Violenza domestica: la domanda da un milione di dollari non è “Perché sei rimasta?”

La Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne è stata ufficialmente istituita dalle Nazioni Unite il 25 novembre del 1999. L’elenco delle forme che la violenza perpetrata sulle donne di tutto il mondo può prendere è lungo e raccapricciante; qui vorrei parlare di un suo aspetto molto specifico e cioè la violenza “aggiuntiva” che viene fatta alle vittime di violenza domestica (VD) con la domanda “Ma perché sei rimasta?”.

Che le dinamiche delle relazioni abusive siano appena appena più complesse di “Se ti tratta male, lascialo” dovrebbe essere cosa nota. Eppure si verificano ancora storie come quella della donna che, separatasi dal marito dopo ventiquattro anni di abusi, si è vista negare dai giudici l’assegno di mantenimento perché restando con lui per così tanto tempo ne avrebbe di fatto tollerato e avallato la condotta, diventando in un certo senso complice della violenza.

La reazione di victim-blaming nei casi di VD deriva generalmente da due presupposti: quello che non tentare attivamente e con ogni mezzo di sottrarsi alla violenza significhi in qualche modo accettarne le conseguenze; e quello che i perpetratori di VD siano fondamentalmente persone con qualche problema di controllo della rabbia che, magari anche per via di fattori esterni quali stress o tossicodipendenze, finiscono per non riuscire più a dominarsi e si sfogano sulla persona a loro più prossima. Entrambe queste idee sono profondamente sbagliate.

Come spiega la cronista di nera Jess Hill, la VD di solito è generata “by a need for – and a sense of entitlement to – power and control”, non da semplice rabbia. In altre parole, è una strategia applicata per mantenere il controllo sulla persona e in quanto tale usata volutamente, indipendentemente dal comportamento di chi la subisce.

D’accordo, si potrebbe dire, la responsabilità della violenza resta su chi l’ha usata: ma perché, una volta che sono state alzate le mani, la vittima non alza i tacchi al più presto?

DV
“All’inizio, facevano male solo le parole”

Innanzitutto, le cose non sono così nette come ci piacerebbe pensare: la VD viene esercitata in maniera graduale e spesso non inizia con un episodio particolarmente pesante. La violenza psicologica precede e accompagna quella fisica. In generale si segue un ciclo ben definito in cui si alternano le fasi di i) tensione, ii) abuso vero e proprio, iii) riconciliazione e iv) calma. È importante sottolineare come la violenza fisica sia solo una parte (magari neppure la più visibile) di un insieme di azioni volte a ridurre la vittima in uno stato di dipendenza pressoché completa. Tenendo presente questo si capisce meglio la sterilità della domanda “Perché rimanere?”. Quali alternative ha una donna che nel corso del tempo è stata isolata dagli amici e dalla famiglia, costretta a lasciare un eventuale lavoro, e sistematicamente fatta oggetto di abusi psicologici e fisici? E non parlo neppure degli ulteriori ostacoli per le donne che hanno figli o una qualche disabilità, e delle scarse risorse a disposizione dei rifugi e centri antiviolenza che spesso rappresentano l’unica via per sottrarsi ai maltrattamenti.

DV diagram
Source: domesticviolence.org

Un aspetto probabilmente sottovalutato quando si parla di VD è poi l’impatto dei danni psicologici subiti dalla vittima: il libro Trauma and Recovery di Judith Herman, che analizza vari tipi di trauma psicologico, li paragona a quelli riscontrati nei prigionieri di guerra. In entrambi i casi, chi detiene il controllo lo mantiene facendo ricorso a ripetute e sistematiche violenze psicologiche allo scopo di provocare un sentimento di paura e impotenza. Non è raro che le vittime di VD finiscano per sviluppare un vero e proprio disturbo da stress post-traumatico (PTSD), simile a quello di chi si è trovato in zone di conflitto. Non c’è da stupirsi quindi che molte donne non riescano a pensare lucidamente a come sfuggire alla propria situazione. Anche perché, a causa del trauma, “often [they] don’t present as credible witnesses: in their post-traumatic state, their stories can be fragmented, highly emotional and contradictory” cosicché, se trovano finalmente il modo di rivolgersi alla polizia o raccontare a qualcuno della propria situazione, rischiano di non essere credute.

Non va dimenticato infine che statisticamente il momento più pericoloso in una relazione abusiva è esattamente quello in cui la vittima trova il modo di spezzare il ciclo di violenza e sfuggire al controllo del perpetratore, come dimostrano i numerosi tragici episodi di donne aggredite o uccise dal compagno che avevano lasciato. Restare può essere allora una scelta obbligata tra il minore di due mali.

In Italia circa una donna su tre ha subito violenza a vari gradi di sistematicità, un dato rimasto più o meno costante negli ultimi anni. Molto probabilmente nel corso della vostra vita avete conosciuto almeno una donna vittima di VD, anche se magari non avete sospettato nulla. E magari, parlando dell’argomento, avete esclamato con aria di superiorità “Non riesco proprio a capire: se uno ti mette le mani addosso te ne vai, no?”.

Quello della VD è un problema già abbastanza grave di per sé. Le donne che ne sono vittima non meritano di essere considerate troppo stupide per tirarsene fuori e neppure che, in fondo in fondo, le si ritenga corresponsabili. La domanda da un milione di dollari in questo caso non è “Perché lei non lo lascia?”, ma “Perché lui non la smette?”. Una volta iniziato a farci la domanda giusta, forse cominceremo anche a trovare le risposte.

Se volete approfondire, vi consiglio di dare un’occhiata agli hashtag #WhyIStayed e #WhyILeft su Twitter: troverete una serie di testimonianze sulla VD che fanno riflettere, condivise da chi ci è passata.

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2 thoughts on “Violenza domestica: la domanda da un milione di dollari non è “Perché sei rimasta?”

  1. Brava Chiara! Come sempre i tuoi articoli danno tanti elementi per approfondire e conoscere, soprattutto nel mio caso visto che, ahimè, ne so poco :/

    1. Grazie! Venendo da uno scienziato è un feedback che mi fa particolarmente piacere 😉

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