L’anonimato geniale: Elena Ferrante e il diritto a restare nascosti

Dei dubbi suscitati dall’anonimato di Elena Ferrante ai tempi è stato scritto parecchio. Sostanzialmente le obiezioni erano riconducibili a due categorie: uno, questa scelta viola in certo modo il “patto” tra scrittore e lettori, impedendo ai secondi di interpretare il lavoro del primo anche alla luce della sua storia personale; due, la scelta di non mostrarsi sarebbe stata dettata da una ben studiata strategia di marketing.

Si può essere d’accordo o meno con una o entrambe queste posizioni. Personalmente mi ritrovo fino a un certo punto nella prima – lo studio della letteratura ha lasciato in tutti noi una certa impostazione scolastica per cui studiare e comprendere l’autore serve ad apprezzarne meglio l’opera. Negli anni però ho imparato anche quanto i libri scritti bene si reggano da soli sulle proprie gambe; e soprattutto, complici un paio di cocenti disillusioni, ho capito che il talento artistico non si accompagna necessariamente alle qualità che ci rendono esseri umani decenti, e che si può essere un artista meraviglioso e al tempo stesso la persona più meschina del pianeta: e ho il terrore che scoprire la seconda mi impedisca di continuare ad apprezzare il primo. È per questo motivo che, tra l’altro, mi sono sempre rifiutata di partecipare a festival letterari e incontri con gli autori: e se poi viene fuori che è odiosa? Se non mi piace la sua voce? Come faccio adesso a impedire al mio cervello di associare quella risata irritante ai suoi libri? E se non riesco più a prendere in mano i suoi libri perché ho scoperto che è antipatico?  

Il secondo motivo l’ho sempre trovato abbastanza irrilevante: c’è un mercato anche per i libri, e risponde a ben precise regole. Pretendere che chi cerca di vivere di scrittura (cinema, disegno, musica…) debba in qualche modo nutrirsi d’aria e creare solo per il piacere artistico e al massimo la gloria è nel migliore dei casi ingenuo. Se la strategia di promozione di un determinato autore non ci piace, basta esercitare il più classico diritto del consumatore e non scegliere quel prodotto.

Dopo tutta questa pappardella mi scuso, perché in realtà quello che volevo dire delle obiezioni all’anonimato di Elena Ferrante è: si può essere d’accordo o meno con una o entrambe queste posizioni, ma questo non dà a nessuno il diritto di andare a scavare nella privacy di una donna in nome di non si sa bene che cosa. Come nota questo autore su Twitter, la mania di conoscere vita morte e miracoli di uno scrittore è abbastanza recente e ormai tendiamo a confonderla con un inalienabile diritto del pubblico a “sapere”: il personaggio rinuncia alla propria privacy in cambio della fama che gli tributiamo. Il piccolissimo particolare nel caso di Elena Ferrante è che questa fama non è mai stata richiesta, e il diritto alla privacy riaffermato in svariate occasioni.

Che cosa succede invece? Proviamo a vederla nei suoi elementi essenziali: una donna chiede ripetutamente di essere lasciata in pace. Un uomo decide di poter tranquillamente ignorare questa richiesta, va a rovistare tra dichiarazioni dei redditi e altri documenti personali, e dà altrettanto tranquillamente la malcapitata in pasto al pubblico. In parole povere, si tratta dell’ennesimo caso in cui un uomo passa senza problemi sopra al “no” di una donna; altre annotazioni interessanti sul ruolo giocato dal sesso della persona coinvolta sono illustrate in questo commento – io mi limito a notare che per esempio nel caso di Bansky, dietro a cui praticamente tutto il mondo ipotizza si celi un uomo, la scelta dell’anonimato è stata tutto sommato rispettata (e le diverse ricerche condotte in merito hanno avuto più che altro l’effetto di confondere le acque).

Non so di quale istanza superiore abbia ritenuto di farsi portatore il giornalista in questione. Ma non credo che abbiamo un diritto di accesso illimitato alle vite altrui, anche quando appartengono a persone che ne vivono parte in pubblico. Ciascuno di noi ha facoltà di decidere dove tracciare la linea, di condividere quello che sente di poter condividere e di tenere privato il resto. E dovremmo tutti rispettare questa volontà – soprattutto quando è stata espressa chiaramente e senza possibilità di equivoci.

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