accoppiare le principali istituzioni con la rispettiva sede, ma sono appassionatamente convinti del fatto che “questa Europa” non funzioni, e che si debbano cambiarne le regole. Come, non glielo chiedete: non ne hanno la più pallida idea, e a pensarci bene non sono nemmeno appassionatamente convinti. Hanno solo usmato che “Cambiare l’Europa” suona bene, piace a un sacco di gente, ed è un buono slogan che viene bene praticamente per qualsiasi tornata elettorale comprese le condominiali.

4. Più politica, meno burocrazia in Europa. Vedi punto 3: un altro slogan che il cittadino medio italiano, cresciuto a pane e odio della burocrazia (nazionale), non può che sottoscrivere praticamente in automatico. Peccato che la politica, intesa come capacità di fare lobbying sui temi di interesse nazionale, negli ultimi anni sia stata meno efficace – non serve necessariamente più politica, si dovrebbe iniziare a farla meglio. E peccato che, come ho accennato, in fatto di burocrazia l’Italia dovrebbe urgentemente riordinare casa propria prima di invocare tagli al peraltro sovrastimato red tape di Bruxelles.

5. Riduzione del surplus dei versamenti annuali italiani al bilancio UE. Immagino che qualcuno nel comitato elettorale del centrodestra abbia recentemente rivisto il biopic su Margaret Thatcher e abbia pensato fosse una buona idea inserire nel programma una variazione di I want back my money. Forse però avrebbero dovuto informarlo del fatto che il “surplus” è dovuto anche al fatto che l’Italia si è sempre data in ritardissimo gli strumenti per la gestione dei fondi strutturali, ragion per cui la fetta più consistente del flusso di denaro che potrebbe “tornare” a Roma spesso rimane bloccata fino quasi alla fine del ciclo di spesa. Sulle frodi di falsi progetti messi in piedi per rubare soldi alla Commissione, e sui fondi spesi in follie buone solo a creare consensi per amministratorucoli locali, mi taccio per vergogna.

6. Prevalenza della nostra Costituzione sul diritto comunitario, sul modello tedesco (recupero di sovranità). Questo è un altro di quegli argomenti che di solito vengono discussi con cognizione di causa solo quando restano confinati nell’ambito di discussioni accademico-giuristiche, per svuotarsi completamente di significato quando li recupera l’agita-popolo di turno. Perché, partendo dalla fine, “recupero di sovranità” nel mondo globalizzato e iperconnesso del XXI secolo non vuol dire più quasi una ceppa. “Sul modello tedesco” qui credo significhi semplicemente che, finito di rivedere The Iron Lady, l’incaricato del programma elettorale di cui sopra abbia googlato “Diritto UE + Costituzione” e poi cliccato su uno degli articoli a proposito delle discussioni della Corte Costituzionale tedesca, qualche anno fa chiamata a pronunciarsi appunto sulla costituzionalità delle misure adottate per tenere a galla l’Eurozona durante la crisi finanziaria. Indipendentemente dalla posizione di principio che si abbia sulla gerarchia delle fonti di diritto, il dettaglio sfuggito all’autore di questo punto è che il dibattito nel corso degli anni si è evoluto con la giurisprudenza: vale a dire che proclamare a gran voce la prevalenza della Costituzione sul diritto comunitario non ha alcun effetto pratico, se non in caso di eventuale, improbabile conflitto tra una norma adottata a livello UE e una qualche disposizione della Costituzione italiana. Fino a quel momento, stiamo e staremo parlando di aria fritta.

7. Tutela in ogni sede degli interessi italiani a partire dalla sicurezza del risparmio e dalla tutela del Made in Italy, con particolare riguardo alle tipicità delle produzioni agricole e dell’agroalimentare. Si sono tenuti il meglio per ultimo. Notate la deliziosa contraddizione tra “tutela del Made in Italy” (e cioè l’annosa questione sull’etichettatura obbligatoria dei prodotti non alimentari, ripeto non alimentari, che si trascina da almeno due Commissioni e che l’Italia, per quanto ci riprovi ostinatamente a ogni giro, non riesce a far passare)… e “con particolare riguardo alle tipicità delle produzioni agricole e dell’agroalimentare”. Che, come sappiamo (e come saprebbe anche l’estensore del programma se avesse smesso per un momento di smanettare a caso su internet mentre rivedeva vecchi film), sono già tutelati da etichettature DOP, DOC, e DOCG. In ogni caso vi consiglio di tenere un occhio sull’ultimissima alzata d’ingegno italiana in questo campo, l’obbligo di etichettatura “di origine” per riso e pasta (e forse in futuro per altri prodotti) che l’Italia ha unilateralmente introdotto alla fine dell’anno scorso, e sembra scordandosi pure di avvisare la Commissione. Incidentalmente, questa bella pensata che forse ci costerà l’ennesima procedura d’infrazione si applica solo ai produttori italiani: attendo che mi si spieghi in che modo rifilargli un obbligo burocratico aggiuntivo ne tuteli gli interessi, ma mi metto comoda perché credo che attenderò a lungo.

TL;DR: le misure proposte dal centrodestra sull’Europa variano da infattibili a prive di significato a peggio che inutili. Il che, da quello che ho capito, le mette perfettamente in linea con il resto del programma.

Il provincialismo tutto italiano degli agiografi di Hugh Hefner

La morte del fondatore di Playboy Hugh Hefner è stata seguita da una caterva di pezzi (scritti da uomini, ma che ve lo dico a fare) che ne celebrano il contributo allo smantellamento del puritanesimo americano e alla liberazione del corpo femminile. “Rivoluzionario” è l’aggettivo più (ab)usato dai suoi inconsolabili agiografi.

Non mi dilungo a spiegare quanto e perché questa visione di Hefner come “autentico femminista” sia, per dirla con un altro recente defunto famoso, una boiata pazzesca. Se non avete fatto i compiti, qui, qui, e qui trovate degli agili bignami. Quello che mi ha stupita è stato notare ancora una volta l’insuperabile provincialismo degli opinionisti e giornalisti italiani (uomini, ma che ve lo dico a fare), che si sono sperticati in lodi nostalgiche per il-vecchio-Hugh-che-ha-cambiato-le-nostre-vite. E non pensate che non mi sia venuto in mente che tanta di quella nostalgia probabilmente non è per il de cuius in sé, bensì per i loro anni da giovane maschio italico a cui Playboy permetteva di sentirsi anticonformista e spregiudicato per la modica cifra di qualche millelire.

Questi articoli amarcord si soffermano in genere sulla rivoluzione dei costumi operata da Hefner e sul suo contributo alla libera espressione della sessualità femminile, non dimenticando di menzionare che le fortunate prescelte come conigliette si sono sempre prestate liberamente – e chi siamo noi per sindacare quelle scelte?

Il problema non è tanto il fatto che nessuna di queste cose sia vera, quanto l’assoluta incapacità delle supposte migliori penne italiche di rendersene conto. Rivoluzionario? Hefner ha semplicemente proposto un tipo di oggettificazione femminile diversa come stile da quella dello stereotipo Anni Cinquanta, ma che rinforzava il ruolo di subordinazione della donna esattamente nello stesso modo. Per non parlare dell’identificazione della “tipica” bellezza femminile con la ristretta categoria delle donne bianche, di preferenza bionde e in generale fatte con lo stampino, nettamente predominanti tra le copertine di Playboy. Non c’è assolutamente nulla di rivoluzionario nel (continuare a) presentare un certo tipo di corpo femminile solo ed esclusivamente attraverso la lente dell’immaginario maschile, per soddisfare un consumatore uomo.

Libera espressione della sessualità femminile e abbattimento dei tabù puritani? Se davvero si vuole parlare di sessualità femminile allora andrebbero affrontati anche argomenti che sulle pagine di Playboy non si sono mai visti, e di cui Hefner si è sempre guardato bene dal parlare:

The denial of female sexuality is real. The insistence that female sexual pleasure doesn’t matter is of huge political significance. Yet anyone who really cared about that wouldn’t focus on telling young, large-breasted women to loosen up and open their legs. They’d focus on issues that prevent women of all ages from having happy, healthy, fulfilling sex lives. Issues such as FGM, birth injuries, vaginismus, post-menopausal dryness, the neglect of female bodies in medical research, the misrepresentation of non-penetrative sex as “not real sex” […]. Of course Hefner had little time for such things. The reason why? Because, like all ageing playboys defending their right to fuck silent women, he was really the one with hang-ups about sex, the one so terrified of female sexual and reproductive power he had to sanitise it in glossy magazine shoots, reducing real, live women to airbrushed skin and compliance.

Tra parentesi, agli agiografi di Hefner dev’essere sfuggito che pure se il suo obiettivo fosse stato quello di liberare l’America dal puritanesimo delle origini, qualcosa dev’essere andato storto visto che, per dire, in circa metà degli Stati Uniti è ancora vietato prendere il sole in topless; le tette vanno bene se photoshoppate in copertina a uso e consumo maschile, non se una donna decide di farle abbronzare (e non fatemi parlare di chi ha bisogno dei sali se vede una donna allattare in pubblico, perché finisce male).

Infine, ho letto parecchi mettere le mani avanti in caso a qualche noiosa femminista venisse in mente di fargli notare quello di cui sopra, al grido di “Nessuno ha mai costretto le donne che nel corso degli anni sono diventate conigliette, nessuna è stata danneggiata”. Questo argomento è inesatto per almeno due motivi: primo, la coercizione non si esprime solamente con una costrizione fisica, ma spesso si manifesta in maniera molto più insidiosa con un rapporto di potere asimmetrico – esattamente quello che legava il magnate alle “sue” ragazze. E dubito che tutte le aspiranti conigliette, molte delle quali piuttosto giovani, sapessero in anticipo che vivere con Hefner avrebbe comportato abitare in una casa recintata con coprifuoco obbligatorio alle nove e divieto di invitare amici, girare in mezzo agli escrementi di cane, e non poter usare alcuna protezione durante i rapporti sessuali con il padrone di casa. Può essere davvero una libera scelta, quando non è neppure adeguatamente informata? (Tra parentesi, “libera scelta” è lo stesso mantra invocato nel caso ancora in corso delle giovani che il cantante R Kelly è stato accusato di avere sequestrato; magari sarebbe il caso di esaminarla un po’ più da vicino, questa libertà).

Ma anche se di libera scelta effettivamente si fosse trattato in ogni singolo caso (e dalle testimonianze di alcune delle ex conigliette credo si possa affermare senza troppi problemi che così non è), c’è un secondo motivo per cui l’argomento “Libera scelta nessun danno” è problematico: nessuno di noi vive in un vuoto pneumatico in cui le nostre scelte hanno effetto solo su noi stessi. La decisione di apparire al fianco di Hefner e sulle copertine di Playboy ha comunque avuto l’effetto di continuare a perpetuare stereotipi misogini e profondamente dannosi per le donne in generale, e non mi pare un concetto difficile da capire; eppure, chissà come mai, gli uomini che ho letto in questi giorni non ci sono arrivati. Viene quasi da pensare che non gli interessi andare al di là della copertina.

Emigrati italiani. Appunti dall’estero

Piccolo racconto da libro Cuore: il mio bisnonno è emigrato negli Stati Uniti ai primi del Novecento. Si è fatto tutta la trafila: traversata in terza classe pregando di non colare a picco, sbarco a Ellis Island con il terrore di essere rimandato indietro perché al funzionario dell’immigrazione quel giorno girava così, ricominciare da zero a Little Italy facendo qualsiasi lavoro capitasse a tiro (uno dei preferiti? Andare a recuperare la spazzatura nei ristoranti à la page di New York, che all’epoca usavano ancora argenteria autentica: lui ritirava i sacchi dell’immondizia e li passava in rassegna, a volte recuperava una forchetta).

Bene, direte voi tra un fazzoletto e l’altro. Ma perché ci rifili questa storia? Me l’ha fatta tornare in mente questo speciale del Corriere che invita gli italici cervelli in fuga e i loro genitori a condividere le rispettive storie strappalacrime di emigrazione; una volta finito di alzare gli occhi al cielo, ho pensato le seguenti cose.

Primo: ma per favore. Non si può raccontare l’emigrazione dei gggiovani-incompresi-che-l’Italia-non-merita con gli stessi toni lacrimevoli delle vicende dei nostri avi, semplicemente perché ci sono differenze abissali. Il mio bisnonno si è sciroppato un viaggio rischioso per finire in un posto di cui non parlava la lingua e non conosceva assolutamente nulla, in cui gli italiani non erano visti esattamente con simpatia, e senza praticamente alcuna qualifica se non la voglia di lavorare; e non mi dilungo sulla difficoltà di mantenere i contatti con la famiglia. Gli italiani all’estero oggi? In media arriviamo in posti di cui sappiamo già la lingua o in cui possiamo cavarcela con un po’ di inglese, abbiamo un titolo di studio, volendo possiamo parlare con chi abbiamo lasciato in Italia anche tutte le sere, e chi di noi sta in Europa in genere ha accesso facile a una rotta low-cost.

Secondo: trovo sconcertante (e voglio essere gentile) l’idea di uno speciale sull’emigrazione che non provi a fare un confronto con quell’emigrazione che in Italia trova la propria destinazione anziché il punto di partenza. Perché salta immediatamente all’occhio che gli italiani all’estero sono in grandissima parte persone privilegiate: abbiamo potuto studiare e laurearci e abbiamo alle spalle una famiglia che ci ha supportati e probabilmente sostenuti economicamente quando accettavamo stage sottopagati perché era l’unico modo di rimpolpare il CV. Molti di noi, anche se su questo in genere si glissa perché stona con la vulgata del-giovane-incompreso-e-costretto-a-gettare-la-spugna, stanno all’estero perché ci si trovano bene, e non perché abbiano dovuto fuggire da un Paese che non riconosceva i loro talenti. In altre parole, siamo all’estero perché lo abbiamo liberamente scelto, e abbiamo potuto permetterci di farlo. Non spendere neppure una parola per mettere tutto questo in relazione con chi in Italia invece ci arriva in fuga da situazioni disperate, per notare la differenza tra expat e migrant, mi sembra un’omissione piuttosto grave.

Terzo: sicuramente sono io che penso male. Ma a me le “inchieste” che il Corriere propone da un po’ di tempo a questa parte sembrano un ottimo esempio di subappalto del lavoro giornalistico al lettore. Come per quelle fotogallery composte esclusivamente da screenshot di materiale saccheggiato dai social, l’unica cosa che devono fare in redazione è dare il calcio d’inizio: raccontateci la vostra storia. E noi, obbedienti, gli forniamo il materiale per generare clic, per poter dire in cambio “Mi hanno citato sul giornale!”. Tutto rigorosamente gratis. Com’era quella cosa dello sfruttamento che ci costringe a emigrare?

Di istruzione, (ancora) vaccini, e superiorità a buon mercato

Un anno e mezzo fa ho scritto un post sul fenomeno per cui questioni scientifiche come l’indispensabilità dei vaccini che pensavamo chiuse da tempo vengano inaspettatamente riaperte, con la complicazione ulteriore rappresentata dal fatto che stavolta anche le voci di persone non qualificate finiscono sullo stesso piano di quelle degli esperti (i quali giustamente, nel loro piccolo, si incaxxano).

In quel post facevo notare come sia ormai ampiamente dimostrato che purtroppo la logica e i dati scientifici di per sé non sono necessariamente sufficienti a far cambiare idea a qualcuno. Un paio di mesi fa ho ripreso l’argomento a proposito appunto dello specifico caso dei vaccini, che nel frattempo in Italia è parecchio degenerato.

Ho poi ripensato alla questione anche perché nel frattempo c’è stata una mezza tempesta social innescata da Matteo Salvini, il quale dopo aver litigato con Feltrinelli per motivi che mi sfuggono ma che non intendo approfondire ha dichiarato che avrebbe boicottato le librerie del gruppo, attirandosi una marea di lazzi. Qual è il collegamento, dite voi? Io ne vedo due: una sorta di “liberi tutti” per quanto riguarda i toni, e un buon esempio di effetto Dunning-Kruger.

Senza stare a ripetere tutto quello che ho già avuto occasione di scrivere, nel caso vaccini (ma anche in generale) mi urta moltissimo chi crede che avere ragione nel merito lo esenti dal rispettare i requisiti basilari di educazione e si permette quindi di dare simpaticamente del deficiente a destra e a manca. Se le idee non godono assolutamente di un presunzione di rispetto, le persone sì e quando a non averlo è un professionista lo trovo ancora più grave, perché mi sembra meschino abusare della propria posizione per farsi gioco delle persone e delle loro ansie. Specie quando, e questo è il punto, quelle ansie sono frutto di un’ignoranza non necessariamente cercata, ma più banalmente prodotta da circostanze su cui non abbiamo un gran controllo.

È verissimo che molti degli antivaccinisti sono persone con una buona cultura (il che in genere li rende ancora più ostinati, ne ho scritto nel mio primo post sull’argomento); ma è anche vero che non tutti hanno avuto la possibilità di studiare né la fortuna di nascere in una famiglia che valorizzasse la cultura e avesse i mezzi per coltivarla. C’è una letteratura sterminata su quanto forte e duratura nel tempo sia l’influenza sui risultati scolastici del crescere in famiglie che possono permettersi di investire in istruzione; e dal momento che non scegliamo dove nascere, trovo che astenersi dal ridicolizzare gratuitamente chi la stessa fortuna non l’ha avuta sia il minimo sindacale (come pure mettere a profitto quella stessa fortuna che a noi invece è toccata, ma di questo parliamo magari un’altra volta).

Quindi, per passare dai vaccini a Salvini, si può anche scherzare su quello 0% di diminuzione del fatturato che il segretario della Lega potrebbe causare a Feltrinelli: Salvini appartiene a tutti i gruppi con una qualche forma di privilegio (uomo, bianco, etero, benestante, non disabile), ha accesso a moltissime risorse e fondamentalmente nessuna scusa che giustifichi la sua ignoranza. Ma per una gran parte del suo elettorato non è affatto così, fondamentalmente per motivi economici: e quando scherniamo la scarsa attitudine alla lettura di una persona che non ha proseguito gli studi oltre la scuola dell’obbligo, di fatto stiamo schernendo la sua povertà o il suo essere nata in una famiglia che non le ha dato modo di approfondire la propria formazione. Non so a voi, ma a me la cosa suona semplicemente come un tentativo di vincere facile e sentirsi migliori senza dover fare troppi sforzi.

Dicevo anche dell’effetto Dunning-Kruger, quella tendenza (volendo ipersemplificare) a sovrastimare le proprie capacità cognitive e minimizzare o non cogliere del tutto i propri errori. Ecco, a me pare che molti di quelli che ho letto insultare allegramente genitori antivaccinisti e leghisti non amanti della lettura ci siano cascati in pieno.

Senza voler pretendere di essere l’unica ad aver fatto notare la cosa, nei miei post ho citato diversi articoli e studi che dimostrano come spesso attaccare frontalmente chi si è convinto a torto o a ragione di una determinata cosa non solo non gli farà cambiare idea, ma anzi lo convincerà ancora più fermamente di essere nel giusto. Quando ho sollevato il punto nelle discussioni che ho avuto su Twitter e offline, spesso mi sono sentita rispondere con una variazione di “Capisco quello che dici ma continuerò comunque a dare dei cretini ai genitori che non vogliono far vaccinare i figli”. Hellooo? E questo atteggiamento in che cosa ti renderebbe più intelligente di loro? Ti ho spiegato perché si tratta di una strategia deleteria, ti ho portato fonti a sostegno di quello che dico, se davvero fossi razionale e logico come dici di essere dovresti adattare il tuo modo di fare sulla base di queste nuove informazioni. Il fatto che tu faccia spallucce e tiri dritto per la tua strada mi fa nascere quantomeno il sospetto che alla fine per te conti il poter dare dello stupido a qualcuno e sentirti superiore, senza effettivamente interrogarti sul modo migliore di fargli notare e correggere il suo errore.

Stessa cosa per il discorso della lettura: secondo i dati più recenti gli italiani che non leggono neppure un libro all’anno sono il 60% della popolazione, in grandissima parte uomini. Statisticamente è lecito supporre che tra chi ho letto fare battute su Salvini e Feltrinelli ci sia pure qualcuno che appartiene a questo gruppo (sì, significa pensare male; ma come ben sapete, spesso…). Ma anche se così non fosse, fare meglio di chi non legge mai è un’asticella decisamente bassa; che diamine, basta leggere un libro all’anno per salire di categoria. Se poi quel libro è il ricettario respiriano, l’Harmony allegato a Grazia di Ferragosto o Gli extraterrestri e l’origine della civiltà, scusate ma non vedo molta differenza con il non leggere per niente.

Essendomi impelagata fin troppe volte in estenuanti discussioni con antiabortisti, antivaccinisti, anti-LGBT, anti-UE e compagnia brutta (mi mancano i terrapiattisti, ma non dubito di riuscire a smarcare presto anche questa casella), so perfettamente quanto possa essere frustrante sapere di avere ragione da vendere e continuare a sbattere su un muro di illogicità e malafede. Ma, sapendo anche che non serve assolutamente a niente, possiamo almeno evitare di sbroccare e attaccare il nostro interlocutore sul personale? Non sono una grande fan delle cause perse e sono la prima ad ammettere di avere la miccia cortissima: se entrare in una discussione può servire solo a farmi venire un attacco di bile, non ci entro e basta. Poi è ovvio, ognuno di noi interagisce con gli altri come meglio crede. Dico solo che sentirsi soddisfatti della propria intelligenza e cultura perché ci permettono di dare del mentecatto a destra e a manca su un social non mi sembra poi questo gran uso delle suddette.

Autoritarismo sui vaccini? Pesiamo le parole

I litigi sull’argomento vaccini continuano, rinfocolati dall’annuncio del Consiglio dei ministri su una stretta dell’obbligo vaccinale per l’iscrizione a scuola. La cosa ha provocato una marea di commenti indignati da parte di persone che, pur non mettendo direttamente in discussione l’efficacia dei vaccini (ma anzi in certi casi ammettendo apertamente di non voler discutere l’aspetto scientifico della faccenda), si sono lamentati di quella che vedono come un’intollerabile restrizione della libertà di scelta, parlando addirittura di svolta autoritaria.

Ho letto molte reazioni indignate a questa posizione, riassumibili nel classico “La libertà finisce dove inizia quella degli altri”; è una formula che non amo particolarmente perché rimanda a un’idea tra contrapposizioni di diritti che assomiglia a un gioco a somma zero, ma capisco chi la usa.

Quello che secondo me sfugge ai libertari della scelta a tutti i costi, però, è un altro punto: non viviamo un un vuoto pneumatico ma in una società complessa e interdipendente dove abbiamo diritti e responsabilità. E non tutte le scelte sono uguali. Il caso dei vaccini è (a questo punto mi viene da dire purtroppo) un esempio perfetto di come la scienza possa sabotare se stessa, riuscendo a sconfiggere un problema in maniera tanto efficace che ci dimentichiamo della sua gravità, e finiamo per ritenere opzionale quella stessa scienza che ci permette di cullarci nella sicurezza che ci ha fatto acquisire. La scelta di non vaccinare sembra avere sulla carta lo stesso peso di quella di vaccinare: ma così non è.

Non vaccinare i propri figli non mette a rischio solo loro ma anche tutte quelle persone che hanno bisogno di sfruttare l’immunità di gregge. Ed è qui che casca l’asino dell’autoritarismo: quel famoso contratto sociale si basa sul principio per cui la sovranità popolare va impiegata per perseguire l’interesse generale. E nel caso dei vaccini, l’interesse generale è che tutti quelli che possono continuino a usarli: sì, tutti. La terra non è piatta. Se apro la mano, la matita finisce per terra. Chiunque possa farlo deve vaccinarsi.

Chi si lamenta di imposizioni o paternalismo statale ignora o finge di ignorare che lo Stato in quanto espressione e organizzazione della sovranità popolare agisce con l’obiettivo dell’interesse generale di cui si diceva prima. All’individuo che si vaccina viene richiesto un impegno minimo che porta benefici immensi alla comunità. Chi si ostina a negarlo si nasconde dietro la pretesa di voler difendere la libertà di scelta come se tutte le scelte possibili in questo caso fossero equivalenti. L’unico -ismo, qui, è il loro e inizia con “ego”.

Il dibattito sui vaccini: perché avere ragione non basta

Grazie a E. e Chiara per gli spunti di riflessione.

Di vaccini e anti-vaccinisti si è già discusso fino alla nausea, e non ho intenzione di ripetere quanto detto da centinaia di persone molto più preparate di me sul merito della questione. Ho solo una considerazione personale da fare su come la discutiamo.

I toni usati contro i genitori che decidono di non far vaccinare i figli sono in generale durissimi, e capisco perfettamente l’esasperazione di chi, sapendo di essere nel giusto, si trova davanti a un muro di gomma che non ha ragione di esistere; ma sarebbe il caso di accettare che con questo approccio facciamo più male che altro.

Innanzitutto, come ho già avuto occasione di scrivere, quando cerchiamo di far cambiare idea a qualcuno non possiamo contare solo sulla logica e sui dati scientifici, ancorché inoppugnabili: le persone non si comportano come l’uomo razionale dei libri di economia, che ragiona come un computer, agisce sulla base delle informazioni che possiede e prende sempre la strada che gli permette di massimizzare il proprio utile. Siamo animali sociali che provano emozioni, ed entrambe queste componenti giocano un ruolo importantissimo nel nostro processo decisionale.

Secondo, la paura “dei vaccini” è più correttamente una paura delle conseguenze che si crede possano comportare, e la causa scatenante di quelle paure non ha nulla di così sbagliato: è semplicemente un’altra declinazione del naturalissimo desiderio di un genitore di proteggere i propri figli. Certo, una declinazione errata e non giustificabile, esattamente come quella di volerli “proteggere” da scene di baci gay in prima serata, ma che non spariranno semplicemente perché le abbiamo liquidate con un “Siete dei deficienti”.

Terzo, cercare di modificare un comportamento altrui mediante shaming non è una strategia efficace: per esempio, è ormai dimostrato che stigmatizzare e prendere in giro le persone sovrappeso non solo non le incita affatto a seguire una dieta, ma peggiora addirittura le cose. Ed è abbastanza intuitivo che con i vaccini questo può avere conseguenze a lungo termine al di là del caso specifico: se un genitore che esprime dubbi in merito si sente dare del cretino dal pediatra, è probabile che la volta successiva invece che al medico preferirà chiedere a Google o a forumterapeutidellacquafresca.truffa.com; o magari cambierà direttamente pediatra e finirà per affidare i propri figli a un ciarlatano.

Infine, una parola proprio sul ruolo del medico: come faceva notare un’altra persona intelligente che seguo su Twitter, il successo di “terapie” tipo l’omeopatia si spiega anche con il cambiamento nel rapporto medico-paziente, che negli ultimi anni si è in un certo senso deteriorato: i pazienti lamentano la mancanza di ascolto, di empatia, se vogliamo di umanità da parte dei professionisti della medicina. Chiaro che quando emerge un modello alternativo la tentazione di affidarcisi è forte; specie se il medico “ufficiale” non manca solamente di disponibilità all’ascolto, ma di rispetto ed educazione tout court. E si noti che, proprio in quanto professionista, in questo campo il medico è tenuto a uno standard di comportamento ancora più elevato di quello dell’uomo della strada.

Invece leggo sui social commenti entusiasti per l’approccio di medici tipo Roberto Burioni, che non si fanno scrupoli a insultare anche pesantemente i propri interlocutori. Non metto certo in dubbio che abbiano ragione da vendere sul merito; ma forse dovrebbero (e dovremmo tutti) fermarci a riflettere sul fatto che avere ragione non serve a niente, se non si fa nemmeno lo sforzo di comunicare in maniera efficace con chi ci sta di fronte; e di ricordare che, se le idee non godono di un automatico diritto al rispetto, le persone sì.