Chi ha paura della lobby cattiva?

Le mie vicende lavorative mi hanno portata per un certo periodo a far parte di quello che viene spesso definito “l’esercito dei lobbisti” che gravitano intorno alle istituzioni europee in quel di Bruxelles.

Quando tornavo in Italia le mie conversazioni – specie con interlocutori che mi conoscevano poco e non avevano ancora capito che non vado fatta innervosire – seguivano più o meno lo stesso copione: “Ah, ma stai a Bruxelles? Che città orrenda! Io? No, non ci sono mai stato [Respira, Chiara, respira]. Eh però ti mancherà l’Italia, no? Almeno non piove così tanto… [Fun fact: tra il 1971 e il 2000 Genova è stata ininterrottamente la città italiana con le più alte precipitazioni annue] …e ti toccherà bere brodaglia invece del caffè [RESPIRA]. Comunque, che cosa fai di preciso?”

Ingenuamente mi lanciavo in una spiegazione entusiasta del mio lavoro, fino all’inevitabile interruzione “Ah, ma quindi sei una lobbista”. A quel punto la temperatura nella stanza si abbassava di quindici gradi, tutti cominciavano a spostare le sedie lontano dalla mia, e ogni madre presente sibilava ai figli “Non parlate con quella signora: è una lobbista!”. E io lì a chiedermi che cosa ci fosse di male.

È ovvio che molta della diffidenza verso questo lavoro (perché sì, di lavoro a pieno titolo si tratta) derivi da una certa ignoranza, magari alimentata da media fin troppo felici di evocare chissà quali complotti di multinazionali, Club Bilderberg e massoneria ai danni dei cittadini. Non capisco però chi si lamenta dell’“Europa in mano alle lobby” senza avere la benché minima idea di come funzioni la cosa.

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I lobbisti fanno parte dell’ecosistema – e in senso fisiologico, non patologico

Secondo una definizione elementare, una lobby è un gruppo di interesse organizzato che cerca di influenzare un dato processo decisionale. Questo non è un fenomeno recente né tantomeno negativo a prescindere. Come scrive Phil Parvin/ Loughborough University, “[t]rade unions, industry associations, and other ‘expert’ bodies have long been able to gain access to policy makers and influence political decisions […] despite having never been elected. And this is a good thing. In a representative democratic system it is the right of all citizens to raise their concerns, either individually or collectively, to those whom they elected to govern on their behalf. Free speech and free association – protected together – result in people getting together in order to voice their concerns to those in power [grassetto aggiunto]”.

La “professionalizzazione” del rapporto con la politica è il risultato di due tendenze: il minore coinvolgimento diretto dei cittadini negli elementi politici “classici” come i partiti, e la crescente specializzazione di alcuni campi che richiede una conoscenza approfondita dei dettagli tecnici per poter legiferare. Il risultato, scrive sempre Parvin, è che “a wide range of interest groups, campaign organisations, NGOs and others have reconfigured themselves as centrally-managed, professionally-run lobbying organisations which employ expert policy, legal, and campaigning teams to influence discussions among elite political actors”. Questo è tanto più vero per l’Unione Europea, che ha competenze legislative in una serie di campi piuttosto vasti e anche molto diversi tra loro. È del tutto normale quindi che le organizzazioni più disparate abbiano aperto un ufficio a Bruxelles.

Quanti lobbisti ci sono in totale? Le stime variano dai 15.000 ai 30.000 ma un numero preciso non è disponibile, per un motivo semplicissimo: nessuno tiene il conto. “Ma come, non esiste un registro?” chiederà qualcuno. Esiste, esiste. Il Transparency Register gestito congiuntamente da Commissione e Parlamento raccoglie i nomi di oltre 8.000 organizzazioni divise nelle seguenti categorie: i) società di consulenza e studi legali, ii) associazioni di categoria, iii) ONG, iv) think-tank e istituti di ricerca universitari o meno, v) organizzazioni religiose, vi) enti locali.

L’iscrizione al registro però è volontaria e su questo punto si concentrano le critiche di chi sostiene che ci voglia maggiore trasparenza. Va detto che negli ultimi anni la situazione è migliorata e che dalle istituzioni sono arrivati diversi segnali positivi: dal 1 dicembre 2014 la Commissione pubblica regolarmente i nomi dei lobbisti che hanno incontrato Commissari, Direttori Generali e/o loro assistenti; un centinaio di europarlamentari ha firmato un impegno a seguire questo esempio (e già alcuni di loro hanno adottato la linea di incontrare solo lobbisti registrati); e una proposta di accordo inter-istituzionale per rendere obbligatorio il registro è stata inserita nel programma di lavoro della Commissione per il 2015.

E veniamo al punto più interessante: nell’immaginario collettivo il panorama del lobbying europeo è totalmente dominato dalle multinazionali, malvagie corporation che fanno sembrare la Spectre l’Esercito della Salvezza e che investono fiumi di denaro per ottenere leggi tagliate su misura, mentre poche coraggiose ONG cercano di opporre una disperata resistenza lavorando con mezzi di fortuna in uno scantinato umido e buio (sì, sto diventando melodrammatica: si chiama iperbole).

È verissimo che l’industria investe cifre anche considerevoli nelle attività di lobbying. Meno noto ma ugualmente vero è il fatto che alcune ONG vengano finanziate direttamente dalla Commissione (le condivisibili obiezioni a tale pratica sono bene illustrate in questa opinione). Fermarsi a una comparazione di quanto viene speso dai rispettivi gruppi di interesse sarebbe tuttavia poco utile senza il passo successivo, vale a dire verificare se i loro sforzi riescano effettivamente a influenzare il contenuto finale delle leggi.

È con questo obiettivo che le università di Salisburgo, Stoccarda e Aberdeen hanno svolto uno studio i cui risultati sono stati pubblicati pochi mesi fa. La ricerca ha analizzato le posizioni dei gruppi di interesse (divisi in “Citizen Groups” e “Business”) rispetto a 70 proposte legislative presentate tra il 2008 e il 2010, e calcolato il fattore di successo delle loro attività di lobbying su tali proposte (una descrizione dettagliata della metodologia impiegata è disponibile qui). Il grafico che riassume i risultati è piuttosto chiaro: nella stragrande maggioranza dei casi, la proposta legislativa ha finito per essere adottata con una formulazione molto più vicina all’esito desiderato dalle associazioni di cittadini/ONG che a quello cercato dall’industria.

[Source: Dür,Bernhage, Marshall, 2015]
Source: Dür, Bernhage, Marshall, 2015
Sorprendente? Solo fino a un certo punto. Se nei primi decenni di esistenza delle Comunità Europee la maggior parte della legislazione era focalizzata sulla costruzione del mercato comune, negli ultimi anni i temi prioritari dell’agenda legislativa sono stati la tutela del consumatore e la protezione dell’ambiente. Su questi argomenti l’industria si trova a difendere lo status quo, mentre le ONG e le associazioni di cittadini e consumatori che premono per una maggiore regolamentazione trovano una sponda nella Commissione e nel Parlamento. In altre parole, scrivono gli autori dello studio, “we see a shift away from a low-regulation status quo favoured by business interests towards a high-regulation state favoured by citizen groups. […] Business lobbying in the EU in this and many other cases is of a defensive nature; we see so much of it because business actors face a loss that they try to minimise”.

La conclusione che possiamo trarre è che, come spesso accade, gli stereotipi contengono un fondo di verità ma al tempo stesso ipersemplificano. È vero che intorno ai processi legislativi si giocano interessi economici, ed è verissimo che il sistema resta per il momento meno trasparente di quanto potrebbe (e dovrebbe) essere. Ma è anche vero che, nella fase odierna della costruzione europea, i cittadini riescono a farsi ascoltare sempre di più, e più di quanto ci venga raccontato. Sarebbe il caso di ricordare anche questo.

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