Diritto all’aborto – Non lasciamoci distrarre dalla retorica anti-choice

Questa settimana a Roma è comparso un poster gigante con la foto di un embrione corredata da didascalie quali “Questo eri tu a undici settimane, i tuoi organi erano già formati… e sei qui [musica drammatica] perché tua mamma non ti ha abortito [bam bam bam]”. Il poster, commissionato dall’associazione anti-choice ProVita, ha scatenato parecchie polemiche; e devo confessare di essere rimasta insoddisfatta dal modo in cui i pro-choicers hanno risposto finora. Credo che dobbiamo e possiamo fare meglio, perché ci lasciamo abbindolare ancora da trappole retoriche che dovremmo invece avere imparato a evitare da tempo.

Il senso di colpa: inevitabilmente, una delle proteste più immediate è stata “Quel poster alimenta il senso di colpa di chi si è trovata costretta ad abortire, non ci pensate a quelle donne?”. Certo che ci pensano, fratello. Lo scopo ultimo di quel poster è esattamente quello di far sentire in colpa le donne che abbiano esercitato la propria autonomia riproduttiva, e ricattare moralmente in anticipo quelle che un giorno si potrebbero trovare nella stessa situazione (cioè grossomodo tutte noi). Far notare la pelosità della cosa significa sostanzialmente congratulare ProVita sulla riuscita della sua campagna del terrore. Ma, e qui andiamo su terreno delicato, non dobbiamo per forza inquadrare la cosa in quest’ottica. Quando si cerca di smontare un argomento è importante non permettere alla controparte di decidere quale sia il frame di riferimento: in questo caso, parlando di senso di colpa accettiamo automaticamente la premessa di ProVita che l’aborto sia un atto orribile per sua stessa natura, e che qualsiasi donna ne abbia uno lo faccia perché senza alternative e ci perda il sonno ogni notte per il resto della sua vita. Ma se facessimo un passo indietro vedremmo che questa idea è in gran parte una conseguenza del modo stesso in cui impostiamo il dibattito. Nessuno vuole ovviamente negare il fatto che la decisione di rimuovere un embrione dal proprio corpo richieda più deliberazioni di quella di mettersi a dieta; ma esercitare il diritto all’autodeterminazione di per sé non dovrebbe essere tanto controverso. Quello che rende la decisione di ricorrere a un’IVG più difficile è proprio il contesto in cui chi la prende viene ostacolata, stigmatizzata e colpevolizzata a ogni passo, e questo nonostante tutte le ricerche puntino decisamente nella direzione opposta – se trattato come la normale procedura medica che è, di per sé l’aborto non lascerebbe alcun trauma indelebile.

No: “E le poverette che hanno dovuto abortire e ci pensano già tutti i giorni? Come si sentiranno in colpa a vedere quel poster!”.

Sì: “Complimenti per la campagna splatter, ma qualsiasi donna ha diritto di prendere la decisione se abortire o meno senza interferenze, e ha diritto ad appoggio e rispetto dopo averla presa, specie se è stata difficile”.

I casi particolari: questo è, lo confesso, un argomento che mi irrita particolarmente. In ogni discussione sull’aborto c’è sempre un pro-choice che tira fuori con le migliori intenzioni del mondo la donna rimasta incinta dopo uno stupro o quella che vive quasi in mezzo a una strada e non saprebbe come sfamare un figlio. Lo dico senza tanti giri di parole: è un pessimo argomento. Uno dei principi della retorica è quello per cui, quando si intenda smontare una posizione della controparte, lo si debba fare attaccandone la versione “completa” e più robusta, in modo da toglierla di mezzo definitivamente. Se iniziamo dai casi particolari e dalle eccezioni, invece (la ragazzina troppo giovane per avere figli, la vittima di stupro), lasciamo sostanzialmente inalterato l’argomento centrale, quando addirittura non finiamo per rinforzarlo; perché dire “Ma in caso di stupro dovrebbe essere permesso” si legge facilmente come “In generale no”. Ribadiamolo ancora perché mi pare che ce ne sia bisogno: essere pro-choice significa supportare il diritto di ogni donna (che ci stia simpatica o no) all’accesso all’aborto sicuro, indipendentemente dal fatto di essere d’accordo con lei sui motivi per cui lo sceglie.

No: “Non puoi opporti all’aborto anche in caso di X!”.

Sì: “Non puoi opporti alla libertà di scelta, e le ragioni per cui una donna decide di abortire non sono fatti tuoi. Mai”.

I falsi scientifici: su questo punto sono combattuta. È sicuramente vero che molte delle campagne anti-choice sono incentrate sull’uso di immagini da film horror di serie Z, con bambolotti sanguinolenti spacciati per embrioni di otto settimane, e che il clamoroso falso scientifico non possa essere lasciato passare. Ma sono abbastanza scettica sull’opportunità di perderci troppo tempo, perché lo scopo di quelle immagini non è divulgare o fare (dis)informazione, bensì provocare una reazione emotiva. Penso che un compromesso accettabile possa essere quello di far notare il falso e riportare poi l’attenzione sul fulcro del ragionamento: il punto non è la velocità a cui crescono le unghie di un embrione, ma il fatto che, finché è in utero e quindi tecnicamente parassita di un altro corpo, è la persona che possiede quest’ultimo a decidere se vuole metterlo a disposizione o meno.

No: “Quello non è un embrione a undici settimane, quello è un feto di otto mesi!”.

Sì: “Wow, congratulazioni, il tuo Photoshop vincerà sicuramente un premio al prossimo concorso Falsi scientifici alla Dario Argento. Peccato che non modifichi minimamente la situazione: l’embrione/feto, come del resto ciascuno di noi già nati, non ha alcun diritto a utilizzare il corpo di un’altra persona senza consenso”.

In Italia siamo ancora al Medioevo: per quanto riguarda i diritti delle donne questo è vero, verissimo. Ma se fate attenzione vedrete che i diritti riproduttivi sono sotto attacco ovunque: negli Stati Uniti, dove un’ondata di leggi restrittive sta rendendo praticamente impossibile non solo l’accesso all’aborto sicuro, ma anche agli anticoncezionali; in Polonia, dove le conquiste degli ultimi anni sono state cancellate su richiesta dei vescovi locali; in Germania, dove ancora non è stata abrogata la legge degli anni Trenta che rende perseguibile il semplice fornire informazioni sull’IVG; in Irlanda, dove il 25 maggio si voterà sulla possibile abrogazione dell’ottavo emendamento della Costituzione, prima tappa verso l’ahimè niente affatto scontato riconoscimento della piena umanità di metà della popolazione; e sto citando solo i casi più recenti o più noti. Penso che anche per questo sia importante inquadrare il fenomeno degli anti-choicers per quello che è: una sacca di fanatica resistenza all’emancipazione della donna, i cui argomenti restano sostanzialmente gli stessi da Paese a Paese; un gruppo di persone che nascondono l’odio per le donne dietro un presunto interesse alla difesa “della vita” (intesa solo come concepimento). È importantissimo che non gli lasciamo imporre la loro distorta visione delle cose. Il diritto all’aborto sicuro va difeso e riaffermato perché, molto semplicemente, le donne sono esseri umani, e disporre liberamente del nostro corpo è uno dei nostri diritti fondamentali.

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