I finti martiri della libertà di espressione – Parte 2

Avevo un post sulla libertà d’espressione bell’e pronto e lo stavo limando prima di pubblicarlo quando è scoppiato un (nuovo) “caso Giovanardi”: un albergo di Cortina dove il senatore avrebbe dovuto presentare il suo ultimo libro ha ritirato la disponibilità a ospitare l’evento dopo le proteste di alcuni clienti (pare che l’albergo sia poi tornato sulla propria decisione). Giovanardi si è lamentato della “censura preventiva”, e diversi commentatori gli hanno dato ragione. Alcuni scambi che ho avuto su Twitter a proposito dell’episodio mi hanno fatto ripensare al post che avevo appena finito di scrivere, e ho pensato che fosse opportuno aggiungere qualche precisazione.

Premessa, forse superflua: penso che Giovanardi sia un individuo disgustoso che calpesta diritti e dignità delle persone per ignoranza e cinico calcolo politico; in un Paese serio sarebbe stato costretto alle dimissioni molto tempo fa e potrebbe al massimo sproloquiare al bar, mentre il resto della clientela gli dà le spalle imbarazzata e inizia a parlare di calcio ogni volta che lo sente aprire bocca.

Detto questo, non condivido l’idea di impedirgli di parlare tout court. Fosse stato invitato come ospite a un convegno, mi sarei posta qualche domanda sull’opportunità della scelta (solo perché lo puoi invitare, non è che tu lo debba fare per forza). Ma in questo caso stiamo parlando della presentazione di un suo libro, presumibilmente organizzata e pagata dalla sua casa editrice, che uno spazio commerciale indipendente aveva in un primo momento liberamente deciso di ospitare. Impedirgli di esprimersi mi sembra un errore, per diversi motivi.

  • Si crea un precedente: ho già parlato del fatto che spesso tendiamo a giustificare i metodi usati per portare avanti cause che condividiamo, quando magari condanneremmo l’uso di quegli stessi metodi se impiegati dai nostri avversari. Lo trovo incoerente e a me l’incoerenza non piace. Se è inaccettabile silenziare la voce di una minoranza che chiede diritti impedendo una riunione pacifica, lo è anche impedire a prescindere una riunione di persone di cui non condividiamo le idee*. In questo modo inoltre si contribuisce a far passare l’idea che la censura sia accettabile in certi casi accuratamente selezionati. Ma, al di là dell’inevitabile arbitrarietà nello scegliere questi casi particolari, una volta che l’idea è stata sdoganata non c’è modo di dire in quali altre occasioni potrebbe essere applicata in futuro. Una volta creato il precedente è difficile tornare indietro;
  • Non è granché come strategia: silenziare a priori chi non si è ancora reso conto di vivere nel XXI secolo o non riesce ad accettarlo gli fornisce una comoda scusa per dipingersi come un martire della libertà d’espressione. Ma dal momento che quando aprono bocca in genere finiscono per dimostrarsi i peggiori nemici di se stessi, probabilmente è meglio lasciarli liberi di blaterare;
  • Ci rende meno attenti: tempo fa ho letto un articolo in cui l’autrice raccontava che il nonno, minatore e fiero elettore laburista, comprava e leggeva religiosamente il Telegraph tutti i giorni. Alla domanda sul perché leggesse un giornale la cui linea editoriale non avrebbe potuto essere più distante dalle sue convinzioni, aveva risposto: “You have to know what the Other Buggers Are Thinking”. Il nonno aveva ragione. Il mondo è pieno di idee diverse dalle nostre: alcune sono scomode, altre pericolose, altre ancora completamente bacate. Ma se ci rifiutiamo di riconoscere che esistono e cerchiamo semplicemente di silenziarle, non solo cadiamo negli errori di cui ho parlato nei punti precedenti: impediamo anche a chi non le abbia ancora incontrate di farsi gli anticorpi. “Life is full of encounters with bad ideas and awful opinions. If you know what the Other Buggers Are Thinking, you know how to argue back”;
  • È una scorciatoia: individui come Giovanardi sono probabilmente irrecuperabili, nel senso che per convinzione od opportunismo hanno abbracciato un sistema di idee da cui è impossibile smuoverli. Ma tra loro e gli attivisti per i diritti c’è una “zona grigia” fatta di persone che non partecipano al dibattito e che su questioni quali l’omofobia o l’immigrazione non si sono ancora fatte un’idea definitiva. Se affermano di vedere qualcosa di condivisibile in una posizione alla Giovanardi, liquidarli come omofobi o razzisti è la risposta più spontanea e forse più comoda, ma non è detto che sia anche la migliore. Penso che contrastare certe idee sia un processo in due tempi. Il primo, esprimere riprovazione, è sicuramente necessario: è solo condannando pubblicamente un certo atteggiamento che questo a poco a poco diventa inaccettabile. Ma la condanna dovrebbe essere seguita da una spiegazione. Se mi limito a zittire qualcuno dandogli dell’omofobo/razzista/sessista senza spiegargli perché quello che ha detto è omofobo/razzista/sessista, molto probabilmente l’unico risultato che otterrò sarà di non fargli più menzionare l’argomento, senza averlo smosso dalle sue posizioni. In pratica sto curando i sintomi senza provare a sradicarne la causa.

Non sto suggerendo che ognuno di noi debba trasformarsi in un evangelizzatore delle masse e fermarsi a catechizzare chiunque incontri su qualunque aspetto della lotta per i diritti. Non sarebbe umanamente possibile. Ma per me il senso del termine “attivista” sta proprio nell’accento sull’azione: invece che limitarsi a reagire facendo notare a qualcuno che ha detto/fatto qualcosa di omofobo, razzista…, chi è attivamente impegnato a difesa dei diritti dovrebbe anche cercare per quanto possibile di fare il passo successivo, ricordandosi che non tutti hanno avuto le stesse possibilità di studiare e confrontarsi. Personalmente, su certe questioni ho imparato moltissimo grazie alle persone che mi hanno dedicato del tempo, si sono prese la briga di discutere con me e mi hanno suggerito modi di approfondire l’argomento di cui si parlava. È senza dubbio più faticoso; è anche più frustrante, perché spesso si incontra chi non vuole ascoltare né capire. Ma, a lungo termine, è anche infinitamente più utile.

[*Sono ovviamente esclusi da questo ragionamento tutti i casi in cui la censura è considerata non solo accettabile ma desiderabile, soprattutto quando coperti dal codice penale]
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