Two cents non richiesti sulla polemica Starbucks

La notizia dell’apertura di Starbucks a Milano mi aveva lasciata più o meno indifferente: vivo a Bruxelles, dove Starbucks è solo una fra diverse catene di caffetteria (e certamente non la migliore), e non sono in generale una grande utente delle stesse. Ma gli alti lai dei giorni scorsi, iniziati con la patetica polemica sulle palme davanti al Duomo e culminata nel terrificante pezzo di Cazzullo apparso ieri sul Corriere (no, non ve lo linko), hanno finito per farmi spostare verso il campo dei simpatizzanti del caffè yankee.

Le obiezioni che ho sentito sostanzialmente si riassumono in: pensate ai posti che chiuderanno per colpa di Starbucks! Pensate alla tradizione gastronomica italiana! Pensate allo strapotere delle multinazionali! Nessuna di queste, di per sé, è irragionevole; ma se, come dice il proverbio, è la quantità che fa il veleno, in questa discussione abbiamo superato il livello di guardia di tossicità, e pure di parecchio.

before-after-coffee
(Source: Reddit)

Obiezione numero uno: Starbucks mette in pericolo posti di lavoro locali. È vero che un’apertura “in forza” come quella annunciata avrà sicuramente un impatto maggiore rispetto a un nuovo bar di quartiere, ma al tempo stesso proprio le dimensioni dell’operazione garantiscono che (parecchi) posti di lavoro verranno creati e sospetto che il saldo netto sarà positivo.

Obiezione numero due: il caffè di Starbucks non è all’altezza della tradizione italiana. Questo, devo dire, è l’argomento che mi infastidisce di più, perché figlio di un complesso di superiorità alimentare a cui sono particolarmente insofferente. Sì, la cucina italiana è ottima, diversissima, invidiata e copiata in tutto il mondo. No, non siamo gli unici a saper cucinare e non siamo autorizzati per diritto divino a guardare dall’alto in basso il resto del mondo. Mettetevela via. Qui peraltro stiamo parlando di gusti personali e libertà di scelta del consumatore, questione riassumibile in un semplice: se ti piace l’espresso del baretto sotto casa, bevi quello. Se ti piace il caffè di Starbucks, prendi quello. E lascia che gli altri facciano come preferiscono.

Obiezione numero tre: Starbucks è l’ennesima multinazionale, in quanto tale automaticamente brutta e cattiva (per me anche no, ma non addentriamoci in un ginepraio). Il fatto è questo: essere contrari a Starbucks in quanto multinazionale, per una questione di principio, è un vostro sacrosanto diritto. Però bisogna essere coerenti: se Starbucks non va bene in quanto multinazionale, allora, tanto per fare qualche esempio, non vanno bene neppure il Cornetto (Unilever), le capsule Nespresso (Nestlè), la San Pellegrino (ancora Nestlè), la pasta Buitoni (sempre Nestlè!), o la cioccolata Milka (Mondelēz International, ex Kraft). Non so se questa reazione a Starbucks in particolare sia figlia del clima di chiusura e diffidenza del momento (non ricordo lamentele simili quando in Italia sbarcò McDonald’s, tanto per dirne una), ma mi sembra decisamente esagerata, soprattutto alla luce del fatto che i prodotti di tante altre multinazionali, a stelle e strisce e non, li consumiamo allegramente da decenni.

È ironico che questa polemica insensata si sia scatenata a proposito di una caffetteria: nei programmi di storia delle elementari il caffè compariva nel capitolo sull’Illuminismo, paragrafo “I caffè letterari” dove ci si incontrava per discutere di arte, filosofia e politica. Chissà che cosa direbbero Tomaso Marcato o Antonio Pedrocchi se sapessero che noi, invece, siamo ripiombati al livello della discussione da bar.

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