Meno sciocchezze sull’Europa? Un’occhiata al programma elettorale del centrodestra

Ieri mi è capitato sott’occhio un tweet di Gianni Alemanno con una serie di punti chiave del programma elettorale del centrodestra per i rapporti con l’Europa: centrodx europauna vera chicca nell’arte di sembrare risoluti e propositivi (“Meno vincoli dall’Europa!”) senza effettivamente proporre alcunché di fattibile. E mi sono detta che sarebbe stato un peccato lasciarla senza commento.

1. No alle politiche di austerità. E fin qui va bene, applausi, lo dicono in tanti da tempo. Certo ci sarebbe da spiegare come le si vogliono cambiare, e che cosa si propone per la modifica del Patto di Crescita e Stabilità, ma non faremo i pignoli.

2. No alle regolamentazioni eccessive che ostacolano lo sviluppo. Un grande evergreen che viene regolarmente tirato fuori dagli euroscettici di tutte le latitudini; peccato che poi, quando gli si chiede di fornire anche solo un esempio di legge europea “eccessiva” che abbia concretamente ostacolato una qualche occasione di sviluppo, facciano sempre la faccia di quel mio compagno di liceo che si presentava a scuola una volta alla settimana e si mostrava sempre molto stupito nell’apprendere che sì, a domanda del professore ci si aspettava che fosse in grado di fornire una risposta sensata. Nel caso degli euroscettici nostrani, non gli viene mai in mente che lo sviluppo italiano sia ostacolato da mancanza di investimenti in istruzione e ricerca; specifiche caratteristiche del tessuto produttivo, formato in stragrande maggioranza da micro e piccole imprese con tutte le difficoltà che una taglia ridotta comporta; tempi burocratici e giudiziari infiniti; amministrazione obsoleta e non digitalizzata; no, secondo loro il problema principale sono le regolamentazioni eccessive di Bruxelles – che cosa ne pensino del fatto che Paesi come la Germania riescano benissimo a produrre, esportare e crescere non è dato saperlo.

3. Revisione dei trattati europei. Altro grande, immancabile evergreen. La farò breve: sono decenni che sento discutere di revisione dei trattati, e solo da due categorie di persone: quelle che studiano l’argomento di mestiere, e che effettivamente parlano con cognizione di causa e sono anche perfettamente consce del fatto che l’operazione sarebbe giuridicamente complessa e politicamente difficile, e sostanzialmente si fermano all’aspetto teorico del dibattito; e quelli che viceversa non saprebbero neppure accoppiare le principali istituzioni con la rispettiva sede, ma sono appassionatamente convinti del fatto che “questa Europa” non funzioni, e che si debbano cambiarne le regole. Come, non glielo chiedete: non ne hanno la più pallida idea, e a pensarci bene non sono nemmeno appassionatamente convinti. Hanno solo usmato che “Cambiare l’Europa” suona bene, piace a un sacco di gente, ed è un buono slogan che viene bene praticamente per qualsiasi tornata elettorale comprese le condominiali.

4. Più politica, meno burocrazia in Europa. Vedi punto 3: un altro slogan che il cittadino medio italiano, cresciuto a pane e odio della burocrazia (nazionale), non può che sottoscrivere praticamente in automatico. Peccato che la politica, intesa come capacità di fare lobbying sui temi di interesse nazionale, negli ultimi anni sia stata meno efficace – non serve necessariamente più politica, si dovrebbe iniziare a farla meglio. E peccato che, come ho accennato, in fatto di burocrazia l’Italia dovrebbe urgentemente riordinare casa propria prima di invocare tagli al peraltro sovrastimato red tape di Bruxelles.

5. Riduzione del surplus dei versamenti annuali italiani al bilancio UE. Immagino che qualcuno nel comitato elettorale del centrodestra abbia recentemente rivisto il biopic su Margaret Thatcher e abbia pensato fosse una buona idea inserire nel programma una variazione di I want back my money. Forse però avrebbero dovuto informarlo del fatto che il “surplus” è dovuto anche al fatto che l’Italia si è sempre data in ritardissimo gli strumenti per la gestione dei fondi strutturali, ragion per cui la fetta più consistente del flusso di denaro che potrebbe “tornare” a Roma spesso rimane bloccata fino quasi alla fine del ciclo di spesa. Sulle frodi di falsi progetti messi in piedi per rubare soldi alla Commissione, e sui fondi spesi in follie buone solo a creare consensi per amministratorucoli locali, mi taccio per vergogna.

6. Prevalenza della nostra Costituzione sul diritto comunitario, sul modello tedesco (recupero di sovranità). Questo è un altro di quegli argomenti che di solito vengono discussi con cognizione di causa solo quando restano confinati nell’ambito di discussioni accademico-giuristiche, per svuotarsi completamente di significato quando li recupera l’agita-popolo di turno. Perché, partendo dalla fine, “recupero di sovranità” nel mondo globalizzato e iperconnesso del XXI secolo non vuol dire più quasi una ceppa. “Sul modello tedesco” qui credo significhi semplicemente che, finito di rivedere The Iron Lady, l’incaricato del programma elettorale di cui sopra abbia googlato “Diritto UE + Costituzione” e poi cliccato su uno degli articoli a proposito delle discussioni della Corte Costituzionale tedesca, qualche anno fa chiamata a pronunciarsi appunto sulla costituzionalità delle misure adottate per tenere a galla l’Eurozona durante la crisi finanziaria. Indipendentemente dalla posizione di principio che si abbia sulla gerarchia delle fonti di diritto, il dettaglio sfuggito all’autore di questo punto è che il dibattito nel corso degli anni si è evoluto con la giurisprudenza: vale a dire che proclamare a gran voce la prevalenza della Costituzione sul diritto comunitario non ha alcun effetto pratico, se non in caso di eventuale, improbabile conflitto tra una norma adottata a livello UE e una qualche disposizione della Costituzione italiana. Fino a quel momento, stiamo e staremo parlando di aria fritta.

7. Tutela in ogni sede degli interessi italiani a partire dalla sicurezza del risparmio e dalla tutela del Made in Italy, con particolare riguardo alle tipicità delle produzioni agricole e dell’agroalimentare. Si sono tenuti il meglio per ultimo. Notate la deliziosa contraddizione tra “tutela del Made in Italy” (e cioè l’annosa questione sull’etichettatura obbligatoria dei prodotti non alimentari, ripeto non alimentari, che si trascina da almeno due Commissioni e che l’Italia, per quanto ci riprovi ostinatamente a ogni giro, non riesce a far passare)… e “con particolare riguardo alle tipicità delle produzioni agricole e dell’agroalimentare”. Che, come sappiamo (e come saprebbe anche l’estensore del programma se avesse smesso per un momento di smanettare a caso su internet mentre rivedeva vecchi film), sono già tutelati da etichettature DOP, DOC, e DOCG. In ogni caso vi consiglio di tenere un occhio sull’ultimissima alzata d’ingegno italiana in questo campo, l’obbligo di etichettatura “di origine” per riso e pasta (e forse in futuro per altri prodotti) che l’Italia ha unilateralmente introdotto alla fine dell’anno scorso, e sembra scordandosi pure di avvisare la Commissione. Incidentalmente, questa bella pensata che forse ci costerà l’ennesima procedura d’infrazione si applica solo ai produttori italiani: attendo che mi si spieghi in che modo rifilargli un obbligo burocratico aggiuntivo ne tuteli gli interessi, ma mi metto comoda perché credo che attenderò a lungo.

TL;DR: le misure proposte dal centrodestra sull’Europa variano da infattibili a prive di significato a peggio che inutili. Il che, da quello che ho capito, le mette perfettamente in linea con il resto del programma.

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Cialtronerie a cinque stelle: le proposte del M5S per l’Europa

Lo confesso, la pubblicazione del “Libro a 5 stelle dei cittadini per l’Europa” mi era clamorosamente sfuggita. Me ne sono accorta solo grazie agli sfottò a Luigi Di Maio, messo in imbarazzo dalla domanda di un giornalista stupito di vedersi presentare come “libro” quello che in realtà è poco più di un opuscolo di quindici pagine. A quel punto però mi ero incuriosita e da brava EU nerd sono andata a cercarmi l’opuscolo della discordia e me lo sono letto. Folks, meno male che sono solo quindici pagine.

Non ho idea di che cosa si prefigga esattamente il Movimento 5 Stelle con questo libercolo, ma se l’intenzione è quella di farne un programma d’azione serio, beh, auguri. I programmi di solito contengono anche qualche indicazione di come si intenda lavorare per raggiungere gli obiettivi prefissati, mentre questo documento ha più o meno lo spessore di una lettera a Babbo Natale: desideri su desideri, senza uno straccio di suggerimento su come realizzarli (molti dei desiderata, sia detto, sarebbero realizzabili solo con una bacchetta magica e molta fortuna). Il documento è diviso in sette aree tematiche. Vi propongo una selezione commentata delle perle che ho trovato qua e là.

Mercato unico e commercio: oltre a un massacro del concetto del principio di precauzione, il mio punto preferito è il becero protezionismo mascherato da tutela delle PMI.

Ogni decisione di politica commerciale, lesiva degli interessi delle piccole e medie imprese, dev’essere abbandonata [Ogni decisione? Fate prima a dire che non si può più decidere nulla]: bisogna intervenire per salvaguardare le eccellenze del Made-In dagli effetti negativi derivanti dall’importazione [Le eccellenze del made-in sono più che altro minacciate dalle imitazioni, e il Regolamento sulla sorveglianza del mercato interno che propone l’introduzione dell’indicazione d’origine obbligatoria, il famoso made-in appunto, non si occupa di prodotti alimentari, ma tant’è]. Vogliamo ridurre ai minimi termini l’importazione di prodotti concorrenti come l’olio tunisino, le arance marocchine, il grano ucraino e il riso asiatico [e il caffè di Starbucks? Secondo me gli americani si offendono se li lasciate fuori], sulla base della produzione europea e della capacità di assorbimento del mercato. Gli effetti degli accordi internazionali devono essere stimati tramite il confronto tra studi d’impatto a livello europeo, sviluppati da autorità indipendenti [Quali autorità indipendenti? La Commissione deve per legge condurre impact assessment per ogni proposta legislativa che intende presentare. Quale autorità indipendente dovrebbe rifare il lavoro?], e studi d’impatto a livello nazionale [Quindi il lavoro fatto dalla Commissione e dalla fantomatica autorità indipendente poi va rifatto una terza volta da ogni singolo Stato membro?], resi pubblici e diffusi ai cittadini degli Stati membri [È già così. È tutto online. Mai sentito parlare di ec.europa.eu?]

Economia e unione monetaria: non è il mio campo, per cui a differenza del M5S evito di pontificare. Mi limito a notare il geniale suggerimento di “prevedere una profonda revisione dei vincoli economici contenuti nei trattati e un ampio dibattito pubblico che si concluda solo con l’approvazione referendaria negli Stati membri”, proponendo in pratica di obbligarli tutti a convocare un referendum per approvare eventuali modifiche dei Trattati – anche quando il loro assetto costituzionale non preveda di procedere in questo modo. Tra quegli Stati, peraltro, c’è anche l’Italia. Ops.

Schengen, immigrazione: secondo il M5S, bisogna “lavorare sulle cause per prevenire il fenomeno degli sbarchi: sì all’embargo di armi [ma non volevano sostenere il made in Italy? Mah], no a operazioni di destabilizzazione in Medio Oriente e in Africa, sì alle sanzioni per le multinazionali che violano i diritti umani nei Paesi terzi [Mi sfugge in che modo il lodevole intento di costringere Nike a vigilare sulle condizioni dei lavoratori che fanno le sue scarpe in Bangladesh influenzi i corridoi umanitari nel Mediterraneo. Ma sarò miope io]. Segnaliamo anche il ritorno di fiamma della sciroccata proposta, mi pare originariamente avanzata da Di Battista, che la richiesta di asilo venga fatta “nel Paese di origine” del richiedente o, se proprio ciò non fosse possibile (mai provato a fare la coda in un ufficio in Somalia? Un disastro, guarda. Peggio delle Poste), in quello di transito. In chiusura di pagina, ovviamente, non ci facciamo mancare neppure l’odiosa strizzata d’occhio all’equazione immigrazione = rischio terrorismo.

Politica estera e di difesa: ammirate la poetica contrapposizione dei primi due paragrafi, che invocano rispettivamente la “[i]mmediata sospensione di tutti gli accordi e dei rimpatri verso i Paesi extra UE che violano i diritti umani”, e la “[r]imozione immediata delle sanzioni alla Russia”. Chi ha detto che Grillo non fa più il comico?

Budget europeo: questa sezione è forse la peggiore, e non è che la concorrenza non sia agguerrita. Il M5S pretende, nell’ordine:

Riduzione sostanziale del budget europeo con tagli drastici degli stipendi dei parlamentari, eliminando ogni forma di benefit e privilegio [Questa l’ho già sentita. E comunque visto quanto poco incidano sul totale, tagli anche drastici degli stipendi degli europarlamentari non porteranno sicuramente a una riduzione “sostanziale” del budget UE]. Eliminazione della tripla sede Bruxelles-Strasburgo-Lussemburgo [Se calcolate anche la sede della Corte di Giustizia, allora perché lasciare fuori quella della BCE a Francoforte?] e rimozione di tutte le agenzie europee non produttive [Chi decide quali siano “non produttive”? Con quali criteri? Mistero]. Abolizione dei finanziamenti destinati alla propaganda UE (moneta unica, propaganda contro la Russia, fake news e altro) [Grassetto aggiunto. Le fake news sarebbero propaganda UE? E “altro” che cosa copre? Le scie chimiche? I vaccini? Lo sbarco sulla Luna?].

Tenetevi forte, perché non abbiamo finito:

I fondi europei devono essere programmati sui veri bisogni del territorio e in sintonia con il programma di governo del Movimento 5 Stelle [Grassetto aggiunto. Cioè da Bruxelles la Commissione deve farvi approvare la destinazione dei fondi strutturali? Smetto di ridere nel 2020]. Vogliamo la trasparenza e la pianificazione pubblica dei bandi [Permettetemi di presentarvi TED].

Capacità di “decidere e indirizzare”: le virgolette sono nell’originale, credo perché loro per primi non sapevano bene quale dovesse essere il messaggio di questa sezione, che vi riporto in toto e che in effetti non è proprio chiarissima. Forse l’hanno chiamata così perché volevano una frase a effetto tipo “Servire e proteggere”. Vai a sapere.

L’Unione europea deve rimettere al centro del potere decisionale il cittadino incrementando la sua rappresentatività e democraticità. Le sue politiche non devono essere imposte dall’alto ma vagliate dalla volontà popolare, ampliando e rafforzando l’uso di tutti gli strumenti di democrazia diretta e partecipata di comprovata utilità [Quali? Il sacro blog?] Gli esempi di oggi dimostrano che quando i cittadini si sono potuti esprimere, molto spesso hanno bocciato le politiche dell’Unione [Molto spesso? Aspetto la lunga lista degli esempi in cui i cittadini, sulla base di ampi e informati dibattiti, hanno bocciato le politiche dell’Unione. Mi metto comoda]. Occorre maggiore trasparenza nel processo decisionale UE, in primo luogo per ciò che concerne il Consiglio, e una redistribuzione del potere tra le istituzioni: il Parlamento europeo, unica tra le istituzioni UE democraticamente eletta (Il Consiglio è formato da rappresentanti dei governi nazionali pure democraticamente eletti, ma okay. La Commissione non è eletta perché non si eleggono gli organi amministrativi. Quando avete votato l’ultima volta per rinnovare il vostro ufficio anagrafe di competenza? Appunto], è ancora troppo marginale nel processo decisionale [Certo. Infatti quella che si chiamava procedura di codecisione è stata ribattezzata “procedura legislativa ordinaria“, proprio per sottolineare il fatto che il processo legislativo UE ormai parta di default con il Parlamento sullo stesso piano del Consiglio. Marginalità a iosa].

Energia, materia e resilienza: potrei irriderli per il fatto di aver scritto “materia” laddove intendevano “materie prime”, dando al libercolo un certo qual sapore di trattato metafisico, ma non voglio infierire. Potrei anche notare come chi ha riletto questa pagina non si sia accorto della quantomena strana formulazione “Questa situazione pone tutti i cittadini europei in una condizione di estrema vulnerabilità, che mette a dura prova l’economia reale, la sicurezza, la prosperità di lungo periodo e l’assenza o meno di conflitti economici, bellici o tensioni sociali, all’interno come all’esterno del nostro territorio [grassetto aggiunto]”, ma non voglio infierire. Dove invece ho intenzione di infierire è sul patetico paragrafo di chiusura, che recita:

Vogliamo che i popoli europei convivano quindi come una reale comunità resiliente e pacifica, economicamente stabile e in grado di auto-mantenersi con una bassa intensità energetica e ridotte attività estrattive, ponendosi al di fuori dei conflitti per le risorse e delle responsabilità del cambiamento climatico.

Che in italiano corrente si traduce: vogliamo tornare all’età del baratto e non abbiamo capito che il cambiamento climatico non si ferma alla frontiera, come del resto non abbiamo capito tantissime altre cose. Ma non è una novità.

La quadratura del M5S

In uno dei suoi libri di enigmi e giochi matematici, Martin Gardner racconta la storia della polemica seicentesca tra il matematico John Wallis e Thomas Hobbes (sì, quello dell’homo homini lupus). Che cosa era successo? A un certo punto della propria vita Hobbes aveva scoperto la geometria e se ne era innamorato. Da neofita entusiasta si era lanciato sul problema della quadratura del cerchio, pubblicando anche diverse approssimazioni più o meno buone, che però pretendeva essere metodi validi per ottenere una quadratura esatta. I matematici dell’epoca avevano intuito che questo era impossibile, ma mancavano delle conoscenze necessarie a costruirne la dimostrazione (semplificando: soltanto nel secolo successivo si sarebbe ipotizzato che la quadratura esatta del cerchio è impossibile se π è un numero trascendente, cosa che a sua volta venne dimostrata solo nel 1882). Hobbes non la prese bene quando Wallis fece notare gli errori nella sua prima dimostrazione, e la disputa matematica diventò una polemica accademico-politica che si trascinò per decenni ed ebbe fine solo alla morte di Hobbes.

Ecco, da quando il M5S è apparso sulla scena politica italiana, questo aneddoto mi è tornato in mente più di una volta. Lasciamo per un attimo da parte i capoccia che sono evidentemente guidati da considerazioni di carattere squisitamente economico; e lasciamo da parte anche gli opportunisti che hanno visto nel M5S un (nuovo) ponte verso cariche e relative prebende, approfittando di una selezione all’ingresso pressoché inesistente. È la gran parte della base che mi ricorda proprio Hobbes: lo stesso ingenuo entusiasmo di chi scopre qualcosa, la stessa sprezzante superiorità di chi crede di essere arrivato per primo, la stessa incredulità (generata dall’ignoranza) di chi rifiuta di ammettere che altri si siano già confrontati con un dato problema.

Va detto che il primo punto non è necessariamente negativo, anzi: ben venga se nuovi cittadini che prima la ignoravano si avvicinano alla politica con entusiasmo. A questo però si deve accompagnare l’umiltà di voler imparare. In caso contrario, come è successo con il M5S (con sentiti ringraziamenti all’idea che la politica non sia roba da professionisti e che qualunque laureato all’università di Google possa cavarsela più che bene), è inevitabile prendere delle facciate.

Facciamo politica da secoli, bisogna essere decisamente ignoranti e arroganti per credere di avere inventato qualcosa di nuovo. Democrazia diretta? Già fatto. Voto online? Già provato. Fa quasi pena vedere il disorientamento della base M5S al contatto con la realtà; anzi, farebbe quasi pena, se non fosse per quella irritante e cieca fede nella propria diversità. La storia è costellata di innumerevoli esempi di democrazia diretta, tutti più o meno minati dagli stessi problemi; in base a che cosa esattamente il M5S pretendeva di riuscire là dove tutti gli altri avevano fallito? Di e-voting (e problemi legati allo stesso) si parla dai primissimi anni Duemila, ma nella narrativa a cinque stelle lo ha inventato il Movimento – salvo poi cadere dal pero quando ci si rende conto che le votazioni online hanno grossi problemi di trasparenza e certificazione del risultato.

La figuraccia rimediata a Bruxelles è solo l’ultima in ordine di tempo, ma ho la sensazione che non sarà l’ultima in assoluto: capita, quando invece di costruire su quello che già si sa si cerca di reinventare continuamente la ruota. O di quadrarla.

Ho ripreso la metro

Hai guardato l’orologio: le sei meno dieci. Hai cominciato a riordinare la scrivania, a raccogliere le tazze da mettere in lavastoviglie. Alzandoti per andare in cucina hai chiesto alla collega “Prendi la metro?”. Lei ha annuito mentre rileggeva l’ultima mail della giornata. “Ti aspetto allora” le hai detto uscendo.

L’ingresso più vicino all’ufficio è chiuso, dovete prendere quello principale da cui si accede anche alla stazione ferroviaria. Schuman. L’attimo d’incertezza che hai sempre quando non entri nella metro dal tuo solito ingresso, quando devi rallentare dopo aver passato l’abbonamento per capire in quale direzione andare invece di mettere il pilota automatico del tuo solito percorso.

La metro arriva subito, gli ultimi gradini della scala mobile li fate quasi di corsa. Non ci fai caso quando il treno riparte, state chiacchierando del weekend di Pasqua. La collega è stata a Knokke. Pensi che non ti dispiacerebbe un weekend al mare. Il treno è uno di quelli vecchi, come quello di martedì scorso. Quello che non è mai arrivato al capolinea. Anni fa ti hanno raccontato che il colore di quei primi treni della metro l’avevano scelto tramite sondaggio, e siccome erano gli Anni Settanta aveva finito per vincere l’accoppiata interni gialli-sedili marrone chiaro. Francamente bruttini. Ma a parte questo a te i treni vecchi piacciono, c’è più spazio in testa al vagone.

Maelbeek. La voce registrata che annuncia le fermate non sa che la stazione è chiusa. Fasciata di nero. Il treno non si ferma, rallenta appena, i teli di plastica sfilano davanti al finestrino; impossibile vedere qualcosa, valutare i danni. Capire. La collega ha smesso di parlare.

Arts-Loi. Correspondance ligne 2 et 6. Kunst-Wet. Aansluiting metro lijn 2 en 6. Connection metro lines 2 and 6. La collega esita. La sua fermata è la prossima, ma è chiusa anche quella. Lì non è successo niente ma alcune fermate secondarie non sono ancora state riaperte: impossibile sorvegliarle tutte, impossibile piazzare soldati con il mitra ovunque. “Scendo con te” dice alla fine, “Poi prendo l’autobus”.

Fuori è ancora chiaro. Vi incamminate insieme. Altri soldati, altre persone che rientrano a casa. La collega è arrivata alla fermata. “See you tomorrow”, continui verso casa. Inizi a passare mentalmente in rassegna quello che dovresti avere nel frigo. Hai ripreso la metro.

Ho ripreso la metro.

Breve storia di ordinaria euro-ignoranza

Il Buongiorno di Massimo Gramellini oggi contiene una durissima invettiva contro “l’Europa a rate”, responsabile a suo dire di una norma crudele e insensata: “Se non pagherai sette rate del tuo mutuo, la banca potrà portarti via la casa”. In effetti sette rate sembrano pochine, considerando il momento di difficoltà economica che molti stanno attraversando. Per Gramellini il responsabile di questa inumana cattiveria sarebbe un oscuro euroburocrate “sicuramente convinto di avere agito in nome dell’efficienza economica”, che non avrà dedicato “[n]ella sua testolina asettica” neppure un pensiero alle persone che questa norma andrà a colpire. E giù strali contro i burocrati che stanno disfacendo l’Europa a colpi di direttive.

Possiamo fermarci un secondo a riflettere? Il provvedimento incriminato si trova nel proposto articolo 120-quinquesdecies del Testo Unico Bancario, che dà attuazione (cioè inserisce nell’ordinamento italiano) all’articolo 28 della MCD. La MCD o Mortgage Credit Directive (Direttiva 2014/17/EU) è una legge europea approvata quasi due anni fa e che disciplina i contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili a uso residenziale. L’articolo 28 della Direttiva, che riporto in toto, recita:

Morosità e pignoramenti

1.   Gli Stati membri adottano misure per incoraggiare i creditori ad esercitare un ragionevole grado di tolleranza prima di dare avvio a procedure di escussione della garanzia.

2.   Gli Stati membri possono imporre che, qualora al creditore sia consentito definire e imporre al consumatore oneri derivanti dall’inadempimento, tali oneri non siano superiori a quanto necessario per compensare il creditore dei costi sostenuti a causa dell’inadempimento.

3.   Gli Stati membri possono consentire ai creditori di imporre oneri aggiuntivi al consumatore in caso di inadempimento. In tal caso, gli Stati membri fissano un limite massimo per tali oneri.

4.   Gli Stati membri non impediscono alle parti di un contratto di credito di convenire espressamente che la restituzione o il trasferimento della garanzia reale o dei proventi della vendita della garanzia reale è sufficiente a rimborsare il credito.

5.   Se il prezzo ottenuto per il bene immobile influisce sull’importo dovuto dal consumatore, gli Stati membri predispongono procedure o misure intese a consentire di ottenere il miglior prezzo possibile per la vendita del bene immobile in garanzia.

Se a seguito di una procedura esecutiva rimane un debito residuo, gli Stati membri assicurano che siano poste in essere misure intese a facilitare il rimborso al fine di proteggere i consumatori.

Vedete da qualche parte un riferimento alle sette rate saltate del mutuo? Appunto. Da dove esce allora questa norma? Torniamo all’articolo 120-quinquesdecies TUB: come spiegato dal documento messo a disposizione sul sito del Senato, il comma 1 stabilisce che, “ferma restando la risoluzione del contratto in caso di ritardato pagamento quando lo stesso si sia verificato almeno sette volte (ai sensi dell’articolo 40, comma 2), il finanziatore adotta procedure per gestire i rapporti con i consumatori in difficoltà nei pagamenti [grassetto aggiunto]”.

E infatti l’art. 40 TUB, comma 2 recita: “La banca può invocare come causa di risoluzione del contratto il ritardato pagamento quando lo stesso si sia verificato almeno sette volte, anche non consecutive. A tal fine costituisce ritardato pagamento quello effettuato tra il trentesimo e il centottantesimo giorno dalla scadenza della rata [grassetto aggiunto]”.

Morale della favola: Gramellini ha costruito una filippica contro l’Europa dei burocrati in base alla modifica decisa dal governo italiano di una disposizione nazionale peraltro già esistente. Non era difficile verificare le informazioni in merito – Repubblica, per esempio, ci è riuscita senza problemi.

Ho già scritto dell’incredibile sciatteria con cui i giornalisti italiani trattano gli argomenti di carattere europeo. Spiace constatare come la cosa continui, specie quando si tratta di nomi noti con parecchio seguito. Per parafrasare Gramellini: come fa un lettore a non provare esasperazione per il mondo dell’informazione, se tutta la narrativa che produce sull’Europa sembra studiata apposta per screditarla gratuitamente?

#VEROmadeinItaly. Chi è che disinforma davvero?

Ieri ho trovato il link a una petizione lanciata dalle Iene su Change, dal titolo “Vogliamo il VERO Made in Italy”. La petizione, guarda caso, è stata lanciata proprio a ridosso dell’avvio della nuova stagione del programma, ma sarebbe ingenuo scandalizzarsi per una cosa del genere. Quello che invece mi indispettisce, e parecchio, è il solito giochino per raccattare click e audience sfruttando la disinformazione. Atteggiamento tanto più ipocrita in quanto viene da un programma che ha costruito la propria fortuna presentandosi come strumento di denuncia a difesa dei cittadini.

La petizione inizia così:

Ma secondo voi quando vi comprate un sugo pronto con su scritto “prodotto in Italia” o “Made in Italy”, dentro cosa c’è? Perché se è MADE IN ITALY vien da pensare che dentro ci siano pomodori italiani. E invece non è così! Perché per diventare Made in Italy, per la legge italiana, basta che la lavorazione sostanziale sia fatta in Italia. E “sostanziale”, sostanzialmente, non vuol dire nulla!

Partiamo dall’ultima – errata – affermazione: substantial transformation vuol dire parecchio. Il principio trova origine nelle disposizioni della Convenzione di Kyoto (non il Protocollo sul clima!) conclusa all’inizio degli Anni Settanta per semplificare e armonizzare le procedure doganali. È ovvio che, in ottica semplificativa, assegnare un singolo Paese di origine a ogni prodotto rappresenta un bel passo avanti. Nel caso di un prodotto alimentare, l’ultima trasformazione sostanziale è rappresentata dal processo in cui i vari ingredienti vengono uniti e lavorati in maniera irreversibile.

Dal modo in cui è costruito il paragrafo riportato si potrebbe pensare che l’etichettatura dei prodotti alimentari sia effettuata in base alla normativa italiana, giusto? Sbagliato, perché la competenza in materia appartiene all’Unione Europea. La normativa di riferimento in questo caso è il Regolamento 1169/2011, che combina e aggiorna due leggi precedenti, la Direttiva 2000/13/EC sull’etichettatura e la presentazione dei prodotti alimentari e la Direttiva 90/496/EEC sulle informazioni nutrizionali.

Il principio base del Regolamento è che al consumatore debbano essere obbligatoriamente fornite le informazioni necessarie per compiere scelte informate senza rischi per la salute, vale a dire quelle relative a composizione del prodotto; modalità e periodo di conservazione; e proprietà nutrizionali, incluse le informazioni necessarie per chi segua particolari regimi alimentari.

Che cosa dice il Regolamento a proposito della questione di origine? Innanzitutto, l’Art. 7(1)(a) stabilisce che il prodotto non può essere presentato in maniera fuorviante inducendo chi lo acquista a pensare che provenga da una determinata località. L’Art. 9(1) elenca le informazioni che devono obbligatoriamente apparire in etichetta, incluso il paese di origine o il luogo di provenienza ove previsto all’Art. 26. Il suddetto Art. 26 stabilisce che l’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza è obbligatoria “nel caso in cui l’omissione di tale indicazione possa indurre in errore il consumatore in merito al paese d’origine o al luogo di provenienza reali dell’alimento”. Inoltre, nel caso in cui la provenienza di un alimento sia indicata, ma non sia la stessa di quella del suo ingrediente principale, allora l’etichetta deve menzionare anche “il paese d’origine o il luogo di provenienza di tale ingrediente primario” oppure specificare che “il paese d’origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario è […] diverso da quello dell’alimento”.

Va detto anche che l’Art. 26 non può derogare alla normativa esistente sui prodotti DOC/DOP, per i quali quindi si continuano ad applicare le specifiche leggi (Regolamenti 509/2006 e 510/2006). Infine, lo stesso Art. 26 stabilisce che la Commissione dovrà, entro cinque anni dall’entrata in vigore del Regolamento, studiare la possibilità di rendere l’indicazione di origine obbligatoria di default per una vasta categoria di prodotti, quindi non più solo nei casi menzionati.

La petizione prosegue poi con:

Abbiamo scoperto che potremmo comprarci un sugo pronto fatto con il 100% di pomodoro cinese, ma con su scritto “Made in Italy”. E visto che i controlli in dogana sono pochi e le leggi su metalli pesanti e fitofarmaci sono molto diverse tra i vari paesi del mondo, rischiamo di mangiarci una marea di schifezze senza neanche saperlo.

L’unica cosa che mi sembra abbiamo scoperto finora è l’incapacità di fare due ricerche online, perché le norme in materia esistono e sono anche piuttosto chiare. Sulla questione dei controlli ho già scritto. Mi limito qui a ricordare che, nel caso dei prodotti alimentari, qualsiasi non-conformità riscontrata che possa costituire un pericolo per la salute dei consumatori fa scattare un’allerta che viene diramata a tutti gli altri Stati membri e alla Commissione attraverso l’inserimento nel portale RASFF (Rapid Alert System for Food and Feed).

Chiediamo che su TUTTI i prodotti alimentari inscatolati venga dichiarata la provenienza degli ingredienti, come si fa per l’olio extravergine di oliva e pochissimi altri alimenti inscatolati, per cui bisogna scrivere la provenienza: Italia, UE, extra UE. Poi sarà il consumatore a decidere. Vogliamo il VERO “Made in Italy”.

Come abbiamo visto le regole esistono e si tratta più che altro di applicarle e far sì che vengano rispettate. Mi spiace per le 163.991 persone che avevano firmato la petizione al momento in cui ho pubblicato questo post, ma avete riposto male la vostra fiducia. Demonizzare tutto quello che viene da fuori e assumere automaticamente che si tratti di una “marea di schifezze” non è un atteggiamento particolarmente costruttivo, tanto più che anche in Italia le frodi alimentari non sono merce rara.

Non mi rassegno facilmente al fatto che esigere un’informazione precisa sembri sempre di più pretendere troppo. Evitare di essere presi in giro, comunque, credo sarebbe già un buon inizio.

Chi ha paura della lobby cattiva?

Le mie vicende lavorative mi hanno portata per un certo periodo a far parte di quello che viene spesso definito “l’esercito dei lobbisti” che gravitano intorno alle istituzioni europee in quel di Bruxelles.

Quando tornavo in Italia le mie conversazioni – specie con interlocutori che mi conoscevano poco e non avevano ancora capito che non vado fatta innervosire – seguivano più o meno lo stesso copione: “Ah, ma stai a Bruxelles? Che città orrenda! Io? No, non ci sono mai stato [Respira, Chiara, respira]. Eh però ti mancherà l’Italia, no? Almeno non piove così tanto… [Fun fact: tra il 1971 e il 2000 Genova è stata ininterrottamente la città italiana con le più alte precipitazioni annue] …e ti toccherà bere brodaglia invece del caffè [RESPIRA]. Comunque, che cosa fai di preciso?”

Ingenuamente mi lanciavo in una spiegazione entusiasta del mio lavoro, fino all’inevitabile interruzione “Ah, ma quindi sei una lobbista”. A quel punto la temperatura nella stanza si abbassava di quindici gradi, tutti cominciavano a spostare le sedie lontano dalla mia, e ogni madre presente sibilava ai figli “Non parlate con quella signora: è una lobbista!”. E io lì a chiedermi che cosa ci fosse di male.

È ovvio che molta della diffidenza verso questo lavoro (perché sì, di lavoro a pieno titolo si tratta) derivi da una certa ignoranza, magari alimentata da media fin troppo felici di evocare chissà quali complotti di multinazionali, Club Bilderberg e massoneria ai danni dei cittadini. Non capisco però chi si lamenta dell’“Europa in mano alle lobby” senza avere la benché minima idea di come funzioni la cosa.

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I lobbisti fanno parte dell’ecosistema – e in senso fisiologico, non patologico

Secondo una definizione elementare, una lobby è un gruppo di interesse organizzato che cerca di influenzare un dato processo decisionale. Questo non è un fenomeno recente né tantomeno negativo a prescindere. Come scrive Phil Parvin/ Loughborough University, “[t]rade unions, industry associations, and other ‘expert’ bodies have long been able to gain access to policy makers and influence political decisions […] despite having never been elected. And this is a good thing. In a representative democratic system it is the right of all citizens to raise their concerns, either individually or collectively, to those whom they elected to govern on their behalf. Free speech and free association – protected together – result in people getting together in order to voice their concerns to those in power [grassetto aggiunto]”.

La “professionalizzazione” del rapporto con la politica è il risultato di due tendenze: il minore coinvolgimento diretto dei cittadini negli elementi politici “classici” come i partiti, e la crescente specializzazione di alcuni campi che richiede una conoscenza approfondita dei dettagli tecnici per poter legiferare. Il risultato, scrive sempre Parvin, è che “a wide range of interest groups, campaign organisations, NGOs and others have reconfigured themselves as centrally-managed, professionally-run lobbying organisations which employ expert policy, legal, and campaigning teams to influence discussions among elite political actors”. Questo è tanto più vero per l’Unione Europea, che ha competenze legislative in una serie di campi piuttosto vasti e anche molto diversi tra loro. È del tutto normale quindi che le organizzazioni più disparate abbiano aperto un ufficio a Bruxelles.

Quanti lobbisti ci sono in totale? Le stime variano dai 15.000 ai 30.000 ma un numero preciso non è disponibile, per un motivo semplicissimo: nessuno tiene il conto. “Ma come, non esiste un registro?” chiederà qualcuno. Esiste, esiste. Il Transparency Register gestito congiuntamente da Commissione e Parlamento raccoglie i nomi di oltre 8.000 organizzazioni divise nelle seguenti categorie: i) società di consulenza e studi legali, ii) associazioni di categoria, iii) ONG, iv) think-tank e istituti di ricerca universitari o meno, v) organizzazioni religiose, vi) enti locali.

L’iscrizione al registro però è volontaria e su questo punto si concentrano le critiche di chi sostiene che ci voglia maggiore trasparenza. Va detto che negli ultimi anni la situazione è migliorata e che dalle istituzioni sono arrivati diversi segnali positivi: dal 1 dicembre 2014 la Commissione pubblica regolarmente i nomi dei lobbisti che hanno incontrato Commissari, Direttori Generali e/o loro assistenti; un centinaio di europarlamentari ha firmato un impegno a seguire questo esempio (e già alcuni di loro hanno adottato la linea di incontrare solo lobbisti registrati); e una proposta di accordo inter-istituzionale per rendere obbligatorio il registro è stata inserita nel programma di lavoro della Commissione per il 2015.

E veniamo al punto più interessante: nell’immaginario collettivo il panorama del lobbying europeo è totalmente dominato dalle multinazionali, malvagie corporation che fanno sembrare la Spectre l’Esercito della Salvezza e che investono fiumi di denaro per ottenere leggi tagliate su misura, mentre poche coraggiose ONG cercano di opporre una disperata resistenza lavorando con mezzi di fortuna in uno scantinato umido e buio (sì, sto diventando melodrammatica: si chiama iperbole).

È verissimo che l’industria investe cifre anche considerevoli nelle attività di lobbying. Meno noto ma ugualmente vero è il fatto che alcune ONG vengano finanziate direttamente dalla Commissione (le condivisibili obiezioni a tale pratica sono bene illustrate in questa opinione). Fermarsi a una comparazione di quanto viene speso dai rispettivi gruppi di interesse sarebbe tuttavia poco utile senza il passo successivo, vale a dire verificare se i loro sforzi riescano effettivamente a influenzare il contenuto finale delle leggi.

È con questo obiettivo che le università di Salisburgo, Stoccarda e Aberdeen hanno svolto uno studio i cui risultati sono stati pubblicati pochi mesi fa. La ricerca ha analizzato le posizioni dei gruppi di interesse (divisi in “Citizen Groups” e “Business”) rispetto a 70 proposte legislative presentate tra il 2008 e il 2010, e calcolato il fattore di successo delle loro attività di lobbying su tali proposte (una descrizione dettagliata della metodologia impiegata è disponibile qui). Il grafico che riassume i risultati è piuttosto chiaro: nella stragrande maggioranza dei casi, la proposta legislativa ha finito per essere adottata con una formulazione molto più vicina all’esito desiderato dalle associazioni di cittadini/ONG che a quello cercato dall’industria.

[Source: Dür,Bernhage, Marshall, 2015]
Source: Dür, Bernhage, Marshall, 2015
Sorprendente? Solo fino a un certo punto. Se nei primi decenni di esistenza delle Comunità Europee la maggior parte della legislazione era focalizzata sulla costruzione del mercato comune, negli ultimi anni i temi prioritari dell’agenda legislativa sono stati la tutela del consumatore e la protezione dell’ambiente. Su questi argomenti l’industria si trova a difendere lo status quo, mentre le ONG e le associazioni di cittadini e consumatori che premono per una maggiore regolamentazione trovano una sponda nella Commissione e nel Parlamento. In altre parole, scrivono gli autori dello studio, “we see a shift away from a low-regulation status quo favoured by business interests towards a high-regulation state favoured by citizen groups. […] Business lobbying in the EU in this and many other cases is of a defensive nature; we see so much of it because business actors face a loss that they try to minimise”.

La conclusione che possiamo trarre è che, come spesso accade, gli stereotipi contengono un fondo di verità ma al tempo stesso ipersemplificano. È vero che intorno ai processi legislativi si giocano interessi economici, ed è verissimo che il sistema resta per il momento meno trasparente di quanto potrebbe (e dovrebbe) essere. Ma è anche vero che, nella fase odierna della costruzione europea, i cittadini riescono a farsi ascoltare sempre di più, e più di quanto ci venga raccontato. Sarebbe il caso di ricordare anche questo.