#VEROmadeinItaly. Chi è che disinforma davvero?

Ieri ho trovato il link a una petizione lanciata dalle Iene su Change, dal titolo “Vogliamo il VERO Made in Italy”. La petizione, guarda caso, è stata lanciata proprio a ridosso dell’avvio della nuova stagione del programma, ma sarebbe ingenuo scandalizzarsi per una cosa del genere. Quello che invece mi indispettisce, e parecchio, è il solito giochino per raccattare click e audience sfruttando la disinformazione. Atteggiamento tanto più ipocrita in quanto viene da un programma che ha costruito la propria fortuna presentandosi come strumento di denuncia a difesa dei cittadini.

La petizione inizia così:

Ma secondo voi quando vi comprate un sugo pronto con su scritto “prodotto in Italia” o “Made in Italy”, dentro cosa c’è? Perché se è MADE IN ITALY vien da pensare che dentro ci siano pomodori italiani. E invece non è così! Perché per diventare Made in Italy, per la legge italiana, basta che la lavorazione sostanziale sia fatta in Italia. E “sostanziale”, sostanzialmente, non vuol dire nulla!

Partiamo dall’ultima – errata – affermazione: substantial transformation vuol dire parecchio. Il principio trova origine nelle disposizioni della Convenzione di Kyoto (non il Protocollo sul clima!) conclusa all’inizio degli Anni Settanta per semplificare e armonizzare le procedure doganali. È ovvio che, in ottica semplificativa, assegnare un singolo Paese di origine a ogni prodotto rappresenta un bel passo avanti. Nel caso di un prodotto alimentare, l’ultima trasformazione sostanziale è rappresentata dal processo in cui i vari ingredienti vengono uniti e lavorati in maniera irreversibile.

Dal modo in cui è costruito il paragrafo riportato si potrebbe pensare che l’etichettatura dei prodotti alimentari sia effettuata in base alla normativa italiana, giusto? Sbagliato, perché la competenza in materia appartiene all’Unione Europea. La normativa di riferimento in questo caso è il Regolamento 1169/2011, che combina e aggiorna due leggi precedenti, la Direttiva 2000/13/EC sull’etichettatura e la presentazione dei prodotti alimentari e la Direttiva 90/496/EEC sulle informazioni nutrizionali.

Il principio base del Regolamento è che al consumatore debbano essere obbligatoriamente fornite le informazioni necessarie per compiere scelte informate senza rischi per la salute, vale a dire quelle relative a composizione del prodotto; modalità e periodo di conservazione; e proprietà nutrizionali, incluse le informazioni necessarie per chi segua particolari regimi alimentari.

Che cosa dice il Regolamento a proposito della questione di origine? Innanzitutto, l’Art. 7(1)(a) stabilisce che il prodotto non può essere presentato in maniera fuorviante inducendo chi lo acquista a pensare che provenga da una determinata località. L’Art. 9(1) elenca le informazioni che devono obbligatoriamente apparire in etichetta, incluso il paese di origine o il luogo di provenienza ove previsto all’Art. 26. Il suddetto Art. 26 stabilisce che l’indicazione del paese d’origine o del luogo di provenienza è obbligatoria “nel caso in cui l’omissione di tale indicazione possa indurre in errore il consumatore in merito al paese d’origine o al luogo di provenienza reali dell’alimento”. Inoltre, nel caso in cui la provenienza di un alimento sia indicata, ma non sia la stessa di quella del suo ingrediente principale, allora l’etichetta deve menzionare anche “il paese d’origine o il luogo di provenienza di tale ingrediente primario” oppure specificare che “il paese d’origine o il luogo di provenienza dell’ingrediente primario è […] diverso da quello dell’alimento”.

Va detto anche che l’Art. 26 non può derogare alla normativa esistente sui prodotti DOC/DOP, per i quali quindi si continuano ad applicare le specifiche leggi (Regolamenti 509/2006 e 510/2006). Infine, lo stesso Art. 26 stabilisce che la Commissione dovrà, entro cinque anni dall’entrata in vigore del Regolamento, studiare la possibilità di rendere l’indicazione di origine obbligatoria di default per una vasta categoria di prodotti, quindi non più solo nei casi menzionati.

La petizione prosegue poi con:

Abbiamo scoperto che potremmo comprarci un sugo pronto fatto con il 100% di pomodoro cinese, ma con su scritto “Made in Italy”. E visto che i controlli in dogana sono pochi e le leggi su metalli pesanti e fitofarmaci sono molto diverse tra i vari paesi del mondo, rischiamo di mangiarci una marea di schifezze senza neanche saperlo.

L’unica cosa che mi sembra abbiamo scoperto finora è l’incapacità di fare due ricerche online, perché le norme in materia esistono e sono anche piuttosto chiare. Sulla questione dei controlli ho già scritto. Mi limito qui a ricordare che, nel caso dei prodotti alimentari, qualsiasi non-conformità riscontrata che possa costituire un pericolo per la salute dei consumatori fa scattare un’allerta che viene diramata a tutti gli altri Stati membri e alla Commissione attraverso l’inserimento nel portale RASFF (Rapid Alert System for Food and Feed).

Chiediamo che su TUTTI i prodotti alimentari inscatolati venga dichiarata la provenienza degli ingredienti, come si fa per l’olio extravergine di oliva e pochissimi altri alimenti inscatolati, per cui bisogna scrivere la provenienza: Italia, UE, extra UE. Poi sarà il consumatore a decidere. Vogliamo il VERO “Made in Italy”.

Come abbiamo visto le regole esistono e si tratta più che altro di applicarle e far sì che vengano rispettate. Mi spiace per le 163.991 persone che avevano firmato la petizione al momento in cui ho pubblicato questo post, ma avete riposto male la vostra fiducia. Demonizzare tutto quello che viene da fuori e assumere automaticamente che si tratti di una “marea di schifezze” non è un atteggiamento particolarmente costruttivo, tanto più che anche in Italia le frodi alimentari non sono merce rara.

Non mi rassegno facilmente al fatto che esigere un’informazione precisa sembri sempre di più pretendere troppo. Evitare di essere presi in giro, comunque, credo sarebbe già un buon inizio.

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