Sì, c’è un problema culturale dietro i fatti di Colonia: ma non è quello a cui state pensando

A quest’ora immagino abbiate letto di quanto successo a Colonia e Amburgo durante la notte di Capodanno, quando decine di donne sono state molestate e/o rapinate da gang di uomini in quelli che sembravano attacchi organizzati. Immagino abbiate anche notato come molti abbiano reagito criticando le politiche di immigrazione “troppo generose” della Germania, contentissimi di avere finalmente una scusa più o meno plausibile per dare addosso a stranieri e musulmani. Immagino infine che alcuni di voi si siano chiesti che ripercussioni potranno avere questi avvenimenti sul già abbastanza teso dibattito su immigrazione e integrazione.

Lasciatemelo dire: non è questo il punto. Oh, certamente le destre xenofobe si lanceranno ghiotte sul boccone (lo stanno probabilmente già facendo, ma non ho voglia di andare a rovistare nella loro spazzatura); e certamente quanto accaduto verrà preso in esame nel contesto delle discussioni sulla sicurezza, com’è giusto che sia – un problema di sicurezza evidentemente esiste. Ma il nocciolo di questo problema non è come impedire a un gruppo X di nuocere, è come garantire la sicurezza delle donne nei luoghi pubblici. E mi spiace, ma da questo punto di vista non possiamo scagliare alcuna pietra.

Parlando dei fatti di Colonia, la blogger Marina Strinkovsky ricorda così la sua prima visita in Germania con un’amica: “[We] had arrived at the central train station late one night during Oktoberfest, and had a bit of a wait until the departure of the next train in our journey. We were both utterly shocked by what we saw, and left the city with one firm resolution: never to visit it during a public holiday. Gangs of young men (why do they always travel in packs?) were jeering at young women, grabbing at them, blocking their retreats or escapes. The station was jam packed and well lit, with police, stations staff and staff from the shops and businesses (all open) everywhere. In two hours of sitting and watching this “world” go by, we saw no one make any sign that this behaviour looked aberrant to them” [grassetto aggiunto].

Chi si sia interessato un minimo al problema dello street harassment anche prima di scoprire che talvolta i responsabili sono persone di colore o musulmani non si stupirà granché: la causa ultima del fenomeno è culturale, non nel senso di legata a una specifica etnia o religione, ma nel senso che siamo ancora educati a pensare che il semplice fatto di trovarsi in un luogo pubblico renda automaticamente una donna “accessibile” in senso lato a chiunque.

Siamo anche educati a pensare che in certe circostanze le molestie e lo stupro diventino “inevitabili” e incoraggiamo le donne a fare tutto il possibile per evitare che tali circostanze si verifichino, di fatto spostando la responsabilità dal potenziale stupratore alla potenziale vittima (si vedano gli esempi di molte campagne di prevenzione). Trovo rivelatorio in questo senso il fatto che la reazione a caldo della sindaco di Colonia sia stata quella di fornire alle donne qualche “utile” consiglio per difendersi dai malintenzionati, fra cui… mantenere una distanza di sicurezza dagli sconosciuti (no sh*t from the Sherlock department).

Ora, se questo è il clima, perché ci stupiamo del fatto che chi in Europa non è nato e cresciuto si comporti in un certo modo? Come nota sempre Marina Strinkovsky, “What’s important to understand […] is not that immigrant men behave in these ways because they don’t understand the cultures in which they have found themselves: they behave in those ways precisely because they do“.

Che lo street harassment sia diffuso praticamente ovunque dovrebbe bastare di per sé a far capire quanto sia miope indicarne la causa in una specifica religione o particolare sistema di valori. Dove la religione e/o il sistema di valori entrano in gioco, invece, è nel giustificare la posizione di subalternità delle donne che le rende oggetti di cui disporre a piacimento, una funzione che svolgono bene pressoché tutte le maggiori religioni (ma attenzione a non pensare che eliminare Dio elimini anche il sessismo).

Per concludere: la retorica di chi finge di prendere a cuore la questione unicamente per poter sfogare il proprio razzismo è doppiamente disgustosa. Da un lato, ovviamente, perché approfitta dell’occasione per dar voce ai propri pregiudizi su una categoria di persone che ritiene arretrate e tendenzialmente criminali, quando non direttamente subumani. Dall’altro perché strumentalizza le donne vittima delle molestie, di fatto trattandole come oggetti una seconda volta.

Se davvero si vuole affrontare il problema, crocifiggere un capro espiatorio non serve a nulla. Basterebbe iniziare a prestare ascolto (e credere) alle vittime di molestie, e dare un po’ più retta a quelle rompiscatole di femministe quando parlano del fenomeno e suggeriscono modi per sradicarlo. Così forse eviteremo anche il patetico coro “Dove sono le femministe (di sinistra) quando succedono queste cose?”. Eravamo qui. Eravamo qui anche prima, e dicevamo esattamente le stesse cose che diciamo adesso. Basterebbe fare attenzione.

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