L’Incantesimo Homoamicus: ci libereremo mai di “Ho tanti amici gay”?

“Omofobo? Si figuri, ho amici gay”: nei giorni scorsi anche il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro si è unito al club degli omofobi con amici diversamente etero. Un club decisamente affollato, che solo in Italia annovera fra i propri membri nomi illustri quali Angelino Alfano, Silvio Berlusconi, Gianni Alemanno e Paola Binetti.

Trovo affascinante il fatto che ci sia ancora così tanta gente che crede di poter usare questa frasetta per eliminare istantaneamente qualsiasi sospetto di omofobia, quasi fosse la formula di un incantesimo uscito dalla serie di Harry Potter. Perché lo facciano è facilmente intuibile: ci siamo evoluti almeno fino al punto in cui dichiararsi apertamente omofobi non è più accettabile, per cui chi lo è si affanna a negarlo. Ma perché continuare a farlo con questo “argomento”? Viaggio in tre parti nel magico mondo dell’Incantesimo Homoamicus.

Parte I – Storia

L’Homoamicus è in realtà solo una delle variazioni di una fattura nota da oltre un secolo: le cronache attestano che nel 1908 venne usata dal politico democratico John W. Kern nella versione “Some of my best friends are Republicans” al termine di un comizio nel quale, l’avrete già capito, aveva detto peste e corna di un avversario repubblicano. Nel 1928 la formula venne modificata dal pastore battista John R. Straton che, tacciato di anticattolicesimo, protestò: “I am not a foe of Catholics. Some of my dearest friends are Catholic”. Per la formula in versione antisemita si dovette aspettare il 1937, quando il candidato alla Corte Suprema Hugo Black venne accusato di aver fatto parte del Ku Klux Klan e pubblicò una difesa contenente tra l’altro la frase “Some of my best friends are Jews”. Si aggiunsero poi le versioni “Some of my best friends are Black” e, ovviamente, “gay”. In questa trattazione parliamo principalmente di quest’ultima versione, tuttavia le considerazioni fatte sono generali e applicabili a tutte le varianti.

Parte II – Controformule

Smontare l’Incantesimo Homoamicus è piuttosto semplice, dal momento che la sua logica lascia parecchio a desiderare:

  • Questo incantesimo è invocato per dimostrare di non avere pregiudizi su un determinato gruppo di persone. Un pre-giudizio è, molto semplicemente, un’opinione che ci si forma per sentito dire e che si applica a una persona prima di conoscerla, sulla base della sua appartenenza a un gruppo: questa opinione può essere più o meno positiva (“I neri hanno il ritmo nel sangue”) o decisamente negativa (“Gli zingari rapiscono i bambini”). Venendo a contatto con individui appartenenti a un gruppo X è del tutto possibile modificare la propria opinione di quelle singole persone, mantenendo lo stereotipo negativo nei confronti del gruppo. Uno studio condotto nel 1986 dimostrò esattamente questa dinamica, e ricerche più recenti sui pregiudizi razziali hanno concluso che avere amici di colore non influenza significativamente le attitudini dei bianchi verso il gruppo in sé. Spesso per riconciliare l’apparente contraddizione si cerca di distinguere in qualche modo l’individuo che si conosce, citandone caratteristiche che lo discostano dagli stereotipi negativi associati al gruppo di cui fa parte (“Sì, è musulmano, ma non obbliga la figlia ad andare in giro velata da capo a piedi”).
  • Perché l’Incantesimo Homoamicus funzioni, dovrebbe essere così potente da controbilanciare da solo tutte le idee, dichiarazioni e azioni della persona che lo usa. In altre parole, per stabilire se una persona sia o meno omofoba dovremmo prendere in considerazione solo chi conosce invece di esaminare quello che pensa, dice e fa. Ovviamente non funziona così. Quando qualcuno dice “Non sono omofobo, ho tanti amici gay, ma…” è quello che viene dopo il ma a cui bisogna fare attenzione.
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    Source: Natalie Nourigat

    Se un politico si oppone ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, non vuole permettere l’utilizzo di spazi pubblici per il Pride, nega che gli omosessuali siano discriminati e sostiene che siano malati, tutto questo pesa molto di più del piatto della bilancia con sopra gli amici gay.

  • A volte l’Homoamicus viene scagliato in versione potenziata: “Al mio amico gay, [X] non dà fastidio”, dove X = (p.e.) “essere chiamato frocio”. Anche l’efficacia di questa variante è pressoché nulla: a parte il meschino tentativo di divide et impera di usare la persona mettendola contro il suo stesso gruppo di appartenenza, è scorretto assumere che quello che dice valga per tutto il gruppo in questione. Nell’esempio di cui sopra, “Non mi dà fastidio essere chiamato frocio” significa semplicemente “Lo puoi fare con me”, non “Lo puoi fare con qualsiasi omosessuale perché parlo a nome di tutti loro”.

Parte III – Conclusione

Per qualche oscura ragione, questa fattura continua a essere molto popolare malgrado l’inefficacia. Ce ne libereremo mai? C’è un suggerimento in proposito che mi sembra dovrebbe essere seguito soprattutto dai giornalisti che raccolgono la famigerata dichiarazione: non appena un politico apre bocca e scaglia l’Homoamicus, chiedetegli nome e cognome di questi fantomatici amici gay. Promettete riservatezza, protezione delle fonti, l’anonimato più assoluto. Ma fatevi dare i nomi, e andate a verificare. O si scopre che gli amici non esistono – come i più, credo, sospettano da tempo – oppure avrete la possibilità di realizzare delle interviste molto interessanti; a me per esempio piacerebbe moltissimo capire come mai un gay o una lesbica siano e restino amici della Binetti. E se anche doveste ottenere come unico effetto quello di far riflettere maggiormente i vostri intervistati in procinto di sbandierare ai quattro venti presunte amicizie “diverse”, ci accontenteremo. Così, forse, riusciremo a consegnare l’Incantesimo Homoamicus ai libri di storia. Possibilmente insieme ai reperti medievali che si ostinano a usarlo.

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