Bufale senza latte. Giornalismo sciatto e Unione Europea

Grazie a Davide Denti per avermi indirizzato verso alcune delle fonti usate in questo post, e per l’ispirazione per il titolo.

“Nuovo attacco dell’Europa alla qualità italiana”, questo il titolo (con variazioni sul tema) che campeggiava sui giornali italiani pochi giorni fa. Il motivo di tanto allarme? Un presunto e non meglio specificato “diktat” di Bruxelles che avrebbe “imposto” ai produttori di formaggio e mozzarella italiani di utilizzare latte in polvere nei propri prodotti. Stracciamento di vesti generale, a cominciare dal Ministro dell’Agricoltura, e proteste appassionate contro l’Europa (magari “dei banchieri”, che non c’entra niente ma fa sempre scattare l’applauso).

Che si trattasse di una bufala (no pun intended) era facilmente intuibile, ma solo un paio di giornali si sono presi la briga di andare a verificare come stessero esattamente le cose. Qui e qui trovate due articoli che ripercorrono la vicenda nei dettagli. Non mi interessa in questo post rispiegare il caso specifico, bensì sottolineare il modo in cui il formaggio-gate illustri molto bene una certa pigrizia dei media italiani nel parlare di Unione Europea.

Che la qualità dell’informazione italiana sia a dir poco scadente è assodato. Su tutto ciò che riguarda l’Europa però si toccano picchi (o abissi) di incompetenza imbarazzanti. Quando è stato reso noto che l’Italia aveva ricevuto una lettera ufficiale dalla Commissione europea, un giornalista serio avrebbe dovuto fare un po’ più che limitarsi a un copia/incolla dal comunicato della Coldiretti. Invece la stragrande maggioranza degli organi di informazione è stata ben felice di prendere per buona la “notizia” e diffonderla senza un minimo di fact-checking.

I danni di questo modo di fare sono evidenti. È già abbastanza irritante che i politici italiani – come del resto i loro colleghi europei – continuino a usare Bruxelles alternativamente come capro espiatorio (“Ce lo chiede l’Europa”) e nemico cui strappare concessioni, con tanto di roboanti “Vittoria italiana a Bruxelles” ogni volta che si riporta di negoziati in corso su questa o quella proposta legislativa, neanche si trattasse di bollettini di guerra. Ma è ancora peggio che i giornalisti, per pigrizia e incompetenza (a voi scegliere la percentuale dell’una e dell’altra), si prestino a questo giochino. Un esempio abbastanza recente: ad aprile 2014 il Parlamento europeo votò a favore dell’introduzione dell’obbligo di etichetta indicante “Made in…” su tutti i cosiddetti non-food products. Gli europarlamentari italiani esultarono per la norma che avrebbe finalmente tutelato la qualità-superiore-dei-prodotti-italiani-che-tutto-il-mondo-ci-invidia, e i giornalisti si accodarono.

Con un minimo di ricerca, però, avrebbero scoperto che: i) la misura era già stata proposta nel 2005, per poi essere affondata dal Consiglio (cioè dagli Stati membri); ii) quasi dieci anni dopo, la situazione non era cambiata granché, e gli Stati a favore dell’etichetta obbligatoria non erano tuttora in maggioranza; iii) prima di gridare vittoria, sarebbe stato opportuno quantomeno aspettare i risultati della votazione in Consiglio, dal momento che la normativa in questione doveva essere approvata da entrambi gli organi, come tutta la legislazione europea. Se poi qualcuno di loro avesse continuato a seguire la faccenda, si sarebbe facilmente accorto che la proposta non solo non è ancora entrata in vigore, ma deve ancora essere approvata in Consiglio (pomo della discordia è proprio la questione dell’etichettatura obbligatoria: per chi volesse approfondire c’è un recente studio della Commissione su costi e benefici attesi).

Tornando al formaggio-gate, è ovvio che pezzi come questo potrebbero far venire qualche dubbio anche al più europeista tra gli italiani. Tanto più quando, come in questo caso, si va a toccare un argomento pressoché sacro come il cibo. Che in Italia si mangi bene è indubbio. Che la cucina italiana sia a ragione famosa nel mondo pure. Ma, e non sono sicura se il fenomeno negli ultimi anni si sia aggravato o se semplicemente sia io a farci più caso, il giusto orgoglio per questo fiore all’occhiello scade sempre più spesso in un complesso di superiorità e in un’intolleranza alle critiche ai limiti del ridicolo.

Chiaro che per un giornalista sia molto più semplice assecondare la vulgata per cui agli euroburocrati di Bruxelles, esseri tristi che mettono il ketchup sugli spaghetti e bevono il cappuccino con le patate fritte, in fondo non importi granché della qualità dei prodotti italiani o della tutela del consumatore. Sarebbe forse troppo difficile e impopolare far notare che l’UE si è data eccome gli strumenti per riconoscere e tutelare i prodotti tipici; controllare a dovere gli alimenti che arrivano sul mercato europeo; e dare ai consumatori la possibilità di aggiornarsi sui prodotti considerati a rischio. Ancora più impopolare sarebbe far notare che i problemi per i consumatori italiani spesso arrivano direttamente da casa (qualche esempio qui e qui), e che questa non è una tendenza recente.

Diffidenza e informazione a senso unico finiscono così per alimentarsi a vicenda. Come se ne esce? Qualche buona idea su come migliorare la qualità del giornalismo UE la trovate qui. Due suggerimenti mi sembrano particolarmente adatti al caso italiano:

  • Explanatory journalism: una rubrica per spiegare temi e procedure UE ai non addetti ai lavori, in massimo 600 parole, in un formato simile a quello di Wikipedia. Banale? Sì, ma bisogna pensarci. Infatti al momento non lo fa nessuno*;
  • EU affairs = cronaca politica: un’occhiata veloce sui siti dei vari quotidiani italiani mostra che gli articoli su “Europa/Unione Europea” sono sempre caricati alla voce “Esteri” o simili. Ma argomenti come la politica agricola o la tutela del consumatore non appartengono a questa categoria e non dovrebbero essere trattati come tali. Pur con meccanismi propri, il processo di legislazione europeo non è dissimile da quello interno di un qualsiasi Stato membro e gli articoli che lo illustrano dovrebbero accompagnare quelli di politica interna.

Non so se qualcosa cambierà nel panorama dell’informazione italiana. Alcuni buoni esempi esistono già, altri forse seguiranno. Ma credo che spetti anche a noi lettori reclamare un prodotto migliore, senza accontentarci di vederci servire articoli raffazzonati e basati su stereotipi e sentito dire. Quelli sì che sono difficili da digerire.

[* Il Corriere della Sera ha lanciato nel 2014 una sezione “Capire l’Europa” che però ha un taglio prettamente economico e molto specialistico, e si rivolge a un pubblico già abbastanza ferrato sui meccanismi di base]
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