Non è (ancora) un Paese per donne

Un paio di giorni fa è stata pubblicata la notizia dello stupro di una ragazza sedicenne a Roma, da parte di un militare in forza alla Marina che l’ha avvicinata e portata in un luogo isolato fingendosi un poliziotto. Non appena l’identità e soprattutto la nazionalità dello stupratore sono state rese note, sono successe due cose: uno, la mia TL su Twitter si è riempita di commenti sarcastici diretti soprattutto a Matteo Salvini e riassumibili in “Ah, quando queste cose le fa un italiano resti zitto?”; due, una quantità spaventosa di melma si è riversata sulla ragazza. Per motivi diversi, penso che entrambe le reazioni siano sbagliate.

Un ragionamento che ho visto fare a parecchi è: quando lo stupratore è straniero, partono attacchi razzisti a tutto campo; quando è italiano, la responsabilità viene addossata alla vittima. Ora, è verissimo che per uno stupratore di nazionalità straniera certa parte del mondo politico italiano non avrebbe esitato a invocare la  castrazione chimica o anche peggio. Ma che in caso di stupro commesso da uno straniero non si verifichi victim blaming è del tutto falso. A fine 2014, sempre a Roma, una ragazza venne violentata dopo una serata passata in discoteca per festeggiare il suo diciottesimo compleanno. Lo stupratore era di nazionalità egiziana, quindi secondo il ragionamento di cui sopra la solidarietà con la vittima avrebbe dovuto essere unanime. Bene, questo è il tenore dei commenti che vennero fatti all’epoca.

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Non vedo alcuna differenza con quelli di un paio di giorni fa. E francamente non dobbiamo essere granché come società se quando succede una cosa del genere le uniche cose di cui si parla sono il passaporto dello stupratore e in quale misura la vittima sia corresponsabile dell’accaduto.

rape_rome

I commenti di questo secondo screenshot sono particolarmente illuminanti (oltre che rivoltanti).  Sostanzialmente gli “argomenti” usati per dire che sì, certo, lui si è comportato male, ma in fondo non è proprio solo colpa sua… sono:

“Se ti vesti in quel modo, te la vai a cercare”

L’idea che la responsabilità di una donna nel suo stesso stupro aumenti proporzionalmente ai centimetri di pelle che lascia scoperti è fortemente problematica per almeno due ragioni: uno, presuppone che l’unico motivo dietro alla scelta dell’abbigliamento sia attirare o meno lo sguardo maschile, e che in buona sostanza noi donne ci vestiamo solo in funzione di quello. Chi fa questo ragionamento oltre che retrogrado è anche privo di immaginazione alcuna. Magari ho messo quel vestito perché fa caldo. Magari perché l’ho comprato ieri e non vedevo l’ora di metterlo. Magari perché oggi sono a pranzo da mia nonna che me l’ha regalato, e so che le fa piacere vedere che lo uso. Magari perché non faccio la lavatrice da settimane ed è l’unica cosa che mi sia rimasta nell’armadio. Magari mi piacciono le donne ed è il loro sguardo che cerco di attirare. Magari non c’è una ragione particolare se non il fatto che stamattina mi girava così.

Il secondo motivo per cui il “ragionamento della minigonna” è problematico è che riduce tutti i possessori di cromosoma Y a cavernicoli in preda al testosterone e incapaci di controllarsi davanti a una scollatura. Se fossi un uomo, mi girerebbero a mille all’idea di essere considerato poco più che un riflesso di Pavlov ambulante. E prima che mi diciate che effettivamente gli uomini sono, come dire, un po’ più animaleschi, vi invito a leggere questo articolo che ripercorre molto bene la storia degli stereotipi su chi, tra uomini e donne, sia sempre stato ritenuto più “bisognoso” di attività sessuale (TL;DR: per la gran parte della storia dell’umanità si è ritenuto che le donne avessero bisogno di rapporti molto più frequentemente degli uomini, per via della loro natura più irrazionale).

“Se fossi stata a casa, non ti sarebbe successo niente”

L’ottusità di questo commento è sconcertante. Tralasciando l’ovvia osservazione che se dovessimo evitare tutte le attività potenzialmente pericolose non faremmo più nulla, si rovescia ancora una volta l’attribuzione della responsabilità del gesto. A nessuna vittima di rapina viene consigliato di chiudersi in casa. Questo atteggiamento è figlio dell’idea per cui una donna in uno spazio pubblico, specialmente se attraente secondo i canoni convenzionali, è automaticamente accessibile a tutti. Se le va bene, saranno fischi o clacson. Un po’ meno bene, e sarà qualcuno che allunga le mani, e così via. Ma la responsabilità di evitare tutto questo non è delle donne. Se esistono persone incapaci di rispettare le regole e di lasciare in pace la gente, sono loro a non dover uscire di casa.

“Sicuramente si è pentita dopo aver fatto sesso e ora ha paura dei suoi”

Ho visto reazioni molto indignate alle prime due tipologie di commento di cui ho scritto, ma quasi nessuna su questo. Eppure è il più devastante. Uno dei principali motivi per cui moltissime vittime di stupro non denunciano il fatto è che hanno paura di non essere credute, e non a torto. La percentuale di false accuse di violenza sessuale è molto bassa (fra 2 e 8% a seconda dei metodi di studio e definizioni utilizzate), eppure la maggior parte delle persone crede che sia ben più alta. Questo influenza negativamente la credibilità di una vittima, come dimostrato nel 2013 da uno studio del Crown Prosecution Service inglese. Cito dalla conferenza stampa di presentazione del report: “Because [people] perceive there to be more false allegations than this report would suggest there are, arguably they adopt a cautious approach. If [that] leads to a more rigorous test being applied when people report rape or domestic violence, then that can lead to injustice for victims”.

“Dove sono le femministe?”

Sottinteso sprezzante: sicuramente sono impegnate a perdere tempo con argomenti più frivoli tipo il doppio cognome o i nomi di professione in -a. È ovvio, non si può fare tutto nello stesso momento, ci sono argomenti che toccano la vita delle persone in maniera più immediata di altri, ed è necessario prioritizzare. Ma chi tira fuori la battaglia femminista Y quando si sta parlando di X non lo fa perché genuinamente interessato a Y. Lo fa solo per sviare il discorso. E di solito è anche uno che pensa che le femministe, indipendentemente dall’argomento di cui si tratta, stiano sempre facendo la cosa sbagliata. Ai loro commenti si dovrebbe dare l’importanza che meritano, e cioè un po’ meno di zero.

In conclusione: che l’Italia non sia, decisamente, un Paese per donne, è assodato da tempo. Questo caso è l’ennesima triste dimostrazione di quanta strada resti ancora da fare prima che si smetta di considerarci cittadine di seconda classe, oggetti di consumo a esclusivo beneficio del maschio, e pedine da strumentalizzare per calcolo politico.

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