Ma allora perché tanta fatica? Di giornali, informazione, e dubbi da lettrice

Qualche mese fa ho pubblicato un post dal titolo Breve storia di ordinaria euro-ignoranza, in cui notavo che il quotidiano Buongiorno di Massimo Gramellini conteneva una grossa inesattezza, attribuendo alla Commissione europea un provvedimento contenuto in realtà nel Testo Unico Bancario italiano. Ho inviato il link per conoscenza ad Anna Masera, public editor alla Stampa, e sollevato la questione anche su Twitter. Silenzio assordante e nessuna correzione al pezzo.

Fin qui pazienza; non pretendo che alla Stampa lascino cadere tutto quello che stanno facendo per precipitarsi a correggere una delle loro firme di punta sulla base della segnalazione di una sconosciuta euro-nerd. Un paio di mesi dopo però la stessa Stampa ha lanciato l’iniziativa #lastampa3punto0, un incontro pubblico in cui giornalisti e opinionisti assortiti hanno discusso temi vari proposti dai lettori. Nelle parole del direttore Molinari, per i giornalisti della testata questo nuovo tipo di interazione con il pubblico rappresentava quasi un test, un “saper essere umili di fronte ai fatti, accettare di essere criticati ma anche poter avere accesso ad una mole impressionante di informazioni che vengono dal terreno e consentono di conoscerlo meglio”. A quel punto ho (polemicamente, è ovvio. Mai detto di essere una persona diplomatica) fatto notare che chiedere spunti e correzioni non ha molto senso se poi li si ignora. Non mi aspettavo risposte, non ne ho avute, e ho considerato chiusa la questione.

Un paio di giorni fa è successo un episodio differente nel contenuto ma che mi ha fatto riflettere in maniera simile. Protagonista questa volta è stato Il Corriere della Sera, o meglio il suo “femminile” Io Donna (di cui, confesso, ho scoperto l’esistenza solo in questa occasione). Lo spin-off “femmcmoretz1inile” ha pubblicato una fotogallery in cui star varie venivano bacchettate per il loro abbigliamento (sì, lo so, siamo nel XXI secolo, ma a quanto pare Io Donna non lo sa. Restate con me). Una delle foto mostrava una poveretta in shorts con la seguente didascalia: “Peccato che non sia così magra da poterli indossare con disinvoltura”. Sgombriamo subito il campo dagli equivoci: che la ragazza in questione sia decisamente più sul versante magro rispetto alla media della popolazione non è rilevante. Il punto è, banalmente, che siamo nel 2016 e quellocmoretz2 che una donna decide di mettersi addosso è affare suo e di nessun altro.

L’infelice didascalia ha provocato un pandemonio e le solerti redattrici si sono affrettate a sostituirla, prima con la classica pezza peggio del buco e poi cancellando del tutto l’ultima parte del commento. Per completare il capolavoro hanno postato su Facebook un meraviglioso messaggio di non-scuse che, nell’ordine: dava la colpa della cappellata al caldo (sic); mancava clamorosamente il punto (non è che il giudizio sul look sia accettabile e quello sul corpo no. È il giudizio in sé di cui facciamo volentieri a meno, ’cause 2016); ribadiva che si trattava di una disattenzione; e chiudeva in bellezza tirando in ballo le proprie “per fortuna note” battaglie contro l’anoressia.

IoDonna_FB

Come ho detto, non ho mai letto Io Donna e non so quindi se effettivamente abbiano mai portato avanti “battaglie” di sorta contro l’anoressia. Spero vivamente che così non sia, dal momento che posso solo immaginare l’efficacia di una battaglia da parte di chi sembra ancora convinto che l’anoressia sia solo un capriccio da ragazzine babbee che vedono fotogallery di dive magrissime e smettono di mangiare per essere come loro.

L’episodio mi ha fatto tornare in mente una cosa che avevo notato en passant quasi un annetto fa,  e cioè il notevole contrasto tra il blog La 27a ora, pure gestito dal Corriere e che si vuole a grandi linee spazio di riflessione su temi femminil/isti, e i contenuti veicolati dal sito principale (e, a quanto pare, anche da Io Donna). In altre parole, mi sembra che la strategia editoriale sia improntata al cerchiobottismo più completo: offriamo a questa scalmanate femministe un contentino con uno spazio “elevato” dove discutere di temi importanti (peraltro su certi interventi discutibilissimi ospitati da La 27a ora ci sarebbe da ridire, ma passiamo oltre), così poi in homepage rimaniamo liberi di mettere fotogallery delle “tifose sexy” degli Europei, video dei “balletti sexy” acchiappaclic, e di vari altri reperti medievali.

La domanda che mi sono posta in entrambi i casi è questa: ma perché fare tutta questa fatica per sembrare in sintonia con i tempi e gli utenti, se poi li si tratta comunque come degli stupidi? Che senso ha creare l’altisonante figura del public editor e lanciare iniziative 3.0 quando in quattro mesi non si è neppure in grado di rettificare un pezzo di due paragrafi scarsi? O trattare la parità di genere in un post e servire contemporaneamente una bella carrellata di corpi in home page?

Facendo queste riflessioni mi sono sentita rispondere “Beh sono solo due giornali, se non ti sta bene puoi leggere altro”. Ma credo che dare feedback sulla qualità di quello che si legge, e pretendere che resti alta, sia un sacrosanto diritto dell’utente. “A furia di scrivere sui giornali, uno rischia di dimenticarsi per chi lo fa […] Scrive, dovrebbe scrivere, per i lettori”. Così ha chiosato Gramellini a proposito di quella famosa iniziativa 3.0. Per una volta, sono d’accordo con lui.

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