Smettiamola di minimizzare: quelle di Tavecchio non sono gaffe

Ogni volta che apre bocca, il presidente della FIGC Carlo Tavecchio fa danno. Non c’è minoranza che non abbia offeso, simbolico negozio di porcellana dove non abbia compiuto devastazioni.

Ripercorrere l’elenco delle sue infelicissime uscite sarebbe inutile, ma credo valga la pena di riflettere brevemente sul modo in cui vengono accolte – oltre che, ovviamente, con sacrosanta indignazione.

Il termine più usato dai media italiani per descrivere le esternazioni di Tavecchio è senza dubbio “gaffe”. Secondo la Treccani, una gaffe è un atto commesso “per goffaggine, inesperienza o anche semplice distrazione” che crea imbarazzo in chi vi assiste. Ecco, io non sono sicura che quello che esce dalla bocca di Tavecchio si possa derubricare a gaffe. Quando parlò di calciatrici “handicappate” rispetto ai colleghi uomini o di giocatori africani “mangiabanane”, lo fece da dirigente di Federcalcio con una carriera trentennale e quelle frasi non erano dettate da goffaggine o inesperienza: erano il linguaggio che è evidentemente abituato a utilizzare da una vita. E credo che sia troppo comodo minimizzare queste dichiarazioni definendole scivoloni: il fatto stesso che si ripetano puntualmente indica che siano spie del suo modo consueto di pensare, non incidenti linguistici.

Carlo Tavecchio ha 72 anni. Si potrebbe essere tentati di giustificarlo almeno in parte come prodotto del suo tempo. Uno cresce in un mondo libero dalla dittatura del politically correct (attenzione, sarcasmo) e poi un bel giorno scopre di non poter più dare impunemente dell’ebreaccio o della lesbica a qualcuno. Poverino, lo capisco. Tutti i punti di riferimento spazzati via.

A chi usa questo argomento però sfugge una cosa: tutti noi, crescendo, aggiorniamo le nostre idee e ci liberiamo di credenze e atteggiamenti che erano perfettamente accettabili quando eravamo piccoli e ignoranti, ma non più una volta adulti. Tutti noi abbiamo creduto a Babbo Natale, ma troveremmo perlomeno strano pretendere di continuare a farlo per il resto della nostra vita, semplicemente perché lo facevamo senza problemi quando avevamo quattro anni.

Diventare adulti significa anche capire quali delle nostre idee siano sbagliate e vadano lasciate indietro e questo processo, se magari rallenta con l’età, non può mai considerarsi concluso. Non esiste un livello adulto che completa il gioco oltre il quale non resta più nulla da imparare. E se un settantenne è considerato in grado di gestire la Federazione di uno sport popolarissimo con un indotto decisamente importante, allora deve anche essere in grado di aggiornare un paio delle sue idee sul mondo, e imparare a trattare tutti con il rispetto che meritano. Altrimenti può sempre accomodarsi all’uscita.

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