Voti (di laurea) alle donne! Di declino demografico e istruzione femminile

Qualche giorno fa Il Foglio ha pubblicato un articoletto a firma Camillo Langone intitolato “Perché la laurea delle donne è una causa del declino demografico”. Il pezzo è abbastanza breve da poterlo riportare integralmente:

Ai padri con figlie in età da università. Anche lo storico americano Steven Mintz, professore dell’Università del Texas e autore di “The prime of life. A history of modern adulthood”, vede nella laurea una causa del declino demografico: “Il rallentamento dell’economia e la crescita dell’importanza attribuita a una buona formazione universitaria fa sì che sempre più giovani ritardino il matrimonio o scelgano di non sposarsi”. Non solo in Italia, dunque, ma nell’intero Occidente l’istruzione universitaria di massa, che sposta troppo in avanti la scelta di riprodursi, si configura come un pericolo per la sopravvivenza della società. Oltre che per la trasmissione dell’onomastica famigliare e del dna genitoriale. I padri ci pensino bene prima di mandare all’università le figlie (Mintz parla dei figli in generale ma siccome la fertilità maschile si conserva più a lungo il problema è innanzitutto femminile): commetterebbero un gesto antisociale.

La mia prima reazione dopo aver letto è stata di incredulità: The Prime Of Life è stato pubblicato ad aprile 2015 e il concetto di transizione demografica è noto fin dagli Anni Cinquanta. Perché Langone si sveglia solo adesso? Forse perché ha trovato solo ora il modo di distorcere una teoria ampiamente verificata per ammantare di pseudo-scientificità la trita idea che far studiare le donne sia una perdita di tempo e un danno per la comunità.

La teoria della transizione demografica

Con transizione demografica (TD) si intende il processo per cui una società passa da una condizione di elevati tassi di natalità e mortalità ad una di natalità e mortalità basse. Questo processo viene innescato dall’evoluzione della società stessa dallo stato pre-industriale a quello industrializzato. Esistono leggere variazioni della teoria della TD; quella classica divide il processo in quattro fasi.

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TD – Fase 1

Prima fase: società pre-industriale. In questo tipo di società i figli sono una risorsa indispensabile per il sostentamento della famiglia (specialmente dei genitori quando non saranno più autosufficienti); l’istruzione è riservata alle classi agiate e il costo di allevare figli è relativamente basso; la contraccezione è poco diffusa e, laddove usata, non sempre efficace. Tutti questi fattori contribuiscono a mantenere elevata la natalità. Al tempo stesso anche la mortalità, infantile e non, resta piuttosto elevata e il tasso complessivo di crescita della popolazione rimane quindi abbastanza basso.

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TD – Fase 2

Seconda fase: la società pre-industriale conosce un periodo di modernizzazione che si manifesta in maniera più immediata con la caduta repentina del tasso di mortalità. Il motivo è abbastanza intuitivo: l’introduzione di tecniche agricole moderne fa aumentare la disponibilità di cibo, mentre il maggiore accesso a cure mediche e il miglioramento generale delle condizioni sanitarie fanno diminuire rapidamente la mortalità. Il tasso di natalità invece continua a rimanere alto e si verifica quindi una rapida crescita della popolazione.

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TD – Fase 3

Terza fase: l’accesso all’istruzione di base viene esteso a tutta la popolazione, bambine incluse. Contemporaneamente, il valore del lavoro minorile diminuisce (non ultimo perché reso illegale prima di una determinata età) e iniziano a essere introdotti sistemi pensionistici che rendono gli anziani in certa misura indipendenti dal supporto dei figli. I contraccettivi diventano più accessibili e affidabili. Anche il tasso di natalità dunque inizia a diminuire e la crescita complessiva della popolazione rallenta.

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TD – Fase 4

Quarta fase: il processo di transizione giunge al termine. I tassi di natalità e mortalità, che hanno conosciuto una riduzione sfasata, si stabilizzano e tornano in equilibrio.

Com’è ovvio, quello appena descritto è un modello generale che può subire variazioni. In particolare per il caso che stiamo considerando va detto che in alcune società il tasso di natalità può cadere al di sotto del replacement level o indice di sostituzione, vale a dire quel valore di 2,1 figli per donna che occorre per mantenere costante la popolazione. Tra queste società come è noto vi sono il Giappone, la Corea del Sud e l’Italia, il che rende la questione degli incentivi alla natalità particolarmente urgente per il nostro Paese.

Secondo Langone la soluzione è abbastanza semplice: basta rimandare le donne nella cucina da cui sono venute, ed ecco che inizieranno di nuovo a sfornare marmocchi. Trovo abbastanza ilare lo sfacciato cherry-picking con cui cita Steven Mintz a sostegno della propria tesi, relegando però tra parentesi il fatto che l’analisi di quest’ultimo in realtà non faccia differenze tra i sessi; il problema di fondo comunque è un altro e cioè il fatto che, se si vuole trovare una soluzione al problema della bassa natalità, la strada da prendere è esattamente opposta a quella indicata da Langone.

Mentre i Paesi dell’Europa centrale e meridionale sono entrati in quello che viene chiamato un “inverno demografico”, Francia e Scandinavia continuano a godere di alti tassi di natalità. Secondo l’INED, l’istituto francese per gli studi demografici, la ragione sta nella maggiore flessibilità dei concetti di maternità e famiglia in questi Paesi. In Giappone, una donna che voglia mantenere una relazione deve essere pronta ad accettare il “pacchetto completo”: matrimonio, obbedienza al marito, avere figli e smettere di lavorare per occuparsene, prendersi cura dei suoceri. Questo modello “tutto o niente” è molto simile a quello prevalente nell’Europa meridionale e non credo ci sia da stupirsi del fatto che stia stretto a un numero sempre crescente di donne.

Inversamente, in Francia e Scandinavia l’approccio è molto più rilassato: “In these countries the family norm is much more flexible, with late marriages, reconstituted families, single parents, much more frequent births outside marriage and divorces than further south”. Per fare un esempio, Francia, Svezia e Norvegia hanno tutte una percentuale di nascite fuori dal matrimonio superiore al 50%. Altra condizione fondamentale per sostenere la natalità è, sorpresa sorpresa, la parità di genere:

The principle of gender equality and the necessary corollary of women being free to work are the key factors in this family model that emerged at the end of the 20th century. Yet in the 1960s-70s advocates of traditional family values claimed that the birthrate would be the first thing to suffer from this trend. Fifty years on it seems they were mistaken: fertility in Europe is higher in countries where women go out to work, lower in those where they generally stay at home. “Women’s freedom of decision is essential to this system,” [INED demographer Laurent Toulemon] asserts [grassetto aggiunto].

Morale della favola: caro Camillo, la prossima volta che vuoi lamentarti del fatto di essere nato nell’epoca sbagliata non stare a perdere tempo ammantando i tuoi lai di finte considerazioni scientifiche, tanto la misoginia si vede lo stesso. E non è per niente un bello spettacolo.

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