Ancora di aborto – e filosofia

Oggi pomeriggio l’autore di questo post, scritto in risposta alla mia riflessione sulla retorica anti-choice, mi ha invitata via Twitter a commentarlo. Va detto che la mia reazione iniziale a chi mi chiede di “parlare di” è quasi sempre di fastidio: nei miei spazi parlo di quello che voglio io. Ma credo che la domanda posta sia interessante, non tanto in sé quanto come esempio di presunto gotcha argomentativo (vale a dire un “Te l’ho fatta!” che si vorrebbe risolutivo ma che non è affatto tale).

Riporto in toto la parte saliente (ho eliminato solo la divisione in paragrafi):

Tutto molto convincente, eh. Sul piano filosofico non fa una piega. Ma davvero il feto non c’entra nulla? Nulla di nulla? Che cosa manca? Manca un riferimento – uno solo, uno qualsiasi – allo sviluppo del feto. Proprio non se ne fa parola: quello è solo “il feto”. Poco importa se ha sei giorni, sei settimane o sei mesi: poiché il feto è attaccato al corpo della donna, il diritto della donna prevale. Se è così, allora io pongo una domanda: “Siccome il diritto della donna prevale sempre e comunque, a prescindere dallo sviluppo del feto, l’aborto dev’essere consentito in qualsiasi momento, al limite anche il giorno prima del parto?”. Se la risposta è no, bisogna assumersi la responsabilità di stabilire quando, con precisione, il diritto della donna smette di prevalere e l’aborto non è più ammissibile perché il feto assume la condizione di persona. Bisognerà proporre degli argomenti. Quali? Se la risposta è sì… be’, va bene. Ci sta. Però bisogna essere consequenziali e arrivare alla conclusione inevitabile: accettare l’aborto fino all’ultimo istante e battersi per cancellare ogni limite temporale previsto dalla legge 194, per ogni donna senza eccezioni. Vogliamo parlarne?

Parliamone, di questa domanda. E soprattutto parliamo del modo in cui è costruita, perché contiene un paio di salti logici e distorsioni non indifferenti. “Siccome il diritto della donna prevale […], l’aborto dev’essere consentito in qualsiasi momento […]?” Secondo il suo autore ci sono solo due risposte possibili: no, e allora bisogna stabilire quando “il diritto della donna smette di prevalere [grassetto aggiunto]; oppure sì, e allora la conclusione è “inevitabile: accettare l’aborto fino all’ultimo istante e battersi per cancellare ogni limite temporale”. Vediamo una per una le fallacie di questo ragionamento.

1. L’idea che a un certo punto il diritto della donna (all’autodeterminazione sul proprio corpo) “smetta di prevalere”. Di prevalere su cosa? Questa formulazione sembra riaprire la strada a un presunto diritto alla vita del feto, ma il ragionamento pro-choice si incentra sul fatto che, anche ammettendo che quel diritto esista, da esso non discende alcun diritto a usare un altro corpo per sopravvivere. Il fatto è questo: il diritto all’autodeterminazione non viene mai meno. Esiste un limite temporale per l’accesso all’aborto semplicemente perché si assume che una donna posta di fronte alla decisione se portare a termine o meno una gravidanza sia in grado di prendere tale decisione in un certo lasso di tempo, passato il quale si considera che abbia accettato di ospitare l’occupante del suo utero fino alla nascita (mi verrebbe quasi da chiamarlo “diritto di recesso”). Ma questo non significa affatto che il suo diritto all’autodeterminazione venga meno, e soprattutto non significa assolutamente che da un certo punto in poi “l’aborto non [sia] più ammissibile perché il feto assume la condizione di persona [grassetto aggiunto]”.

2. Questo è il secondo salto logico: il feto non assume mai la condizione di persona; quel passaggio si verifica solo con la nascita. L’aborto non è più ammissibile dopo un certo periodo non specialmente perché lo status del feto cambi, ma perché il “diritto di recesso”, come detto sopra, va esercitato entro un certo periodo. Il fatto che il diritto all’autodeterminazione non venga meno è dimostrato dal fatto che il “diritto di recesso” possa di nuovo essere esercitato in casi particolari (di solito eccezioni mediche) anche dopo il termine legale.

3. Il terzo errore è anche di terminologia e non è nemmeno tutta colpa dell’autore: l’italiano è una lingua un po’ scarsa in questo ambito, limitandosi a parlare di aborto “terapeutico”. In inglese quelle dopo il termine legale non si chiamano più abortions ma late-term terminations, e l’uso di un vocabolo diverso non è una sottigliezza ma serve anche a marcare il diverso carattere dei due tipi di intervento. Nel secondo caso abbiamo una modifica della situazione originale in base a cui la donna aveva preso la decisione di portare a termine la gravidanza, una modifica talmente significativa (scoperta di gravi malformazioni fetali, insorgenza di patologie che mettono a rischio la vita della gestante…) da rimettere sul tavolo la decisione. E che sia ben chiaro, i motivi per cui si pratica un’IVG dopo i termini legali sono sempre seri: nessuna donna incinta di sette od otto mesi arriva un bel giorno in un reparto di ostetricia dicendo che ha cambiato idea e si è svegliata con il desiderio di abortire. Se applicata come dovrebbe (un grosso “se”, lo so), la 194 dà a una donna tutto il tempo necessario per prendere una decisione ragionata. Se dovesse avere bisogno di interrompere la gravidanza più tardi, sarebbe a causa di problemi gravi e non per sport. Parlare di “battersi” per l’aborto “anche il giorno prima del parto” è una formulazione incredibilmente irrispettosa dell’intelligenza delle donne: si vuole davvero sostenere che l’aborto debba essere accessibile per l’intera durata della gravidanza perché si pensa sul serio che a una donna ne possa venire voglia a caso “anche il giorno prima del parto”? Bitch, please.

Le donne sono esseri umani senzienti e perfettamente in grado di decidere se avere un aborto o meno in tre mesi. L’intervento medico dopo i novanta giorni non è una passeggiata e non ha senso sminuire la questione presentandola come un semplice problema filosofico. Non credo sia necessario parlarne oltre.

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