Anche gli uomini sono vittime – ma non chiamatela misandria

Ieri su Twitter mi è piovuto in timeline il link a un pezzo intitolato “Il rancore antimaschile si vende in libreria”, a firma Andrea Donna. La prima reazione quando ho letto il post è stata quella di ridere, poi mi sono resa conto che si trattava di un articolo scritto seriamente, e a cui probabilmente parecchi hanno anche creduto. A quel punto mi restavano tre opzioni: cercare di ignorare e dimenticare la cosa; lanciare il telefono; o scrivere una risposta. Sfortunatamente per voi le prime due opzioni non sono praticabili (ho buona memoria e pessime doti di lanciatrice), così ho scritto una risposta. Il post originario è breve, per cui si può fare un commento integrale. Pronti?

La misandria non esiste. Un po’ come la mafia.

Partenza col botto. Se vi state chiedendo che diamine sia la misandria, non siete gli unici. In soldoni il termine, molto popolare tra i cosiddetti men’s rights activists o MRAs, indica una “misoginia al contrario” di cui tutte le femministe sarebbero portatrici insane. Il problema è che, al contrario della mafia, la misandria non esiste davvero.

misandry_refutation
Source: Is Everyone Equal textbook

Per dimostrare l’esistenza di un fenomeno non basta inventare una parola che lo descriva. Il termine misoginia indica un ben preciso atteggiamento di avversione verso le donne che si innesta in un contesto in cui le donne stesse sono ancora in condizioni di inferiorità rispetto agli uomini. Rovesciare la parola e parlare di misandria non ha alcun senso, perché il contesto rimane lo stesso. Una singola donna o anche un gruppo possono avere pregiudizi più o meno generalizzati verso gli uomini, ma non dispongono del potere economico, sociale o politico per discriminarli tutti in quanto tali.

Non mi dilungo sull’infelice idea di avvicinare la misandria alla mafia. Mi limito a notare che certi paragoni non andrebbero fatti a cuor leggero, se non altro per una questione di rispetto verso chi con la mafia si è scontrato davvero.

Sanno di cosa parlo tutti coloro che hanno avuto l’ardire di non far passare sotto silenzio singoli casi di discriminazione o di violenza antimaschili. I paladini (e le paladine) del benaltrismo sminuiscono la questione: “Sapeste quante cose peggiori capitano quotidianamente alle donne…” (come dire: poiché gli episodi di misoginia sono tanti e gravi, è fuori luogo denunciare gli episodi di misandria. Una “logica” ineccepibile). Altri approfittano per darti del “maschilista” (idem come sopra). Altri ancora non hanno “mai sentita quella parola: misa che?”. C’è poi una sparuta, residuale, trascurabile minoranza che non fa finta [sic] di non capire quello che stai dicendo.

QED. Il fatto che si verifichino singoli casi di discriminazione e violenza ai danni degli uomini (di cui, sia ben chiaro, non nego l’esistenza né la gravità) non dimostra automaticamente l’esistenza di un diffuso atteggiamento di ostilità verso gli uomini in quanto tali, con conseguente discriminazione. Inoltre, questi casi di discriminazione e violenza di solito sono conseguenze della stessa impostazione patriarcale che discrimina le donne. Gli uomini vengono derisi o aggrediti quando sono – o anche solo sembrano – stereotipicamente gay (i.e. “meno maschi”); se vittime di violenza sessuale, le loro storie vengono sminuite e raccontate in toni a metà tra il boccaccesco e il divertito; vengono incoraggiati fin da piccoli a mascherare o reprimere le proprie emozioni, e resi meno propensi a cercare aiuto per problemi fisici o mentali. Ma tutto questo è conseguenza diretta di quella che viene chiamata toxic masculinity, un ideale di (iper-)mascolinità impostoci dalla cultura in cui viviamo, e non della famigerata misandria.

La misandria non esisterà, ma senz’altro esistono cose come queste: [foto]. La foto è stata scattata domenica scorsa, 6 settembre 2015, nella libreria di un noto centro commerciale della cintura di Torino. Copertine biancorosa, sulle quali fanno bella mostra di sé labbra femminili carnose e maliziose, recano titoli di questo tenore: Trattali male, Falli soffrire, 101 modi per far soffrire gli uomini, Sono tutti uguali, Falli a pezzi. Un intero scaffale è dedicato a questo genere di… ehm… letteratura manualistica. Ne derivano almeno due riflessioni.

Se ci siamo accorti dell’esistenza dei manuali di dating solo al 6 settembre dell’A.D. 2015 mi sembra come minimo che arriviamo un po’ tardi. Li aveva comprati persino Mark Darcy in Bridget Jones, vedete un po’ voi. Seriamente: forse la libreria in questione era sfornita di altri titoli di… ehm… letteratura manualistica (cit.), o forse al fotografo è sfuggito il resto dello scaffale. Perché, a ben guardare, esiste anche una nutrita letteratura che si rivolge a uomini etero e che include titoli quali Amala come un re. Manuale del Maschio Alfa per l’uomo antico di oggi, Come portarsi a letto una donna in 10 mosse, Manuale di un seduttore. Tecniche di caccia. Tecniche di seduzione, e Tutte le donne che vuoi, l’ultima formula della seduzione. Per non parlare di tutto il business fiorito attorno ai cosiddetti PUAs (pick-up artists), leggendari seduttori che condividono a pagamento le proprie tecniche con i discepoli ansiosi di imparare (qualche volta finiscono anche nei guai perché si spingono troppo oltre nel loro zelo seduttorio, ma questo è un altro discorso).

Torniamo a noi, e alle due riflessioni di Andrea.

La prima: vi sono donne (e uomini?) che acquistano e leggono libri così. E sono parecchie: diversamente, una tale “varietà” (diciamo “abbondanza”, va’) di titoli non si spiegherebbe. Sarebbe interessante capire se, in origine, sia stata la domanda a generare l’offerta o se sia stata l’offerta a generare la domanda. Quello che è certo è che, una volta innescato il meccanismo, domanda e offerta si alimentano a vicenda. È interessante rilevare che gli autori di questi manuali sono spesso uomini.

Condivido questa parte che pone in effetti una questione interessante. Posso solo supporre che l’offerta sia stata creata dalle case editrici “sulla fiducia”, vale a dire sapendo che la domanda da qualche parte esisteva. Dopotutto a noi donne viene insegnato fin da piccole che un uomo va conquistato e mantenuto, difendendolo dalle mire di altre aspiranti fidanzate e vincendo la sua naturale ritrosia a impegnarsi in una relazione seria (per curiosità ho provato a confrontare le stringhe di ricerca “come conquistare” e “come tenersi” un uomo, e scoperto che la seconda ottiene leggermente più risultati).

google_results_seduzioneL’intera faccenda viene spesso descritta in termini molto antagonistici, per cui i titoli menzionati non mi stupiscono più di tanto. Questo senza contare il fatto che i titoli dei manuali, indipendentemente dall’argomento, tendono quasi sempre a essere parecchio sopra le righe per una ben precisa strategia di marketing.

Non mi stupisce neanche il fatto che gli autori di alcuni dei libri in questione siano uomini: è probabilmente più facile vendere una serie di consigli se vengono direttamente, per così dire, dal campo nemico; da qualcuno che può spiegare in prima persona come ragionino gli uomini. In effetti, immagino sia per lo stesso motivo che un paio dei manuali per uomini che ho citato prima sono scritti da donne.

La seconda [riflessione]: nessuno accetterebbe ipotetici libri tipo “Trattale male”, “Falle soffrire”, “101 modi per far soffrire le donne”, “Sono tutte uguali”, “Falle a pezzi”; ci sembrerebbero, a ragione, il peggio dell’ignoranza, della volgarità e della violenza.

E qui casca l’asino. Perché vedi, Andrea, consigli del genere esistono eccome. Non so se ricordi Marco Ferradini, ma Teorema è un perfetto esempio di prodotto culturale che incoraggia gli uomini a maltrattare le donne per legarle a sé. Troppo antiquato, dici? Nessuno oggigiorno ragiona così? Allora ti invito a fare un giro sul sito dell’autore e giornalista Matt Forney: uno dei suoi pezzi più letti, postato l’anno scorso, si intitola How to Crush a Girl’s Self-Esteem ed è una pratica guida in sei punti per “distruggere l’immagine che la tua ragazza ha di sé” in modo da renderla totalmente dipendente. Suona divertente, vero? I consigli includono “Falla sentire costantemente inadeguata”, “Dominala fisicamente e sessualmente”, “Isolala da amici e famiglia”, e mi fermo qui perché uno dei miei obiettivi nella vita è non farmi venire l’ulcera prima dei trentacinque.

Oppure potresti leggere come le conclusioni di un recente studio sulle risposte emotive siano state travisate per sostenere che le donne vadano effettivamente trattate male per farle innamorare: lo dice la scienza! (Se ti interessa sapere che cosa diceva realmente lo studio, puoi leggerlo qui). La cosa è talmente diffusa che è stato persino coniato un termine per descrivere la tecnica, il negging. Urban Dictionary lo definisce come “low-grade insults meant to undermine the self-confidence of a woman so she might be more vulnerable to your advances”. Il sito Seduction Science offre una lista di negs garantiti per “abbassare il valore sociale di una ragazza in relazione al tuo” e “trasformarla nella tua fedele compagna”. Urrà!

[Nota: non intendo inserire nel mio post i link a questi siti. Sono tutti facilmente reperibili con una ricerca online]

Sai una cosa, Andrea? Sono d’accordo con te: atteggiamenti del genere sono il peggio dell’ignoranza, della volgarità e della violenza. Concludiamo.

Perché non siamo in grado di capire che la sostanza non cambia invertendo i generi?

È semplice, Andrea: perché il sessismo non gode della proprietà commutativa. Finché continuiamo a vivere in una società in cui vengo pagata meno di un collega che fa lo stesso lavoro, non ho completa autonomia sulle decisioni che riguardano il mio corpo e rischio di essere pestata solo per aver detto a un uomo “No grazie, non mi interessi”, invertire i generi non basta. Anche gli uomini possono essere vittime, ma non è necessario inventare alcuna cospirazione femminista per attirare l’attenzione sulla cosa.

Appartenere a una categoria generalmente privilegiata non significa essere immuni da violenza e discriminazione. Ma se questo accade la responsabilità è del sistema stesso, non dei gruppi che si trovano in una situazione meno privilegiata.

Da donna, sono consapevole del fatto che la mia categoria non è ancora esattamente uguale a quella degli uomini: questo non mi impedisce certo di vedere che anche in quel gruppo c’è chi subisce discriminazione e violenza, e mi indigno esattamente come faccio quando le subisce una donna. Non mi piace la solidarietà riservata solo agli appartenenti al proprio sesso, e non vedo l’utilità di iniziare una gara a chi è più vittima. Viviamo tutti nella stessa società e siamo tutti esposti agli stessi condizionamenti. Se lavorassimo insieme per smontare gli stereotipi che ancora ci legano, ne guadagneremmo tutti.

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26 thoughts on “Anche gli uomini sono vittime – ma non chiamatela misandria

  1. Il tuo post è molto interessante. Ho anche letto i commenti, cosa che di solito non faccio. Leggendoli mi sono ricordata perché di solito non lo faccio. Trovo estenuante concentrarsi sul buco di una foglia, piuttosto che osservare la chioma intera, azione oggi talmente diffusa da imbavagliare le discussioni prima ancora che inizino. Brava Chiara!

    1. Grazie mille! Quello che dici dei commenti mi ha ricordato la massima sempre valida che “I commenti a un articolo sul femminismo, di solito, dimostrano esattamente perché ce ne sia ancora bisogno”.

  2. Buongiorno a tutti e a tutte,

    sono l’autore dell’articolo “Il rancore antimaschile si vende in libreria”, al quale questo post di Chiara costituisce una risposta.

    Ringrazio l’autrice per l’attenzione che mi ha riservato e per l’ospitalità che ha acconsentito di darmi sulle sue pagine virtuali.

    Alcune note e domande da parte mia (perdonatemi se mi rivolgo direttamente alla blogger):

    – Il mio articolo ha provocato in te una reazione di rabbia (voglia di lanciare il telefono, di dimenticare tutto). Posso sapere e capire come mai?

    – Trovo che le locuzioni del tipo “sessismo al contrario”, “sessismo di ritorno”, “sessismo alla rovescia” siano piuttosto ridicole (e talvolta offensive). L’italiano ha una parola più che adeguata per indicare la discriminazione, contro le donne o contro gli uomini che sia, in base al genere: quella parola è “sessismo”. Una parola che non ha bisogno di complementi di direzione. Penso lo stesso di “misoginia al contrario”.

    – A un certo punto senti il bisogno di specificare che “Il fatto che si verifichino singoli casi di discriminazione e violenza contro gli uomini […] non dimostra automaticamente l’esistenza di un diffuso sentimento di ostilità contro gli uomini in quanto tali”. Subito dopo elenchi una serie di violenze e discriminazioni antimaschili di stampo machista e di nuovo senti il bisogno di mettere in chiaro che non sono “conseguenza della famigerata misandria”. Mi sembrano due ovvietà tautologiche. Non mi è chiaro quindi il senso di queste due puntualizzazioni nell’economia del tuo post: ti va di spiegarlo?

    – Il mio articolo verte su una serie di manuali (che la stessa libreria in cui li ho visti propone a un pubblico femminile) dai titoli in qualche modo violenti. Non è un articolo sui manuali di dating. Questo implica che altre pubblicazioni più o meno becere, dedicate agli uomini o alle donne, sono state escluse dall’articolo in quanto non pertinenti (e chiaramente non sono ritratte nella foto – tra l’altro non ricordo che fossero in vendita in quella libreria). Il fatto che esistano titoli violenti anche in scritti dedicati agli uomini, come l’articolo di Forney, di certo non mi consola: piuttosto mi disgusta, giacché peggiora ulteriormente la situazione. Per mia conoscenza ed eventualmente per scriverne: hai contezza di manuali per uomini dai titoli violenti (non sessisti: violenti) nelle librerie italiane?

    – Tu parli di qualche fantomatica “cospirazione femminista” (!), a opera di “portatrici insane di misoginia al contrario” (!!!). Al netto del mio particolare fastidio verso tutti i complottismi e verso tutte le ghettizzazioni, mi pare di poter dire che le acquirenti di questi manuali siano parte di un pubblico inconsapevole, istintivo e abbastanza nazionalpopolare, laddove il femminismo (tra i cui militanti sono tantissimi gli uomini) è un’ideologia consapevole, documentata e, almeno intellettualmente, elitaria. Secondo me, dunque, complotti e femminismo non c’entrano nulla con questi manuali.

    – Fare la gara a chi, tra uomini e donne, è più discriminato è un giochino infame e, soprattutto, è una battaglia di retroguardia: non c’è mezza possibilità che io mi ci presti. Spero e credo che lo stesso valga per te. Anche perché questa è una condicio sine qua non per iniziare finalmente quella lotta agli stereotipi che tu per prima auspichi.

    Un saluto senza barriere di genere,

    Andrea Donna

    1. Andrea, grazie per la tua risposta a cui torno con un po’ di ritardo. Rispondo ai punti che hai sollevato.

      – Il mio articolo ha provocato in te una reazione di rabbia (voglia di lanciare il telefono, di dimenticare tutto). Posso sapere e capire come mai?
      > Se mi segui su Twitter e questo blog vedrai che uso spesso l’iperbole, come ho già risposto anche a un altro commentatore. Di solito poi non lancio alcunché. Quindi no worries.

      – Trovo che le locuzioni del tipo “sessismo al contrario”, “sessismo di ritorno”, “sessismo alla rovescia” siano piuttosto ridicole (e talvolta offensive). L’italiano ha una parola più che adeguata per indicare la discriminazione, contro le donne o contro gli uomini che sia, in base al genere: quella parola è “sessismo”. Una parola che non ha bisogno di complementi di direzione. Penso lo stesso di “misoginia al contrario”.
      > Sono d’accordo con la tua posizione ma mi sembra di capire che partiamo da due assunti leggermente diversi. Per te “sessismo” è una parola neutra che indica la discriminazione basata sul genere. In realtà però il termine un connotato “di default” ce l’ha, nel senso che se usato da solo è più frequentemente inteso come discriminazione verso le donne (v. p.e. la Treccani http://www.treccani.it/vocabolario/sessismo/ o un qualunque dizionario http://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano/parola/s/sessismo.aspx?query=sessismo). Credo che si debba tenerlo presente nell’utilizzare la parola.

      – A un certo punto senti il bisogno di specificare che “Il fatto che si verifichino singoli casi di discriminazione e violenza contro gli uomini […] non dimostra automaticamente l’esistenza di un diffuso sentimento di ostilità contro gli uomini in quanto tali”. Subito dopo elenchi una serie di violenze e discriminazioni antimaschili di stampo machista e di nuovo senti il bisogno di mettere in chiaro che non sono “conseguenza della famigerata misandria”. Mi sembrano due ovvietà tautologiche. Non mi è chiaro quindi il senso di queste due puntualizzazioni nell’economia del tuo post: ti va di spiegarlo?
      > A volte sembra che non ci sia bisogno di spiegare cose ovvie. Ma da parecchie conversazioni avute online e IRL mi sono resa conto che ovvie non sono, almeno non per tutti. Non posso sapere in anticipo chi leggerà i miei post per cui cerco sempre di dare qualche precisazione in più che in meno. Chi non ne ha bisogno – buon per lui – le può tranquillamente saltare.

      – Il mio articolo verte su una serie di manuali (che la stessa libreria in cui li ho visti propone a un pubblico femminile) dai titoli in qualche modo violenti. Non è un articolo sui manuali di dating. Questo implica che altre pubblicazioni più o meno becere, dedicate agli uomini o alle donne, sono state escluse dall’articolo in quanto non pertinenti (e chiaramente non sono ritratte nella foto – tra l’altro non ricordo che fossero in vendita in quella libreria). Il fatto che esistano titoli violenti anche in scritti dedicati agli uomini, come l’articolo di Forney, di certo non mi consola: piuttosto mi disgusta, giacché peggiora ulteriormente la situazione. Per mia conoscenza ed eventualmente per scriverne: hai contezza di manuali per uomini dai titoli violenti (non sessisti: violenti) nelle librerie italiane?
      > “Manuali di dating” era usato in senso lato per indicare i libri di consigli sulle relazioni. Non abito in Italia quindi non sono aggiornatissima sulle novità editoriali nel campo, ma probabilmente una ricerca sui siti delle case editrici che pubblicano manualistica potrebbe dare qualche spunto.

      – Tu parli di qualche fantomatica “cospirazione femminista” (!), a opera di “portatrici insane di misoginia al contrario” (!!!). Al netto del mio particolare fastidio verso tutti i complottismi e verso tutte le ghettizzazioni, mi pare di poter dire che le acquirenti di questi manuali siano parte di un pubblico inconsapevole, istintivo e abbastanza nazionalpopolare, laddove il femminismo (tra i cui militanti sono tantissimi gli uomini) è un’ideologia consapevole, documentata e, almeno intellettualmente, elitaria. Secondo me, dunque, complotti e femminismo non c’entrano nulla con questi manuali.
      > Qui parlavo di nuovo per iperboli. Sono allergica anche io alle teorie della cospirazione (tanto è vero che parlavo di un complotto “fantomatico”). Sull’elitarismo del femminismo, vero o presunto, non mi dilungo perché è un argomento che si dovrebbe trattare a parte. Ma è vero che, per demeriti propri e mistificazioni altrui, spesso è stato e continua a essere rappresentato come un movimento di poche radical-chic rigorosamente bianche. Non è quello il “mio” femminismo.

      – Fare la gara a chi, tra uomini e donne, è più discriminato è un giochino infame e, soprattutto, è una battaglia di retroguardia: non c’è mezza possibilità che io mi ci presti. Spero e credo che lo stesso valga per te. Anche perché questa è una condicio sine qua non per iniziare finalmente quella lotta agli stereotipi che tu per prima auspichi.
      > Di nuovo, sono d’accordo. Se per ogni uomo/donna che fa X ci affanniamo a cercare di dimostrare che nel campo opposto ce n’è sicuramente una/o che ha fatto lo stesso o peggio, il discorso sulle radici del problema resta sullo sfondo e nessuno lo affronta mai seriamente.

  3. la canzone di Ferradini (che a me non piace) andrebbe ascoltata per intero per capre che il suo senso è un altro. Comunque esistono manuali di dating rivolti a entrambi i sessi e non ci vedo nulla di male (vedo molto di male invece nei “consigli” di Matt Forney) ma vediamo anche di finirla col “poveri uomini non esprimono le loro emozioni” oggi non siamo più negli anni ’50..che alcuni ne esprimono anche troppe oggi e spesso fanno un totem delle loro frustrazioni: l’uomo che piange va benissimo (la sensibilità di qualcuno non è direttamente proprzionale alla frequenza dei pianti) ma forse sarebbe bene avere uomini che piangono un pochino di meno e amano un pochino di più

    1. Ho trovato molto convincente, oltre che ben scritto, l’articolo “Masculinity Is Killing Men” che ho citato nel post. Non credo che gli uomini di oggi di emozioni ne esprimano “anche troppe”, ma questa è un’opinione che probabilmente dipende anche dal metro di giudizio di ognuno di noi. Credo che l’importante sia che, indipendentemente dalle nostre sensibilità personali, ciascuno possa sentirsi libero di manifestare le proprie emozioni senza essere deriso, censurato o giudicato per questo.

      1. io non vorrei che a forza di denigrare la mascolinità gettassimo via il bambino con l’acqua sporca (ci sono tanti modi di vivere la mascolinità più frequenti e meno frequenti ma tutti legittimi, stesso discorso per la femminilità). Comunque forza e fragilità sono sia maschili sia femminili

        1. Sono d’accordo sul fatto che ci siano modi diversi di vivere il proprio genere. Non sono completamente sicura che siano tutti innocui – nel mio post ho accennato al concetto di “toxic masculinity”, e credo che lo stesso discorso si potrebbe fare per certe esasperazioni di tratti ritenuti tipicamente femminili. Non intendo denigrare la mascolinità in quanto tale, solo certe derive e le loro conseguenze.

  4. Premetto che stiamo parlando dell’articolo di un mio ex-collega di cui ho una certa stima, e che quindi sono leggermente di parte.

    Quando ho letto il passaggio relativo ai “singoli casi” di discriminazione nei confronti degli uomini non ho potuto fare a meno di pensare a una avventura delle “Sturmtruppen” incentrata su un’epidemia di colera. “Dal comando ci dicono che per evitare che si diffonda il panico non bisogna parlare di epidemia ma di casi isolati.” spiegava un soldatino all’altro. “Bene.” rispondeva quello “Lo sai che oggi sono stati registrati 362 casi isolati di colera?”.
    Quando certi libri arrivano nella libreria di un centro commerciale senza neppure provocare un po’ di scalpore significa che non stiamo più parlando di un fenomeno circoscritto a poche persone ma di una cosa accettata dalla stragrande maggioranza della popolazione.
    E no, titoli come “Manuale di un seduttore” o “Come essere un maschio Alpha” non sono nemmeno lontanamente paragonabili a titoli come “101 modi per far soffrire gli uomini” o “Sono tutti uguali”. Né tantomeno a quel “Teorema” di Marco Ferradini che difatti si conclude con un’excusatio non petita in cui viene spiegato come quello appena esposto può essere soltanto il punto di vista di un uomo deluso.

    1. il punto è questo: a dispetto di quei titoli non sono le donne a violentare gli uomini, e nella maggioranza dei casi (non in tutti) un uomo che decide di lasciare la fidanzata non rischia di essere ucciso. Ora io sono un uomo e so benissimo che la maggioranza degli uomini non sono stupratori e non uccidono le ex, sono pronto a scommettere che il 98% delle persone non ucciderebbe mai l’ex coniuge-fidanzato/a solo perchè questi lo ha lasciato, e il 98% non stupra ma purtroppo in quel 2% che stupra o ammazza la maggioranza sono uomini è per questo che titoli violenti verso il genere maschile non suscitano grandi polemiche

      1. @Vittorinof: noto che non hai commentato le altre fonti che ho menzionato, come il post di Matt Forney. Immagino sia perché dopo averle lette tu ti sia reso conto del fatto che sono indifendibili.
        Come scrivevo in risposta a un commento precedente, i titoli dei manuali sono volutamente sopra le righe per attirare clienti. Spero che tu non creda che un libro intitolato “Falli a pezzi” contenga *davvero* istruzioni per smembrare uomini (e magari conservarli nel freezer).
        Ironia della sorte: alle femministe si rimprovera spesso di non avere sense of humour, di non saper capire quando si scherza, di non saper distinguere tra complimenti e molestie; ma titoli evidentemente OTT sono presi iper-seriamente come indizi di una guerra in atto contro il genere maschile. Fa riflettere, no?

        @Paolo: mi sembra che tu abbia centrato il punto. Questa è la realtà con cui ci dobbiamo confrontare. Finché ci preoccupiamo di dimostrare che a ogni atto di violenza maschile ne corrisponde uno di violenza ai danni degli uomini, anziché cercare di agire sulle cause di questa violenza, siamo destinati a non fare grandi progressi.

    1. Grazie per il link. Mi sembra un interessante mix di scienza (concordo sul fatto che una persona debba stare bene innanzitutto con se stessa per essere in grado di avere una relazione sana) e stereotipi, del tipo “I bravi ragazzi sono noiosi”. Come ho già scritto in risposta a uno dei tuoi altri commenti, non si può generalizzare sulle caratteristiche che ci rendono attraenti agli occhi degli altri. Ognuno di noi cerca cose diverse.

  5. “[…]e mi fermo qui perché uno dei miei obiettivi nella vita è non farmi venire l’ulcera prima dei trentacinque.”

    Ahia…da questa frase si intuisce che l’argomento ti tocca particolarmente, e non solo perché in quanto donna.

    1. Se leggi i miei altri post, vedrai che uso spesso l’iperbole. Mi sembra un eccesso di confidenza nelle tue capacità psicologiche pensare di riuscire a intuire che l’argomento mi tocchi “particolarmente” sulla base di una figura retorica. In realtà la spiegazione è molto più banale: io non credo si debba necessariamente essere passati per una situazione X per provare a mettersi nei panni di chi l’ha effettivamente sperimentata. Trovo che l’empatia sia uno dei requisiti di base di tutti gli esseri umani decenti, indipendentemente dal genere.

  6. “E qui casca l’asino. Perché vedi, Andrea, consigli del genere esistono eccome. Non so se ricordi Marco Ferradini, ma Teorema è un perfetto esempio di prodotto culturale che incoraggia gli uomini a maltrattare le donne per legarle a sé.”

    Però è innegabile che le donne sono poco o per nulla attratte da chi le tratta bene, questo perché hanno bisogno di una sorta di “contrasto” più o meno continuo nel rapporto di coppia, probabilmente perché serve a mantenere viva e non piatta la relazione.

    1. si può avere una relazione stimolante e con i suoi litigi e contrasti accesi anche e sopratutto con chi ti tratta bene

      1. Sono d’accordo con Paolo. Aggiungo che, personalmente, ho abbastanza dati empirici per poter tranquillamente affermare che quello delle donne “poco o per nulla attratte da chi le tratta bene” è uno stereotipo. Gli esseri umani non sono tutti uguali e ha poco senso generalizzare. Tutti noi cerchiamo cose diverse in persone diverse.

        1. Allora dati empirici per dati empirici, ti dico che anch’io posso affermare che le donne poco o per nulla attratte da chi le tratta bene sono moltissime, perché non è che possiamo giocarci la carta “stereotipo” o “generalizzazione” solo quando fa comodo alla nostra tesi.

  7. “Se ci siamo accorti dell’esistenza dei manuali di dating solo al 6 settembre dell’A.D. 2015 mi sembra come minimo che arriviamo un po’ tardi.”

    Scusa l’ignoranza, ma i manuali di dating non sono mica quei libri dove insegnano come comportarsi a un (primo?) appuntamento? No, perché a me quello citato da Donna mi è sembra più che altro il titolo di un manuale da serial killer (lol).

    1. “Manuali di dating” va ovviamente inteso in senso lato. In genere forniscono consigli su come iniziare e mantenere una relazione al di là del primo appuntamento. Come già detto nel post, i titoli sono spesso volutamente sopra le righe, una sorta di click-bait in versione cartacea.

  8. Premetto che la tesi di questo Adrea Donna la trovo alquanto risibile, ma vorrei comunque fare alcune considerazioni a proposito della tua risposta. Quindi adesso indosso la toga dell’avvocato del diavolo e comincio.

    Tu dici:
    “Il termine misoginia indica un ben preciso atteggiamento di avversione verso le donne che si innesta in un contesto in cui le donne stesse sono ancora in condizioni di inferiorità rispetto agli uomini”

    Quindi, se ho ben capito, la misandria non esiste perché manca il contesto, nel senso che non c’è una condizione di inferiorità degli uomini rispetto alle donne. Quindi la misoginia, secondo te, nascerebbe perché la donna vivrebbe in una condizione d’inferiorità. Ma qui verrebbe da chiedersi: perché accanirsi verso dei soggetti che vivono in una condizione di “inferiorità”? La cosa non ha senso, per me. Al contrario, la cosa potrebbe avere senso se quell’ “odio” si riversasse nei confronti di quelle persone che vivono in una condizione di “privilegio”. O no?

    1. “Una singola donna o anche un gruppo possono avere pregiudizi più o meno generalizzati verso gli uomini, ma non dispongono del potere economico, sociale o politico per discriminarli tutti in quanto tali.”

      Potresti spiegarmi meglio questo passaggio?

    2. “Quindi la misoginia, secondo te, nascerebbe perché la donna vivrebbe in una condizione d’inferiorità”.
      No. La misoginia è un fenomeno a sé stante, che si trova a esistere in una società in cui le donne vivono ancora in condizione di inferiorità. Non sostengo che ne sia una conseguenza diretta. I rapporti tra misoginia e patriarcato sono complessi e meriterebbero probabilmente una trattazione a parte.

      Il sessismo, come anche il razzismo, ha due componenti fondamentali: 1) pregiudizio e 2) potere, i.e. la possibilità di mettere in pratica quel pregiudizio e discriminare attivamente. Per esempio: “I neri sono più propensi a delinquere” è un pregiudizio. Si trasforma in discriminazione solo quando chi ha quel pregiudizio dispone anche di un certo potere per metterlo in pratica. Per esempio, un agente di polizia ha il potere di discriminare i neri perquisendo sistematicamente tutti i passanti di colore che incontra e ignorando gli altri.
      Dal momento che gli uomini dominano la stragrande maggioranza degli organi decisionali a qualsiasi livello (governi, aziende, università e così via), una donna può anche avere pregiudizi (p.e. “gli uomini sono tutti violenti”), ma generalmente non è in grado di adottare atteggiamenti di discriminazione nei loro confronti (esempio volutamente assurdo: un’università che obblighi solo i docenti uomini a seguire un corso di autocontrollo).

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