Cultura popolare: consumare con responsabilità

– Friedrich Nietzsche! We cannot burn Friedrich Nietzsche; he was the most important thinker of 19th Century!

– Oh, please! Nietzsche was a chauvinist pig, who was in love with his sister.

– He was not a chauvinist pig.

– But he was in love with his sister.

Questo scambio di battute dal non memorabile The Day After Tomorrow (i personaggi, bloccati nella New York Public Library da un’apocalittica tempesta di neve, stanno discutendo su quali libri bruciare per tenersi al caldo) mi è tornato in mente per via del caso Weinstein e dell’effetto domino che ha scatenato.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito a uno stillicidio di rivelazioni a proposito di attori, cantanti, comici, registi… e del modo in cui, a volte per decenni, hanno approfittato della propria posizione per molestare impunemente moltissime donne (ma non solo – si veda alla voce Kevin Spacey).

Uno degli aspetti più spinosi della discussione generata dal terremoto mediatico intorno alla questione è quello della “distinzione” che dovremmo fare tra la persona accusata di molestie e l’artista. A un estremo ci sono i radicali della separazione totale, che continuerebbero a difendere un genio creativo anche se venisse fuori che nel tempo libero ama bollire vivi cuccioli di panda; dall’altro i puristi che, scoperta una pecca magari non tremenda a proposito di un autore fino a quel momento apprezzato, danno immediatamente alle fiamme tutto quanto avevano in casa con quel nome sopra.

È una questione su cui personalmente mi arrovello da ben prima del caso Weinstein, non fosse altro perché nel corso degli anni ho subito più di una delusione nello scoprire cose poco piacevoli su alcuni dei miei autori preferiti (un’interessante carrellata di scrittori e scrittrici dall’indubbio talento la cui bussola morale decisamente non puntava il Nord la trovate qui). Fino a oggi avevo sempre concluso banalmente che l’artista e la persona non sono inseparabili, semplicemente perché ogni artista è una persona come tutte le altre (pur se più brava in quel determinato campo), e questo include l’avere imperfezioni, difetti, e idee bacate. Dove tracciare il limite era lasciato alla discrezionalità del singolo.

Le vicende degli ultimi mesi mi hanno costretta ad approfondire un po’ le mie riflessioni; perché in effetti la questione non è così semplice da poter essere risolta solo a livello individuale, ma credo richieda uno sguardo più ampio al sistema in cui “consumiamo” cultura.

Il (banale, lo so) punto di partenza è che operiamo in un sistema capitalistico anche nella fruizione di intrattenimento culturale in senso lato. La creazione e coltivazione di fanbase, in questo senso, è un potentissimo meccanismo di fidelizzazione del consumatore: chi si sente parte del gruppo dei “veri” fan di, poniamo, Star Wars, andrà religiosamente a vedere film dopo film della serie, accettando magari di pagare prezzi gonfiati per un biglietto di anteprima; acquisterà i gadget a tema; produrrà una marea di pubblicità gratuita discutendo della saga sui social o scrivendo fan fiction in tema.

Ora, di per sé il meccanismo non ha nulla di sbagliato: praticamente a tutti piace sentirsi parte di un gruppo con cui si condividono codici culturali e una passione. Ma ci sarà un motivo se il termine fan è un’abbreviazione di fanatic: il coinvolgimento emotivo suscitato da certe passioni può diventare eccessivo ed è questo uno dei motivi per cui, nel momento in cui un personaggio famoso viene accusato di un qualche reato, la reazione immediata e automatica di moltissimi fan è difenderlo a spada tratta indipendentemente dalle circostanze o dalla gravità dell’accusa.

Questo accade anche perché la delusione provata quando qualcuno si rivela imperfetto è direttamente proporzionale all’investimento emotivo che avevamo fatto in quella persona. La scoperta che qualcuno che ammiriamo ha volontariamente fatto del male ad altri mette in discussione la nostra capacità di giudizio e ci spinge a chiederci che cosa questa ammirazione dica di noi come persone. Questo contribuisce a spiegare perché spesso reagiamo male quando ci viene fatto notare che uno dei nostri idoli è “problematico” sotto alcuni aspetti.

Questo ragionamento è valido in termini generali; ma se lo applichiamo al caso specifico dello sfaccettato sistema di molestie che si sta rivelando nel mondo dello spettacolo, non possiamo fingere di non vederne un aspetto importantissimo: gli stessi uomini che per anni hanno abusato del proprio potere hanno prodotto film, musica, spettacoli… che hanno contribuito a plasmare il nostro sistema di idee. Esattamente un anno fa, un pezzo su The Atlantic illustrava i risultati di varie ricerche su come le rom-com tendano a normalizzare comportamenti di stalking; altri hanno fanno notare come i film che contengono scene di sesso etero in cui la donna è in posizione “ricevente” (p.e. cunnilingus) ricevono sistematicamente divieti per “minori di” più stringenti di quelli in cui a “ricevere” è l’uomo, come se ci fosse qualcosa di sconveniente. Nel suo intenso op-ed per il New York Times, Salma Hayek ha descritto in dettaglio le numerose pressioni fattele da Harvey Weinstein durante la lavorazione di Frieda per aggiungere scene di sesso saffico e nudità del tutto gratuite. E ancora: solo ieri ho scoperto che per anni Miramax ha acquistato i diritti di vari film girati in Asia per poi bloccarne l’uscita negli Stati Uniti, al tempo stesso impedendo ai distributori locali di esportarne i DVD originali. Non credo sapremo mai quanti validi “prodotti” culturali ci siamo persi a causa di questo modo di fare.

Per questo sono arrivata a trovare pilatesco il semplice dire “Non confondiamo l’individuo con l’artista”: perché, quando anche non si trattasse del caso forse limite di Woody Allen, in cui è l’artista per primo a mescolare continuamente le due parti di sé (il miglior commento che abbia mai letto in proposito suonava come “Praticamente ogni singolo film di Woody Allen è come quei biglietti che il serial killer manda alla polizia per prenderla in giro durante le indagini”), gli uomini recentemente smascherati come abusatori seriali hanno avuto per anni un’enorme influenza sulla cultura popolare; cultura popolare che, ci piaccia o no, contribuisce tantissimo a influenzare la nostra visione del mondo.

Avevo già abbandonato l’idea che all’individuo si debba perdonare tutto in nome del genio dell’artista (anche perché, come fa notare Glosswitch, in alcuni casi su quel presunto genio ci sarebbe pure da discutere); ma adesso credo anche che non sia più possibile nascondersi dietro a un “Teniamo separate le due cose e ognuno decida per sé”. Questi uomini hanno deciso per tanto, troppo tempo che forma dovesse avere il nostro intrattenimento, usando il successo artistico come scudo per evitare le conseguenze delle proprie azioni.

Non voglio assolutamente sostenere che dobbiano lanciarci in crociate retroattive, mettere all’indice decine di film e canzoni “contaminati”, e sentirci dei mostri se quei film e quelle canzoni ci hanno fatto ridere, commuovere, o semplicemente passare una bella serata. Ma credo che da questa vicenda potremmo trarre un’utile lezione sul come consumiamo cultura, esattamente come dalle frodi alimentari del passato abbiamo tratto utili lezioni sul che cosa cercare in etichetta, e come ripercorrere la filiera per essere ragionevolmente sicuri di stare “premiando” i produttori virtuosi. In altri termini, credo che potremmo imparare a essere consumatori di cultura (più) responsabili.

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Dacci oggi la nostra melma quotidiana

Una di quelle giornate in cui la cronaca ti rovescia addosso così tanta melma da rischiare di soffocarti.

Una ragazza abbandonata in overdose viene usata per giustificare: una tentata strage razzista; un peloso discorso sulla necessità di “ridiscutere l’immigrazione”; una serie di vergognose uscite da campagna elettorale; un coro di sentenze sputate da chi ha avuto l’immensa fortuna di non trovarsi mai neppure di striscio ad avere a che fare con una dipendenza.

Si scopre che il corpo di quella stessa ragazza su cui stanno banchettando orde di sciacalli tra i peggiori mai visti ha subito un’ennesima, evitabile violenza poco prima di morire. Non che la riconosceremo come tale: diremo che non c’è stata costrizione fisica, che c’è stato un passaggio di denaro a sanare tutto, come se noi femministe non ci sgolassimo da anni a spiegare che è l’abuso di una posizione di vantaggio a rendere tale uno stupro.

Una seconda ragazza viene uccisa da un uomo, e i giornali si affrettano a servirci una carrellata delle sue foto e a informarci del fatto che fosse “problematica”, con un “passato difficile”. Perché fateci caso, le donne vittima di violenza spesso hanno un passato, una sorta di marchio di Caino che le rende in qualche modo responsabili di quello che loro accade. E, morendo, rinunciano a ogni diritto alla privacy: le loro foto, i video, i post su Facebook vengono serviti come contorno al banchetto degli sciacalli.

I media italiani, che da decenni contribuiscono a distorcere la realtà dell’immigrazione con inchieste, titoli, servizi apocalittici, confondono ancora la libertà di espressione con il diritto a un megafono, e offrono spazi a fascionazisti che si ostinano a non riconoscere e trattare come tali, giustificando l’inseguimento di ascolti e click con l’impellente “necessità” di un dibattito equilibrato. E pazienza se non abbiamo ancora imparato che la piena umanità di determinate categorie di persone non può, non deve, essere oggetto di dibattito. Pazienza anche se gli stessi media si autoesentano dall’obbligo di equilibrio che pretendono di imporre agli altri, continuando a usare quella neo-lingua vigliacca per cui la nazionalità dell’accusato di un reato è sempre specificata fin dal primissimo lancio di agenzia, ma solo nel caso in cui abbia passaporto del Sud del mondo e pelle non chiarissima.

Domani, ovviamente, ci sarà un altro carico di melma. Ci saranno le giustificazioni, le spiegazioni, i “chiarimenti” del perché di certi articoli che mai avrebbero dovuto essere scritti né tantomeno pubblicati, le non-scuse degli scribacchini che si diranno dispiaciuti (loro) se li abbiamo fraintesi (noi). E comincio a temere sul serio che, un giorno, tutta questa melma ci sommergerà per davvero.

Meno sciocchezze sull’Europa? Un’occhiata al programma elettorale del centrodestra

Ieri mi è capitato sott’occhio un tweet di Gianni Alemanno con una serie di punti chiave del programma elettorale del centrodestra per i rapporti con l’Europa: centrodx europauna vera chicca nell’arte di sembrare risoluti e propositivi (“Meno vincoli dall’Europa!”) senza effettivamente proporre alcunché di fattibile. E mi sono detta che sarebbe stato un peccato lasciarla senza commento.

1. No alle politiche di austerità. E fin qui va bene, applausi, lo dicono in tanti da tempo. Certo ci sarebbe da spiegare come le si vogliono cambiare, e che cosa si propone per la modifica del Patto di Crescita e Stabilità, ma non faremo i pignoli.

2. No alle regolamentazioni eccessive che ostacolano lo sviluppo. Un grande evergreen che viene regolarmente tirato fuori dagli euroscettici di tutte le latitudini; peccato che poi, quando gli si chiede di fornire anche solo un esempio di legge europea “eccessiva” che abbia concretamente ostacolato una qualche occasione di sviluppo, facciano sempre la faccia di quel mio compagno di liceo che si presentava a scuola una volta alla settimana e si mostrava sempre molto stupito nell’apprendere che sì, a domanda del professore ci si aspettava che fosse in grado di fornire una risposta sensata. Nel caso degli euroscettici nostrani, non gli viene mai in mente che lo sviluppo italiano sia ostacolato da mancanza di investimenti in istruzione e ricerca; specifiche caratteristiche del tessuto produttivo, formato in stragrande maggioranza da micro e piccole imprese con tutte le difficoltà che una taglia ridotta comporta; tempi burocratici e giudiziari infiniti; amministrazione obsoleta e non digitalizzata; no, secondo loro il problema principale sono le regolamentazioni eccessive di Bruxelles – che cosa ne pensino del fatto che Paesi come la Germania riescano benissimo a produrre, esportare e crescere non è dato saperlo.

3. Revisione dei trattati europei. Altro grande, immancabile evergreen. La farò breve: sono decenni che sento discutere di revisione dei trattati, e solo da due categorie di persone: quelle che studiano l’argomento di mestiere, e che effettivamente parlano con cognizione di causa e sono anche perfettamente consce del fatto che l’operazione sarebbe giuridicamente complessa e politicamente difficile, e sostanzialmente si fermano all’aspetto teorico del dibattito; e quelli che viceversa non saprebbero neppure accoppiare le principali istituzioni con la rispettiva sede, ma sono appassionatamente convinti del fatto che “questa Europa” non funzioni, e che si debbano cambiarne le regole. Come, non glielo chiedete: non ne hanno la più pallida idea, e a pensarci bene non sono nemmeno appassionatamente convinti. Hanno solo usmato che “Cambiare l’Europa” suona bene, piace a un sacco di gente, ed è un buono slogan che viene bene praticamente per qualsiasi tornata elettorale comprese le condominiali.

4. Più politica, meno burocrazia in Europa. Vedi punto 3: un altro slogan che il cittadino medio italiano, cresciuto a pane e odio della burocrazia (nazionale), non può che sottoscrivere praticamente in automatico. Peccato che la politica, intesa come capacità di fare lobbying sui temi di interesse nazionale, negli ultimi anni sia stata meno efficace – non serve necessariamente più politica, si dovrebbe iniziare a farla meglio. E peccato che, come ho accennato, in fatto di burocrazia l’Italia dovrebbe urgentemente riordinare casa propria prima di invocare tagli al peraltro sovrastimato red tape di Bruxelles.

5. Riduzione del surplus dei versamenti annuali italiani al bilancio UE. Immagino che qualcuno nel comitato elettorale del centrodestra abbia recentemente rivisto il biopic su Margaret Thatcher e abbia pensato fosse una buona idea inserire nel programma una variazione di I want back my money. Forse però avrebbero dovuto informarlo del fatto che il “surplus” è dovuto anche al fatto che l’Italia si è sempre data in ritardissimo gli strumenti per la gestione dei fondi strutturali, ragion per cui la fetta più consistente del flusso di denaro che potrebbe “tornare” a Roma spesso rimane bloccata fino quasi alla fine del ciclo di spesa. Sulle frodi di falsi progetti messi in piedi per rubare soldi alla Commissione, e sui fondi spesi in follie buone solo a creare consensi per amministratorucoli locali, mi taccio per vergogna.

6. Prevalenza della nostra Costituzione sul diritto comunitario, sul modello tedesco (recupero di sovranità). Questo è un altro di quegli argomenti che di solito vengono discussi con cognizione di causa solo quando restano confinati nell’ambito di discussioni accademico-giuristiche, per svuotarsi completamente di significato quando li recupera l’agita-popolo di turno. Perché, partendo dalla fine, “recupero di sovranità” nel mondo globalizzato e iperconnesso del XXI secolo non vuol dire più quasi una ceppa. “Sul modello tedesco” qui credo significhi semplicemente che, finito di rivedere The Iron Lady, l’incaricato del programma elettorale di cui sopra abbia googlato “Diritto UE + Costituzione” e poi cliccato su uno degli articoli a proposito delle discussioni della Corte Costituzionale tedesca, qualche anno fa chiamata a pronunciarsi appunto sulla costituzionalità delle misure adottate per tenere a galla l’Eurozona durante la crisi finanziaria. Indipendentemente dalla posizione di principio che si abbia sulla gerarchia delle fonti di diritto, il dettaglio sfuggito all’autore di questo punto è che il dibattito nel corso degli anni si è evoluto con la giurisprudenza: vale a dire che proclamare a gran voce la prevalenza della Costituzione sul diritto comunitario non ha alcun effetto pratico, se non in caso di eventuale, improbabile conflitto tra una norma adottata a livello UE e una qualche disposizione della Costituzione italiana. Fino a quel momento, stiamo e staremo parlando di aria fritta.

7. Tutela in ogni sede degli interessi italiani a partire dalla sicurezza del risparmio e dalla tutela del Made in Italy, con particolare riguardo alle tipicità delle produzioni agricole e dell’agroalimentare. Si sono tenuti il meglio per ultimo. Notate la deliziosa contraddizione tra “tutela del Made in Italy” (e cioè l’annosa questione sull’etichettatura obbligatoria dei prodotti non alimentari, ripeto non alimentari, che si trascina da almeno due Commissioni e che l’Italia, per quanto ci riprovi ostinatamente a ogni giro, non riesce a far passare)… e “con particolare riguardo alle tipicità delle produzioni agricole e dell’agroalimentare”. Che, come sappiamo (e come saprebbe anche l’estensore del programma se avesse smesso per un momento di smanettare a caso su internet mentre rivedeva vecchi film), sono già tutelati da etichettature DOP, DOC, e DOCG. In ogni caso vi consiglio di tenere un occhio sull’ultimissima alzata d’ingegno italiana in questo campo, l’obbligo di etichettatura “di origine” per riso e pasta (e forse in futuro per altri prodotti) che l’Italia ha unilateralmente introdotto alla fine dell’anno scorso, e sembra scordandosi pure di avvisare la Commissione. Incidentalmente, questa bella pensata che forse ci costerà l’ennesima procedura d’infrazione si applica solo ai produttori italiani: attendo che mi si spieghi in che modo rifilargli un obbligo burocratico aggiuntivo ne tuteli gli interessi, ma mi metto comoda perché credo che attenderò a lungo.

TL;DR: le misure proposte dal centrodestra sull’Europa variano da infattibili a prive di significato a peggio che inutili. Il che, da quello che ho capito, le mette perfettamente in linea con il resto del programma.

The crow and the wall

A couple of weeks ago I read about the drawing challenge that British artist Bonnie Helen Hawkins had given herself for 2018: posting a picture of a crow every Monday for the whole year. Bonnie asked for short stories for inspiration, and I sent her The crow and the wall, which she used this week for post #4 (yay!). You can find the drawing and the story on her blog.

Di babygang e baby-alzare le mani

Negli ultimi giorni uno degli argomenti più trattati dai media italiani è quello delle “babygang” (ci sarebbe da discutere sul nome, ma lo farà qualcuno che ne ha voglia). Un commento ricorrente che ho letto in giro suona più o meno come “Dove sono le famiglie, un paio di schiaffi bene assestati farebbero miracoli”. Ho scoperto con sorpresa che quest’idea sembra essere ancora molto ma molto diffusa, incluso tra persone di cui avrei parlato in termini del classico pezzo di pane che non farebbe male a una mosca neppure con un fiore (o una cosa del genere).

Lasciando da parte il complesso discorso sulla delinquenza giovanile e fattori della suddetta, mi chiedo perché, come società, sembriamo essere ancora così incredibilmente tolleranti delle punizioni corporali (in famiglia – almeno alla loro inaccettabilità scolastica per fortuna ci siamo arrivati).

Il rimedio migliore?

Il problema che di solito rimane taciuto con l’approccio della disciplina corporale è che, molto banalmente, non funziona; è anzi controproducente. La revisione di cinque decenni di studi in merito, oltre a ricerche recenti, ha dimostrato che le persone sottoposte a punizioni corporali da piccole sono più propense ad avere una serie di problemi comportamentali da grandi. La mole di dati messa insieme negli anni è abbastanza imponente da far pensare che chiunque, leggendo le conclusioni dei ricercatori, abbandonerebbe seduta stante e per sempre l’idea che uno sculaccione bene assestato debba fare parte del suo bagaglio di genitore. Ma è evidente che dopo praticamente cinquant’anni siamo ancora al punto di partenza. Perché?

“Io sono venuto su benissimo”

Ho già parlato del fatto che tutti noi sviluppiamo naive beliefs, convinzioni basate sull’esperienza personale e che ci portano a ignorare teorie a esse contrarie, pure se supportate dai fatti, quando il “costo sociale” di abbandonare tali convinzioni è alto. Credo che questo fattore giochi anche nel caso delle punzioni corporali, tanto è vero che quasi sempre chi ne sostiene il valore educativo lo fa con un “Io da piccolo qualche schiaffone me lo sono preso, e mi ha fatto solo bene”. Ecco, no: la conseguenza pressoché inevitabile di essere disciplinati in questo modo da piccoli è che ci convince che usare la forza su un bambino sia accettabile – tanto è vero che l’altra conclusione generalmente riscontrabile negli studi citati sopra è che a disciplinare i propri figli con punizioni corporali sono le persone che le hanno subite da piccole. Difficilmente un adulto che non sia stato “introdotto” all’uso della forza da bambino la adotterà come metodo educativo una volta diventato genitore.

“Facile parlare senza avere figli”

Quando mi capita di discutere dell’argomento con un fautore delle punizioni corporali, più o meno a questo punto il mio interlocutore sbotta in un “Eh ma vorrei vedere te alle prese con tre bambini che corrono ovunque senza starti a sentire!”. E, va detto, hanno ragionissima. Fare il genitore è impegnativo e incredibilmente stressante, e a volte sembra che rifilare uno scapaccione ai mostrilli urlanti sia l’unica cosa che li faccia “stare a sentire”. Solo che, come abbiamo visto, non è vero, e non sarebbe giusto farlo neppure se lo fosse. Colpire un bambino ha due conseguenze: primo, gli insegna che anche le persone a cui sei profondamente attaccato e che ti amano possono farti del male; secondo, crea un’associazione tra obbedienza e uso della forza. In altre parole, insegna a obbedire soprattutto o solo per evitare una punizione, bypassando quel processo di “interiorizzazione” delle regole che è fondamentale per la convivenza in una società complessa.

“Oddio, no, ancora i vaccini”

Invece sì, mi spiace, ancora i vaccini. Perché questo discorso dell’obbedienza dettata solo dal timore della punizione è molto simile a quello che si è fatto all’epoca della discussione sulla legge Lorenzin: la stretta sull’obbligo delle vaccinazioni per l’iscrizione scolastica si è resa necessaria per supplire alla mancanza di quella che in termini generali si può definire coscienza civica. Coscienza civica che in Italia sembra farci abbastanza difetto, costringendoci a cercare di rimediare con la coercizione.

Ora, è ovvio che non sono solo gli scappellotti a minare il senso civico di un’intera popolazione; ma mi sembra che ci sia un parallelo tra la famiglia dove “due schiaffi” o la ciabatta volante vengono rivendicati quasi con orgoglio, e la società in cui le parole d’ordine più frequenti a proposito delle babygang sono “Linea dura” e “Più agenti in strada”, con le riflessioni sulla prevenzione e l’educazione relegate in un angolo.

Alzare le mani su un adulto è aggressione; prendere a calci un cane è crudeltà sugli animali; perché colpire un bambino dovrebbe godere ancora di una qualche esenzione?

Finali rovesciati e dibattiti mancati: il femminismo di Carmen

Eppure a me sarebbe piaciuto discutere del finale cambiato di Carmen. Se il sindaco Nardella non ne avesse twittato, molto probabilmente ne avrebbero parlato solo i melomani divisi dall’eterno dibattito purismo-contro-innovazione. L’uscita di Nardella, sicuramente astuta quanto a tempistica e tema, ha in un certo senso precluso in partenza uno scambio serio, visto che avversari e sostenitori se ne sono inevitabilmente impadroniti per attaccarla o difenderla indipendentemente dal merito; così da un lato abbiamo scoperto molti insospettabili fautori della fedeltà all’opera originale sempre e comunque (mi divertirebbe molto vedere le loro facce nello scoprire che Il lago dei cigni praticamente non ha un finale universalmente riconosciuto, e che lo stesso libretto originale di Carmen non è sfuggito a rimaneggiamenti anche pesanti); dall’altro abbiamo letto plausi entusiasti quanto ingiustificati alla coraggiosa scelta di rivisitare un’opera “in chiave femminista”. Ed è di appunto questo che mi sarebbe piaciuto discutere.

Sento parlare spesso di arte “femminista” e mi piacerebbe chiedere a chi lo fa in base a quali criteri decide se apporre il bollino o meno. Perché mi pare che quasi sempre il discrimine sia la presenza di una donna in ruoli importanti (autrice, regista) o del mitico “personaggio femminile forte”, cioè una donna che ha atteggiamenti stereotipicamente maschili (non piange, si veste di pelle, sa fare a pugni, eccetera eccetera). Mi spiace essere la solita precisina rovina-tutto, ma quello non ne fa automaticamente un lavoro femminista; e, a ben guardare, non è nemmeno il nocciolo della questione.

Il punto non è se una determinata opera d’arte sia o no “femminista”: affrontare la questione in questi termini è riduttivo e trasforma un dibattito potenzialmente molto interessante in una discussione sterile, perché a ben guardare si troverà sempre qualcosa che non soddisfa i misteriosi criteri per assegnare il bollino (non fosse altro perché non ci siamo ancora messi d’accordo sui suddetti). Il punto è che cosa il femminismo possa dirci su una determinata opera quando lo usiamo come lente interpretativa.

È un film che conferma gli stereotipi sulle donne a caccia di un marito per non dover lavorare? Una canzone che denuncia la violenza domestica? È un libro con una protagonista appartenente a una minoranza etnica che mostra gli effetti dell’intersezione tra sessismo e razzismo? Un lavoro teatrale che mette in scena il problema dell’oggettificazione del corpo femminile? Cerca di demolire i luoghi comuni sui ruoli di genere o contribuisce a perpetuarli? Mostra modelli alternativi ai rapporti uomo-donna ingabbiati dalle norme obsolete del patriarcato, o le sue eroine sono le stesse ritrite svenevoli dell’epoca vittoriana?

Queste sono le domande interessanti che avremmo potuto porci a proposito di Carmen e del suo finale rovesciato. Ha senso dire che la protagonista di un’opera bandita da Parigi per anni per “immoralità”, una donna che cerca di vivere liberamente i propri sentimenti, ha bisogno di uccidere per non essere vittima? E d’altro canto, ha senso ridicolizzare a prescindere una storia in cui una donna riesce finalmente a sfuggire alla violenza maschile e il suo valore simbolico per tutte quelle che invece non hanno ottenuto giustizia dopo una molestia, un’aggressione, una discriminazione? Ricordo ancora la scarica di adrenalina e il senso di “Ah! Finalmente” delle scene finali di Enough (un film che non ha fatto la storia del cinema né lo meritava), in cui la protagonista dopo aver cercato invano per un’ora e mezza di sfuggire al marito violento gli tende un agguato a casa e lo pesta come un pinolo. L’ho preso come un incoraggiamento a farmi giustizia da sola? Chiaro che no. Ho trovato confortante l’idea che ogni tanto, da qualche parte, un uomo violento paghi le conseguenze dei propri abusi? HELL YES.

È davvero un peccato che con Carmen abbiamo solo sfiorato questi temi senza approfondirli; in un certo senso, è un buon esempio di quello che non va con il discorso sui diritti delle donne in Italia. Saltiamo da un episodio all’altro senza collegarli, senza sforzarci di vedere e capire il quadro nella sua interezza: a quel punto è logico che al massimo riusciamo a cambiare solo il finale di un’opera. Nella vita reale, neppure quello.

Quello che ho imparato dalla discussione sullo ius soli

Non molto, a dire la verità.

Ho imparato che il PD ha calendarizzato il DDL alla fine di una legislatura durata il tempo regolamentare, salvo poi stringersi nelle spalle e scoprire che il tema era “delicato” ed era necessario “prendersi il tempo” di discuterne per bene per non forzare le cose.

Ho imparato con sorpresa che approvare un provvedimento di elementare civiltà a poche settimane dalle elezioni avrebbe fornito materiale alle destre e scoraggiato potenziali elettori moderati. Come mai chi si facesse eventualmente spaventare dall’approvazione della legge sullo Ius soli venga considerato un potenziale elettore di sinistra non l’ho ancora capito, né ho capito perché l’elettore moderato tendente a destra dovrebbe mai scegliere un partito che ne rincorre altri quando può votare direttamente uno degli originali; ma sarò sicuramente io che non ci arrivo.

Non ho imparato, perché dopo un paio di mesi dopo le ultime elezioni era già chiaro praticamente a chiunque, che il Movimento Cinque Stelle è peggio che inutile e che non si può mai fare affidamento sui voti dei suoi eletti (alle anime candide che questo non l’avevano ancora afferrato e che sono riuscite a cadere dal pero anche stavolta direi solo che spero gli sia piaciuta la vacanza su Marte in cui erano evidentemente impegnati durante il voto finale sulle unioni civili).

Ho avuto triste conferma del fatto che troppa della gente che sta in Parlamento ha la decenza, il senso di responsabilità, e la dignità di un’ameba; che per troppi dei militanti non c’è differenza tra aula e stadio quando si tratta di sostenere i propri colori; e che alcuni sedicenti leader non hanno ancora compreso che la parte richiede appunto di saper guidare, non seguire gli umori della folla e sparire nel momento del bisogno, distanziandosi strategicamente da ciò che sembra non piacere ai sondaggi.

In effetti, come dicevo, non ho imparato granché.