Non è “solo” la rete: riflessioni sulla cyberviolenza

Per E., che si è confidata con me.

Non mi ha mai convinta fino in fondo l’idea di chiamarlo cyberbullismo: lo trovo un termine ingannevole, che resta associato nella testa di molti ad atti tutto sommato goliardici e legati alla fase adolescenziale, che ci lasciamo alle spalle una volta diventati adulti. Trovo che il termine inglese online abuse catturi meglio la natura più seria del fenomeno.

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Source: Reddit

Che si parli di bullismo o abuse, però, nell’immaginario collettivo fa ancora ben presa l’idea che quello che accade in rete alla rete rimanga confinato, tanto è vero che per indicare quello che succede offline di solito viene usato l’acronimo IRL (in real life). Eppure, ammesso che questo sia mai stato vero, non lo è più da tempo. Quando una persona diventa bersaglio di attacchi online, quel fiume di insulti può tracimare facilmente nel mondo “reale”, con conseguenze decisamente tangibili e spesso tragiche. Anche senza arrivare a gesti estremi, la vita “vera” può diventare decisamente difficile per le vittime di persecuzioni online. Nel 2014 un gruppo di associazioni statunitensi ha condotto un sondaggio su vittime di bullismo e molestie online: quasi il 30% degli intervistati ha detto di aver preso sul serio le minacce alla propria vita, e il 20% ha ammesso di avere paura di uscire di casa. Il problema è particolarmente sentito dalle donne, come ha spiegato molto bene la giornalista Amanda Hess nel resoconto delle minacce e offese di cui è stata ripetutamente bersaglio negli ultimi anni, con pesanti ripercussioni sulla vita personale e sul lavoro:

Abusers tend to operate anonymously, or under pseudonyms. But the women they target often write on professional platforms, under their given names, and in the context of their real lives. Victims don’t have the luxury of separating themselves from the crime. When it comes to online threats, “one person is feeling the reality of the Internet very viscerally: the person who is being threatened,” says Jurgenson [sociologo esperto di social media]. “It’s a lot easier for the person who made the threat—and the person who is investigating the threat—to believe that what’s happening on the Internet isn’t real” [grassetto aggiunto]

Va bene, si dirà, ma non tutte le situazioni sono così estreme. I casi in cui qualcuno ti odia talmente tanto per quello che hai scritto da simulare una finta presa di ostaggi e mandare una squadra SWAT a casa di tua madre restano fortunatamente pochi. Nella stragrande maggioranza dei casi, il vecchio detto “Don’t feed the trolls” resta valido.

Credo che questo possa ancora valere per i troll “tradizionali”, che hanno come scopo quello di disturbare gli scambi online senza l’intento di nuocere direttamente alle persone con cui si trovano a interagire. Ma qui parliamo di comportamenti ben più gravi: la ricercatrice Emma Jane “refuses to use the word ‘trolling’ to describe this behaviour when it starts online; she calls it cyberviolence, acknowledging its tacit relationship with the violence its language justifies”. E se anche la violenza verbale in rete non viene messa in pratica offline, questo non giustifica il fatto di tollerarla o rassegnarcisi: i social network, le sezioni commenti delle pubblicazioni online, i forum di discussione… sono e restano spazi pubblici, e come tali soggetti alle regole basilari di convivenza. Offendere o minacciare una persona non è accettabile nel mondo fisico e inaccettabile resta anche in quello virtuale.

Nel caso di internet, poi, c’è per così dire un’aggravante: “The promise of the early internet was that it would liberate us from our bodies, and all the oppressions associated with prejudice. We’d communicate soul to soul, and get to know each other as people, rather than judging each other based on gender or race [grassetto aggiunto]”. Per chi è già vittima di bullismo e discriminazione offline è anche peggio vedere riprodotte quelle stesse dinamiche nello spazio virtuale in cui ognuno, in teoria, può essere ciò che vuole e dimenticare o nascondere ciò che lo rende “diverso” e isolato nella vita di tutti i giorni.

Chi sono i “cattivi” dall’altra parte dello schermo? È dimostrato che certi tratti negativi della personalità (tendenza alla manipolazione, narcisismo, mancanza di empatia, sadismo) sono positivamente correlati con comportamenti abusivi online. Tuttavia credo che sarebbe sbagliato dedurne che chiunque insulti e perseguiti una persona in rete sia uno psicopatico, e non solo perché statisticamente improbabile; ma soprattutto perché continuare a pensare che dietro a certe tastiere possa esserci solo un disadattato che vive nel seminterrato dei suoi genitori e seziona gattini prima di andare a dormire ci impedisce di riconoscere che anche noi, noi persone “normali” e ben inserite nella società, possiamo essere parte del problema. O che possano esserlo i nostri amici, colleghi e familiari. Del resto basta seguire le discussioni che si scatenano in certe occasioni per constatare che neanche le “brave persone” si fanno troppe remore a lasciarsi andare a commenti di una violenza incredibile. Perché accade questo?

There’s no point in blaming the internet for this. All the technology has done is to reveal a deeply unpleasant truth: when you remove the social constraints on behaviour that operate in the offline world, then a darker side of human nature emerges snarling into the light.

Spesso tendiamo a confondere l’assenza delle social constraints con l’anonimato che la rete ci può garantire. Tuttavia, pur se le due cose sono strettamente collegate, quello che davvero incoraggia la violenza online è la mancanza di accountability. Il termine, che sarà familiare agli scienziati politici, indica un principio di responsabilità e potrebbe essere tradotto grosso modo come “(essere chiamati a) rispondere delle proprie azioni”. Moltissime delle persone che ricoprono di insulti personaggi pubblici e non sono felici di farlo mettendoci la faccia e il proprio nome: ma che succederebbe se gli venisse davvero chiesto conto di quello che hanno scritto? Il progetto brasiliano Racismo virtual, consequências reais si propone di fare esattamente questo: gli attivisti impegnati nella campagna rintracciano chi abbia postato commenti razzisti su Facebook e riportano il contenuto di questi su cartelloni pubblicitari nel quartiere dove abita la persona in questione, dopo averne pixelato nome e volto. L’idea infatti non è quella di mettere il “colpevole” alla gogna, bensì di mostrare come azioni virtuali possano avere conseguenze decisamente tangibili. Lo hanno scoperto a proprie spese anche l’uomo che ha insultato la giornalista Clementine Ford sulla di lei pagina Facebook ed è stato licenziato dopo che il post era stato inoltrato ai suoi datori di lavoro; e i due inglesi condannati a una pena in carcere dopo aver minacciato via Twitter l’autrice e attivista Caroline Criado-Perez.

Basterà questo a risolvere la situazione? Ovviamente no. Non possiamo tutti trasformarci in giustizieri del web, e in molti casi è tanto più semplice limitarsi a bloccare i molestatori, laddove sia possibile, e/o ignorarli. Le varie piattaforme online stanno prendendo coscienza delle dimensioni del problema e, con tempi di risposta differenti, anche diversi Paesi si stanno rendendo conto della necessità di darsi strumenti per affrontare soprattutto i risvolti penali della violenza online; ma non ci possiamo aspettare che l’intervento “dall’alto” elimini completamente il fenomeno.

C’è anche un altro motivo per cui agire solo a livello della rete non ha senso, e cioè il fatto che la violenza online di solito non inventa ma riproduce schemi importati nel mondo virtuale da quello fisico: quando una donna viene sommersa di commenti osceni il problema di base sta nel sessismo e nella misoginia, non in internet; e quando a una persona di colore si dà della scimmia o un omosessuale viene pesantemente insultato, il problema di base sta nel razzismo e nell’omofobia, non nell’anonimato online.

Il quadro non è dei più confortanti, lo so (c’è un motivo se questo post non l’ho intitolato “Raggio di sole”). Credo però che il fatto stesso che del problema si parli sempre di più e che le reazioni comincino ad arrivare siano segnali positivi. Credo anche che dobbiamo sforzarci di inquadrare correttamente la situazione: consigliare semplicemente a una vittima di bullismo o violenza online “Ignorali e andranno via” serve forse a darci la sensazione di essere stati utili, ma è una falsa soluzione. Non è compito di chi viene aggredito cercare di evitare di diventare un bersaglio. La responsabilità resta di chi, per un motivo o per l’altro, sceglie di aggredire. E, online come offline, è chi non rispetta le regole che dovrebbe cambiare modo di fare. Oppure andarsene.

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