Educazione al rispetto – se non a scuola, dove?

Il ritorno sui banchi di scuola è spesso accompagnato da polemiche varie e annunci di autunni caldi. Il repertorio di quest’anno spazia dal tono tragico-apocalittico della discussione sulla riforma della suddetta scuola a quello farsesco della cosiddetta “educazione al gender” di cui ci occuperemo qui. No worries, non si tratta dell’ennesimo post che rispiega ciò che ormai dovrebbe aver capito chiunque, e cioè che la famigerata “teoria del gender” molto semplicemente non esiste; è piuttosto una considerazione sui ruoli educativi di scuola e famiglia.

Come noto, percorsi formativi di educazione al rispetto e alla diversità sono stati avviati recentemente in diverse scuole italiane. Queste iniziative hanno scatenato reazioni del tutto sproporzionate che, ironicamente, hanno fornito la migliore dimostrazione del fatto che di questo genere di programmi non solo c’è un gran bisogno, ma si dovrebbe probabilmente estenderli anche agli adulti.

Non mi dilungo sul perché di questo panico collettivo che è facilmente immaginabile: un misto di ignoranza, credulità da social (per cui tendiamo a condividere sulla fiducia contenuti postati da persone che conosciamo) e atteggiamenti istintivi che scattano quando si fa appello alla difesa di bambini innocenti (“Think of the children!”).

I genitori che strepitano contro i corsi introdotti più recentemente e l’educazione sessuale in generale tirano quasi sempre fuori una qualche variazione di “La prole è mia e me la gestisco io”, come ad esempio sintetizzato da Matteo Salvini con la consueta affabilità ed educazione.

salvini_sex-edA sentire queste persone, gli insegnamenti e il sistema di valori familiari dovrebbero avere precedenza assoluta e indiscussa nel processo educativo di bambini e adolescenti, e su certi argomenti “delicati” la scuola dovrebbe di buon grado fare un passo indietro. Penso che sia questo il vero nocciolo del problema, per almeno due motivi.

Il primo è una questione di principio: una volta deciso che determinati argomenti non vadano affrontati a scuola, dove tracciamo la linea? Se esoneriamo dai corsi di educazione sessuale gli studenti le cui famiglie appartengono a confessioni che vietano il sesso prematrimoniale per evitare le potenziali contraddizioni con quanto gli viene insegnato a casa, possiamo poi obbligare quelli con genitori creazionisti a restare in classe quando vengono spiegati il Big Bang o la teoria evolutiva? Se un bambino ha genitori vegani, non è che ascoltare le lezioni di scienze sull’importanza di una dieta bilanciata che includa proteine animali rischia di creargli una gran confusione?

Si tratta ovviamente di un ragionamento spinto all’esasperazione. Ma il punto è: il processo educativo viene condiviso dalla famiglia con una serie di altre istituzioni tra cui la scuola. E non crederò mai nemmeno per un secondo che una famiglia, fosse anche la migliore mai vista, possa sopperire da sola a tutti i bisogni educativi necessari a fare di un bambino un adulto capace di gestirsi in autonomia e di intrattenere rapporti sani ed equilibrati con altri esseri umani.

Il secondo motivo è di ordine pratico: a meno che non si intenda spedirli su un’isola deserta per il resto della loro vita, i bambini vanno cresciuti in modo che sappiano socializzare – non nel senso di essere estroversi e farsi tanti amici, ma in quello più elementare di essere in grado di osservare le regole fondamentali che permettono alle società complesse di continuare a esistere.

Tra queste c’è ovviamente il rispetto. Il processo educativo deve comprendere  l’insegnamento del rispetto per le minoranze e il “diverso” (includendo temi quali il razzismo, l’abilismo e l’omofobia) e del rispetto per la dignità e la volontà delle persone (educazione al consenso e al rispetto dello spazio personale). È naturale che tanta parte di questo processo si svolga nel luogo in cui iniziamo a venire a contatto in maniera prolungata con altri esseri umani con cui non abbiamo alcun legame preesistente.

Sul tema del rispetto quindi non può valere un generico “La scuola non ne parli, lo faremo noi a casa”. Anche perché spesso chi pretende che di argomenti come l’educazione sessuale non si parli a scuola poi si guarda bene dall’affrontarli a casa, un po’ per evitare di sentirsi messo in difficoltà da domande che trova imbarazzanti e un po’ perché vittima di sindrome dello struzzo. Come è ormai chiaro a tutti meno che ai paladini del silenzio a oltranza, però, tacere su argomenti come il sesso o gli stupefacenti non farà sì che i propri figli evitino di fare sesso o di consumare stupefacenti: semplicemente, continueranno a farlo ma senza proteggersi quanto potrebbero, con l’aggravante di nuocere potenzialmente anche ad altri.

Credere che il proprio sistema di idee sia la stella polare che deve guidare ogni scelta dei figli senza considerazione alcuna per il resto del mondo è doppiamente egoista: sia perché, appunto, ignora il resto del mondo; sia perché implica che i figli debbano essere plasmati dai genitori a propria immagine e somiglianza. E pensare che le migliori istruzioni per l’uso le aveva già date Kahlil Gibran nel lontano 1923…

gibran_figli

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3 thoughts on “Educazione al rispetto – se non a scuola, dove?

  1. La cosa curiosa è che chi la pensa come Salvini, verso le educazioni famigliari altrui (es. un padre pakistano che imponga il marito alla figlia) la pensa in modo diametralmente opposto, con scarsa coerenza.

    1. Verissimo. Del resto, la coerenza non è mai stata una qualità che tengano particolarmente in considerazione…

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