Poche idee e tutte confuse: Beatrice Lorenzin e le unioni civili

La nomina di Beatrice Lorenzin a Ministro della Salute aveva suscitato all’epoca non poche perplessità. Sarebbe forse ingeneroso fissarsi troppo sul fatto che la ministra abbia solo un diploma di maturità classica, visti anche i numerosi precedenti tra i titolari di dicasteri importanti. È vero però che la Lorenzin esperienza nel campo della sanità non ne aveva, e che i motivi per criticarla sul merito non sono mancati. Personalmente ho rivisto drasticamente al ribasso la mia opinione già non entusiasta a fine 2013, quando la ministra si è detta soddisfatta della relazione annuale sull’applicazione della 194, facendomi venire il dubbio che sugli occhi si fosse messa non le classiche fette ma direttamente un prosciutto intero. Suppongo che anche voi viviate nel mondo reale e non nella la la land dove la 194 verrebbe garantita in maniera efficace (Beatrix dixit), per cui non vi sto a spiegare dove e come (e quanto) sbagliasse. Né vale la pena di dilungarsi troppo sulla questione della prefazione a suo nome comparsa sul volume Elogio dell’omeopatia e poi ritirata in fretta e furia dopo le proteste del CICAP, non senza aver precisato che la prefazione stessa non era stata preventivamente autorizzata (mah).

Preferisco concentrarmi sul contributo di Beatrice al dibattito sulle unioni civili e in particolare sulla sua performance di qualche giorno fa in un videoforum organizzato da Repubblica. Il video dura poco più di mezz’ora ma se temete di non reggere non preoccupatevi, l’ho guardato per voi.

Si parte con un’introduzione volta a stabilire che Beatrice, bontà sua, non è affatto contraria alle unioni civili di per sé: il modello proposto dal DDL Cirinnà le va bene, perché “istituisce un istituto [bonjour Mme Lapalisse] diverso dal matrimonio”. Sottolineiamolo bene, in caso non si fosse capito: l’importante è non fare confusione tra il matrimonio, che è riservato alle persone serie, e le unioni civili. Però per carità, non saltatele subito addosso: è lei la prima a riconoscere che anche le coppie dello stesso sesso, “nel momento che si prendono un impegno”, hanno diritto a una certa serie di tutele (parentesi grammatical-stilistica: confesso di essere rimasta totalmente stregata dall’assoluta noncuranza con cui Beatrice mortifica il che relativo).

Qual è il problema allora? Secondo Bea, la legge non è stata scritta bene. Se fosse stata preparata meglio non ci sarebbe stato “l’equivoco” su stepchild adoption e adozioni gay. “Quale equivoco?”, starete pensando. L’uso di quell’oscuro termine inglese (mai fidarsi della perfida Albione) avrebbe permesso di nascondere quello che c’era nell’articolo 5, e che poi fortunatamente “si è scoperto” (testuale). Accidenti, e che mai si nasconde nell’articolo 5? Se lo leggi al contrario esce il demone del gender? Se lo avvicini a una candela scopri di aver sottoscritto in inchiostro simpatico l’acquisto di cento copie dell’Enciclopedia della Pastasciutta? Che diamine si nasconde nell’articolo 5?

Secondo la Lorenzin, un riconoscimento del diritto di accesso alla genitorialità e – rullo di tamburi – alla maternità surrogata. Lo so che state per dire che la GPA non c’entra una ceppa, ma siete duri di comprendonio. Per fortuna che c’è Beatrice a spiegarvi le cose: “La giurisprudenza non è un libro delle buone intenzioni [eh già], è dura lex sed lex [lo sappiamo che hai fatto il classico, Bea, tranquilla], nel momento che tu permetti [ecco, forse le elementari no]”, insomma al termine di questo sproloquio scopriamo che “il diavolo si nasconde nella grammatica [e se non altro ho capito perché la eviti come la peste] ma anche più nel diritto” [sarà in causa da anni con un vicino?].

Appurato che il vero significato dell’articolo 5 è permetterci di accedere alla maternità surrogata, la ministra procede a spiegarci di che cosa si tratti: “Digitiamo maternità surrogata in internet [non si digita “in internet”, Bea, ma lasciamo perdere] e vediamo che cosa esce [oddio, che cosa mai uscirà?], ci sono proprio i contratti”. Qui Bea tenta di spacciare per buone le sue personali stime sul ricorso alla GPA da parte di coppie etero e omosessuali, al che Laura Pertici si ribella e le fa presente che la stragrande maggioranza delle coppie interessate da questo discorso sono etero. Nessun problema, si batte in ritirata portando il discorso sul femminismo: “Ci siamo indignate su quello che viene fatto sul corpo delle donne per motivi religiosi [non so come mai ma ho il sospetto che tu non stia parlando dell’obiezione di coscienza sulla 194], sulla prostituzione [sex work, Bea… ma che te lo spiego a fare]” e insomma, si riesce a confondere le acque quel tanto che basta per riportare il discorso sul malefico articolo 5. La Pertici accenna timidamente che la questione della GPA andrebbe forse regolamentata, al che Bea le risponde beffarda che “Certo non lo può decidere una norma che invece dovrebbe fare un’altra cosa”. E su questo, sia detto, ha ragione da vendere: sarebbe come se la discussione di un DDL sulle unioni civili diventasse la scusa per parlare, che ne so, di piani di edilizia residenziale pubblica o di revisione dei criteri di assegnazione degli alloggi popolari. Oh wait.

Secondo Beatrice il vaso di Pandora dell’articolo 5 sarebbe anche inutile. Perché? Beh, perché per l’adozione del figlio del partner basterebbe fare ricorso al già esistente istituto dell’adozione speciale. E va detto, sottolinea la Lorenzin (mode Checco Zalone on), che quello delle adozioni è un tema “fortissimo”. Il nostro tema sono bambini e ragazzi, ripete tutta convinta. Io pensavo stessimo discutendo di unioni civili, ma evidentemente mi sbagliavo perché a Bea interessa parlare di tutto meno che di quello. E vai di utero in affitto.

Le viene fatto notare che in Canada e negli Stati Uniti la GPA è strettamente regolamentata ed è possibile anche come gesto altruistico. Macché, “nessuna lo fa gratis, lo fanno per pagarsi il mutuo [eh?]. Le faccio un esempio: in Russia [si parlava di Canada e Stati Uniti, Bea, ma pazienza. Immagino che tu abbia studiato geografia con Sarah Palin] ci sono questi contratti… e nel momento che il bambino nasce [ora la picchio con una matita blu]…”. Adesso tenetevi forte, perché “secondo la legge italiana le persone che sottoscrivono un contratto del genere non sono degne di fare i genitori”.

dafuq
 

Source: giphy.com

 

Lo sproloquio si conclude con un lapsus freudiano da manuale in cui Bea parla di “una famiglia normale, [con] un papà e una mamma”, e si apre quindi alle domande dei lettori. Si parte con la classica ipotetica “Che faresti se avessi un figlio gay e un giorno ti dicesse di voler adottare il figlio del suo partner?” (En passant: io detesto questo genere di domande. Non è che dobbiamo interessarci di una questione così importante come i diritti fondamentali solo quando la cosa ci tocca direttamente. Ma okay, andiamo avanti).

Risposta: “Lo aiuterei a vivere bene questa sua condizione [permettimi di avere qualche dubbio in proposito], questa sua scelta [ecco appunto. Bea, l’omosessualità non è una scelta. Le basi, su]… questa fragilità in più [a parte l’abilismo da quattro soldi: essere gay non è di per sé una “fragilità”. Lo diventa grazie a gente come te]. Io a mio figlio non gliel’ho negato di avere una mamma e un papà [e quindi? C’è un vincolo di mandato familiare?]”.

Le domande successive ci permettono di scoprire che “avere un figlio non è un diritto, spesso è un dono” [Ah, gli evergreen che non mancano mai. Non so, vuoi parlarci anche della scomparsa delle mezze stagioni?] e che “forse l’unico limite che possiamo porre adesso è se riteniamo importante che il bambino abbia sia la figura della mamma che quella del papà” [no, non ho capito nemmeno io]. Bea ci informa poi delle meraviglie che ha compiuto con la legge sull’eterologa, “perché nel momento che fai il ministro [ora piango], lo fai di tutti”; e del fatto che il tema qui “non è quello della discriminazione [ah no?], chi stiamo discriminando, le coppie, o stiamo discriminando i bambini, c’è un problema oggettivo dei minori o no? [Certo che c’è, Bea, ma non quello che vorresti farci credere tu]”.

“Noi stiamo parlando che [va bene, ci rinuncio] purtroppo per come è stata scritta la norma si parla soltanto del figlio naturale. Nessuno capiva che cos’era questa stepchild adoption, un po’ per il nome, anche a pronunciarlo è difficile [e dai Bea], un po’ perché la norma è abbastanza criptica [rimanda a un’altra legge, Bea, bastava andare a controllare che cosa dicesse quell’altra legge. Bastava “digitare in internet” per cinque secondi] e quindi bisogna essere un giurista [come te?]”. Stralciare la stepchild adoption per occuparsi della questione in una specifica legge creerebbe forse il rischio di dimenticarsi del tema, azzarda Laura Pertici. No no no, insorge Bea: “Se c’è la volontà politica si fa tutto”. E finalmente, quasi alla fine di questo estenuante videoforum, mi trovo d’accordo con la ministra.

Se ci fosse la volontà politica, sarebbe stato presentato un DDL sul matrimonio egualitario. Se ci fosse la volontà politica, non avremmo dovuto assistere a un ostruzionismo patetico e a dibattiti in aula vergognosi per contenuto e forma. Se ci fosse la volontà politica, l’Italia avrebbe raggiunto il resto del mondo occidentale da tempo. Peccato che questa volontà ce l’abbiano realmente in pochi, mentre gli altri continuano a tergiversare. Oppure, come la Lorenzin, pensano che “fare il ministro di tutti” voglia dire semplicemente imporre la propria visione al resto del mondo. Se per di più è una visione ristretta e disinformata come la sua, siamo a posto.

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