Di Oscar e miopia culturale

Premesso che: non ho visto tutti i film nominati all’Oscar come miglior pellicola; tra quelli che ho visto, avrei votato Hidden Figures prima di Moonlight, e Moonlight prima di La La Land; la mia opinione in materia conta molto poco; premesso tutto ciò insomma, devo ancora leggere un commento da media ed esperti del settore italiani che non tiri in ballo Trump e i valori liberali di Hollywood per spiegare il trionfo di Moonlight.

In sintesi, i pezzi che ho letto sull’argomento sono tutti più o meno una variante sul tema “L’Academy fa vincere la statuetta a Moonlight per mandare un messaggio alla nuova amministrazione USA”. Proprio a nessuno è venuto in mente il problematico sottinteso di quest’idea?

Tralasciamo il fatto che, se l’Oscar a Moonlight fosse un segnale di censura e protesta contro Trump, allora quello a Casey Affleck potrebbe essere letto come un segnale di approvazione e incoraggiamento allo stesso Trump sulla questione delle molestie sessuali. Il punto è che riducendone la vittoria a “segnale”, di fatto si negano il valore artistico di Moonlight e il suo modo di affrontare un tema complesso e delicato come l’omosessualità nella comunità afroamericana (un buon commento che approfondisce questi punti lo trovate qui). Si insinua cioè che un film diretto e interpretato da neri, che si concentra sulla vita di personaggi di colore, non potrebbe mai e poi mai vincere un riconoscimento importante come l’Oscar se non grazie alla spinta di circostanze esterne.

Se alla Casa Bianca ci fosse Hillary Clinton, o se questa fosse l’edizione 2016 degli Academy Awards, Moonlight avrebbe comunque pienamente meritato il suo Oscar. Voler spiegare a tutti i costi il suo successo esclusivamente in termini di uso politico dello stesso è un atteggiamento paternalista e intriso di un razzismo neanche troppo strisciante. Quella di Moonlight non è la vittoria del politically correct, è la vittoria di un bel film. Un film che per via delle circostanze si è trovato a competere in un anno particolare e che lo ha caricato di un significato aggiuntivo, ma che sa benissimo reggersi sulle proprie gambe anche da solo.

Two cents non richiesti sulla polemica Starbucks

La notizia dell’apertura di Starbucks a Milano mi aveva lasciata più o meno indifferente: vivo a Bruxelles, dove Starbucks è solo una fra diverse catene di caffetteria (e certamente non la migliore), e non sono in generale una grande utente delle stesse. Ma gli alti lai dei giorni scorsi, iniziati con la patetica polemica sulle palme davanti al Duomo e culminata nel terrificante pezzo di Cazzullo apparso ieri sul Corriere (no, non ve lo linko), hanno finito per farmi spostare verso il campo dei simpatizzanti del caffè yankee.

Le obiezioni che ho sentito sostanzialmente si riassumono in: pensate ai posti che chiuderanno per colpa di Starbucks! Pensate alla tradizione gastronomica italiana! Pensate allo strapotere delle multinazionali! Nessuna di queste, di per sé, è irragionevole; ma se, come dice il proverbio, è la quantità che fa il veleno, in questa discussione abbiamo superato il livello di guardia di tossicità, e pure di parecchio.

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(Source: Reddit)

Obiezione numero uno: Starbucks mette in pericolo posti di lavoro locali. È vero che un’apertura “in forza” come quella annunciata avrà sicuramente un impatto maggiore rispetto a un nuovo bar di quartiere, ma al tempo stesso proprio le dimensioni dell’operazione garantiscono che (parecchi) posti di lavoro verranno creati e sospetto che il saldo netto sarà positivo.

Obiezione numero due: il caffè di Starbucks non è all’altezza della tradizione italiana. Questo, devo dire, è l’argomento che mi infastidisce di più, perché figlio di un complesso di superiorità alimentare a cui sono particolarmente insofferente. Sì, la cucina italiana è ottima, diversissima, invidiata e copiata in tutto il mondo. No, non siamo gli unici a saper cucinare e non siamo autorizzati per diritto divino a guardare dall’alto in basso il resto del mondo. Mettetevela via. Qui peraltro stiamo parlando di gusti personali e libertà di scelta del consumatore, questione riassumibile in un semplice: se ti piace l’espresso del baretto sotto casa, bevi quello. Se ti piace il caffè di Starbucks, prendi quello. E lascia che gli altri facciano come preferiscono.

Obiezione numero tre: Starbucks è l’ennesima multinazionale, in quanto tale automaticamente brutta e cattiva (per me anche no, ma non addentriamoci in un ginepraio). Il fatto è questo: essere contrari a Starbucks in quanto multinazionale, per una questione di principio, è un vostro sacrosanto diritto. Però bisogna essere coerenti: se Starbucks non va bene in quanto multinazionale, allora, tanto per fare qualche esempio, non vanno bene neppure il Cornetto (Unilever), le capsule Nespresso (Nestlè), la San Pellegrino (ancora Nestlè), la pasta Buitoni (sempre Nestlè!), o la cioccolata Milka (Mondelēz International, ex Kraft). Non so se questa reazione a Starbucks in particolare sia figlia del clima di chiusura e diffidenza del momento (non ricordo lamentele simili quando in Italia sbarcò McDonald’s, tanto per dirne una), ma mi sembra decisamente esagerata, soprattutto alla luce del fatto che i prodotti di tante altre multinazionali, a stelle e strisce e non, li consumiamo allegramente da decenni.

È ironico che questa polemica insensata si sia scatenata a proposito di una caffetteria: nei programmi di storia delle elementari il caffè compariva nel capitolo sull’Illuminismo, paragrafo “I caffè letterari” dove ci si incontrava per discutere di arte, filosofia e politica. Chissà che cosa direbbero Tomaso Marcato o Antonio Pedrocchi se sapessero che noi, invece, siamo ripiombati al livello della discussione da bar.

“Troppe donne”: tragicomiche proposte sulla parità di genere

Stamattina La Stampa ha lanciato la rubrica “È sempre l’8 marzo”, che si propone di esplorare temi legati alla parità di genere, immagino sulla falsariga del tremendo “La 27a ora” del Corriere. L’idea di per sé mi pare interessante, ragion per cui mi fiondo subito sui primissimi articoli, e vado a cascare su un pezzo a firma Francesca Sforza, intitolato “Nella scuola italiana ci sono troppe donne!” (per la serie: l’importante è partire bene). Siccome non ho ancora capito che da quello che promette bile devo girare alla larga, me lo sono letta tutto; per fortuna non è lungo e può essere commentato in toto. Tenetevi forte.

C’è sempre qualcosa che non funziona nelle situazioni lavorative in cui un genere prevale sull’altro in modo numericamente prepotente. Si creano squilibri, dissesti e danni nel lungo termine.

Su questo siamo d’accordissimo. E immagino che in una rubrica sulla parità di genere sarà facile trovare un buon esempio di un settore a netta preponderanza maschile.

Immaginate un ambiente di lavoro in cui un solo genere occupa dall’82 al 96 per cento dei posti di lavoro disponibili. [Non ho bisogno di immaginarlo, Francesca. Lo vedo già tutti i giorni]. Vogliamo dirlo forte e chiaro?  [Sì, sì, diciamolo forte e chiaro: è uno scandalo]. Nella scuola italiana ci sono troppe donne. [Quello “sbonk” è la mia mascella che impatta il pavimento]. La peculiarità dell’eccessiva femminilizzazione si concentra negli anni della materna e della primaria, continua nella scuola secondaria (dove le donne occupano un buon 65 per cento delle cattedre) per poi diradare negli insegnamenti universitari, dove le percentuali si rovesciano bruscamente, tanto che in un ateneo nobile come quello della Normale di Pisa hanno dovuto modificare il regolamento interno per far entrare qualche donna (“una situazione davvero imbarazzante”, l’aveva definita il rettore).

Okay, cerchiamo di mettere un paio di puntini sulle i. Questa “eccessiva femminilizzazione” non è una peculiarità piovuta da chissà dove, è il risultato di un’evoluzione storica ben precisa. Agli albori della scuola italiana i maestri erano in maggioranza uomini, poi la carriera scolastica è stata una delle (poche) concesse alle donne che volevano lavorare. L’accesso all’università è un altro discorso. Qui si comincia a fare sul serio, l’università non è roba da donne: troppo complessa, troppo intensiva. E poi ce le vedi a sopravvivere in una facoltà di fisica o di ingegneria, con tutta quella matematica? Per carità.

Le cause sono note: stipendi inadeguati, scarso appeal sociale, ridotte possibilità di avanzamenti di carriera, soddisfazioni e riconoscimenti relegati all’ambito della propria coscienza o comunque iscrivibili nella categoria del fatto privato.

Le cause saranno anche note, ma da come sono descritte qui non sembra. Perché detta così sembra che gli stipendi nella scuola dell’obbligo siano bassi per caso, e che noi donne, cretine, ci ostiniamo a scegliere professioni che pagano poco. Il fatto è che il rapporto di causa-effetto qui ha funzionato esattamente al contrario. Finché a farlo erano soprattutto uomini, il lavoro di maestro aveva un salario dignitoso: ma dal momento che molte delle prime donne a farlo portavano a casa il secondo stipendio della famiglia, ecco che fin dall’inizio sono state pagate meno dei loro colleghi, perché di paga uguale apparentemente non avevano bisogno. Segue circolo vizioso reclutamento donne che si possono pagare meno – stipendi che restano mediamente bassi – fuga degli uomini verso settori più remunerativi – salario insegnanti che resta inchiodato a livelli poco attraenti.

Ma a essere più preoccupanti sono forse gli effetti: che cosa succede a lungo andare in una società in cui i modelli cognitivi e la trasmissione del sapere avviene in modo tanto unidirezionale?

Tralasciamo il fatto che con doppio soggetto il verbo va al plurale. La domanda qui è: ma che accidenti stai dicendo?

Si è ragionato abbastanza sulle conseguenze di un maternage che si prolunga ben oltre gli anni del nido e dell’asilo, spingendosi fino alle elementari e spesso anche per il ciclo delle medie? Capita spesso, soprattutto alle madri dei maschi, di sentirsi dire che “il bambino è irrequieto, non sa stare fermo, si muove in continuazione”, e si trascura il fatto che – a differenza delle bambine, per le quali stare sedute a disegnare e ritagliare non rappresenta uno sforzo, ma una condizione piuttosto naturale – in molti casi i maschi hanno bisogno di un approccio più fisico alle cose, soprattutto nelle fasi del primo apprendimento.

Gira che ti rigira sempre lì andiamo a cascare, sulla presunta differenza di comportamento tra bambini e bambine. Quindi il problema non è tanto il fatto di avere molte maestre, ma una loro certa incapacità a sviluppare il proprio materiale didattico in modo da assecondare presunte caratteristiche tipicamente maschili.

Ti racconto delle mie elementari, Francesca: eravamo trenta, divisi più o meno 50/50 tra femmine e maschi; e un approccio “più fisico” alle cose, come dici tu, sarebbe stato impossibile semplicemente perché trenta bambini in una stanza o li tieni seduti o diventano ingestibili. E, miracolosamente, tutti i miei compagni maschi sono arrivati indenni alla licenza elementare senza traumi. Tra l’altro vorrei che mi spiegassi che tipo di approccio “fisico” proporresti per studiare la grammatica italiana o gli affluenti del Po, ma lasciamo stare (tra parentesi, io detestavo ritagliare e sono sempre stata una schiappa totale in disegno, ma giocavo discretamente a pallamano).

Programmi e attività si sono strutturati da decenni per rispondere a esigenze più femminili che maschili, col risultato che i bambini – in assenza di figure adulte (anche) maschili con cui rapportarsi – accumulano negli anni più frustrazioni, più fragilità (mancano dati nazionali, ma gli Uffici regionali che hanno redatto dei report parlano di un’incidenza dei disturbi scolastici molto maggiore nei maschi che nelle femmine).

Cerchiamo di filtrare un attimo questo minestrone di temi: programmi e attività sono strutturati in modo da rispondere alle esigenze delle leggi della fisica e della cronica mancanza di spazi adeguati della scuola italiana. Aggiungerei anche che se i programmi fossero strutturati per rispondere a esigenze più femminili forse gli studenti saprebbero citare qualche personaggio storico o scienziata in più oltre a Giovanna d’Arco e Marie Curie, ma non voglio infierire. Quello dell’assenza di figure di riferimento è un discorso diverso e complesso che non riguarda solo la scuola e mi sembra quantomeno azzardato indicarlo come unica causa delle fragilità degli studenti maschi, senza neppure interrogarsi sul ruolo della famiglia e dei nostri ancora troppo resistenti stereotipi di mascolinità.

Il portato di questo bagaglio, a un certo punto, si rovescia nella collettività, con risultati anche quelli noti: scarsa presenza di donne nei consigli di amministrazione delle grandi aziende, nei luoghi di responsabilità, nelle stanze dei bottoni.

Fammi capire un attimo, stiamo dicendo che la scarsa presenza di donne in CdA, luoghi di responsabilità e stanze dei bottoni è una conseguenza del fatto che ci siano troppe maestre nella scuole elementare? Really?

Escludendo che si tratti di un caso [infatti non lo è], di un incantesimo [idem], o di una vendetta di genere consumata freddissima [ma sei hai appena finito di dire esattamente questo!], forse bisognerebbe interrogarsi su quanto pesi, nella formazione prima e nella vita lavorativa poi, l’assenza di una sana mescolanza dei generi. Almeno oggi, che non è l’8 marzo.

Tantissimo, pesa. Tantissimo. Praticamente qualsiasi organizzazione internazionale pubblica rapporto su rapporto evidenziando le conseguenze sociali ed economiche dell’ancora scarsa presenza femminile in università, lavoro e politica. Per quanto mi sforzi di ricordare, però, nessuno si è sognato di dire che il nocciolo del problema sono le troppe maestre nella scuola italiana. Almeno fino a oggi, che non è l’8 marzo.

La pigrizia di Beppe: perché diversità fa davvero rima con qualità

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L’ultimo spettacolo (comizio?) di Beppe Grillo contiene il frammento riportato qui, in cui il padre-padrone del M5S riesce, nell’ordine, a: confondere travestiti e transgender; lamentarsi perché non si può più offendere impunemente alcuna delle due categorie; ridurre la questione dell’identità di genere e della transizione a un impianto penieno; ripetere il trito stereotipo della donna che parla troppo; banalizzare lo stupro; e già che c’è, offendere le sex worker. Non male, in meno di ottanta parole.

Del perché questo estratto dello spettacolo (arringa?) sia estremamente problematico si è già parlato altrove, e francamente se uno non ci arriva da solo non credo di poter fare alcunché per lui. Vorrei solo far notare una cosa banalissima: nulla in quel paragrafo fa ridere. Nulla.

Non ci vuole una laurea per capire che, se di lavoro fai il comico (tribuno?), non è una gran mossa usare pezzi che non fanno ridere. O meglio, che finalmente non fanno più ridere nessuno. A questo punto di solito c’è qualcuno che alza gli occhi al cielo e parla di dittatura del politicamente corretto, come se fosse un fenomeno reale; ma il punto è, molto più semplicemente, che l’evoluzione del costume richiede anche un’evoluzione del materiale di scena; e un comico incapace di rinnovarsi, che si ripiega su materiale vecchio e si lamenta quando gli si fa notare che il resto del mondo si sta evolvendo, non è (più) un bravo comico ma un mestierante impigrito. Certo poi ci sarebbe da discutere sulla permanenza di Grillo nella categoria comici, ma è un altro discorso.

Questo episodio secondo me dimostra molto bene un paradosso della discussione sulla diversità: quando si parla di “aprire” alle minoranze e migliorare l’inclusività e la diversità di un’organizzazione (che sia un’azienda, un parlamento o il cast di un film), c’è sempre qualcuno che obietta: “Non si può reclutare solo in base a questo, si finirebbe per abbassare gli standard!”. Lasciamo perdere il fatto che questa obiezione ignora totalmente il problema degli unconscious bias (di cui ho scritto qui) e distorce volutamente la questione (non ci si propone di reclutare solo in base a una determinata caratteristica); il punto è che aprendo a punti di vista e stili diversi, i vecchi modi di fare vengono esposti a nuovi concorrenti e se non sono in grado di migliorarsi finiscono per esserne superati. Quindi in realtà una maggiore diversità, ben lungi dall’abbassare gli standard, ha esattamente l’effetto contrario e cioè alzare il livello per chi precedentemente non doveva fare alcuno sforzo speciale.

Capisco che questa possa essere una brutta notizia per chi si è adagiato sugli allori, abituato da anni a fare il minimo sindacale per mancanza di concorrenza; ma se è capace di reinventarsi e continuare a proporre materiale di qualità non dovrebbe avere difficoltà a restare sulla breccia. Dopotutto, come amano ripeterci i paladini della meritocrazia, chi ha le capacità la strada la trova sempre.

Appunto su “uomini veri” e violenza

Trovo scoraggiante che si debba ancora puntualizzarlo, ma tant’è: definire “mostro” o “non un (vero) uomo” chi aggredisce, stupra, uccide una donna… non solo non ha senso ma è controproducente.

Dell’assurdità del concetto di “uomo vero™” ho già scritto, ma forse avrei dovuto soffermarmi anche sulla sua dannosità. Perché dicendo “I veri uomini non si comportano così”, di fatto creiamo una categoria a parte di “cattivi” senza volto a cui addossiamo tutta la responsabilità di atti di violenza, senza compiere il passo successivo e cioè interrogarci sul contesto che rende possibile determinati comportamenti (aiutino: inizia per p- e finisce per -atriarcato).

Chiaro che, non fatto questo passo successivo, poi non facciamo nemmeno quello seguente, vale a dire agire e cambiare i nostri comportamenti quotidiani. Parlare di “non (veri) uomini” è troppo comodo, consente a tutti noi e in primis agli uomini (sì, tutti gli uomini) di distanziarci dal problema senza interrogarci su come contribuiamo ad alimentarlo.

Un esempio recente (nonché di uno squallore estremo) di come la misoginia non sia appannaggio esclusivo dei “mostri” viene dai vari gruppi FB in cui centinaia di uomini postano foto di partner, amiche o ignare sconosciute a uso e consumo delle fantasie masturbatorie del gruppo stesso. I follower di queste pagine non sono seviziatori di gattini o nerd solitari che non lasciano la propria camera dal 2008: sono uomini normali. I nostri amici, parenti, colleghi.

Forse è il caso di toglierci il prosciutto dagli occhi: per usare un termine tecnico, la misoginia non è un bug del sistema, è una sua basic feature. Continuare a offrirci scusanti non cambierà questa realtà.

La quadratura del M5S

In uno dei suoi libri di enigmi e giochi matematici, Martin Gardner racconta la storia della polemica seicentesca tra il matematico John Wallis e Thomas Hobbes (sì, quello dell’homo homini lupus). Che cosa era successo? A un certo punto della propria vita Hobbes aveva scoperto la geometria e se ne era innamorato. Da neofita entusiasta si era lanciato sul problema della quadratura del cerchio, pubblicando anche diverse approssimazioni più o meno buone, che però pretendeva essere metodi validi per ottenere una quadratura esatta. I matematici dell’epoca avevano intuito che questo era impossibile, ma mancavano delle conoscenze necessarie a costruirne la dimostrazione (semplificando: soltanto nel secolo successivo si sarebbe ipotizzato che la quadratura esatta del cerchio è impossibile se π è un numero trascendente, cosa che a sua volta venne dimostrata solo nel 1882). Hobbes non la prese bene quando Wallis fece notare gli errori nella sua prima dimostrazione, e la disputa matematica diventò una polemica accademico-politica che si trascinò per decenni ed ebbe fine solo alla morte di Hobbes.

Ecco, da quando il M5S è apparso sulla scena politica italiana, questo aneddoto mi è tornato in mente più di una volta. Lasciamo per un attimo da parte i capoccia che sono evidentemente guidati da considerazioni di carattere squisitamente economico; e lasciamo da parte anche gli opportunisti che hanno visto nel M5S un (nuovo) ponte verso cariche e relative prebende, approfittando di una selezione all’ingresso pressoché inesistente. È la gran parte della base che mi ricorda proprio Hobbes: lo stesso ingenuo entusiasmo di chi scopre qualcosa, la stessa sprezzante superiorità di chi crede di essere arrivato per primo, la stessa incredulità (generata dall’ignoranza) di chi rifiuta di ammettere che altri si siano già confrontati con un dato problema.

Va detto che il primo punto non è necessariamente negativo, anzi: ben venga se nuovi cittadini che prima la ignoravano si avvicinano alla politica con entusiasmo. A questo però si deve accompagnare l’umiltà di voler imparare. In caso contrario, come è successo con il M5S (con sentiti ringraziamenti all’idea che la politica non sia roba da professionisti e che qualunque laureato all’università di Google possa cavarsela più che bene), è inevitabile prendere delle facciate.

Facciamo politica da secoli, bisogna essere decisamente ignoranti e arroganti per credere di avere inventato qualcosa di nuovo. Democrazia diretta? Già fatto. Voto online? Già provato. Fa quasi pena vedere il disorientamento della base M5S al contatto con la realtà; anzi, farebbe quasi pena, se non fosse per quella irritante e cieca fede nella propria diversità. La storia è costellata di innumerevoli esempi di democrazia diretta, tutti più o meno minati dagli stessi problemi; in base a che cosa esattamente il M5S pretendeva di riuscire là dove tutti gli altri avevano fallito? Di e-voting (e problemi legati allo stesso) si parla dai primissimi anni Duemila, ma nella narrativa a cinque stelle lo ha inventato il Movimento – salvo poi cadere dal pero quando ci si rende conto che le votazioni online hanno grossi problemi di trasparenza e certificazione del risultato.

La figuraccia rimediata a Bruxelles è solo l’ultima in ordine di tempo, ma ho la sensazione che non sarà l’ultima in assoluto: capita, quando invece di costruire su quello che già si sa si cerca di reinventare continuamente la ruota. O di quadrarla.

E quindi

Quindi Matteo decide di giocarsi tutto su un referendum, senza che ce ne fosse bisogno alcuno.

Quindi l’opposizione interna ed esterna al PD coglie la palla al balzo, com’era prevedibile aspettarsi in un Paese in cui fare politica “contro” è sempre stata la scorciatoia più gettonata.

Quindi Matteo, offeso, decide di non giocare più.

Quindi partono lai apocalittici da fine del mondo.

E quindi noi che abbiamo votato No sul merito della questione, poveri babbei, ci siamo svegliati traditori della Patria. A posto.