I finti martiri della libertà di espressione – Parte 1

Sabato 11 luglio la foto di copertina dell’allegato settimanale della Gazzetta dello Sport immortalava il bacio di due giocatori in forza alla Libera Rugby. Le reazioni sono state in generale molto positive, ad eccezione di una serie di commenti schifati, come ad esempio:

sportweek_cover

Quando sono stati criticati, molti di quelli che si erano detti disgustati dalla foto hanno reagito negando violentemente di essere omofobi: stavano semplicemente “esprimendo un’opinione”, e che diamine, non esiste più la libertà di parola? Un paio di settimane fa il direttore della Croce Mario Adinolfi ha annunciato che non avrebbe più postato nulla su Facebook fino a quando non fosse stato riattivato il profilo della collega Costanza Miriano, sospeso dopo alcune affermazioni giudicate in violazione della policy del social. Nell’occasione Adinolfi ha (stra)parlato di uccisione della libertà d’espressione e psicopolizia in stile 1984. Mi sembra che i protagonisti di entrambi i casi mostrino una certa confusione su due concetti che meriterebbero di non essere così maltrattati.

No, non tutte le idee sono uguali

Non so di preciso quando abbiamo deciso che tutte le idee hanno identico peso solo per il fatto di esistere. Le persone hanno tutte ugualmente diritto al rispetto, questo sì. Ma le idee? Penso sia evidente che la schiavitù, la pena di morte, il carcere per i debitori e il delitto d’onore siano tutte pessime idee. Nel corso dell’evoluzione umana abbiamo via via abbandonato quelle che risultavano non più rilevanti o palesemente sbagliate. È difficile capire come mai ad alcune di queste, ormai superate, si continui ad attribuire un peso che non meritano. Corollario di questa impostazione è la convinzione che si debba dare sempre lo stesso spazio alle varie posizioni su un certo argomento come se avessero tutte identica validità. In linea di massima è un principio che condivido, ma ci sono casi in cui l’imparzialità non ha ragione di esistere, perché ci sono idee oggettivamente meno valide di altre. Per esempio:

  • Il 97% degli scienziati che si occupano di riscaldamento globale concorda sul fatto che la temperatura della Terra continui ad aumentare, e che l’attività umana ne sia la principale causa. Eppure nella maggior parte delle discussioni sull’argomento i due campi vengono rappresentati in maniera pressoché uguale, creando la falsa impressione che la comunità scientifica sia ancora divisa più o meno 50/50 (qui trovate lo spassosissimo video di John Oliver che spiega molto bene l’assurdità della cosa);
  • In particolare negli Stati Uniti, il movimento a favore del creazionismo e dell’intelligent design porta avanti da anni una battaglia per permettere l’inserimento del suddetto creazionismo nei programmi scolastici a fianco della teoria dell’evoluzione, presentandoli come due punti di vista alternativi tra cui gli studenti possano liberamente scegliere (personalmente se avessi una figlia a scuola e la preside mi comunicasse che al corso di prevenzione incendi sarà invitato anche un piromane “per completezza di esposizione”, e che gli studenti potranno poi scegliere da sé la posizione migliore, non mi sentirei proprio tranquillissima).

Quando si parla di omosessualità, è ormai pacifico che i) esiste in un numero sufficientemente grande di specie oltre a quella umana per sapere che è del tutto naturale, e ii) non si tratta di una condizione medica né di una scelta dipendente dalla volontà personale. Dovrebbe anche essere pacifico che discriminare le persone (nel senso più letterale di trattarle in maniera diversa) in base al loro orientamento sessuale è una pessima idea, e che quindi l’omofobia non ha lo stesso valore dell’idea di uguaglianza.

Nota a margine: coprire la discriminazione con il vestito della religione non cambia quanto appena detto. Non si può giustificare qualsiasi cosa dicendo “è richiesta dalla mia religione”. Le religioni sono sistemi di idee magari particolari, ma idee restano e come tali non sono esenti da critica.

Libertà di espressione: utilizzare in maniera responsabile

Detto questo, ci mancherebbe: ognuno ha diritto di pensare che le proprie idee siano valide, magari le migliori su un determinato argomento, e ha altresì diritto di esprimerle. Ma libertà di espressione non equivale a poter dire tutto quello che ci passa per la testa senza conseguenze. Nel momento in cui apriamo la bocca, dobbiamo essere pronti ad assumerci la responsabilità di quello che ne esce; e dobbiamo altresì essere consapevoli del fatto che alla nostra libertà di espressione corrisponde quella degli altri di indignarsi per quello che diciamo.

Il modus operandi di chi non ha ancora afferrato questo concetto segue uno schema piuttosto prevedibile: dichiarazione improponibile (magari fatta apposta per attirare l’attenzione) e rapida ritirata di fronte allo sdegno generale, con una delle seguenti formule:

  • “Sono stato frainteso/scherzavo”: questa è la reazione che ho sentito definire “dell’idiota di Schrödinger”, vale a dire uno che prima fa affermazioni al limite (od oltre) e poi decide se stava scherzando o meno in base alle reazioni che ha suscitato;
  • “Sono uno dei pochi ad avere il coraggio di dire ciò che molti tacciono”: no, caro, se sei rimasto uno dei pochi a dire certe cose non è perché gli altri abbiano paura di fare lo stesso. È semplicemente perché, a differenza di te, hanno capito che certe cose si tacciono per buonsenso, decenza e senso della misura;
  • “Siamo alla dittatura del pensiero unico”: come detto prima, non tutte le idee hanno lo stesso peso. Se la stragrande maggioranza delle persone reagisce indignandosi per qualcosa che hai detto, non ne consegue automaticamente che tu sia un martire della libertà d’espressione. Molto più probabilmente, il tuo sistema di valori ha saltato un paio di aggiornamenti.

Trovo poi disturbanti le accuse di censura che vengono lanciate con troppa leggerezza in questi casi. Premesso che credo che le idee, bacate o meno, debbano poter circolare il più liberamente possibile, non penso che il diritto alla libertà d’espressione comporti necessariamente anche quello a un megafono.

In altri termini: tutti i social media su cui veicoliamo i nostri contenuti hanno una policy d’uso che comprende le condizioni da rispettare per poterli utilizzare. Sulle specifiche condizioni si può essere più o meno d’accordo; personalmente trovo ridicoli il divieto una volta imposto da Facebook alla pubblicazione di foto di donne che allattano, o la decisione di Instagram di rimuovere il progetto fotografico Period dell’artista indiana Rupi Kaur sul tema del ciclo mestruale. Ma credo siamo tutti d’accordo sul fatto che, aprendo un profilo su una qualsiasi di queste piattaforme, accettiamo di rispettarne i termini d’uso. Se scientemente li violi e vieni sospeso, gridare alla censura è quantomeno fuori luogo.

Il semplice fatto di avere una presenza online non obbliga nessuno a starci a sentire in silenzio: se la usiamo per sputare odio e offendere, quando veniamo criticati non possiamo prendercela con nessuno, se non con noi stessi.

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