Diritto all’aborto: non serve un fucile per portare via la libertà di scelta

In genere prima di postare qualcosa mi piace rifletterci su, controllare per bene le fonti e lavorare di lima finché non sono soddisfatta. E cerco di non postare mai nulla in base all’impulso del momento, perché so che quando sono arrabbiata è meglio che eviti certe attività – tipo bere, guidare e toccare una tastiera.

Però. Però. Però. Però poi un uomo entra in una clinica del Colorado dove tra le altre cose si praticano aborti, e spara per uccidere, e ci riesce. E anche se è l’ennesimo episodio in una lunga storia di fanatica violenza anti-choice, praticamente nessuna voce ufficiale condanna la cosa per quello che è, l’ennesimo attacco alla libertà di scelta delle donne. Invece si insinua nella narrativa generale un sottotono di “Sì, ma…” e ci si affretta a cercare di incasellare l’accaduto alla voce “Il facile accesso alle armi di persone con sospetti problemi mentali”.

Sono stanca di questa farsa. Quanto accaduto in Colorado non ha nulla a che vedere con la malattia mentale. Certo, servirà a stigmatizzare ulteriormente chi soffre di una qualche patologia psichiatrica, nonostante il fatto che queste persone siano dieci volte più a rischio di subire violenza che non di rendersene responsabili. Non ha neppure (solo) a che vedere con il problema del facile accesso alle armi: dal 1977 nelle cliniche statunitensi che praticano anche aborti si sono verificati 8 omicidi, 17 tentati omicidi, 42 attentati con esplosivi e 186 incendi dolosi. Chi vuole fare del male al personale delle cliniche in questione ne ha sempre trovato il mezzo. E non mi metto neppure a parlare dei picchetti fuori dagli edifici, delle intimidazioni alle pazienti, delle minacce subite dai medici, che in alcuni casi vengono seguiti fino a casa.

Oh, certo, in Italia le cose sono diverse. Non siamo ancora al punto in cui i ginecologi non obiettori vengono aggrediti. Ma basta a rendere la situazione migliore per le donne che hanno bisogno di un aborto? Che questo oggi non sia assolutamente il caso dovrebbe essere chiaro a chiunque non abbia occhi e orecchie foderati di prosciutto: l’istituto dell’obiezione di coscienza, ormai anacronistico e completamente stravolto rispetto alle intenzioni originarie, ha di fatto trasformato quello che dovrebbe essere un diritto in un’intollerabile corsa a ostacoli.

E poi, siamo proprio sicuri che le cose siano così diverse? La legislazione italiana sulle armi è sicuramente più stringente di quella statunitense, ma la retorica cristiana degli anti-choice è esattamente la stessa: esagerata, violenta, carica di odio verso le donne. Ed è proprio questo linguaggio a creare l’ambiente in cui a qualcuno finisce per sembrare cosa buona e giusta caricarsi in spalla un fucile e anticipare l’esecuzione della giustizia divina.

Sono stanca di sentire queste persone definirsi pro-life: non lo sono. Sono, al massimo, pro-concepimento (e pazienza per quello che accade dopo: non è un caso che molti di loro si oppongano alle varie misure di sostegno alla natalità e alle madri single) – ma, più semplicemente, sono anti-choice.

pregnantwomencorpse
Source: Twitter

Sono stanca di sentire ancora le discussioni sull’aborto focalizzarsi su una presunta contrapposizione di diritti alla vita. L’embrione è un insieme di cellule, è tecnicamente vita esattamente come lo sono i virus. Ma il fatto di essere vivi non autorizza nessuno di noi a usare il corpo altrui senza permesso: è per questo che le donazioni di sangue, tessuti e organi non sono obbligatorie; è per questo che lo stupro è reato; è per questo che, salvo casi eccezionali, il medico deve ottenere il consenso informato del paziente prima di procedere a determinati trattamenti.

Sono stanca di vedere le donne colpevolizzate e ostacolate nel prendere una decisione che riguarda solo loro. Sono stanca di leggere fanatici che le paragonano a mostri nazisti e augurano loro di morire, salvo poi professarsi ferventi cristiani. Sono stanca del terrorismo psicologico di chi agita cartelli con fotomontaggi da film dell’orrore, e inventa presunte sindromi psicologiche da post-aborto ignorando bellamente i fatti. Sono stanca di uno Stato laico solo a parole che permette di anteporre la presunta osservanza di dogmi religiosi all’obbligo di fornire assistenza sanitaria.

Una donna che cerchi di ottenere un aborto in Italia forse non dovrà mettere un giubbetto antiproiettile, ma non raccontiamoci storie: non è necessario un fucile per portare via la sua libertà di scelta. Siamo quasi nel 2016 e stiamo ancora a discutere dell’applicazione di un diritto che dovrebbe essere acquisito e garantito da tempo e che invece viene eroso poco a poco nell’indifferenza dei più. E io sono stanca.

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